Sabina, la vacca tettona, si racconta: 3) posseduta al mare, fottuta dal vecchio porco sadico Vincenzo
di
Federico&Sabina
genere
dominazione
Quando entriamo, l'odore di muffa e grasso diventa ancora più opprimente. Al centro della stanza c'è un tavolaccio di legno massiccio, sporco e macchiato, sopra il quale sono sparsi vari attrezzi che mi fanno gelare il sangue: morsettiere di metallo arrugginito, corde spesse, pinze e altri aggeggi che non riesco nemmeno a identificare, ma che hanno un aspetto chiaramente sadico.
Dietro il tavolo, in attesa, c'è un uomo. Se pensavo che il barista fosse schifoso, questo è un incubo. È un vecchio maiale lurido, con la pelle grigiastra e unta, gli occhi piccoli e maliziosi che mi divorano con una fame predatoria.
È ancora più grosso del barista. La pancia gli esplode sopra i pantaloni, una montagna di carne pallida e sudata che deborda dalla canottiera unta. Le mani sono due badili con le unghie gialle. I capelli gli mancano quasi del tutto, solo ciuffi radi e sporchi ai lati del cranio lucido. Puzza. Anche da qui lo sento — un odore acido di ascella vecchia, di vino andato a male, di uomo che non si lava da giorni.
E quando mi vede, i suoi occhi si accendono.
-"Ecco la tettona troia."
La voce del barista è un grugnito soddisfatto.
-"È una vera vacca in calore. Vincenzo, trattala e puniscila per bene. La troia gode ad essere trattata male."
Mi dà una spinta verso il tavolo.
-"E tu, tettona, chiamaci sempre padroni."
Non riesco a trattenermi e, con voce sussurrato e tremante, rotta dalla eccitazione che cerco di nascondere inutilmente, rispondo debolmente
"Sì... sì, Padroni..."
Vincenzo grugnisce, si alza. Il pavimento scricchiola sotto il suo peso. Mi arriva addosso in due passi, la pancia mi sfiora i seni. Le sue dita mi prendono il mento, lo alzano. Il suo alito è una zaffata di denti marci.
-"Bella la puttanella."
La voce è rauca, catarro e sigarette.
-"Belle le tettone."
La mano scende. Mi afferra entrambi i seni, uno per palmo, e li solleva. La carne bianca deborda tra le dita tozze. Lui li pesa, li soppesa, li schiaccia l'uno contro l'altro. Un gemito mi scappa.
-"Pesanti. Piene. Roba da impazzire."
Il barista intanto si accomoda su una poltrona sfondata nell'angolo. Lo vedo prendersi il cazzo, ancora lucido, e iniziare a massaggiarselo con lentezza. Ci guarda.
Vincenzo, mi sembra con delicatezza ma invece e’ precisione maniacale, mi fa piegare sul tavolo. La schiena contro il legno ruvido, le gambe penzoloni, i seni enormi, ipersensibili, che mi rotolano verso l'alto. Le sue mani non perdono tempo. Prendono una corda, me la legano intorno alla base della tetta sinistra, stringono. Il nodo mi morde la carne, la comprime, la fa diventare una sfera gonfia e violacea. Il dolore è come un ago rovente. Eppure, eppure, la fica mi si contrae a vuoto.
La destra la prende con una morsettiera. Il metallo freddo mi pizzica il capezzolo, lo serra. La stretta è un morso che non molla. Più stringe, più il piacere mi sale dall'inguine, mi riempie la pancia di un calore liquido.
-"Ti piace eh, puttana?"
Non rispondo. Non posso. Lui tira la catenella della morsettiera. Il capezzolo si allunga, si deforma, il dolore esplode in una fitta bianca che mi si trasforma in un gemito strozzato.
-"Rispondi quando ti parlo, troia"
E strattona più forte.
-"Sì. Sì, padrone."
La parola mi esce da sola. Padrone. L'ho detto. E dirlo mi fa godere.
Lui sorride. Prende un'altra pinza, la attacca al seno destro, più in basso. Poi un'altra alla sinistra. Il petto mi diventa una mappa di punti di fuoco. Ogni respiro muove le pinze, ogni movimento rinnova il morso. Ho le lacrime agli occhi. Ma tra le cosce sono un lago.
-"Adesso ti inculo"
Mi gira. La pancia sul tavolo, il culo in fuori. Sento le sue dita che mi aprono le natiche, trovano il buco ancora sporco di sperma. Un dito entra, due. Poi il cazzo, anzi il cazzone, mi sembra enorme. Tutto insieme, senza preavviso, un colpo secco che mi riempie l'intestino.
Urlo.
Lui spinge. La sua pancia gonfia mi sbatte contro le natiche, sudata e pesante. Ogni colpo mi schiaccia contro il tavolo, le pinze oscillano, i capezzoli mandano scariche elettriche direttamente al clitoride. Il piacere monta in ondate sempre più alte.
Dall'angolo, il barista grugnisce
-"Sfondala bene, Vincenzo. La troia ha bisogno di essere riempita."
-"La sto riempiendo."
La voce di Vincenzo è un ringhio bestiale infoiato. Le spinte accelerano, diventano brutali. Il tavolo sbatte contro il muro. Io non sono più una persona — sono un buco da usare.
L'orgasmo monta senza che possa fermarlo. Le contrazioni partono dal basso ventre, la vagina pulsa anche se vuota, il clitoride si ritrae eppure esplode lo stesso. Grido. Un grido lungo, spezzato, che rimbalza sulle pareti ammuffite e puzzolenti.
Vincenzo non si ferma. Continua a scoparmi il culo mentre vengo, e il piacere si accumula di nuovo, un secondo orgasmo che monta sul primo. Le sue mani mi afferrano le tettone da dietro, le strizzano, fanno tintinnare le catenelle delle pinze. Il dolore e il piacere si fondono in un unico ruggito.
