Sotto la Tua guida - Capitolo 3

di
genere
dominazione

Una volta a casa andai subito a farmi una doccia. Lasciai scorrere l’acqua più del necessario, come se potesse aiutarmi a mettere ordine tra quello che avevo vissuto e quello che, già allora, non riuscivo a spiegarmi.
Ripensavo continuamente a lui. Al modo in cui mi aveva guardata per tutto l'incontro, alla sua voce bassa e calda. E soprattutto a quel momento in macchina, quando mi aveva fermata prima che scendessi.
Oggi so che non era stato niente di “concreto”, eppure in quel momento mi aveva lasciato addosso una sensazione difficile da ignorare. Scossi la testa sotto l’acqua, come se bastasse quello a interrompere il flusso dei pensieri, ma non funzionò. Provai a distrarmi per il resto della serata, ma era inutile, la testa tornava lì. Poi mi addormentai.
E quello che successe nel sogno, lo ricordo ancora oggi con una nitidezza che mi mette quasi a disagio.
Mi ritrovai di nuovo in macchina, seduta accanto a lui. Il silenzio era lo stesso, ma le sensazioni erano più intense.
Il suo sguardo era fisso su di me, lo sentivo penetrarmi e io non riuscivo a distoglierlo. Poi le sue mani, che nel sogno sembravano muoversi con naturalezza, mi sfioravano la spalla, scendevano lungo il braccio. Era un contatto leggero e il respiro mi si spezzava ogni volta.
Poi la scena cambiò senza un vero passaggio. Ero ancora lì, ma più vicina a lui. Il suo sguardo fisso nei miei occhi, mentre le mani sfioravano il ginocchio, la coscia. Mi mordevo il labbro interno e poi la sua voce vicino all’orecchio.
Parlava, ma nel sogno non sono mai riuscita a ricordare cosa dicesse davvero. Avvertivo solo la sensazione e il mio respiro corto.
Mi svegliai di colpo. Il cuore accelerato, il corpo caldo, le lenzuola strette tra le dita, ansimando. Per qualche secondo rimasi immobile, senza capire se fossi ancora dentro quel sogno o no. Poi la realtà tornò e con lei anche quella sensazione del sogno che non era passata.
La mattina dopo mi svegliai ancora con addosso quella sensazione. Non nitida nei dettagli, ma abbastanza chiara da non lasciarmi tranquilla. Col tempo ho imparato che alcune cose non restano per come le vivi in quel momento, ma per come continuano a tornarti in mente. E quello era uno di quei casi.
Quel giorno ricevetti un suo messaggio, mi chiedeva semplicemente quando sarei rientrata a Cagliari. Risposi indicando semplicemente la data del mio rientro.

Il 22 aprile tornai a Cagliari e cercai subito di ritornare alla mia quotidianità. Nel week end uscii con il mio gruppo di amici. Una serata tranquilla in un locale per raccontarsi l'ultimo mese. In quei giorni riuscii persino a non pensare a lui e a tutto quello che negli ultimi giorni mi aveva lasciato addosso. Almeno fino a quel sabato sera, in cui ricevetti un suo messaggio.
M: “Se vuoi sapere davvero cosa voglio da te… vieni domani sera” Seguito da un indirizzo e un orario. Il luogo era una casa al mare.
Era stato diretto, senza giri di parole e forse fu proprio quello a colpirmi. Alzai lo sguardo dal telefono e per qualche minuto mi sembrò tutto distante. Nessuno si accorse di quel momento blackout, così possiamo chiamarlo, perché erano concentrati su una conversazione che neanche ascoltai.

26 Aprile.
La mattina dopo, mi presentai davanti la sua porta all'orario stabilito. La sera precedente non gli avevo risposto e, ripensandoci ora, credo che fosse proprio quello il punto. Non c’era stato bisogno di confermare nulla. Entrambi sapevamo che ci sarei stata. Ricordo ancora l’attimo prima di suonare, breve ma abbastanza da farmi fermare. Non era paura, era più una sensazione strana, difficile da definire. Come se stessi per oltrepassare un limite senza sapere esattamente quale.
