Sabina, la vacca tettona, si racconta: 16) La vacca tettona devastata nell'angolo del ring

di
genere
dominazione

Non so più quante mani mi toccano. Dieci, quindici, venti — un polpo di dita callose e palmi sudate che mi tengono per i fianchi, per le cosce, per i polsi. Sento le loro voci come un ronzio spesso, una coltre di grugniti e insulti che mi si appiccica alla pelle bagnata. "Portala nell'angolo." "Mettila giù." "Adesso la prendiamo in tre."

L'angolo del ring è una trappola di corde. Mi ci spingono dentro — la schiena nuda sbatte contro il tenditore rosso, le tettone rimbalzano sudate, la collana d'argento mi schiocca sullo sterno. Una corda mi preme tra le scapole, un'altra mi taglia i fianchi. Non posso scappare. Non voglio.

Davanti a me, un nero con i dreads — il pugile che prima mi ha preso la bocca — si inginocchia. Le sue dita mi afferrano la mascella, aprono. Il glande mi preme sulle labbra, spinge. Il sapore è già noto: sudore, sperma vecchio, qualcosa di acre che riconosco come eccitazione maschia. La lingua parte da sola, lo avvolge, succhia via il filo salato che gli cola sulla punta. Lui grugnisce. "Brava troia. Così."

Il pugile bianco tatuato — occhi di ghiaccio, sorriso storto — mi è dietro, mi spinge in avanti. La corda mi si conficca nella pancia, le tettone penzolano fuori dal ring, i capezzoli violacei puntano l'aria afosa. Sento le sue dita artigliarmi le natiche, aprirle. Il suo cazzo mi cerca il culo, preme. Il glande spinge, forza, entra con uno schiocco bagnato — il buco è ancora aperto, ancora sporco dello sperma di Marcus e di tutti gli altri che mi hanno riempito prima. Lui affonda tutto insieme, e un gemito mi muore intorno al cazzo del nero con i dreads che mi scopa la gola.

Poi arriva il terzo. Vedo solo la sua ombra immensa calare su di me, un uomo enorme con la testa rasata e il petto coperto di cicatrici. Si inginocchia tra le mie gambe, mi afferra le cosce sudate, me le solleva. I pantaloncini sono già strappati, la fica è nuda, gonfia, grondante di sperma misto. Lui non esita. Il suo cazzo — grosso come un pugno — mi preme l'ingresso. Spinge. Entra dentro lo sperma di Dario, di Lorenzo, di tutti gli altri, scivola fino in fondo. La cervice è un muro che lui urta con un colpo secco.

Tre cazzi dentro di me. Fica, culo, bocca. Tre bestie che mi usano insieme.

E qualcosa nel mio cervello si spegne.

Non ci sono più io. Non c'è più Sabina, non c'è la fidanzata di Antonio, non c'è la troia dei miei padroni. C'è solo questo — tre corpi che mi riempiono, tre pance che mi schiacciano, tre ritmi che si mescolano in un unico battito selvaggio. Il loro sudore mi cola addosso da ogni direzione, gocce calde che mi atterrano sulle spalle, sul collo, mi scivolano tra le tettone. Respiro il loro odore — un muro denso di ascella e fatica e sborra e cuoio vecchio — e non sento altro. È l'unica aria che esista adesso.

Le corde mi tengono su. Il corpo è un arco teso, la schiena inarcata, i muscoli delle cosce che tremano contro le mani dell'uomo davanti a me. Lui spinge nella fica con colpi lenti, profondi, il pube che mi sbatte contro il clitoride a ogni affondo. Dietro, l'uomo tatuato mi scava il culo con un ritmo più veloce, rabbioso, le sue dita mi graffiano le natiche, mi aprono ancora di più. In bocca, il nero con i dreads mi scopa la gola senza chiedere, il suo odore mi riempie le narici, il sapore del suo glande mi si appiccica al palato.

E io gemo. Un gemito continuo, spezzato solo dalle spinte in gola, un suono animalesco che non controllo più. La fica pulsa, si contrae intorno al cazzo del primo pugile, e intanto le loro voci mi entrano nelle orecchie.

"Così, puttana, prendilo tutto."

"Ti piace, eh? Tre cazzi in una volta sola?"

"Guarda come si contorce."

"Sta già venendo, la troia. Senza neanche toccarla."

"È una vacca da monta, ti dico. Basta riempirle i buchi e gode."

