Sabina, la vacca tettona, si racconta: 4) posseduta al mare, ritorno dal cornuto

di
genere
dominazione

La sabbia è ancora fresca sotto i piedi nudi. Il cielo schiarisce appena, un taglio grigio sopra il mare piatto. Cammino. Ogni passo mi costa — le cosce mi tremano, i muscoli delle gambe non rispondono, il bacino mi duole come se qualcuno me lo avesse spalancato con un piede di porco. La canottiera del barista mi fascia il corpo come una seconda pelle sudata. Il tessuto è ruvido, macchiato di unto vecchio e di qualcosa di più scuro che preferisco non guardare. Mi arriva a metà coscia. Sotto, sono nuda.

Il vento dell'alba mi trova il culo. La brezza sale lungo la schiena, si infila sotto il bordo inferiore della canottiera, mi lambisce le natiche scoperte, ancora rosse, ancora aperte. Un brivido mi corre su per la spina dorsale e mi si ferma tra le scapole. Le tettone premono contro il cotone sporco — gonfie, segnate, i capezzoli che graffiano il tessuto a ogni movimento. Le pinze non ci sono più, ma i segni sì. Solchi violacei dove la corda ha stretto. Puntini rossi dove i morsetti hanno morso. Un alone bluastro alla base del seno sinistro, quello che Vincenzo ha torturato più a lungo.

Stringo le braccia al petto e il dolore mi strappa un gemito muto. Ma sotto il dolore, ancora una volta, c'è quella vibrazione calda che non mi abbandona.

Lo sperma mi cola. Dalla fica, un rivolo denso che mi segna l'interno coscia e mi arriva fino al ginocchio. Dal culo, qualcosa di più lento, più viscido, che mi bagna le natiche e si asciuga all'aria salmastra. Lascio una scia umida sulla sabbia. La sento — ogni passo una piccola perdita, un filo di loro che mi esce e mi ricorda cosa sono stata stanotte.

Cosa sono ancora.

Il bungalow appare tra le dune, una sagoma scura contro il cielo che si fa rosa. La porta sul retro è aperta, come l'avevo lasciata. Entro. L'aria condizionata mi colpisce come uno schiaffo gelato. La camera puzza di sonno e di Antonio — crema solare, bucato, respiro regolare.

È lì. Disteso sul letto, la maglietta stropicciata, gli occhiali storti sul naso. Russa piano. Un filo di saliva agli angoli della bocca. Il libro che stava leggendo è caduto sul pavimento, le pagine piegate.

Mi fermo sulla soglia del bagno. Lo guardo. Il petto si alza e si abbassa con un ritmo tranquillo, ignaro. Non sa niente. Non sa che la sua fidanzata è appena tornata a casa con la canottiera di un altro uomo addosso e il seme di due vecchi porci che le cola dalle cosce. Non sa che le tettone che lui bacia con timidezza la domenica mattina sono state torturate per ore da mani callose e unghie gialle. Non sa.

E questo — questo — mi fa stringere le gambe.

"Sei tu?" La voce di Antonio è impastata di sonno. "Che ore sono? Hai fame? C'è la cena in frigo."

"Dormi, amore. Torno subito."

Le parole mi escono dolci. Automatiche. Intanto lo sperma mi gocciola nella fica, caldo e denso, e io sorrido. Sorrido ad Antonio con tenerezza, una mano appoggiata allo stipite della porta, le tettone che pulsano sotto la canottiera, i capezzoli che graffiano il cotone lurido del barista. Le sue tettone. Non più di Antonio. Sue.

Mi mordo il labbro inferiore. Il dolore al seno pulsa, si irradia fino al basso ventre. Antonio si gira dall'altra parte, gli occhiali ancora storti. Russa di nuovo.

Entro in doccia.

L'acqua calda mi scioglie lo sperma dalle cosce, lo trascina via in rivoli biancastri che girano nello scarico. Insapono i segni sulle tettone, i lividi viola, le escoriazioni dei capezzoli. La pelle brucia. Ogni passata di spugna è una fitta che mi fa contrarre la fica. Chiudo gli occhi. Sotto l'acqua che scorre, sento ancora le loro mani — le dita tozze del barista che strizzano, quelle di Vincenzo che torcono. I loro cazzoni che mi riempiono. L'odore acido di ascella, vino, denti marci, frittura. Il mio corpo è ancora pieno di loro. Anche lavandomi, non se ne vanno.

Crollo sul letto mentre fuori il sole sale. Sprofondo in un sonno nero, senza sogni. Poi i sogni arrivano — lampi di carne sudata, pance enormi che mi schiacciano, lingue sporche in bocca, la parola "puttana" ripetuta come una litania. Mi sveglio di colpo, il respiro corto, le cosce bagnate. La fica mi pulsa. Il lenzuolo sotto di me è umido.

