Sabina, la vacca tettona, si racconta: 15) La gara dei pugili con la vacca tettona

di
genere
dominazione

Le mani mi afferrano prima che il respiro di Dario mi abbia lasciato la pelle. Due, quattro, sei — non so quante — mi sollevano di peso, mi girano a pancia in giù. La tela del ring è ruvida contro le tettone, graffia i capezzoli ancora gonfi. Sento lo sperma di Dario che mi cola dalla fica, denso, caldo, e si mescola a quello di Marcus che mi esce dal culo. Due rivoli che si incontrano sulla coscia.

"Adesso vediamo chi la fa urlare di più." La voce è nuova. Un pugile bianco, tatuato, i denti storti. Si inginocchia dietro di me. Il suo cazzo mi cerca la fica senza preavviso, spinge dentro lo sperma ancora caldo di Dario. Entra con uno schiocco umido. "Scommetto che con me viene subito."

Un altro, un nero con i dreads, mi afferra la testa. "No, in bocca. Voglio sentirla gemere mentre le scopiamo la gola."

Non c'è gara. Non c'è ordine. Sono sei, forse otto, che mi circondano. Mi passano di mano in mano come un sacco di carne sudata. Chi mi vuole la fica, chi il culo, chi la bocca. E tra una spinta e l'altra, uno di loro prova una parola.

"Troia schifosa."

La fica mi si stringe. Un gemito mi scappa.

"Avete visto?" Quello dietro di me rallenta. "Basta insultarla e si bagna ancora di più."

"Provane un'altra," grugnisce qualcuno. "Dille che la metti incinta."

Il pugile dietro di me mi affonda fino in fondo, il pube contro le natiche. "Ti riempio l'utero, puttana. Ti fecondo come una vacca."

L'orgasmo esplode. Così, senza preavviso — una contrazione brutale che mi parte dal collo dell'utero, mi serra la vagina intorno al suo cazzo, e mi strappa un urlo. Lui lo sente. Ride. "Cazzo, è vero! Basta dirle che la ingravido!"

La voce corre tra di loro. "Proviamo con altro. Qualcosa di tenero."

Mi girano di nuovo. Supina. Un altro pugile mi è sopra, un ragazzo giovane, forse vent'anni, gli occhi verdi. Mi guarda. Le sue mani mi prendono il viso, le dita mi spingono indietro i capelli appiccicati di sudore. Sembra quasi dolce. Poi apre bocca.

"Dimmelo, troia tettona. Dimmi che mi ami."

Le parole mi entrano nelle ovaie come un pugno caldo. La fica pulsa a vuoto, un rivolo di sperma misto mi cola fuori.

"Di' che mi ami, e ti faccio godere come nessun altro."

La bocca mi si apre da sola. Un rantolo. Ma lui non aspetta — si china, le labbra sulle mie. È un bacio lento, diverso. La lingua mi esplora, mi accarezza il palato, si ritrae. Le sue dita mi sfiorano le guance. E intanto il suo cazzo mi preme l'ingresso, spinge piano. Entra. Mi riempie.

"Dimmelo." La voce mi vibra sulle labbra.

"Ti amo," singhiozzo. Non so se è vero. Ma la fica mi si stringe intorno a lui, e il piacere monta di nuovo.

"Brava puttana." Un altro bacio, più profondo. La lingua mi riempie la bocca mentre lui comincia a muoversi. Spinte lente, morbide, che mi arrivano fino in fondo senza violenza. Il suo petto mi schiaccia le tettone, il peso del suo corpo mi preme contro il telo, e mentre mi scopa, mi sussurra nell'orecchio: "Il tuo cornuto ci guarda."

Antonio. Dov'è? Giro la testa — appena, quel tanto che basta. È ancora sulla sedia, gli occhiali storti, il cazzo in pugno. La mano corre su e giù, la faccia una maschera di umiliazione e piacere. Intorno a lui, Vincenzo e il barista lo prendono a schiaffi leggeri sulla nuca, ridono, gli sputano addosso. "Guarda come gode il cornuto." "La tua ex è una vacca da monta e tu ti masturbi come un coglione."

Le parole mi esplodono nella fica. L'orgasmo monta, un'onda che si gonfia e non scoppia — rimane lì, sospesa, mentre lui mi scopa e mi bacia e mi sussurra "dimmi che sei mia, troia, dimmelo".

"Sono tua! Sono tua, sono tua, sono tua!"

Le contrazioni partono dal collo dell'utero, violente. La vagina gli stringe il cazzo, lo munge. Il clitoride si ritrae, pulsa, e il liquido esplode — uno schizzo caldo che mi esce dall'uretra, allaga il suo ventre, gli bagna le cosce. Lui ride, spinge fino in fondo, e viene con me. Lo sperma mi riempie la fica, un altro getto caldo che si mescola a quello di Dario e a quello di chissà chi altro.

"La troia ha squirtato di nuovo!" gridano intorno. "Ancora! Chi la fa squirtare di più?"

Mi passano a un altro. E un altro. Ogni pugile vuole provare. Scoprono il trucco in fretta — insulto, fecondazione, amore finto. Ogni parola è una chiave che mi apre. "Ti metto incinta, vacca." E vengo. "Sei la mia puttana preferita." E vengo. "Guardati il tuo ex che si sega — è un coglione, tu sei nostra." E vengo, vengo, vengo, finché le gambe tremano, finché la vista si annebbia.

