Sotto la Tua guida - Capitolo 2

di
genere
dominazione

Nei giorni successivi a quella sera cercai di non pensarci o almeno, questo è quello che mi imponevo.
La verità è che quel biglietto rimase lì sul fondo della borsa. Non lo guardavo continuamente, non lo tenevo in mano, ma sapevo esattamente dov’era. E bastava quel pensiero per riportarmi a lui: a come mi aveva guardata, a quella sensazione strana, difficile da definire, che mi aveva lasciato addosso. Provai a razionalizzare. Era solo un numero, un gesto fuori contesto, poco appropriato, ma nulla di più. Non c’era nessuna logica nel chiamarlo. Non avevamo nulla in comune e nessun motivo reale per sentirci. E soprattutto, lui era un uomo adulto, sposato. Mentre io ero solo una ragazzina che aveva intravisto in qualche occasione.
Il problema è che più cercavo di archiviarla come una cosa insignificante, più quella situazione tornava a farsi spazio nei miei pensieri, e ogni volta mi ritrovavo a farmi la stessa domanda. Perché proprio a me? E soprattutto, perché non riuscivo a ignorarlo?

Il 19 marzo arrivò una proposta inaspettata. In negozio cercavano qualcuno da mandare a Torino per circa un mese, per aprire una nuova attività. Non era una cosa da poco, e infatti nessuno sembrava davvero convinto di partire. Io, invece, non ebbi esitazioni e accettai quasi subito. Ufficialmente era un’opportunità per la mia carriera, ma non era solo quello. Avevo bisogno di staccare, di cambiare aria, di allontanarmi da quella sensazione che non riuscivo a spiegare e che, giorno dopo giorno, stava diventando sempre più presente. Lasciare la mia città per un po', significava anche mettere distanza da lui e da quel numero.

Il 22 marzo partii. Arrivata a Torino mi ritrovai subito immersa in nuovi ritmi, nuove persone. E questo funzionò a tenere quelle sensazione e quei pensieri distanti. Mi sembrava di aver fatto la scelta giusta. Per la prima volta, da giorni, la mia mente si era calmata.
Passò più di una settimana così, poi arrivò la Pasqua. Quei giorni li trascorsi a Torino, non avevo il tempo di tornare a casa, e in fondo non ne sentivo neanche il bisogno. Approfittai di quei giorni per rallentare un po’, per vedere la città che fino a quel momento avevo solo attraversato di corsa. Ricordo che ero seduta in un parco quando chiamai Emma. Volevo sapere come stava, cosa stesse facendo.
Fu lei, senza saperlo a riattivare ciò da cui stavo scappando. Mi disse che si trovava a pranzo a casa di Marco con i suoi e che si stava annoiando, nonostante ci fossero i figli di lui con cui era cresciuta. Per lei fu una conversazione qualsiasi, ma per me no...quel nome riportò tutto a galla in un attimo.
Chiusi la chiamata poco dopo, ma il mio umore era cambiato e per la prima volta da quando ero partita, ero tornata a pensare a lui. E da quel momento, non fu più così semplice smettere.
I giorni successivi furono di nuovo pieni, soprattutto con l’avvicinarsi dell’inaugurazione. Il 7 aprile il negozio aprì ufficialmente e l’intera giornata fu assorbita dal lavoro. La sera uscimmo a festeggiare con i colleghi...bevvi più del solito e, quando rientrai a casa, mi sentivo leggera, con la mente finalmente libera. Non realizzai davvero quello che stavo facendo… Finché non sentii la sua voce dall’altra parte del telefono. Un semplice “pronto” che mi fece bloccare.
