La vita di Patty Capitolo 25
di
Davide Sebastiani
genere
dominazione
Anche durante il tragitto di ritorno parlammo poco e solo a monosillabi. Non era cambiata solo la gerarchia del nostro rapporto, ma mi rendevo conto che c'erano vere e proprie difficoltà comportamentali tra di noi. Era complicato per me che,
essendo al comando, potevo gestire la situazione come meglio avessi creduto, figuriamoci per lui, che ancora non sapeva a quale gioco stessi giocando. Quell'ordine che gli avevo dato, obbligandolo a mangiare un piatto che a lui non piaceva, andava ben al di là della semplice costrizione, e rappresentava una barriera che avevo superato dal momento che avevo deciso di accettare quello strano e folle rapporto con mio marito. Gli avevo fatto fare quello che lui non amava e non quello che lui voleva. Poteva sembrare una differenza marginale se non fosse che io avevo amato ogni istante di quella scena, assaporando un piacere sadico nel vederlo mentre era costretto a obbedire al mio ordine e, mentre mi accendevo una sigaretta dentro la macchina, stavo infrangendo un altro tabù. Sapevo che Marco non voleva che si fumasse in macchina. Lo impediva anche ai suoi amici e a me lo aveva chiesto in tempi non sospetti, dicendo che impregnava la macchina di fumo. Avevo sempre accettato quella sua richiesta, e anche quando avevo cominciato a prendere il potere su di lui, mi ero sempre attenuta a questo suo divieto, ritenendolo tra l'altro giusto, anche in considerazione del fatto che nell'auto salivano spesso le bambine. Ma in quel momento non pensavo certo alle mie figlie, bensì a come poter esercitare la mia dominazione su di lui. E quello mi sembrava un ottimo sistema.
Lo guardai ironicamente e ruppi il silenzio. "Che c'è? Non mi rimproveri? Non ti dà fastidio che io fumi in macchina?"
"Sei tu che comandi. Tutto quello che decidi tu è giusto a prescindere, e io non posso oppormi. Te l'ho detto che avrei fatto qualsiasi cosa. Te l'ho dimostrato mangiando la verdura, te lo continuerò a dimostrare ogni istante della mia vita. Per me obbedirti è il raggiungimento della felicità. L’ho voluto sin da adolescente"
“Ah, un’altra cosa,” aggiunsi. “Ho notato che hai dato il tuo nome per prenotare il tavolo. Non farlo più. Da adesso in poi, se e quando ti ordinerò di prenotare qualsiasi cosa, lo farai a mio nome. Per il momento non ti punirò per questo, ma tu fallo solo un’altra volta e vedrai di cosa sono capace.”
“Grazie, Patty. Non ci avevo pensato. E’ giusto quello che mi hai fatto notare, e ti chiedo umilmente scusa. Malgrado i miei desideri di essere sottomesso risalgano a quando ero ragazzo, vivere una vita del genere è una novità anche per me. Ma mi abituerò, e tu sarai pienamente soddisfatta di me.”
Non risposi, continuando a fumare. Chiunque mi avesse detto due anni fa che il
mio rapporto con Marco sarebbe diventato questo, lo avrei preso per pazzo.
Eppure eravamo lì, in macchina, con lui completamente disponibile a fare
qualunque cosa gli avessi ordinato, e io che provavo un piacere enorme
nell'essere la sua padrona. Padrona! Mi suonava ancora strana quella parola.
Eppure non trovavo sinonimi altrettanto validi nell'esprimere quella
situazione. Avevo scandagliato il computer alla ricerca di informazioni su
quello che stavo vivendo, ma l'unica parola che poteva assomigliare a padrona
era dominatrice. Questo sostantivo lo vedevo però adatto più a situazioni
momentanee, anche se in fondo il suo suffisso latino significava niente di
meno che padrona. Ma in italiano perdeva, a mio avviso, quella valenza, quella
sensazione appunto di potere assoluto che ormai sentivo nei confronti di
Marco. Cominciavo a sentirmi la padrona di mio marito, e cominciavo a sentire
che quello ormai non era più solo un gioco, ma una scelta di vita. Ma il mio
modo di essere padrona io dovevo suffragarlo sul campo, e ormai eravamo
arrivati a casa. La seconda parte di quella serata stava per iniziare, e sapevo
benissimo già da allora che non sarebbe stata meno interessante della prima.
