La vita di Patty Capitolo 24

di
genere
dominazione

Mezz'ora dopo eravamo in macchina in direzione del ristorante, dove arrivammo
con qualche minuto di anticipo rispetto all'orario di prenotazione. Per tutto
il tragitto Marco non aveva tolto gli occhi dalle mie gambe e questo, oltre a
farmi ovviamente piacere, mi stava facendo pensare. Erano circa dodici anni,
di cui quasi nove da sposati, che stavamo insieme io e Marco, tra alti e bassi, ma quello che stavo vivendo in quel momento non era normale. E quando parlo di quel momento mi riferivo agli ultimi mesi. Ciò che non vedevo normale era che lui, dopo tutto questo periodo, mi desiderasse in quel modo.
Di solito la voglia di fare sesso, il desiderio, andavano a scemare in una coppia. Noi stavamo invece percorrendo la strada inversa. Fino al giorno del matrimonio, il nostro era stato sesso adolescenziale. Voglia tanta, tempo e spazio poco, ma soprattutto fantasia zero. Avevamo solo voglia di stare insieme, e ne approfittavamo appena possibile: in macchina, in casa dei nostri genitori, dopo esserci assicurati che fossero assenti e che non rientrassero a breve, una volta addirittura nel bagno di un locale, anche se il top lo raggiungemmo quando Marco volle fare l’amore al mare. E non parlo di una spiaggia deserta di notte, ma proprio dentro il mare, di giorno e davanti a tutti, fingendo totale indifferenza. E’ vero che non si vedeva nulla, e che una coppia di ragazzi abbracciati provoca di solito tenerezza, ma avevamo davvero corso il rischio di una denuncia per atti osceni in luogo pubblico. Immagino in che situazione dovessi essere quando uscii dal mare per sdraiarmi tranquillamente sulla spiaggia accanto agli altri ragazzi del nostro gruppo, ma per fortuna nessuno disse nulla. Evidentemente nessuno si era accorto di niente. Dal giorno del nostro matrimonio invece, il nostro desiderio era sceso quasi del tutto, fino a toccare livelli spaventosamente bassi. Come ho già avuto modo di sostenere, ritenevo che buona parte della colpa fosse mia, ma quella era acqua passata, e quello che mi stavo domandando in quel momento in cui mio marito mi osservava, era da cosa dipendesse questo aumento esponenziale del nostro desiderio. Possibile che tutto derivasse dal fatto della mia dominanza e quindi della sua sottomissione? Eppure, non c’erano altre spiegazioni. Mio marito era quasi costantemente su di giri per quello che riteneva il raggiungimento dei suoi sogni, e a me vederlo in quello stato faceva molto effetto. Così come mi faceva effetto sapere di poter manovrare un uomo in quel modo, di sapere di essere più forte di lui, e di potermi permettere tutto. Ma a questa situazione si aggiungeva, secondo me, il fatto che io, all'inizio in modo inconscio, ma poi sempre più volutamente, amassi sedurlo. Quella sera ad esempio, era come se, invece di essere sposati da diverso tempo, fossimo usciti insieme per la prima volta. Il suo modo di guardarmi, il mio modo di pormi, erano appunto da primo appuntamento, e non certo da semplice serata tra moglie e marito. Un po' mi aiutava certo il mio aspetto fisico, ma il mondo probabilmente era pieno di donne belle o comunque attraenti che avevano una vita sessuale invece non soddisfacente, e magari un compagno che non le desiderava più come una volta.
Secondo me era proprio l'insieme di quelle due cose che si concatenavano
meravigliosamente. Era ovvio che molto dipendeva e sarebbe dipeso in seguito
da me. Se io avessi proseguito in quel modo, tenendoci sempre al massimo,
vestendo in maniera molto sensuale, e comportandomi come stavo facendo in quel momento, da dominatrice provetta, ero sicura che il nostro desiderio sarebbe rimasto sempre altissimo, con nostro sommo piacere. Pertanto, scesi dalla macchina sistemandomi la gonna, mi tirai su le maniche del giubbetto di pelle che avevo messo sopra al body, mi riguardai per l'ennesima volta il trucco allo specchietto, afferrai la mia borsa, e poi c'incamminammo verso il ristorante. Marco cercò la mia mano con la sua ma io la rifiutai. Non eravamo due fidanzatini che si debbono tenere per mano.