Poi si ritira. Mi gira di nuovo, mi butta sul pavimento, gambe aperte. Il suo cazzo mi punta la fica. Entra senza preavviso, mi riempie fino alla cervice.
-"Adesso ti insemino. Come ha fatto prima il mio amico. Ti riempio la pancia di sperma, troia."
Le spinte sono profonde, lente, studiate. Il glande urta contro il collo dell'utero a ogni affondo. Il barista si alza dalla poltrona, il suo cazzo è ancora duro, lo tiene in mano mentre ci guarda.
-"Prendilo tutto, vacca. Voglio vederti piena."
Le parole del barista mi entrano, mi esplodono nelle ovaie. Sento qualcosa montare, un getto caldo che preme contro l'uretra. Vincenzo spinge fino in fondo. Il suo sperma mi esplode dentro, fiotto dopo fiotto, una colata densa che mi riempie la vagina e straborda fuori. E mentre lui viene, io esplodo.
Lo squirting è violento. Un getto di liquido chiaro mi zampilla dalla fica, gli bagna il pube, le cosce, schizza sul pavimento. Lui si ritrae quel tanto che basta per farmi schizzare liberamente, e il getto lo colpisce in pieno ventre.
-"Guarda la troia. Allaga tutto."
Il barista ride, un suono roco. La sua mano si muove più veloce sul cazzo.
-"Adesso tocca a me."
Il Vecchio Porco, che fino a un momento prima osservava, si muove verso di me. Sento il suo odore rancido di sudore e tabacco avvicinarsi, un'aura di perversione che mi avvolge. Si posiziona sopra la mia testa e, senza un briciolo di dolcezza, afferra le mie tettone, già gonfie e doloranti per i morsetti. Le sue mani sono enormi, callose, e stringono la carne dei miei seni con una violenza che mi fa inarcare la schiena. Mi schiaccia i capezzoli tra le dita tozze, torcendoli come se volesse strapparmeli via dal petto.
-"Guarda come tremano queste tette di troia,"
ringhia il barista, mentre sento il suo respiro caldo e puzzolente sul mio viso.
-"Ancora non ne hai avuto abbastanza, eh? Sei una vacca insaziabile che ha bisogno di essere punita finché non implora pietà."
Mentre lui mi tormenta il seno, Vincenzo, che non ha smesso di essere un animale, recupera delle pinze di metallo dal tavolo. Sento il freddo dell'acciaio toccare la pelle arrossata dei miei capezzoli. Con un movimento secco e crudele, stringe le pinze sulla punta del mio seno sinistro e tira con forza. Un urlo straziante mi squarcia la gola, un misto di dolore acuto e un piacere così distorto da farmi girare la testa. Vincenzo non si ferma; continua a pizzicare, tirare e torturare le mie tette, usando le mani ruvide per manipolare i miei seni enormi come se fossero palloni di cuoio da percuotere.
Proprio mentre il dolore alle tettone raggiunge l'apice, sento qualcosa di duro e pulsante premere contro le mie labbra. È il cazzo del Vecchio Porco, una colonna di carne calda e sporca che mi invade lo spazio.
-"Apri quella bocca di puttana e succhia, troia!"
ordina il barista con un tono imperioso.
Senza darmi scelta, mi infila il cazzo in gola con una spinta violenta, costringendomi a spalancare la bocca fino a farmi male alla mascella. Sento l'odore forte del suo sesso, il sapore di sudore e lussuria. Mi obbliga a succhiarlo con forza, spingendo la testa avanti e indietro in un ritmo brutale, mentre Vincenzo, sotto di me, continua a torturarmi i capezzoli con le pinze e a torturarmi la fica con le dita sporche, preparando il terreno per un altro assalto.
Sono intrappolata in un inferno di sensazioni contrastanti. Sopra di me, il Vecchio Porco mi usa come un pisciatoio umano, soffocandomi con il suo cazzo, mentre sotto di me Vincenzo trasforma il mio petto in un campo di battaglia di dolore e sottomissione. Le mie tettone, ormai viola e gonfie, pulsano di un calore insopportabile; ogni pizzico delle pinze invia scariche elettriche direttamente nel mio utero, che si contrae convulsamente.
-"Senti come gode questa vacca!"
urla Vincenzo, mentre inizia a spingere di nuovo il suo cazzo nella mia fica, con colpi brevi e devastanti che mi fanno sobbalzare, rendendo ancora più difficile gestire il cazzo del barista in gola.
Il mio corpo non è più mio; è diventato il terreno perverso di un gioco di dominazione assoluta. Sono un oggetto, una schiava, una troia tettona che viene violentata da due lati contemporaneamente. Il dolore dei capezzoli torturati si fonde con la pressione soffocante in bocca e l'attrito violento tra le gambe, creando un vortice di piacere proibito che mi annienta. Non riesco nemmeno a pensare, riesco solo a sentire: il metallo che morde la pelle, il sapore del sesso, l'urto della carne contro la carne.
Sento che sto per esplodere di nuovo, ma questa volta è diverso. È un'estasi oscura, nata dalla totale degradazione. Mentre vengo posseduta senza sosta, sento i loro respiri affannosi, le loro imprecazioni volgari che mi chiamano "buco", "vacca", "pezzo di carne". Più mi distruggono, più mi sento viva, più desidero che non si fermino mai, che mi usino fino a ridurmi in polvere.
Non so come succede. Le mani di entrambi mi afferrano, mi sollevano, mi mettono in ginocchio. Il barista mi sta davanti, il cazzo puntato alla bocca. Vincenzo dietro, il suo cazzo ancora duro contro il mio culo.
-"Apri."