Tutt'altro.
Quando entrammo in casa avevo già le idee chiare su tutto quello che avrei fatto nel proseguimento della serata. Marco aprì infatti la porta lasciandomi entrare per prima e poi, dopo averla richiusa dietro di sé, gli imposi di prendere una sedia e di sedersi all'ingresso. Avevamo un ingresso abbastanza ampio e non particolarmente denso di mobilia, ed era stato il luogo predestinato per le nostre lotte fin dalla prima volta. Io andai in bagno e mi rifeci il trucco che nel frattempo era leggermente sfumato. Mi rimisi quindi il rossetto e, prima di uscire, mi riguardai soddisfatta allo specchio, respirai profondamente e quindi uscii.
"Adesso alzati, Marco", gli ordinai gelidamente. Mio marito obbedì silenziosamente e in palese imbarazzo. Poteva sembrare strano, ma fino a tre
giorni prima aveva condotto lui il gioco, malgrado fossi io poi a dare gli
ordini, ma adesso doveva sottostare alla mia volontà, senza sapere quali
potessero essere i miei piani. Infatti lo vedevo insicuro, del tutto silenzioso e, come ho detto prima, in grosso imbarazzo.
"Avvicinati a me," insistetti stavolta, sfoderando un bel sorriso. "Sono tua
moglie, mica ti vergognerai di me? Che cosa c'è? Ti metto in imbarazzo per
caso?"
Marco si avvicinò e io ripresi il gioco provocante che stavo facendo prima di andare a cena. Ero sicura di me stessa, sapevo di piacergli oltre l'immaginabile, di essere vestita nel modo che lui amava, e quindi proseguii. "Allora, che ne dici della tua mogliettina? Dopo tanti anni ti piaccio come una volta?"
"Di più, molto di più. Sto impazzendo di desiderio, amore mio", rispose
stavolta, cercando di baciare la mia bocca che stava ormai a pochi centimetri
dalla sua. Non mi feci scappare l'occasione e, allontanandomi per allungare
meglio il braccio, lo colpii con un potente manrovescio che gli fece
sussultare la testa.
"Ma perché? Cosa ho fatto? Volevo solo darti un bacio", piagnucolò Marco,
senza però avere il coraggio di reagire. Mi avventai su di lui prendendolo
per i polsi, riavvicinando in tal modo la mia bocca alla sua, anche se per
farlo ero costretta a chinare il capo a causa della differenza di altezza
creata soprattutto dai miei tacchi.
"Tu mi bacerai solo quando io ti darò il permesso di farlo. E' chiaro? E ora vediamo se davvero mi desideri come dici. Comincia a spogliarti."
Marco mi obbedì e cominciò il suo personale stiptease fino a rimanere in boxer.
Anche con quelli si vedeva chiaramente la sua eccitazione, ma gli ordinai di
togliersi anche quelli, lasciando il suo pene visibile ai miei occhi, eretto
quasi come quando facevamo la lotta. Inutile dire che quella visione mi
soddisfaceva pienamente, dandomi ancora maggior sicurezza e padronanza. Non mi soddisfaceva solo per una questione di sesso, ma anche per la sensazione di potere che mi dava. Mi appiattii contro di lui, sempre tenendogli i polsi con le mie mani, e stavolta la mia lingua scivolò sensualmente sulla sua bocca prima e sul collo dopo, mentre il mio rossetto cominciava a sporcargli le parti che le mie labbra toccavano sensualmente. Sentivo vibrare mio marito di desiderio, ma non rispondeva ai miei baci per l'ordine che gli avevo impartito, anche se apriva voglioso la bocca in attesa che la mia lingua tornasse a toccargli le labbra.
"Allora è vero, mi vuoi," gli feci, lasciandogli un polso e sfiorando con la
mia mano il suo pene. "Cosa saresti disposto a fare pur di avermi?"