E godo. L'orgasmo non è un'esplosione — è uno stato. Una vibrazione costante che mi tiene sospesa, che non cala mai. Le contrazioni partono dal collo dell'utero e si propagano, la vagina munge il cazzo che mi scopa la fica, il retto serra quello che mi scava il culo, la gola stringe il glande del nero. Il clitoride è un punto di fuoco che pulsa a ogni sfregamento del pube contro di me. Il liquido mi esce a fiotti, uno schizzo caldo che mi bagna le cosce, il ventre dell'uomo inginocchiato, il telo del ring già zuppo.

"Ancora!" ringhia uno di loro. "Continua a venire, vacca."

E io continuo. Non so come. Non so dove trovo ancora liquido, ancora contrazioni. Il corpo non è più mio — è loro, è un ingranaggio di carne che loro fanno funzionare, che loro portano al limite e oltre. I capezzoli mi si sono ritratti, due punte dure come sassi che sbattono contro la corda a ogni spinta. Le tettone ballano, sudate, schiaffeggiate dal ritmo dei tre corpi che mi pompano dentro.

L'uomo davanti a me accelera. "Ti riempio, puttana. Ti riempio tutta." Spinge fino in fondo, il glande preme contro la cervice, e poi esplode — un fiotto caldo, denso, che mi si mescola allo sperma già dentro. La sensazione mi fa urlare. L'urlo muore intorno al cazzo del nero, che all'improvviso si sfila dalla bocca, mi afferra i capelli, e mi viene in faccia. Il primo getto mi colpisce la fronte, il secondo mi si spiaccica sulla guancia sinistra, il terzo mi entra nell'occhio — un bianco denso, appiccicoso, che mi appiccica le ciglia. Apro la bocca per respirare e ne arriva ancora, un globo che mi atterra sulla lingua e mi cola giù in gola.

Il pugile tatuato dietro di me non smette. Anzi, afferra il ritmo degli altri. "Anch'io, troia. Prendi la mia sborra nel culo." Spinge forte, si blocca, e sento il suo sperma invadermi l'intestino — caldo, abbondante, un fiotto che mi riempie e straborda. Lui si sfila con uno schiocco, e subito sento lo sperma colarmi fuori, giù per le natiche, lungo le cosce.

Il vuoto è uno shock. Tre buchi che si ritrovano aperti, pulsanti, gocciolanti. Cado in ginocchio. Le corde mi tengono su per un braccio, il corpo penzola esanime. La faccia è una maschera di sperma — bianco denso che mi cola dalla fronte, mi entra negli occhi, mi impasta le labbra. Le tettone penzolano pesanti, i capezzoli sfregati contro la corda sono due punte gonfie e dolenti. La fica è un buco aperto da cui esce un rivolo bianco costante, il culo una fontana di sperma che mi allaga le cosce.

Ma gli altri non hanno ancora avuto il loro turno.

"Adesso io."

"No, io."

"La prendo in due."

"Tre. Di nuovo."

Le mani mi afferrano, mi girano, mi sollevano. Non oppongo resistenza. Dove andrei? Il mio corpo non è mio — è un pezzo di carne in mezzo a un branco di bestie, e questo pensiero mi fa pulsare la fica ancora. Il telo del ring è una pozza appiccicosa dove scivolo, dove mi schiacciano, dove mi scopano ancora.

Un pugile — il pelato con la barba grigia — mi abbraccia da dietro. Le sue braccia mi circondano, le mani mi prendono le tettone, le strizzano con una tenerezza che stride. "Sei la nostra vacca," mi sussurra nella nuca, la sua barba che mi graffia la pelle. "Non andrai più via, vero?" La sua voce è quasi dolce. Il contrasto mi manda una scarica direttamente al clitoride.

"No," rantolo. "Non vado via."

Intanto un altro mi è davanti. Il giovane con gli occhi verdi. Lui non parla. Mi guarda. I suoi occhi sono due lame, e mentre mi scopo — perché ormai mi scopo da sola, il bacino spinge incontro a lui — lui mi prende il viso tra le mani e mi bacia. Un bacio che sa di me, di tutti noi. La sua lingua mi pulisce via lo sperma dalle labbra, lo mette in bocca, poi me lo restituisce in un bacio più profondo. Il suo cazzo mi riempie la fica, e io vengo. Di nuovo. Senza preavviso. Le contrazioni mi stringono il basso ventre, la schiuma bianca mi esce dalla vagina in un fiotto che lui sente, che lo fa gemere nella mia bocca.

"Ti amo, puttana," mi dice sulle labbra. "Ti amo anche se sei una vacca."

Scoppio a ridere. O forse è un singhiozzo. Non so più distinguere. Il piacere è un ronzio che mi riempie la testa, le loro voci sono un coro di insulti e dichiarazioni che si mescolano. "Troia tettona." "Ti fecondo." "Sei nostra." "Per sempre." Ogni parola mi spinge più in là, mi fa contrarre ancora, mi fa schizzare altro liquido sulle loro pance sudate.