Ubbidisco. Il barista mi entra in bocca proprio mentre Vincenzo mi penetra il culo. Un colpo simultaneo che mi strappa un gemito soffocato intorno al glande. Loro grugniscono all'unisono, due bestie sudate che mi usano da entrambe le estremità.
Le loro pance mi schiacciano. Almeno cento chili a testa di carne sudata, puzzolente, che mi avvolge. Sono in mezzo, sepolta. Il sudore mi cola addosso da sopra e da dietro, il loro odore mi riempie le narici — aspro, acre, umano. Le pinze mi oscillano sulle tettone a ogni spinta. Il dolore è un ronzio costante, il piacere una corrente che non si spegne.
-"Prendilo tutto, puttana."
-"Stringi il culo, troia."
Le voci si mescolano. Non distinguo più chi dice cosa. Sono un buco per due cazzi, un ammasso di carne usata. E questa consapevolezza mi spinge oltre l'ultimo confine.
L'orgasmo nasce dal profondo, dalle ovaie, dalla cervice martoriata, dal retto pieno, dalla gola invasa. Un'esplosione nera che mi cancella il pensiero. Urlo intorno al cazzo del barista, un grido muto che gli fa vibrare il glande. Lui viene, lo sento — il sapore amaro e denso che mi riempie la bocca mentre Vincenzo mi spinge dentro il culo con colpi sempre più violenti.
Poi anche Vincenzo esplode. Il suo sperma mi allaga l'intestino, caldo, spesso. I due corpi mi schiacciano da entrambi i lati, mi seppelliscono tra le loro pance sudate. Smetto di respirare per un istante. Il mondo è solo pelle, sudore, sperma, dolore, piacere.
Quando si ritirano, crollo. Il pavimento mi accoglie con la sua fredda umidità. Le gambe non rispondono. Il respiro è un affanno rotto. Lo sperma mi cola dal culo, dalla fica, dalla bocca. Le tettone sono un ammasso violaceo coperto di pinze e segni rossi.
Loro sono in piedi. Mi guardano. Il barista si inginocchia, mi prende la faccia tra le mani sudate. Sorride.
-"Adesso ti mettiamo incinta. Tutti e due. Vediamo di chi sara’ il figlio, puttana."
Vincenzo dietro di lui annuisce. Le sue mani callose mi afferrano i fianchi, mi girano di nuovo a pancia in giù.
-"Ancora non abbiamo finito."
Stavolta non oppongo alcuna resistenza … i muscoli non rispondono più, sono un ammasso di carne molle che loro possono modellare come vogliono. La schiena preme contro il pavimento, le gambe mi si aprono da sole.
Il barista è già sopra di me.
La sua ombra mi copre la faccia, la pancia mi schiaccia i seni. Le pinze oscillano, i capezzoli mandano scariche di dolore che mi fanno contrarre la fica a vuoto. Lui sorride. Poi abbassa la testa e mi prende la bocca.
Il bacio è una cosa sporca, affamata. La sua lingua mi invade la gola con un sapore di vino e sigaro e sperma vecchio, e spinge, spinge come se volesse scavarmi fino allo stomaco. Le labbra mi succhia, mi morde. Il suo fiato mi riempie i polmoni — acido, caldo, fetido. Respiro la sua puzza e la mia testa si svuota.
Da dietro, Vincenzo mi afferra le cosce. Le sue dita callose mi aprono le natiche. Sento il suo glande premere contro il buco del culo, ancora sporco, ancora bagnato del suo stesso sperma. Spinge. Entra tutto insieme.
Un urlo mi muore nella bocca del barista.
Vincenzo affonda, il suo ventre osceno e laido mi sbatte contro le natiche con uno schiocco umido. Il peso della sua pancia mi schiaccia contro il barista, e i miei seni — già strizzati dalle pinze, già gonfi e violacei — si comprimono tra i due corpi sudati. I capezzoli graffiano contro il petto del barista. Il dolore mi strappa un gemito che lui beve con avidità.
-"Adesso ti scopo la fica,"
grugnisce il barista, staccandosi dal bacio solo un secondo. La saliva ci unisce ancora, un filo denso che si spezza contro il mio mento.
Il suo cazzo mi entra senza preavviso.
Due cazzi dentro di me. Uno nel culo, uno nella fica. Separati solo da una parete sottile di carne che pulsa, che brucia, che si dilata oltre ogni limite. Il gemito che mi esce dalla gola non è umano — è un verso strozzato, animalesco, che li fa ridere tutti e due.
-"La troia geme,"
dice Vincenzo sotto e dietro di me.
-"La troia gode,"
risponde il barista sopra di me.
Non mentono. Il dolore è un incendio che mi divora l'interno cosce, il basso ventre, la schiena. Ma sotto l'incendio, il piacere è già lì — un'onda nera che monta dal profondo delle ovaie e mi risale la spina dorsale. La sensazione di essere riempita così, da entrambi i buchi, da entrambi i loro cazzi enormi, è un possesso totale. Sono un buco. Sono due buchi. Sono il loro buco.
Cominciano a muoversi. Non insieme, non coordinati — un ritmo spezzato, animalesco, dove quando uno affonda l'altro si ritrae, e il mio corpo non ha mai un attimo di vuoto. Sempre piena. Sempre invasa.
Il barista mi scopa la fica con colpi corti e rabbiosi, il pube che sbatte contro il mio clitoride a ogni spinta. Vincenzo mi sfonda il culo con movimenti lenti, profondi, il glande che mi arriva fino in fondo all'intestino. Le loro pance mi schiacciano da sopra e da dietro — almeno cento chili a testa di carne sudata, puzzolente, che mi avvolge come una coperta umida. Il sudore mi cola addosso, si mescola al mio. Il loro odore mi riempie le narici, mi entra in gola — acido, aspro, di ascelle sporche e vino andato a male.