Il cancelletto si aprì dopo pochi secondi che suonai, senza che dovessi dire nulla. Entrai e lo vidi davanti la porta che mi aspettava. Una volta dentro mi invitò a sedermi sul divano, mentre lui si allontanò alle mie spalle. Ricordo di aver guardato l'ambiente in sua attesa. Tornò dopo pochi secondi con due tazzine di caffè, mi offri la mia e si accomodò accanto a me restando a una distanza moderata. Mi fece le solite domande di circostanza, a cui risposi ma la mia attenzione non era davvero lì. Aspettavo che dicesse il motivo per cui mi aveva voluta lì. E ogni secondo in cui non lo faceva, aumentava quella sensazione sospesa che mi portavo dentro da quando ero entrata. Per qualche secondo non parlò, ma mi guardò con quello sguardo intenso che sapeva di lui.
«Volevi sapere cosa voglio da te» disse all'improvviso.
Annuii. «Sì...è per questo che sono qui»
Mi osservò con un sopracciglio alzato.
«Vuoi davvero delle risposte...o vuoi vedere cosa succede se smetti di fartele?»
Ricordo che quella domanda mi stupì. Non l'avevo mai vista da questo punto di vista.
Abbassai lo sguardo per un attimo, cercando di capire cosa stessi provando davvero.
«Non lo so» ammisi, a bassa voce guardandolo «credo… entrambe le cose»
Annuì e si alzò venendosi a sedere accanto a me, mentre iniziava a parlare «Sai Alice, tu sei una persona che nella vita tiene tutto sotto controllo. Sei responsabile, attenta, sai sempre cosa dire e come dirlo»
Sentii qualcosa stringersi leggermente dentro, perché mi stava descrivendo.
«È quello che mostri agli altri ed è quello che vuoi che vedano. Ma non è tutto» disse e io alzai lo sguardo che poco prima avevo leggermente abbassato. «C’è un’altra parte che non fai vedere così facilmente»
Avvertii il respiro cambiare «Una parte che non vuole decidere, che non vuole avere il controllo» Le dita si strinsero leggermente tra loro. «Una parte che ha bisogno di lasciarsi andare» mentre scandiva ogni frase lo vedevo farsi sempre più vicino. Il mio corpo iniziò a irrigidirsi. «E sono sicuro che quella parte esce quando nessuno ti vede davvero»
Abbassai lo sguardo come colpevole, perché era vero. Troppo vero. «Quando sei da sola, quando puoi permetterti di non essere quella che sei fuori» Il cuore iniziò a battere più forte. «Non ho bisogno che tu me lo confermi Alice. Si vede da come reagisci ogni volta che ti sono vicino, da quello che trattieni. Quella sicurezza che mostri quando parli, non è reale fino in fondo. È costruita» Si fermò. Ormai era a un palmo da me, potevo sentire il suo respiro sul mio viso. Alzai lentamente lo sguardo verso di lui, incapace di dire qualcosa. Ci pensò lui a continuare. «E sotto quella corazza che mostri, c’è esattamente quello che cerco» Lo guardai cercando di capire cosa intendesse. O forse, ripensandoci bene ora, avevo capito quello che intendeva, ma era quasi impossibile da credere. «Per me, tu sei una sottomessa»
Il respiro si fermò quando sentii quella parola. Sentii come il corpo farsi più leggero, mentre lui continuava a parlare.
«E non una qualunque, ma una di quelle che non hanno bisogno di essere convinte. Tu lo sei dentro, forse lo sei sempre stata»
Ricordo chiaramente la sensazione che provai in quel momento. Mi sentii frastornata, quasi scioccata per quella confessione. Quando avevo deciso di andare da lui pensavo di ottenere delle risposte, sì. Ma non quelle, non in quel modo. All'improvviso iniziai a spiegarmi tutte quelle sensazioni, quella tensione che provavo ogni volta che ero con lui, ogni volta che leggevo o sentivo il suo nome. Lo guardai ma non dissi nulla, perché non sapevo cosa dire. E, per la prima volta, non avevo nemmeno una risposta pronta. Ricordo che Marco mi osservò in silenzio, probabilmente dandomi il tempo di assimilare il suo discorso. All'improvviso capii una cosa importante e sbarrai gli occhi. Lui anticipò le mie parole. «Sì, Alice, hai capito bene. Io sono un dominatore»
Non risposi, perché in quel momento era tutto troppo. Mi sentivo ancora frastornata da quello che aveva detto, dal modo in cui lo aveva detto, dalla lucidità con cui era arrivato a quella conclusione. Mi alzai, quasi senza rendermene conto e iniziai a camminare nella stanza per mettere ordine tra i pensieri. Lo sguardo mi cadde su una portafinestra leggermente aperta. «Ho bisogno d’aria» dissi più a me stessa che a lui, uscendo fuori.