Il corpo trema senza sosta. I muscoli delle cosce sono corde tese, le braccia molli, la testa ciondola tra le loro mani. Mi passano da uno all'altro come un trofeo bagnato. Ognuno vuole il suo turno nella fica, nel culo, nella bocca. E io li prendo tutti. Li prendo e godo, e più godo più loro si eccitano. È un circolo che si autoalimenta — la mia resa è il loro combustibile, il loro desiderio è il mio.

Non sono più un corpo. Sono un buco. Sono tre buchi. E loro mi riempiono, mi svuotano, mi riempiono ancora, in un ciclo che non ha fine. Il tempo si è dissolto. Esiste solo il suono dei loro grugniti, il calore delle loro pance, l'odore del loro sudore che mi impregna i capelli, la pelle, l'anima. Esiste solo la sensazione dei loro cazzi che mi scavano, mi aprono, mi fanno urlare finché la voce si spezza in un rantolo secco.

Le tettone sono due masse di carne dolente, coperte di succhiotti, di segni di dita, di schizzi di sperma. Il cazzo d'argento mi si è incastrato nel solco, appiccicato dallo sperma secco. Ogni volta che uno di loro lo tocca, il metallo freddo mi manda una scossa. Ogni scossa mi fa contrarre la fica. Ogni contrazione fa ridere loro.

"La troia ha ancora il ciondolo."

"Gliel'hai messo tu?"

"I suoi padroni."

"Quelli seduti là, guarda. Il vecchio porco e l'altro."

"E il cornuto. C'è anche il cornuto."

Antonio. Il suo nome mi arriva come un'eco lontana. Apro gli occhi — quando li avevo chiusi? — e lo vedo. È ancora lì, in ginocchio accanto al ring, le mani molli, il cazzo floscio e sporco. La faccia è una maschera di qualcosa che non so decifrare. Umiliazione? Estasi? Le lacrime gli si mescolano al sudore, gli occhiali sono appannati, la maglietta fradicia.

Dietro di lui, il barista. La sua pancia sudata balla mentre ride. La canottiera bianca è una macchia gialla sotto le ascelle. Vincenzo gli è accanto, le dita gialle che tamburellano sul bracciolo della sedia. Le loro bocche si muovono, ma non sento le parole. Sento solo il ronzio dei pugili, i grugniti, il suono umido dei cazzi che mi entrano ed escono.

Poi, all'improvviso, il ronzio si abbassa. Le mani mi lasciano andare. Cado sul telo, la faccia contro la tela appiccicosa, il culo in aria, le tettone schiacciate sotto di me. Il respiro è un affanno roco. Lo sperma mi cola da ogni buco — un rivolo costante che mi scende lungo le cosce, mi impasta le natiche, mi gronda dal mento. Il telo sotto di me è una pozza bianca e calda.

E sento la voce del barista. Chiara adesso. Si è avvicinato al ring, il suo alito di vino e frittura supera perfino la puzza dei pugili.

"Cornutone! Antonio! Hai visto? Guarda la tua ex. Guarda che vacca troia in calore. Hai visto quanto ha goduto?"

Silenzio. Antonio non risponde.

Il barista ride, un grugnito catarroso. "E nei prossimi giorni, cornutone, prossimamente viene qui un ospite importante della palestra. Uno che conta. E Sabina dovrà farlo impazzire per bene. Eh eh eh."

Le parole mi entrano nelle ovaie come un pugno. Un ospite importante. Prossimi giorni. La fica, vuota, pulsante, si contrae a vuoto. Un ultimo rivolo di sperma misto mi cola fuori, mi gocciola sulla coscia.

"Prepara la tua ex fidanzata, cornutone. La vogliamo in forma. Ripulita. Profumata. E con i buchi pronti."

Vincenzo si sporge in avanti, la sua ombra si allunga sul telo del ring dove io giaccio, un ammasso di carne sudata e sporca. La sua voce è un ronzio grasso che mi entra nelle orecchie mentre le sue parole mi scavano dentro, più profonde di qualsiasi cazzo. "E le tettone in bella vista, cornutone." Fa una pausa, e io sento il suo sguardo che mi percorre — i seni schiacciati sotto di me, i capezzoli che strusciano contro la tela ruvida. "Voglio che l'ospite le veda e gli venga voglia di sborrarci sopra prima ancora di toccarla."