Respiro la loro puzza. E più la respiro, più godo.
Il barista mi cerca di nuovo la bocca. La sua lingua mi riempie, mi soffoca. Mi bacia con una fame che non ha niente di tenero — è un morso, una presa, un modo per tapparmi gli urli mentre Vincenzo accelera le spinte nel culo. La sua saliva mi cola in gola, densa, calda, e io deglutisco. Bevo il suo sputo. Il pensiero mi accende qualcosa di oscuro, una vergogna che si trasforma in piacere liquido tra le cosce.
-"Adesso cambio,"
ringhia il barista.
Si sfila. Il vuoto nella fica è uno shock. Ma Vincenzo non si ferma — continua a scavarmi il culo mentre il barista mi afferra i fianchi, mi solleva, mi gira. Mi ritrovo sopra di lui, le tettone contro la sua pancia sudata, le gambe aperte sopra le sue cosce. Il suo cazzo mi entra nella fica dal basso, mi riempie fino alla cervice.
E poi Vincenzo mi è addosso.
Il suo peso mi schiaccia contro il barista. I miei seni esplodono di dolore compressi tra la sua pancia e il mio petto — le pinze affondano, i capezzoli si torcono. Il suo cazzo mi cerca il culo da dietro, lo trova senza mani, spinge. Entra.
Di nuovo piena. Di nuovo due cazzi. Ma stavolta sono incastrata tra i due corpi, schiacciata, sepolta. Le loro pance mi avvolgono da ogni lato. Sono centottanta, duecento chili di carne maschile sudata e puzzolente che mi schiacciano come in una pressa. Non riesco a muovere un dito. Le gambe sono bloccate. Le braccia penzolano inutili. Posso solo respirare — e il respiro è il loro odore, il loro sudore, la loro eccitazione.
Vincenzo mi cerca la bocca da dietro.
La sua testa pelata si china sopra la mia spalla, le sue labbra sottili trovano le mie. La lingua mi entra in gola — sa di denti marci, di vino, di catarro. Mi bacia con violenza, spingendo la saliva dentro di me mentre il suo cazzo mi sfonda il culo e il barista mi scopa la fica dal basso.
Sono invasa ovunque. Bocca, fica, culo. Tre buchi riempiti da due bestie. Il pensiero mi spinge oltre.
L'orgasmo nasce senza preavviso. Le contrazioni partono dal collo dell'utero, la vagina stringe il cazzo del barista, il retto si serra intorno a quello di Vincenzo. Un'esplosione bianca mi cancella la vista. Grido — il suono muore nella bocca di Vincenzo, che beve il mio urlo senza staccarsi. Il clitoride si ritrae, pulsa, ma il piacere non cala. Rimbalza e torna indietro come un'eco, e un secondo orgasmo si accumula prima che il primo sia finito.
Loro lo sentono. I miei buchi che li stringono. Le mie gambe che tremano. Il liquido caldo che mi sgorga dalla fica — il barista si ritrae quel tanto che basta, e lo schizzo mi esce a fiotti, gli bagna la pancia, le cosce, il pavimento.
-"La puttana allaga di nuovo,"
grugnisce soddisfatto.
-"Spremila,"
risponde Vincenzo.
-"Voglio sentirla venire ancora."
Le spinte riprendono. Coordinate questa volta — un ritmo sincrono dove entrambi affondano insieme, mi riempiono allo stesso momento, il massimo del volume dentro di me. La parete tra i due cazzi è così sottile che li sento sfregare l'uno contro l'altro attraverso la carne. Il piacere è una lama che mi taglia in due.
-"Ti piace essere la nostra puttana?"
La voce del barista mi arriva dal basso, roca, spezzata dall'eccitazione.
-"Sì,"
rantolo. La parola mi esce senza pensare.
-"Sì, padrone."
-"E tu?" Vincenzo mi morde l'orecchio, il fiato caldo mi esplode nel cranio. "Ti piace essere scopata da due vecchi porci?"
-"Sì. Sì, padrone. Sì. "
Le parole sono chiavi che aprono qualcosa dentro di me. Più mi umiliano, più godo. Più mi sento una cosa, un oggetto, un buco da riempire, e più la mia fica si stringe, più il mio culo li spreme. Sono la loro troia. La loro vacca da monta. La loro puttana dalle grandi tette.
E questa consapevolezza mi spinge oltre l'ultimo confine.
Vengo di nuovo. Questa volta l'orgasmo mi strappa un urlo pieno, non soffocato da nessuna bocca. La vagina pulsa, l'utero si contrae, il retto stringe così forte che Vincenzo grugnisce. Il liquido mi schizza fuori in un getto che dura secondi, che mi svuota, che allaga il pavimento sotto di noi. Il barista mi afferra i seni, le sue dita tozze affondano nella carne violacea, strizzano. Il dolore è la miccia finale.
Vincenzo esplode per primo. Il suo sperma mi riempie il culo con una colata calda e densa che mi invade nell'intestino, e il gemito che gli esce di gola è un ruggito spezzato. Il barista lo segue un secondo dopo — il suo cazzo si gonfia, pulsa, e mi inonda la cervice di un liquido bianco e colloso che straborda fuori mentre lui spinge ancora, ancora, fino a svuotarsi.
Ma non si fermano.
Li sento — i loro cazzi sono ancora duri. Ancora dentro di me. Il barista sotto, Vincenzo sopra. Le loro pance mi schiacciano, il loro sudore mi impasta la pelle, il loro odore mi riempie i polmoni. Sono sepolta tra due corpi enormi, sudate, puzzolenti. E il piacere, invece di calare, monta di nuovo.
-"Sporca troia,"
mormora il barista contro il mio collo.