Mi scusai subito, quasi senza lasciargli il tempo di parlare. Era tardi, non volevo disturbarlo, ma lui mi tranquillizzò dicendomi che stava lavorando e che non lo disturbavo. Quando sentì che gli diedi del lei, perché volevo mettere una distanza tra noi, mi bloccò dicendomi di dargli del tu. Mi chiese come stessi e come andava a Torino, solo che quella domanda mi colse impreparata. Non capivo come potesse saperlo. Mi spiegò che era uscito durante un pranzo, da Emma, quasi per caso. Quel dettaglio mi riportò subito a casa, a qualcosa di familiare… Ma allo stesso tempo rese tutto più reale. Parlammo ancora qualche istante.
Poi mi disse una frase che mi fece tremare...si era chiesto se avrei mai chiamato. E io, senza pensarci troppo, ammisi che me lo ero chiesto anch’io e a quel punto smisi di girarci intorno, di scappare da tutte le domande che mi ero posta. Gli chiesi direttamente perché mi avesse lasciato quel numero.
La sua risposta invece di chiarirmi le idee, me le complicò ulteriormente...mi disse che aveva visto qualcosa che valeva la pena non ignorare.
Ricordo ancora ora il silenzio che seguì, prima che iniziassi a dare un senso a quella frase. O almeno, a provarci.
La prima cosa che pensai fu la più semplice, ovvero che stesse cercando qualcosa. Una relazione, forse.
E fu proprio lì che la mente si riempì di contraddizioni. Sapevo chi era, sapevo che era sposato, che aveva una famiglia, dei figli. Lui era un uomo adulto, con una vita già costruita…io invece ero solo una ragazza.
Non c’era nulla di logico in tutto quello. Eppure ero lì, al telefono con lui. E in modo forse un po’ incerto, glielo dissi e gli dissi che probabilmente si stava sbagliando. Che non mi conosceva davvero, che se stava pensando a qualcosa del genere… era fuori strada.
Lui mi fermò subito dicendomi che non stava cercando una relazione extra. Solo che a me quella risposta, invece di tranquillizzarmi, mi destabilizzò ancora di più, perché allora la domanda diventava un’altra.
Cosa voleva davvero da me?
Glielo chiesi. Mi disse che non era una conversazione da chiudere in una sera. Che non era qualcosa che potevo capire in una frase. E che, se davvero volevo delle risposte, avrei dovuto smettere di cercarle tutte insieme.

Nei giorni successivi ci sentimmo qualche volta. All'inizio fu lui a scrivermi, mi chiedeva come stavo, come stava andando lì. Poi fui io a scrivergliene qualcuno. Ma i nostri erano sempre messaggi brevi e semplici. In tutto ciò le mie domande non facevano che accumularsi. Il 15 aprile mi arrivò un messaggio diverso dagli altri da Marco. Mi informava che si trovava a Torino per lavoro e sarebbe rimasto lì fino alla sera successiva e mi chiese di vederci. Ricordo di aver fissato lo schermo per diversi secondi, senza rispondere subito. Non perché non sapessi cosa dire… ma perché con quell'incontro c'era la possibilità di avere finalmente quelle risposte che continuavo a cercare. Volevo sapere cosa voleva davvero da me e cosa aveva visto, quella sera, che io ancora non riuscivo a vedere. Alla fine accettai.

Ci incontrammo nel tardo pomeriggio in un bar del centro, poco distante dal lavoro. Ordinammo un piccolo aperitivo e iniziammo a parlare di cose semplici, come facevamo ultimamente tramite messaggi. A un certo punto non riuscii più a sostenere quella conversazione. Non avevo accettato quell'incontro per una chiacchierata tra due conoscenti. Io avevo bisogno di risposte e questo lo sapeva anche lui.
Facendomi seria e senza giri di parole, gli dissi che avevo bisogno di capire. Che quella sera, il numero, la chiamata… non erano cose che potevo lasciare in sospeso. Quindi gli chiesi ancora una volta cosa volesse da me.
Questa volta non evitò la domanda, ma la risposta non fu immediata.
Dopo qualche secondo di silenzio in cui mi osservava mi chiese «Perché hai accettato di vedermi?»