Sentii che mi seguì, ma non parlò. Poi sentii le sue mani sulle mie spalle e mi fece girare verso di lui.
«Puoi farmi qualsiasi domanda, non devi preoccuparti di questo» mi disse con un tono rassicurante. «Non devi capire tutto adesso, ti insegnerò io»
In quel momento capii cosa stesse pensando.
«Non è questo…» dissi incerta. «Io non…non cercavo questo...non adesso» inizia a farfugliare. Marco mi osservò tenendomi ancora ferma «Ero convinta di aver chiuso»
A quel punto lo vidi cambiare espressione e capii che qualcosa non tornava nei suoi conti. Si staccò lentamente dalle mie spalle e fece un piccolo passo indietro, continuando a guardarmi, più attento.
«Cosa intendi?» chiese. «Conosci già questo mondo?»
Esitai solo un attimo. «Sì. Sono già stata una sottomessa»
Lo vidi osservarmi in modo diverso, non più come qualcuno che stava confermando un’intuizione, ma come se avesse appena scoperto qualcosa che non aveva previsto.
«Questo… non me lo aspettavo» fece un passo verso di me. «Questo cambia le cose»
Ricordo di averlo guardato senza capire subito in che senso, mentre lui accennava un sorriso.
«Pensavo di avere davanti qualcuno che stava scoprendo certe dinamiche» continuò «Invece sai esattamente di cosa sto parlando. E sai anche cosa significa scegliere di entrarci»
Annuii solo. Mi prese la mano e mi condusse dentro. Lo seguii senza oppormi e ci sedemmo sul divano, questa volta uno di fronte all’altra.
«Voglio capire» disse. «Perché hai chiuso?»
Non mi nascosi, ma gli spiegai che non era stata una scelta improvvisa. Che dietro c’erano stati motivi personali, cambiamenti, momenti in cui non ero più riuscita a dare quello che prima mi veniva naturale e che già qualche mese prima di chiudere definitivamente, quel rapporto aveva iniziato ad allentarsi da parte mia.
«È stato un ottimo padrone, per questo non volevo prenderlo in giro» dissi «non sarebbe stato giusto. Meritava qualcuno più presente di quanto fossi io in quel periodo»
«Dove l’hai conosciuto?» chiese
«Online»
«È vi siete mai incontrati?»
«No, non ci siamo mai visti, se non in cam»
«Quindi era un rapporto a distanza»
Glielo confermai e ricordo che rimase in silenzio qualche minuto, come se stesse raccogliendo tutte le informazione che gli avevo dato.
«Questo…è diverso. Quello di cui sto parlando io non è a distanza. Non è qualcosa che resta dietro uno schermo, è reale, fisico. E proprio per questo, so esattamente cosa sto chiedendo» si sporse in avanti, mantenendo lo sguardo fisso nel mio. «Io ti voglio come mia sottomessa, Alice»
Ricordo che fu diretto nel dirlo, stavolta non avrei mai potuto fraintendere le sue parole.
«L’ho voluto dal primo giorno che ti ho vista e ora ne sono ancora più certo. Sei pronta ad affidarti a me?»
Esitai, cercando di mettere ordine tra tutto quello che stava succedendo.
«Non posso risponderti adesso, ho bisogno di pensarci» dissi alla fine.
«È giusto così. Non voglio una risposta impulsiva, voglio che la tua scelta sia consapevole, qualunque essa sia»
Lo ringraziai e lui continuò. «Prenditi qualche giorno e se la tua scelta è affermativa torna qui tra tre giorni. Se ti vedrò qui saprò che quella sarà stata la tua risposta»
scritto il
2026-06-30
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