"Tutto, te lo giuro. Ordinami qualunque cosa e io la farò. Mi stai facendo
impazzire. Non capisco più nulla."
"Tu non devi capire più niente quando sei di fronte a me. E' questo che io
voglio da te. Mi piace quando sento che sei disposto a tutto pur di fare
l'amore con me. Proprio come avrebbero fatto tutti quegli uomini al ristorante. Hai visto come mi guardavano? Ti eccitava la cosa?"
"Ti prego, amore, mi fa star male solo il pensiero."
"Non mentire con me. Lo so che ti eri eccitato, e voglio che tu me lo dica."
"Non ci riesco, non posso dirlo."
"Oh sì che me lo dirai, se vuoi fare l'amore con me. Avanti, tanto lo so che
è così." Ero andata a istinto su quell'argomento, ma mi stavo accorgendo che
avevo toccato il tasto giusto. Marco tentennava, anche se era evidente che avevo
indovinato completamente. Ma aveva bisogno di essere forzato e, con la mano
che avevo ancora sul suo polso, gli feci una dolorosa torsione, facendolo
urlare. Lo avevo preso all'improvviso, non se lo aspettava in quel momento, e
questo lo rese praticamente inoffensivo, impossibilitato a muovere anche il
più piccolo muscolo.
"Se non mi dici quello che voglio sentirmi dire, ti giuro che ti spezzo il
braccio, e ormai dovresti aver capito che le cose non vanno più come avevi
pianificato. Dimmelo!"
"Non mi giudicare, ti prego," iniziò, mentre alcune lacrime gli scendevano
dagli occhi, non so se per il dolore che gli stavo procurando oppure per
quello che stava per dirmi. "E' vero, mi piace che mia moglie sia guardata. Te
l'avevo già detta una cosa del genere. E mi eccito per questo. Sì, mi eccito
da morire, ma se penso a te a letto con un altro impazzisco. Io voglio che tu
sia solo mia, sempre mia, mia, mia, mia. Ora ti prego, lasciami il braccio, mi
sta facendo un male cane."
Non mi lasciò affatto sorpresa una dichiarazione del genere. Me ne ero accorta ormai da tantissime cose. Solo qualche tempo fa avrei dato fuori di matta, ma i tempi erano cambiati. Ero cambiata soprattutto io, e vedevo le cose in maniera differente. Decisi di lasciargli il braccio. Ancora non era il momento di passare a vie di fatto. Ripresi invece a strusciarmi addosso a lui, ad accarezzargli il cazzo che ormai sembrava stesse per esplodere, ma senza dargli la possibilità di toccarmi, anche se ormai ne sentivo un bisogno fortissimo. Decisi quindi di prendere le sue due mani con le mie e gliele misi all'altezza dei miei seni, e quindi gli ordinai di contraccambiare i miei baci. Avevamo entrambi una grossa voglia di fare sesso, erano diverse ore ormai che stavamo giocando con la sensualità. Avevo iniziato prima di andare a cena, e avevo proseguito per tutto il tempo, sia in macchina che al ristorante, ed eravamo ormai quasi al limite ma, invece di proseguire, io mi staccai da lui.
"Allora, vediamo se è vero che faresti qualsiasi cosa pur di fare l'amore con
me", gli dissi.
"Mettimi alla prova, amore mio."
Non risposi immediatamente. Mi tolsi la gonnellina e la gettai per terra, quindi mi slacciai il body e me lo tolsi, gli ordinai di inginocchiarsi per togliermi le scarpe, e infine di riporre il tutto in camera da letto. Ero rimasta in reggiseno e perizoma e a piedi nudi, e quando Marco ritornò in mia presenza, lo accolsi con un sorriso.
"Tu lo sai quello che devi fare prima di scopare con me vero?"
"No, amore, non capisco."
"Non capisci? Eppure è semplice. In tutti questi mesi non hai fatto altro che
provocarmi per farmi lottare con te. Ora devi semplicemente fare quello che
hai fatto finora. Devi combattere. Dobbiamo fare un'altra delle nostre lotte,
ma stavolta la devi fare usando tutta la tua forza, al massimo delle tue possibilità. Se mi accorgo che mi stai facendo vincere ti caccio da casa oppure me ne vado io stessa. Definitivamente e senza ripensamenti."