Ricordo di aver aggrottato leggermente la fronte. Non stava rispondendo. «Non hai risposto»
Sorrise «Neanche tu» e mi ripeté la domanda.
Cedetti e risposi mentre il mio sguardo si alternava tra il mio spritz e il suo. Tra le sue mani e il cameriere che passava. Non riuscivo a guardarlo dritta negli occhi per più di qualche secondo «Per avere delle risposte»
Lui scosse la testa. «Non è il tuo unico motivo, Alice»
Alzai un attimo lo sguardo dallo spritz, trattenendo il respiro per un istante. «E quale sarebbe?»
Non rispose subito, si appoggiò allo schienale, mantenendo lo sguardo su di me.
«Se fosse stato solo per capire ti sarebbe bastata la chiamata»
Quelle parole mi colpirono più del previsto.
Aprii la bocca per ribattere che era stato troppo vago in quella chiamata…ma poi la richiusi perché aveva ragione e il fatto che lo sapesse mi mise a disagio.
«Ti metto a disagio?»
Non pensavo che lo notasse. «No» risposi subito.
Un accenno di sorriso gli sfiorò il volto. «Non è una risposta onesta»
Le dita si strinsero leggermente tra loro sul tavolo. «Non è disagio...è solo…» esitai, perché la verità era un’altra. Era il modo in cui mi faceva sentire quando mi guardava, quando parlava...come se riuscisse a smuovere qualcosa dentro di me senza fare nulla di evidente e questo mi metteva in difficoltà.
«Controllo» concluse lui al posto mio.
Alzai lo sguardo di scatto.
«Cerchi di mantenere il controllo della situazione, di capire dove sta andando, prima di lasciarti andare davvero alla conversazione»
Il cuore accelerò. «E questo cosa significherebbe?» chiesi.
«Significa che non sei qui solo per capire» mi guardò più intensamente e voltai lo sguardo dai suoi occhi «Sei qui per vedere fin dove ti puoi spingere»
Quella conversazione stava andando oltre le mie domande.
«Dimmi la prima cosa che ti viene in mente adesso. Senza pensarci troppo» mi disse all'improvviso.
Aggrottai la fronte. «Cosa?» chiesi non capendo.
«La prima cosa. Quella che stai cercando di trattenere»
Istintivamente abbassai lo sguardo ancora.
«Marco…» lo chiamai. Dovevo riportare quella conversazione su un territorio neutro.
«Non è un interrogatorio, Alice» aggiunse «è solo…un modo per capire come reagisci»
Ma reagire a cosa? A lui? Mi chiesi. Inspirai piano, cercando di guadagnare tempo.
«Che questa conversazione mi sta sfuggendo» ammisi alla fine, a bassa voce.
Lui annuì appena. «E questo ti dà fastidio»
«Non mi piace non capire» risposi. Era la verità.
«No, non ti piace non avere controllo»
Rimasi in silenzio. Lui si sporse leggermente in avanti, portando le mani giunte sul tavolo e mi guardò negli occhi.
«Guardami» disse.
Esitai un istante, mentre attorno a noi il via vai di persone iniziava a farsi importante, ma io non lo considerai e forse neanche lui. Poi alzai lentamente gli occhi su di lui, incrociai titubante i nostri sguardi.
«Vedi?» disse piano «non scappi»
Deglutii. Non sapevo se quella fosse una cosa positiva o meno.
«Se qualcosa ti mette davvero a disagio di solito le persone si chiudono, cambiano argomento… oppure se ne vanno» Fece una breve pausa. «Tu resti»
«E questo cosa significherebbe?»
Un accenno di sorriso gli sfiorò le labbra, ma non rispose subito.
«Significa che sei più curiosa di quanto vuoi ammettere» disse.
Abbassai lo sguardo per un attimo, sentendo qualcosa muoversi dentro di me.
Il silenzio che seguì era pieno di cose non dette. Sentivo che se fossi rimasta ancora lì avrebbe scavato oltre… e una parte di me non sapeva se lo voleva davvero.