Avevo deciso di tenere una camminata molto sensuale, senza scadere nel ridicolo e, soprattutto, nel mignottesco. Capii subito di esserci riuscita pienamente. Sentivo gli sguardi maschili su di me anche se, stando accanto a Marco, molti cercavano subito di volgere lo sguardo altrove. Ero aiutata in questo anche dalle scarpe. Non è facile camminare con dodici centimetri di tacco e rimanere disinvolte. Io poi, per tanti anni, non avevo mai usato calzature simili, e le prime volte mi sentivo addirittura impacciata. Ma ci stavo ormai prendendo dimestichezza, avendo compreso che quello era un elemento irrinunciabile per la seduzione. Non ho mai capito, a distanza di tanti anni, cosa ci trovino i maschi in certe cose e, a maggior ragione, non lo capivo allora. Perché nell'immaginario collettivo maschile era più sensuale una donna vestita in una certa maniera, piuttosto che un'altra, magari della stessa bellezza, completamente nuda? Anche a me piaceva e piace tutt'ora, un bell'uomo vestito con cura, ma non lo avrei mai messo sullo stesso piano di un bel torace completamente nudo, di belle spalle e, soprattutto, totale assenza delle maniglie dell'amore. Proprio i pregi di cui mio marito abbondava.
Uno dei camerieri intanto, ci venne incontro, e io gli feci presente che avevamo una prenotazione per due persone. L’uomo ci accompagnò al nostro tavolo, ci fece sedere, ci lasciò il menù, e io gli ordinai subito dell’acqua. Sia io che Marco osservammo la lista, anche se io avevo già in mente quello che volevo. Mi piaceva mangiare, e lo avevo dimostrato ampiamente arrivando a superare il quintale di peso, ma ormai da due anni seguivo la dieta scrupolosamente, e non avrei sgarrato neanche per tutto l'oro del mondo, però una volta a settimana potevo mangiare di tutto e, naturalmente, mi lasciavo quella possibilità per il sabato sera.
Quindi evitai l'antipasto ma presi il primo, il secondo e il contorno. Ordinai anche una bottiglia di vino. Non eravamo grandi bevitori, anzi ci potevamo definire quasi totalmente astemi, ma un bicchiere, quando ci trovavamo al ristorante, non ci faceva certo male e lo bevevamo volentieri.
Dopo aver preso le mie ordinazioni, il cameriere passò a mio marito.
"Dunque," disse Marco, dopo aver riflettuto alcuni secondi. "per primo vorrei..."
"Mio marito prende le stesse cose che ho scelto io", lo interruppi. Il cameriere rimase come un ebete non sapendo cosa fare, e io rincarai la dose. “Vada pure, a mio marito va benissimo ciò che ho ordinato io, non è vero caro?"
Marco accennò di sì con la testa, e il cameriere si dileguò, probabilmente
ridendo sotto i baffi. Aspettavo che Marco mi dicesse qualcosa, e invece
tacque senza neanche guardarmi in faccia. Aveva capito, ovviamente, dove volevo
andare a parare e che, se gioco ci doveva essere tra di noi, allora si doveva
giocare. In realtà ancora non riuscivo a comprendere dove terminasse questo
gioco e dove cominciasse la vita vera. In quel momento non pensavo neanche
alla mia vendetta, ma solo a svolgere il mio ruolo dominante nel migliore dei modi. Fino a quell'istante avevo fatto esattamente quello che Marco voleva che facessi, e anche la punizione di non fargli vedere il Gran Premio di motociclismo non mi era sembrata una grossa rinuncia per lui, ma adesso sapevo benissimo che tra le cose che avevo scelto per la cena ce n'era almeno una che a lui non piaceva. Si trattava del contorno. Io adoravo un certo tipo di verdura, esattamente la cicoria ripassata, che riuscivo a ingurgitare a chili, anche perché non creava problemi alla mia splendida linea, e che invece mio marito non gradiva affatto. Il bello della serata doveva quindi arrivare. Stavo scoprendo che il mio piacere stava anche nell'obbligarlo a fare quello che non voleva fare. Sarebbe stato troppo facile per lui fare il sottomesso facendo le cose che gli piacevano. E io mi sarei sentita ridicola nell’interpretare il ruolo di padrona facendo solo ciò che lui gradiva. Voleva essere uno schiavo? Bene, lo sarebbe stato realmente.