Uno dopo l'altro mi montano. Non c'è più violenza adesso — hanno capito. Mi scopano come farebbero con un'amante. Braccia che mi circondano, petti che mi schiacciano, bocche che mi cercano. Baci sul collo, sulla spalla, dietro l'orecchio. Lingue che mi leccano via il sudore e lo sperma. E intanto le parole: "Troia." "Puttana." "Vacca da monta." "Ti fecondo." "Dimmi che sei mia." Ogni insulto è una carezza. Ogni carezza è un pugnale.

Uno di loro — un pugile pelato, la barba grigia — mi abbraccia da dietro mentre un altro mi scopa la fica. Le sue mani mi prendono le tettone, le sollevano, le strizzano. I pollici premono i capezzoli, li torcono con una lentezza che mi fa urlare. La sua bocca mi cerca il collo, lo bacia, lo succhia. "Sei la nostra vacca," mi sussurra nella pelle. "La nostra vacca dalle tettone enormi. Non andrai più via."

Il pugile nella fica mi guarda. È giovane, sudato, gli occhi scuri. "Dimmelo." La voce è un ringhio. "Dimmi che mi amerai per sempre."

"Ti amerò per sempre." Le parole mi escono in un rantolo. Lui sorride, affonda, e il suo sperma mi riempie l'utero con un fiotto così abbondante che lo sento risalire, strabordare, colare giù lungo il culo mentre lui si ritira.

Un altro prende il suo posto. E un altro. Ogni volta, la stessa storia. Baci, abbracci, insulti, promesse di fecondazione. Ogni volta, un'ondata di sperma caldo che mi riempie, che si aggiunge a quello di tutti gli altri. La fica ormai è un lago bianco. Non riesco più a contenerlo — cola, cola senza sosta, mi scende tra le natiche, mi impasta l'interno coscia, gronda sul telo del ring.

E intorno a me, le mani. Tante mani. Non smettono mai di toccarmi. Palmi ruvidi sulle tettone, dita che mi strizzano i capezzoli, carezze sulla pancia, sulle cosce, sul culo. Sono un corpo in adorazione. Una troia venerata.

Antonio è ancora lì. Lo vedo tra una spinta e l'altra — la mano destra incollata al cazzo, la sinistra che si copre la faccia. Ma lui non se ne va. Non può. Le lacrime gli rigano le guance, o è sudore? Il barista gli ha appena sputato addosso. Vincenzo gli grida nell'orecchio: "Cornuto! Guarda la tua ex come gode! Non ti ha mai amato così!"

E Antonio geme. Geme e si masturba più forte.

Un pugile mi gira a pancia in su. Sono dieci? Dodici? Non li conto più. Le loro sborrate mi riempiono la fica, il culo, la bocca. La quantità è troppa — ogni volta che uno si sfila, un fiotto bianco mi esce dalla vagina, un globo denso che mi cola fino al culo e si mescola allo sperma che già mi impasta le natiche.

Una mano mi preme sul basso ventre. "Senti quanta sborra c'è dentro di te, puttana?" La voce è di Marcus, che è tornato, il suo cazzo di nuovo duro. Preme. Lo sperma mi esce dalla fica in un rivolo spesso, bianco, che mi scende fino all'ano e oltre.

"Siamo almeno in dieci," ringhia. "Ti abbiamo riempita come un otre. Sei la nostra vacca da monta."

Due mani mi prendono le tettone — non so di chi sono, forse Lorenzo, forse Matteo, forse un pugile qualsiasi. Le strizzano. I capezzoli sono due punte violacee, turgide, ipersensibili. Ogni pressione mi manda una scarica direttamente al clitoride. La fica si contrae, spreme fuori altro sperma.

"Guardala," mormora qualcuno. "Non è mai sazia."

"Adesso tocca a me fare l'amore con la puttana." Un altro pugile mi è sopra, un uomo enorme, la pancia sudata, le braccia coperte di tatuaggi. Mi guarda. I suoi occhi sono quasi teneri. Si china. Le sue labbra mi sfiorano la fronte, il naso, la bocca. Mi bacia. Un bacio diverso — lento, profondo, la lingua che mi accarezza senza fretta mentre il suo cazzo mi entra nella fica. Mi riempie. E mentre mi scopa, le sue mani mi accarezzano il viso, mi spingono indietro i capelli.

"Ti amo, vacca," mi sussurra sulle labbra. "Ti amo anche se sei una puttana piena di sborra."

La fica mi si stringe. L'orgasmo è un grido che mi esplode nella sua bocca.

Intorno a me, altre mani. Altre voci. "Anch'io ti amo, puttana tettona." "Ti fecondo, troia, ti faccio un figlio." "Sei la nostra donna." E ogni parola è una frustata di piacere, ogni insulto è una carezza, ogni bacio è una promessa.

Antonio ormai è in ginocchio accanto al ring, il cazzo in pugno, la faccia una maschera di vergogna e beatitudine. Tutti lo insultano, gli sputano, e lui gode. Lo vedo. Lo sento.

E mentre un altro fiotto caldo mi riempie la fica, la testa mi cade di lato. Le mani continuano a toccarmi, a strizzarmi le tettone, a palparmi il culo bagnato. La sborra mi cola senza sosta. Il telo del ring è una pozza bianca.

Sento una voce nuova. "Non abbiamo ancora finito."

[P.S.: per commenti federicoesabina@hotmail.it oppure https://federicoesabina.wixsite.com/sabina]
scritto il
2026-07-21
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