Mezzogiorno. La luce entra a lame dalle persiane. Antonio è già in piedi, sento armeggiare in cucina. Poi la porta si apre.

"Amore, sei sveglia?" Ha un vassoio in mano. Caffè, pane tostato, marmellata. I capelli ancora spettinati, gli occhiali dritti stavolta. "Pensavo volessi dormire ancora. Andiamo in spiaggia dopo?"

Annuisco. Il caffè è bollente, mi brucia la gola. Lui si siede sul bordo del letto, mi guarda con tenerezza. "Ti senti meglio? Ieri sera la tua amica ..."

"Sto bene. Solo stanca."

Lui sorride. Non sa niente. Ancora.

Mi alzo. Apro l'armadio. Le dita scorrono tra i vestiti — cose leggere, castigate, da fidanzata perbene. Le scosto. In fondo, piegato con cura, c'è il vestito rosso. Quello scollatissimo. Lo prendo, lo lascio ricadere. No. Oggi serve altro.

Scelgo un prendisole bianco, sottile, che alla luce diventa quasi trasparente. La scollatura è un precipizio a V che mi arriva quasi all'ombelico — i seni debordano ai lati, schiacciati l'uno contro l'altro, la carne segnata e violacea bene in vista sopra il bordo del tessuto. Senza reggiseno. Non ne avrei uno che mi contiene. Le spalline sono due fili che minacciano di spezzarsi a ogni respiro. Sotto, un perizoma dorato che sparisce tra le natiche e lascia le cosce completamente nude.

Mi guardo allo specchio. La stoffa bianca aderisce ai fianchi come una pittura, segna l'incavo della vita, il ventre piatto, il contorno delle gambe. Da dietro, il culo è un invito — le natiche sode si disegnano sotto il cotone leggero, con gli orli violacei delle sculacciate che si intravedono appena. Le tettone oscillano a ogni movimento, pesanti, gonfie, i capezzoli che puntano il tessuto come due accuse. I segni delle torture notturne sono lividi scuri che fanno capolino dalla scollatura.

Antonio mi vede e sbianca.

"Sabina... così? In spiaggia? È troppo... provocante."

"Mi piace." Non mi giro nemmeno. Infilo i sandali, due lacci dorati che mi salgono alla caviglia. "Andiamo."

Il tragitto fino alla spiaggia è una processione. Sento gli occhi addosso prima ancora di arrivare alla sabbia. Il bagnino all'ingresso smette di sistemare gli ombrelloni e mi fissa, la bocca semiaperta. Un gruppo di ragazzi interrompe la partita a racchettoni e si gira. Le loro occhiate mi strisciano addosso — sui seni, sulle cosce, sul culo che ondeggia sotto il prendisole. Le sento sulla pelle come dita. Mi entrano sotto il vestito. Mi spogliano.

Il calore tra le gambe si accende.

Antonio cammina un passo dietro di me, teso, le spalle rigide. Non dice niente. Sa che non servirebbe.

Il bar della spiaggia è una tettoia di legno sbiancato dal sole. Dietro il bancone, due sagome. Il barista. Massiccio, la canottiera bianca che tende sul ventre come una vela, il sudore che gli luccica sulla nuca pelata. Al suo fianco, Vincenzo. Più grosso, più pallido, la pancia che deborda dai pantaloni corti, le mani a badile appoggiate sul bancone. Mi vedono. Si girano insieme, un movimento sincrono, come se si fossero passati la parola.

Lo sguardo del barista mi arriva addosso come una secchiata d'acqua bollente. Mi fissa le tettone senza ritegno, senza fingere altro. Le sue fossette lucide percorrono la scollatura, i lividi, i capezzoli che pungono la stoffa. Poi scendono. Il perizoma dorato, le cosce nude, i sandali. Quando risale, il ghigno gli taglia la faccia a metà. Sa. Sa cosa c'è sotto quel vestito. Sa che quei lividi sono opera sua e di Vincenzo. Sa che io so.

Vincenzo gli dà di gomito. Ridono insieme, un suono roco che non arriva fino a me ma che sento lo stesso nelle ovaie.

Ci sediamo a un tavolino. Il sole mi cuoce la pelle. Ordino un'acqua tonica, Antonio una birra. Lui è ancora teso, lancia occhiate nervose al barista che continua a fissarmi.

Quando torna dal bancone, Antonio ha una busta in mano. È sgualcita, macchiata di unto sulle dita. Identica a quella di ieri. Identica.

"Me l'ha data lui." La voce di Antonio è confusa, un po' seccata. "Ha detto che è per te. Da parte di una tua amica."