-"Ci fai eccitare ancora."
Vincenzo dietro di me ride, un suono roco e catarroso. La sua lingua mi lecca il sudore dalla spalla.
-"Adesso ricominciamo, puttana, sai ci siamo fatti parecchie pasticche di viagra per te, vacca tettona"
Dietro il tavolo, in attesa, c'è un uomo. Se pensavo che il barista fosse schifoso, questo è un incubo. È un vecchio maiale lurido, con la pelle grigiastra e unta, gli occhi piccoli e maliziosi che mi divorano con una fame predatoria.
È ancora più grosso del barista. La pancia gli esplode sopra i pantaloni, una montagna di carne pallida e sudata che deborda dalla canottiera unta. Le mani sono due badili con le unghie gialle. I capelli gli mancano quasi del tutto, solo ciuffi radi e sporchi ai lati del cranio lucido. Puzza. Anche da qui lo sento — un odore acido di ascella vecchia, di vino andato a male, di uomo che non si lava da giorni.
E quando mi vede, i suoi occhi si accendono.
-"Ecco la tettona troia."
La voce del barista è un grugnito soddisfatto.
-"È una vera vacca in calore. Vincenzo, trattala e puniscila per bene. La troia gode ad essere trattata male."
Mi dà una spinta verso il tavolo.
-"E tu, tettona, chiamaci sempre padroni."
Non riesco a trattenermi e, con voce sussurrato e tremante, rotta dalla eccitazione che cerco di nascondere inutilmente, rispondo debolmente
"Sì... sì, Padroni..."
Vincenzo grugnisce, si alza. Il pavimento scricchiola sotto il suo peso. Mi arriva addosso in due passi, la pancia mi sfiora i seni. Le sue dita mi prendono il mento, lo alzano. Il suo alito è una zaffata di denti marci.
-"Bella la puttanella."
La voce è rauca, catarro e sigarette.
-"Belle le tettone."
La mano scende. Mi afferra entrambi i seni, uno per palmo, e li solleva. La carne bianca deborda tra le dita tozze. Lui li pesa, li soppesa, li schiaccia l'uno contro l'altro. Un gemito mi scappa.
-"Pesanti. Piene. Roba da impazzire."
Il barista intanto si accomoda su una poltrona sfondata nell'angolo. Lo vedo prendersi il cazzo, ancora lucido, e iniziare a massaggiarselo con lentezza. Ci guarda.
Vincenzo, mi sembra con delicatezza ma invece e’ precisione maniacale, mi fa piegare sul tavolo. La schiena contro il legno ruvido, le gambe penzoloni, i seni enormi, ipersensibili, che mi rotolano verso l'alto. Le sue mani non perdono tempo. Prendono una corda, me la legano intorno alla base della tetta sinistra, stringono. Il nodo mi morde la carne, la comprime, la fa diventare una sfera gonfia e violacea. Il dolore è come un ago rovente. Eppure, eppure, la fica mi si contrae a vuoto.
La destra la prende con una morsettiera. Il metallo freddo mi pizzica il capezzolo, lo serra. La stretta è un morso che non molla. Più stringe, più il piacere mi sale dall'inguine, mi riempie la pancia di un calore liquido.
-"Ti piace eh, puttana?"
Non rispondo. Non posso. Lui tira la catenella della morsettiera. Il capezzolo si allunga, si deforma, il dolore esplode in una fitta bianca che mi si trasforma in un gemito strozzato.
-"Rispondi quando ti parlo, troia"
E strattona più forte.
-"Sì. Sì, padrone."
La parola mi esce da sola. Padrone. L'ho detto. E dirlo mi fa godere.
Lui sorride. Prende un'altra pinza, la attacca al seno destro, più in basso. Poi un'altra alla sinistra. Il petto mi diventa una mappa di punti di fuoco. Ogni respiro muove le pinze, ogni movimento rinnova il morso. Ho le lacrime agli occhi. Ma tra le cosce sono un lago.
-"Adesso ti inculo"
Mi gira. La pancia sul tavolo, il culo in fuori. Sento le sue dita che mi aprono le natiche, trovano il buco ancora sporco di sperma. Un dito entra, due. Poi il cazzo, anzi il cazzone, mi sembra enorme. Tutto insieme, senza preavviso, un colpo secco che mi riempie l'intestino.
Urlo.
Lui spinge. La sua pancia gonfia mi sbatte contro le natiche, sudata e pesante. Ogni colpo mi schiaccia contro il tavolo, le pinze oscillano, i capezzoli mandano scariche elettriche direttamente al clitoride. Il piacere monta in ondate sempre più alte.
Dall'angolo, il barista grugnisce
-"Sfondala bene, Vincenzo. La troia ha bisogno di essere riempita."
-"La sto riempiendo."
La voce di Vincenzo è un ringhio bestiale infoiato. Le spinte accelerano, diventano brutali. Il tavolo sbatte contro il muro. Io non sono più una persona — sono un buco da usare.
L'orgasmo monta senza che possa fermarlo. Le contrazioni partono dal basso ventre, la vagina pulsa anche se vuota, il clitoride si ritrae eppure esplode lo stesso. Grido. Un grido lungo, spezzato, che rimbalza sulle pareti ammuffite e puzzolenti.
Vincenzo non si ferma. Continua a scoparmi il culo mentre vengo, e il piacere si accumula di nuovo, un secondo orgasmo che monta sul primo. Le sue mani mi afferrano le tettone da dietro, le strizzano, fanno tintinnare le catenelle delle pinze. Il dolore e il piacere si fondono in un unico ruggito.
Poi si ritira. Mi gira di nuovo, mi butta sul pavimento, gambe aperte. Il suo cazzo mi punta la fica. Entra senza preavviso, mi riempie fino alla cervice.