In ogni caso, c'era molto imbarazzo tra di noi. Non c'era l’abituale scioltezza nell'affrontare i soliti discorsi. Io, ad esempio, ero molto combattuta. Cosa doveva fare una moglie dominante nei momenti normali? Con che tono avrei dovuto affrontare discorsi che riguardavano la nostra vita di tutti i giorni? Avere sempre quel tono di superiorità? Oppure approfittare proprio di quei momenti per tornare a essere, almeno nei limiti del possibile, una coppia normale? No! Avevo fatto una scelta e l'avrei rispettata. Pertanto sarei rimasta una moglie dominante, e avrei tenuto un atteggiamento consono a quel ruolo anche nelle situazioni di normalità. Ormai il dado era tratto e non si poteva più tornare indietro. Anzi, non volevo tornare indietro, ed ero proprio io a voler proseguire in quella direzione. Intanto, mentre aspettavamo che ci portassero le prime portate, mi alzai per andare in bagno. In realtà volevo semplicemente passare vicino ai tavoli, e questa volta farlo da sola. C'era la coppia di quarantenni con lei che obbligava il suo uomo a guardare nella sua direzione e non nella mia, quattro ragazzi che invece mi seguivano con lo sguardo facendo facce strane e ridendo, una comitiva composta da una decina di persone tra uomini e donne, con alcune di quest'ultime che mimavano con le mani la lunghezza della mia gonna, come per dire "E ti credo che viene guardata, se la portassi io sarebbe la stessa cosa". Riguardavo tutti senza vergogna e sorridevo. Ero diventata veramente un'altra donna, e quando tornai al tavolo lo ribadii anche con Marco.
"Forse dovrei darti ragione, sai. Mi sembra giusto indossare cosine sexy come questa gonnellina. Mi osservano veramente tutti. Ti piace la cosa? O forse preferiresti addirittura vedermi mentre faccio l'amore con loro? Anzi, che me li scopo."
Lo vidi mentre deglutiva nervosamente. Chissà cosa pensava esattamente. Che la situazione gli stesse sfuggendo di mano? Lui intanto scosse la testa. "Non è così, amore mio. Non sono un guardone e, tantomeno, mi ecciterei sapendo che tu vai a letto con un altro. Sono semplicemente un uomo che ama sottomettersi alla propria moglie, e che è orgoglioso di andarci in giro. L'hai visto tu stessa che non mentivo dicendoti che sei meravigliosa. Ora hai avuto la prova definitiva. Ti hanno ammirata tutti, e non poteva essere altrimenti perché sei realmente bellissima. Però, ti prego, non dirmi più che vorresti andare a letto con un altro, mi fa star male solo il pensiero."
Gli feci un sorriso che, nelle mie intenzioni, voleva essere strafottente. "Il problema è che tu non puoi azzardarti a dirmi cosa io possa o non possa
dire. E tantomeno darmi indicazioni su ciò che io voglia fare. L'hai dimenticato chi comanda? Oppure sei uno di quelli che vuol porre dei limiti? O tutto o niente, mio caro. Se voglio portarmi a letto qualcuno lo faccio, e se non ti sta bene puoi alzarti in questo preciso istante e andartene per sempre dalla mia vita, tanto io uno che mi accompagna a casa lo trovo senz'altro." Ero stata cattiva, perfida, ma ci stavo prendendo un gusto pazzesco. Mio marito, naturalmente, non si alzò dalla sedia, e non ebbe neanche il coraggio di replicare. Abbassò semplicemente la testa, gesto che io percepii come accettazione. Sì, lui non poteva dirmi niente, mentre io potevo obbligargli tutto. Era lui che l'aveva voluto, e ora non poteva certo tornare indietro. Intanto il cameriere ci consegnò le prime portate.
"Versami del vino", gli ordinai in modo perentorio appena il cameriere si
allontanò. Marco prese la bottiglia e riempì il mio bicchiere, quindi stava
per ripetere l'operazione con il suo ma gli bloccai il braccio. "Non mi sembra
di averti concesso il permesso di bere. Per farlo dovrai avere il mio consenso,
e io questa sera non te lo concederò. E' chiaro?"
"Si, certo. Scusami. Il fatto è che ancora non sono abituato."
"Oh, ti ci abituerai presto. Guarda me, ad esempio. Mi sembra di non aver mai
fatto altro che comandare nella mia vita, eppure lo faccio da pochissimo tempo. Devo avere una predisposizione naturale", gli dissi, condendo l’ultima frase con una buona dose d’ironia. Era straordinariamente vero. Mi riusciva tutto spontaneo, non c'era niente di preparato in questi miei gesti, in questi improvvisi ordini che gli davo. La mia fantasia cominciava a carburare e a dare i suoi frutti.
Arrivò finalmente anche il momento del contorno che attendevo con ansia.
Marco guardava quel piatto con un senso di nausea. Sapeva che lo avrei costretto a mangiarlo, ma tentò di commuovermi.
"Devo proprio farlo? Ti prometto che farò tutto quello che vuoi ma, ti prego,
non farmelo mangiare."