Le sue parole mi colano addosso come olio bollente. Le tettone — le mie dannate, magnifiche, oscene tettone — pulsano sotto di me, due masse di carne che hanno attirato sguardi, mani, cazzi per tutto il giorno. Sento il peso del loro sguardo, di tutti loro, immaginare l'ospite sconosciuto che domani le osserverà, che si ecciterà solo a vederle, che proverà il bisogno primordiale di ricoprirle di sperma prima ancora di infilarmi un dito dentro. La fica si contrae a vuoto, un'altra ondata di liquido caldo mi cola fuori, mescolato allo sperma di chissà quanti.

Vincenzo si china, le sue dita mi afferrano i capelli intrisi di sudore e sborra, e mi solleva la testa dal telo. "Dobbiamo prepararla bene, però." La sua voce è un sussurro tagliente, e io sento il suo fiato caldo sulla mia nuca sudata. "Non la vogliamo così — una troia sporca e piena di sborra di questi coglioni." I pugili intorno grugniscono, offesi ma eccitati. "Già domani, Sabina, ti voglio splendente. Voglio che ti lavi per bene. Che ti profumi." La sua lingua mi sfiora l'orecchio, un contatto umido che mi fa venire la pelle d'oca. "Poi ti metti il vestito più scollato che hai — quello che ti lascia le tettone mezze fuori, che quando ti chini si vedono i capezzoli. E niente mutande. Voglio che il tuo ospite possa infilarti due dita senza trovare ostacoli."

Intorno a me, gli altri annuiscono. Il barista, con la sua pancia che balla, fa un cenno d'approvazione. "E le tettone," aggiunge, passandosi una mano sul cranio lucido di sudore, "voglio che siano unte d'olio. Che luccichino sotto la luce del ring. Che lui non possa fare a meno di afferrarle, di strizzarle, di sputarci sopra." La sua voce si fa più roca. Il mio corpo — traditore — risponde. I capezzoli si induriscono, due punte che premono contro il telo. Una scossa di eccitazione mi attraversa la spina dorsale. "E quando lui ti monterà," continua il barista, guardandomi dritto negli occhi, "gli terrai le tettone premute contro la faccia. Lo lascerai affogare tra di loro. Gli farai succhiare i capezzoli mentre ti scopa."

"E dopo," interviene Vincenzo, le dita che mi strizzano la nuca, "dopo che ti avrà riempito, gli pulirai il cazzo con le tettone. Le userai come un asciugamano. E poi, con la faccia ancora sporca del suo sperma, lo guarderai e gli dirai grazie. Con la voce più dolce che hai."

Le sue parole mi dipingono il momento nella mente — la sensazione del peso di quell'uomo sconosciuto su di me, il suo cazzo che mi riempie, le mie tettone schiacciate contro il suo petto o strette tra le sue mani. Riapro gli occhi — quando li avevo chiusi? — e vedo la scena come un film che già si svolge. L'ospite. Le sue mani sulle mie tettone. Il suo sguardo di approvazione. La sua sborra che mi cola sulla pelle. E io che lo ringrazio, sottomessa, riconoscente, fiera di essere il suo giocattolo.

La fica brucia. Il culo pulsa. La gola è secca, piena del sapore di tutti loro. E io sussurro, la voce rotta: "Sì... sì, lo farò... lo farò per bene..."

Il barista ride, un grugnito soddisfatto. "Lo so, troia. Lo so." Poi si volta verso Antonio, ancora in ginocchio, ancora muto. "E tu, cornutone, la porti qui. Pulita, profumata, con le tettone in bella mostra. E se non lo fai..." Scuote la testa, "ti troveremo un buco da riempire anche a te."

Lo sguardo di Antonio è vitreo. Annuisce, una volta, lentamente. Poi china la testa. E io — distesa sul telo, piena di sborra, i buchi aperti e pulsanti — sento che questa storia è ben lontana dalla fine.

Ridono. Ridono tutti. I pugili intorno a me, i miei padroni, perfino Lorenzo e Matteo che sono ancora seduti a bordo ring con i cazzi in mano. Ridono e mi guardano — una cosa sudata e sporca e piena di loro, che trema ancora, che gode ancora, che non ne ha mai abbastanza.

[P.S.: per commenti federicoesabina@hotmail.it oppure https://federicoesabina.wixsite.com/sabina]
scritto il
2026-08-03
7 1
visite
1
voti
valutazione
10
il tuo voto
Segnala abuso in questo racconto erotico

Continua a leggere racconti dello stesso autore

Commenti dei lettori al racconto erotico

cookies policy Per una migliore navigazione questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti. Proseguendo la navigazione ne accetti l'utilizzo.