-"Adesso ti insemino. Come ha fatto prima il mio amico. Ti riempio la pancia di sperma, troia."
Le spinte sono profonde, lente, studiate. Il glande urta contro il collo dell'utero a ogni affondo. Il barista si alza dalla poltrona, il suo cazzo è ancora duro, lo tiene in mano mentre ci guarda.
-"Prendilo tutto, vacca. Voglio vederti piena."
Le parole del barista mi entrano, mi esplodono nelle ovaie. Sento qualcosa montare, un getto caldo che preme contro l'uretra. Vincenzo spinge fino in fondo. Il suo sperma mi esplode dentro, fiotto dopo fiotto, una colata densa che mi riempie la vagina e straborda fuori. E mentre lui viene, io esplodo.
Lo squirting è violento. Un getto di liquido chiaro mi zampilla dalla fica, gli bagna il pube, le cosce, schizza sul pavimento. Lui si ritrae quel tanto che basta per farmi schizzare liberamente, e il getto lo colpisce in pieno ventre.
-"Guarda la troia. Allaga tutto."
Il barista ride, un suono roco. La sua mano si muove più veloce sul cazzo.
-"Adesso tocca a me."
Il Vecchio Porco, che fino a un momento prima osservava, si muove verso di me. Sento il suo odore rancido di sudore e tabacco avvicinarsi, un'aura di perversione che mi avvolge. Si posiziona sopra la mia testa e, senza un briciolo di dolcezza, afferra le mie tettone, già gonfie e doloranti per i morsetti. Le sue mani sono enormi, callose, e stringono la carne dei miei seni con una violenza che mi fa inarcare la schiena. Mi schiaccia i capezzoli tra le dita tozze, torcendoli come se volesse strapparmeli via dal petto.
-"Guarda come tremano queste tette di troia,"
ringhia il barista, mentre sento il suo respiro caldo e puzzolente sul mio viso.
-"Ancora non ne hai avuto abbastanza, eh? Sei una vacca insaziabile che ha bisogno di essere punita finché non implora pietà."
Mentre lui mi tormenta il seno, Vincenzo, che non ha smesso di essere un animale, recupera delle pinze di metallo dal tavolo. Sento il freddo dell'acciaio toccare la pelle arrossata dei miei capezzoli. Con un movimento secco e crudele, stringe le pinze sulla punta del mio seno sinistro e tira con forza. Un urlo straziante mi squarcia la gola, un misto di dolore acuto e un piacere così distorto da farmi girare la testa. Vincenzo non si ferma; continua a pizzicare, tirare e torturare le mie tette, usando le mani ruvide per manipolare i miei seni enormi come se fossero palloni di cuoio da percuotere.
Proprio mentre il dolore alle tettone raggiunge l'apice, sento qualcosa di duro e pulsante premere contro le mie labbra. È il cazzo del Vecchio Porco, una colonna di carne calda e sporca che mi invade lo spazio.
-"Apri quella bocca di puttana e succhia, troia!"
ordina il barista con un tono imperioso.
Senza darmi scelta, mi infila il cazzo in gola con una spinta violenta, costringendomi a spalancare la bocca fino a farmi male alla mascella. Sento l'odore forte del suo sesso, il sapore di sudore e lussuria. Mi obbliga a succhiarlo con forza, spingendo la testa avanti e indietro in un ritmo brutale, mentre Vincenzo, sotto di me, continua a torturarmi i capezzoli con le pinze e a torturarmi la fica con le dita sporche, preparando il terreno per un altro assalto.
Sono intrappolata in un inferno di sensazioni contrastanti. Sopra di me, il Vecchio Porco mi usa come un pisciatoio umano, soffocandomi con il suo cazzo, mentre sotto di me Vincenzo trasforma il mio petto in un campo di battaglia di dolore e sottomissione. Le mie tettone, ormai viola e gonfie, pulsano di un calore insopportabile; ogni pizzico delle pinze invia scariche elettriche direttamente nel mio utero, che si contrae convulsamente.
-"Senti come gode questa vacca!"
urla Vincenzo, mentre inizia a spingere di nuovo il suo cazzo nella mia fica, con colpi brevi e devastanti che mi fanno sobbalzare, rendendo ancora più difficile gestire il cazzo del barista in gola.
Il mio corpo non è più mio; è diventato il terreno perverso di un gioco di dominazione assoluta. Sono un oggetto, una schiava, una troia tettona che viene violentata da due lati contemporaneamente. Il dolore dei capezzoli torturati si fonde con la pressione soffocante in bocca e l'attrito violento tra le gambe, creando un vortice di piacere proibito che mi annienta. Non riesco nemmeno a pensare, riesco solo a sentire: il metallo che morde la pelle, il sapore del sesso, l'urto della carne contro la carne.
Sento che sto per esplodere di nuovo, ma questa volta è diverso. È un'estasi oscura, nata dalla totale degradazione. Mentre vengo posseduta senza sosta, sento i loro respiri affannosi, le loro imprecazioni volgari che mi chiamano "buco", "vacca", "pezzo di carne". Più mi distruggono, più mi sento viva, più desidero che non si fermino mai, che mi usino fino a ridurmi in polvere.
Non so come succede. Le mani di entrambi mi afferrano, mi sollevano, mi mettono in ginocchio. Il barista mi sta davanti, il cazzo puntato alla bocca. Vincenzo dietro, il suo cazzo ancora duro contro il mio culo.
-"Apri."
Ubbidisco. Il barista mi entra in bocca proprio mentre Vincenzo mi penetra il culo. Un colpo simultaneo che mi strappa un gemito soffocato intorno al glande. Loro grugniscono all'unisono, due bestie sudate che mi usano da entrambe le estremità.