Fu lui a interrompere quel silenzio. «È tardi» disse, dando un’occhiata veloce all’orologio. Istintivamente lo imitai. «Domani lavori?» aggiunse.
Annuii. «Sì»
Fece un piccolo cenno. «Vieni ti accompagno a casa»
Esitai. «Non serve, posso...»
«Alice» mi interruppe «è tardi»
Mi alzai seguendolo in macchina. Gli diedi la via dell'appartamento, che lui cercò sul navigatore per poi avviarlo. Mentre guidava sembrava rilassato, a suo agio, a differenza mia.
«Sei sempre così?» chiese dopo qualche minuto.
Lo guardai appena. «Così come?»
«Controllata»
Abbassai lo sguardo sulle mie mani. «Dipende dalle situazioni»
«No» disse «dipende dalle persone»
Non risposi.
«Con gli altri non fai così, non pesi ogni parola prima di dirla»
«Non è vero» provai a difendermi.
Un accenno di sorriso gli sfiorò le labbra. «Lo è»
Rimasi in silenzio. Forse aveva ragione, ma non volevo ammetterlo.
«Posso farti una domanda un po’ più diretta?» disse, sempre con lo sguardo sulla strada.
Esitai appena. «Dipende»
Un accenno di sorriso.
«Ti è mai capitato…di trovarti in una situazione in cui qualcun altro prendeva il controllo»
Mi prese un colpo sentendo quella domanda, ma non risposi subito.
«Non parlo per forza di qualcosa di esplicito, anche solo nelle dinamiche… nei rapporti»
Strinsi leggermente le mani.
«Dipende cosa intendi per controllo» risposi, cercando di restare sul vago.
«Intendo» continuò «quando smetti di guidare tu… e lasci che sia qualcun altro a farlo»
Il respiro cambiò. Quella frase...era troppo precisa per essere casuale.
«Di solito le persone resistono» si bloccò, poi si voltò a guardarmi un attimo prima di continuare «Tu invece non mi sembri una che resiste fino in fondo»
Lo guardai. «Parli per esperienza?»
Lo vidi sorridere mentre manteneva lo sguardo sulla strada. Ma non mi rispose. Il silenzio che lasciò dietro quella non risposta mi arrivò addosso più di qualsiasi parola.
Aggrottai leggermente la fronte, aspettando. Pensavo stesse per dire qualcosa, ma non lo fece e questo mi infastidì più di quanto volessi ammettere. Non capivo perché evitare proprio quella domanda.
Aprii appena la bocca per insistere, per chiedere spiegazioni.
Ma non ne ebbi il tempo. Qualche secondo dopo l'auto si fermò davanti il portone.
«Siamo arrivati» disse.
Annuii, anche se non serviva. Portai la mano verso la maniglia pronta a scendere, ma non feci in tempo. La sua mano si chiuse attorno al mio polso. Mi bloccai e il mio respiro con me. Mi tirò leggermente verso di sé e quando mi voltai mi trovai vicina a lui, forse anche troppo vicina. I suoi occhi erano nei miei. La sua mano lasciò il polso e risalì lentamente, sfiorandomi appena la guancia. Avvertii un fremito mentre iniziavo a cercare aria.
«Non è solo curiosità la tua» disse piano. Il cuore iniziò a battere più forte. «E non è nemmeno un gioco»
Deglutii, senza riuscire a distogliere lo sguardo.
«Tu vuoi capire cosa succede… quando smetti di controllare»
Sentii il corpo iniziare a scaldarsi.
«E la cosa più pericolosa…» aggiunse, ancora più vicino. Potevo sentire il suo respiro sul mio volto «è che non ti spaventa abbastanza da fermarti»
Rimasi immobile, perché non riuscivo a muovermi. La sua mano si allontanò lentamente e tornò una distanza fisica tra noi. «Buonanotte Alice»
scritto il
2026-06-29
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