"Tu farai tutto quello che io ti ordinerò, a cominciare proprio da questo bel piatto di verdura. E poi non lo sai che le verdure fanno bene? Mettiamola così. Sono costretta a obbligartelo per il tuo bene. E ora mangia. Tutto, fino all'ultimo, e fallo con il sorriso sulle labbra. Il tuo dovere è quello di compiacermi e pensa che mangiando, e quindi obbedendomi, lo farai." Avevo iniziato la frase usando di nuovo l'ironia, ma le ultime parole erano state dure, taglienti. Marco cominciò a mangiare lentamente, mentre io l’osservavo duramente. Avrei pagato chissà cosa per sapere quali fossero i suoi pensieri in quel preciso istante. Se, ad esempio, si fosse pentito rendendosi conto che io non stavo al gioco come avrebbe voluto lui, oppure trovasse piacevole ed eccitante anche un ordine contrario alla sua mentalità, ai suoi gusti, al suo modo di vedere le cose.
Pensai per un attimo che se qualcuno mi avesse obbligato a fare queste sciocchezze, gli avrei rivoltato il tavolo addosso, e invece Marco mangiava,
con difficoltà, ma mangiava tutto, fino a terminare l'intero piatto di
verdura. Subito dopo trangugiò un bicchiere d'acqua per togliere il sapore
della verdura, e io mi feci riempire, contrariamente alle mie abitudini, un
secondo bicchiere di vino. Mi sentivo su di giri, e la mia mente girava
vorticosamente.
Lo osservai sorridendo. "Hai visto che non era così difficile? Bravo il mio Marco, sono contenta che ti sia piaciuta la verdura, e sono sicura che mangerai tanta cicoria anche a casa, e lo farai ogni volta che io te lo ordinerò. Non è vero?" gli dissi, dandogli due ironici schiaffetti sul volto. Marco rimase in silenzio, e io proseguii, alzando leggermente il tono della voce. “Ti ho fatto una domanda e non ho sentito la tua risposta. E’ vero o no che la mangerai ogni qualvolta io te lo obbligherò?”
“Si, certo,” annuì mio marito con un filo di voce. “Quando tu mi ordinerai di mangiarla io lo farò, amore.”
Sospirai. Continuava a essere tutto elettrizzante, e io cominciavo di nuovo a sentire quella strana smania che ormai avevo iniziato a riconoscere perfettamente. Volevo fare sesso. Dio mio, ma come era possibile? Eppure era così. Il mio desiderio si stava facendo sempre più difficile da reprimere, ma dovevo farlo, anche se avevo una voglia pazzesca di inserire diverse dita nella mia fica calda. Dovetti fare un respiro profondo per allontanare quel desiderio, e per tornare a concentrarmi sulla serata.
Dopo il contorno mangiato faticosamente da Marco, la cena poteva considerarsi ormai terminata. Prendemmo il caffè e chiedemmo il conto per poi alzarci e andare a pagare. Tornammo dove avevamo parcheggiato l'auto, e per farlo rifeci il mio personale e sensuale defilé tra i tavoli.
Non so spiegarmi esattamente cosa provassi in quel momento. Ero stata per gran
parte della mia vita una semplice ragazza dei nostri tempi, con certe idee ben
radicate nella mia mente, come per esempio la fedeltà. E non parlo solo di
fedeltà fisica, ma anche mentale. Avevo anch'io fantasticato su qualche
attore o su qualche cantante, ma non l'avevo mai fatto su qualche uomo reale,
neanche con Daniele, il mio allenatore che avrebbe fatto pazzie per me, uomo
dotato tra l'altro di un fisico straordinario. Invece adesso ero vestita nella
maniera più appariscente possibile, con quella mini che convogliava gli
sguardi maschili come se fosse una calamita, quel body semitrasparente e aderentissimo, scarpe col tacco alto, trucco giusto e proporzionato, insomma tutto l'occorrente per essere al centro dell'attenzione. Lo stavo facendo per mio marito? Assolutamente no. Lo stavo facendo per me stessa. Se avessi voluto, sarei potuta passare inosservata, come quando, durante il pomeriggio, mi mettevo talvolta in tuta e scarpe da ginnastica. Ma era proprio quello che invece non volevo: passare inosservata. Sono certa che qualunque donna, anche solo leggermente carina, se sa vestirsi, se sa truccarsi a modo, e se sa camminare nella maniera giusta, possa risultare bellissima e sensuale. Allora cominciavo a capire quanto quelle cose fossero importanti, se non addirittura indispensabili per me. Sì, indispensabili. Avevo scoperto quanto fosse eccitante stare al centro dell’attenzione, e non volevo togliermi da quel piedistallo nemmeno se mi avessero riempito d’oro.
Raggiungemmo quindi l'auto e vi salii, pienamente soddisfatta di come stava
andando la serata. E il bello doveva ancora arrivare.

Continua...
scritto il
2026-06-13
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