Le loro pance mi schiacciano. Almeno cento chili a testa di carne sudata, puzzolente, che mi avvolge. Sono in mezzo, sepolta. Il sudore mi cola addosso da sopra e da dietro, il loro odore mi riempie le narici — aspro, acre, umano. Le pinze mi oscillano sulle tettone a ogni spinta. Il dolore è un ronzio costante, il piacere una corrente che non si spegne.
-"Prendilo tutto, puttana."
-"Stringi il culo, troia."
Le voci si mescolano. Non distinguo più chi dice cosa. Sono un buco per due cazzi, un ammasso di carne usata. E questa consapevolezza mi spinge oltre l'ultimo confine.
L'orgasmo nasce dal profondo, dalle ovaie, dalla cervice martoriata, dal retto pieno, dalla gola invasa. Un'esplosione nera che mi cancella il pensiero. Urlo intorno al cazzo del barista, un grido muto che gli fa vibrare il glande. Lui viene, lo sento — il sapore amaro e denso che mi riempie la bocca mentre Vincenzo mi spinge dentro il culo con colpi sempre più violenti.
Poi anche Vincenzo esplode. Il suo sperma mi allaga l'intestino, caldo, spesso. I due corpi mi schiacciano da entrambi i lati, mi seppelliscono tra le loro pance sudate. Smetto di respirare per un istante. Il mondo è solo pelle, sudore, sperma, dolore, piacere.
Quando si ritirano, crollo. Il pavimento mi accoglie con la sua fredda umidità. Le gambe non rispondono. Il respiro è un affanno rotto. Lo sperma mi cola dal culo, dalla fica, dalla bocca. Le tettone sono un ammasso violaceo coperto di pinze e segni rossi.
Loro sono in piedi. Mi guardano. Il barista si inginocchia, mi prende la faccia tra le mani sudate. Sorride.
-"Adesso ti mettiamo incinta. Tutti e due. Vediamo di chi sara’ il figlio, puttana."
Vincenzo dietro di lui annuisce. Le sue mani callose mi afferrano i fianchi, mi girano di nuovo a pancia in giù.
-"Ancora non abbiamo finito."
Stavolta non oppongo alcuna resistenza … i muscoli non rispondono più, sono un ammasso di carne molle che loro possono modellare come vogliono. La schiena preme contro il pavimento, le gambe mi si aprono da sole.
Il barista è già sopra di me.
La sua ombra mi copre la faccia, la pancia mi schiaccia i seni. Le pinze oscillano, i capezzoli mandano scariche di dolore che mi fanno contrarre la fica a vuoto. Lui sorride. Poi abbassa la testa e mi prende la bocca.
Il bacio è una cosa sporca, affamata. La sua lingua mi invade la gola con un sapore di vino e sigaro e sperma vecchio, e spinge, spinge come se volesse scavarmi fino allo stomaco. Le labbra mi succhia, mi morde. Il suo fiato mi riempie i polmoni — acido, caldo, fetido. Respiro la sua puzza e la mia testa si svuota.
Da dietro, Vincenzo mi afferra le cosce. Le sue dita callose mi aprono le natiche. Sento il suo glande premere contro il buco del culo, ancora sporco, ancora bagnato del suo stesso sperma. Spinge. Entra tutto insieme.
Un urlo mi muore nella bocca del barista.
Vincenzo affonda, il suo ventre osceno e laido mi sbatte contro le natiche con uno schiocco umido. Il peso della sua pancia mi schiaccia contro il barista, e i miei seni — già strizzati dalle pinze, già gonfi e violacei — si comprimono tra i due corpi sudati. I capezzoli graffiano contro il petto del barista. Il dolore mi strappa un gemito che lui beve con avidità.
-"Adesso ti scopo la fica,"
grugnisce il barista, staccandosi dal bacio solo un secondo. La saliva ci unisce ancora, un filo denso che si spezza contro il mio mento.
Il suo cazzo mi entra senza preavviso.
Due cazzi dentro di me. Uno nel culo, uno nella fica. Separati solo da una parete sottile di carne che pulsa, che brucia, che si dilata oltre ogni limite. Il gemito che mi esce dalla gola non è umano — è un verso strozzato, animalesco, che li fa ridere tutti e due.
-"La troia geme,"
dice Vincenzo sotto e dietro di me.
-"La troia gode,"
risponde il barista sopra di me.
Non mentono. Il dolore è un incendio che mi divora l'interno cosce, il basso ventre, la schiena. Ma sotto l'incendio, il piacere è già lì — un'onda nera che monta dal profondo delle ovaie e mi risale la spina dorsale. La sensazione di essere riempita così, da entrambi i buchi, da entrambi i loro cazzi enormi, è un possesso totale. Sono un buco. Sono due buchi. Sono il loro buco.
Cominciano a muoversi. Non insieme, non coordinati — un ritmo spezzato, animalesco, dove quando uno affonda l'altro si ritrae, e il mio corpo non ha mai un attimo di vuoto. Sempre piena. Sempre invasa.
Il barista mi scopa la fica con colpi corti e rabbiosi, il pube che sbatte contro il mio clitoride a ogni spinta. Vincenzo mi sfonda il culo con movimenti lenti, profondi, il glande che mi arriva fino in fondo all'intestino. Le loro pance mi schiacciano da sopra e da dietro — almeno cento chili a testa di carne sudata, puzzolente, che mi avvolge come una coperta umida. Il sudore mi cola addosso, si mescola al mio. Il loro odore mi riempie le narici, mi entra in gola — acido, aspro, di ascelle sporche e vino andato a male.
Respiro la loro puzza. E più la respiro, più godo.