La busta mi trema tra le dita. La apro. Dentro, un foglio di carta strappata, la scrittura irregolare del barista. Comincio a leggere. Le lettere mi ballano davanti agli occhi.

“Troia tettona.”

“Sei tornata. Sapevo che saresti tornata. Ti abbiamo vista arrivare con quel vestito da puttana e mi è venuto il cazzo duro all'istante. Anche a Vincenzo. Siamo dovuti andare nel retro a segarci tutti e due, e mentre ci segavamo abbiamo pensato a stanotte, a come ti abbiamo riempito tutti i buchi.”

La fica mi si contrae. Stringo le cosce sotto il tavolo.

"Chi è?" Antonio mi guarda incuriosito. "Tutto bene?"

"È la mia amica." La voce mi esce calma, troppo calma. "Quella di ieri sera. Mi ringrazia e mi chiede di tornare da lei."

Antonio annuisce e beve la birra. Lui non sa. Non vede le parole che ho davanti agli occhi.

“Ma stanotte sarà diverso. Hai presente i due bagnini della spiaggia? Quelli giovani, con i capelli lunghi e i muscoli? Sono i nostri nipoti. I nostri nipoti, hai capito bene, puttana tettona. Gli abbiamo raccontato di te. Gli abbiamo detto delle tue tettone enormi, di come gemi quando ti scopano, di come allaghi il pavimento quando vieni. E loro sono pazzi. Vogliono conoscerti. Vogliono scoparti. Insieme. Tutti e due.”

Il respiro mi si blocca. Due giovani. I nipoti. Il barista li ha mandati, li ha fatti eccitare raccontandogli di me. La vergogna mi assale come un'ondata calda, mi sale dal petto fino alle guance. E insieme alla vergogna, un piacere liquido che mi bagna il perizoma.

“Finiamo il turno alle sette. Poi andiamo alla casa che conosci. Tu vieni. Ti inventi un'altra scusa per quel cornuto del tuo fidanzato. Perché ieri notte sei stata usata da due vecchi cazzi. Stanotte sarai usata da due giovani cazzi. E vedremo chi ti fa godere di più.”

“I tuoi padroni.”

Sollevo gli occhi dal foglio. Loro sono dietro il bancone, il barista e Vincenzo. Mi guardano. Sorridono. Il ghigno del barista è una promessa. Le sue fossette lucide non lasciano mai le mie tettone — i lividi viola che sbucano dalla scollatura, i capezzoli duri contro il cotone bianco. Sa che sto leggendo. Sa che tremo. Sa che tra poco mi inventerò un'altra bugia per Antonio.

E sa che tornerò da loro.

Sotto il tavolo, le mie gambe si stringono l'una contro l'altra, cercando di placare il prurito insistente della mia fica che pulsa di desiderio. Alzo di nuovo lo sguardo verso il bancone del bar e incrocio gli occhi del Vecchio Porco. È lì, sudato, con quella camicia sporca che gli aderisce alla pancia enorme, e accanto a lui c'è Vincenzo, che mi osserva con un sorriso sadico.

Il Vecchio Porco non distoglie lo sguardo; i suoi occhi piccoli e perversi sono fissi sulle mie tettone, che spingono prepotentemente contro il tessuto bianco del micro-abito. Posso quasi sentire il suo sguardo che strappa la seta, che schiaccia i miei capezzoli ancora doloranti, che mi ricorda esattamente cosa mi ha fatto fare ieri notte. Mi sta dicendo, senza parlare, che io sono sua. Che non importa quanto io cerchi di sembrare una ragazza perbene davanti ad Antonio; per lui e per Vincenzo, io sono solo una troia tettona da punire e usare.

Vincenzo fa un cenno quasi impercettibile con la testa, un invito silenzioso, mentre il Vecchio Porco si lecca le labbra, immaginando già come i suoi nipoti mi divoreranno stasera. Sento una goccia di piacere scivolare lungo la coscia. Sono terrorizzata dall'idea di tornare in quella casa sporca, ma allo stesso tempo non vedo l'ora che arrivi la sera.

Il pensiero di dover inventare un'altra scusa a Antonio, di mentirgli mentre vengo violentata da due giovani maschi, mi eccita fino al delirio. Mi sento degradata, sporca, completamente sottomessa alla volontà di quel maiale sudaticcio. Mentre mi alzo per accompagnare il mio fidanzato lontano dal bar, sento ancora lo sguardo di quei due bastardi bruciarmi il culo, sapendo che la mia punizione è appena iniziata.

[P.S.: per commenti federicoesabina@hotmail.it oppure https://federicoesabina.wixsite.com/sabina]
scritto il
2026-06-27
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