Il barista mi cerca di nuovo la bocca. La sua lingua mi riempie, mi soffoca. Mi bacia con una fame che non ha niente di tenero — è un morso, una presa, un modo per tapparmi gli urli mentre Vincenzo accelera le spinte nel culo. La sua saliva mi cola in gola, densa, calda, e io deglutisco. Bevo il suo sputo. Il pensiero mi accende qualcosa di oscuro, una vergogna che si trasforma in piacere liquido tra le cosce.
-"Adesso cambio,"
ringhia il barista.
Si sfila. Il vuoto nella fica è uno shock. Ma Vincenzo non si ferma — continua a scavarmi il culo mentre il barista mi afferra i fianchi, mi solleva, mi gira. Mi ritrovo sopra di lui, le tettone contro la sua pancia sudata, le gambe aperte sopra le sue cosce. Il suo cazzo mi entra nella fica dal basso, mi riempie fino alla cervice.
E poi Vincenzo mi è addosso.
Il suo peso mi schiaccia contro il barista. I miei seni esplodono di dolore compressi tra la sua pancia e il mio petto — le pinze affondano, i capezzoli si torcono. Il suo cazzo mi cerca il culo da dietro, lo trova senza mani, spinge. Entra.
Di nuovo piena. Di nuovo due cazzi. Ma stavolta sono incastrata tra i due corpi, schiacciata, sepolta. Le loro pance mi avvolgono da ogni lato. Sono centottanta, duecento chili di carne maschile sudata e puzzolente che mi schiacciano come in una pressa. Non riesco a muovere un dito. Le gambe sono bloccate. Le braccia penzolano inutili. Posso solo respirare — e il respiro è il loro odore, il loro sudore, la loro eccitazione.
Vincenzo mi cerca la bocca da dietro.
La sua testa pelata si china sopra la mia spalla, le sue labbra sottili trovano le mie. La lingua mi entra in gola — sa di denti marci, di vino, di catarro. Mi bacia con violenza, spingendo la saliva dentro di me mentre il suo cazzo mi sfonda il culo e il barista mi scopa la fica dal basso.
Sono invasa ovunque. Bocca, fica, culo. Tre buchi riempiti da due bestie. Il pensiero mi spinge oltre.
L'orgasmo nasce senza preavviso. Le contrazioni partono dal collo dell'utero, la vagina stringe il cazzo del barista, il retto si serra intorno a quello di Vincenzo. Un'esplosione bianca mi cancella la vista. Grido — il suono muore nella bocca di Vincenzo, che beve il mio urlo senza staccarsi. Il clitoride si ritrae, pulsa, ma il piacere non cala. Rimbalza e torna indietro come un'eco, e un secondo orgasmo si accumula prima che il primo sia finito.
Loro lo sentono. I miei buchi che li stringono. Le mie gambe che tremano. Il liquido caldo che mi sgorga dalla fica — il barista si ritrae quel tanto che basta, e lo schizzo mi esce a fiotti, gli bagna la pancia, le cosce, il pavimento.
-"La puttana allaga di nuovo,"
grugnisce soddisfatto.
-"Spremila,"
risponde Vincenzo.
-"Voglio sentirla venire ancora."
Le spinte riprendono. Coordinate questa volta — un ritmo sincrono dove entrambi affondano insieme, mi riempiono allo stesso momento, il massimo del volume dentro di me. La parete tra i due cazzi è così sottile che li sento sfregare l'uno contro l'altro attraverso la carne. Il piacere è una lama che mi taglia in due.
-"Ti piace essere la nostra puttana?"
La voce del barista mi arriva dal basso, roca, spezzata dall'eccitazione.
-"Sì,"
rantolo. La parola mi esce senza pensare.
-"Sì, padrone."
-"E tu?" Vincenzo mi morde l'orecchio, il fiato caldo mi esplode nel cranio. "Ti piace essere scopata da due vecchi porci?"
-"Sì. Sì, padrone. Sì. "
Le parole sono chiavi che aprono qualcosa dentro di me. Più mi umiliano, più godo. Più mi sento una cosa, un oggetto, un buco da riempire, e più la mia fica si stringe, più il mio culo li spreme. Sono la loro troia. La loro vacca da monta. La loro puttana dalle grandi tette.
E questa consapevolezza mi spinge oltre l'ultimo confine.
Vengo di nuovo. Questa volta l'orgasmo mi strappa un urlo pieno, non soffocato da nessuna bocca. La vagina pulsa, l'utero si contrae, il retto stringe così forte che Vincenzo grugnisce. Il liquido mi schizza fuori in un getto che dura secondi, che mi svuota, che allaga il pavimento sotto di noi. Il barista mi afferra i seni, le sue dita tozze affondano nella carne violacea, strizzano. Il dolore è la miccia finale.
Vincenzo esplode per primo. Il suo sperma mi riempie il culo con una colata calda e densa che mi invade nell'intestino, e il gemito che gli esce di gola è un ruggito spezzato. Il barista lo segue un secondo dopo — il suo cazzo si gonfia, pulsa, e mi inonda la cervice di un liquido bianco e colloso che straborda fuori mentre lui spinge ancora, ancora, fino a svuotarsi.
Ma non si fermano.
Li sento — i loro cazzi sono ancora duri. Ancora dentro di me. Il barista sotto, Vincenzo sopra. Le loro pance mi schiacciano, il loro sudore mi impasta la pelle, il loro odore mi riempie i polmoni. Sono sepolta tra due corpi enormi, sudate, puzzolenti. E il piacere, invece di calare, monta di nuovo.
-"Sporca troia,"
mormora il barista contro il mio collo.
-"Ci fai eccitare ancora."
Vincenzo dietro di me ride, un suono roco e catarroso. La sua lingua mi lecca il sudore dalla spalla.
-"Adesso ricominciamo, puttana, sai ci siamo fatti parecchie pasticche di viagra per te, vacca tettona"
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