"Ma… amore, così corriamo il rischio di farci male."
"Io scommetto che quello che rischia di farsi male sei solo tu. Comunque sono
pronta a correre il rischio. Voglio saggiare la mia bravura e la mia forza, e
posso farlo solo contro di te. Nessuna regola. Ricorda che se mi accorgo di
una tua mancanza di applicazione, con me hai chiuso. Sei pronto a correre
questo rischio?"
"No, assolutamente no. Non voglio neanche pensare di essere lasciato da te, e
ti giuro che ci metterò tutta la mia buona volontà. Ma che succederà se
dovessi vincere io?"
"Io diventerò la tua padrona solo quando avrò la matematica certezza di essere in grado di batterti facilmente. Se non accadrà oggi, accadrà fra poco perché io nel frattempo mi sto allenando come una matta. Ma non voglio che tu faccia quello che io ti ordino solo perché tu ci provi piacere, voglio che tu mi obbedisca perché sai che io sono realmente più forte di te. Pertanto, se vincerai tu, riproveremo tra una settimana, e in questo lasso di tempo io non sarò la tua padrona.”
“Ma io…”
Lo interruppi immediatamente. “Prendere o lasciare. In fondo, sarebbe solo una questione di tempo. L’importante per te è metterci il massimo impegno, altrimenti sai quale sarebbe l'alternativa, e credo che quella sia ancor
meno piacevole per te, se è vero quello che dici di provare nei miei confronti.
Nel caso tu dovessi vincere, per una settimana torneremo a essere quelli di
una volta. Poi il prossimo sabato ci riproveremo. Se dovessi vincere io, tu dovrai fare per tutta la tua vita quello che io ti ordino, e sarai finalmente quello che hai sempre sognato di essere: il mio schiavo", conclusi con un bel po’ di cattiveria. Stavo rischiando. Marco era un uomo robusto, ma io ero sicura di me stessa. Dovevo assolutamente sapere quanto realmente valessi. Da quella lotta avrei dovuto trarre le giuste valutazioni. Prima o poi sarei diventata davvero la sua padrona assoluta, ma volevo diventarci per i miei meriti, perché ero veramente superiore a lui. Avrei dovuto attendere solo pochi istanti e avrei saputo.
Continua...
essendo al comando, potevo gestire la situazione come meglio avessi creduto, figuriamoci per lui, che ancora non sapeva a quale gioco stessi giocando. Quell'ordine che gli avevo dato, obbligandolo a mangiare un piatto che a lui non piaceva, andava ben al di là della semplice costrizione, e rappresentava una barriera che avevo superato dal momento che avevo deciso di accettare quello strano e folle rapporto con mio marito. Gli avevo fatto fare quello che lui non amava e non quello che lui voleva. Poteva sembrare una differenza marginale se non fosse che io avevo amato ogni istante di quella scena, assaporando un piacere sadico nel vederlo mentre era costretto a obbedire al mio ordine e, mentre mi accendevo una sigaretta dentro la macchina, stavo infrangendo un altro tabù. Sapevo che Marco non voleva che si fumasse in macchina. Lo impediva anche ai suoi amici e a me lo aveva chiesto in tempi non sospetti, dicendo che impregnava la macchina di fumo. Avevo sempre accettato quella sua richiesta, e anche quando avevo cominciato a prendere il potere su di lui, mi ero sempre attenuta a questo suo divieto, ritenendolo tra l'altro giusto, anche in considerazione del fatto che nell'auto salivano spesso le bambine. Ma in quel momento non pensavo certo alle mie figlie, bensì a come poter esercitare la mia dominazione su di lui. E quello mi sembrava un ottimo sistema.
Lo guardai ironicamente e ruppi il silenzio. "Che c'è? Non mi rimproveri? Non ti dà fastidio che io fumi in macchina?"
"Sei tu che comandi. Tutto quello che decidi tu è giusto a prescindere, e io non posso oppormi. Te l'ho detto che avrei fatto qualsiasi cosa. Te l'ho dimostrato mangiando la verdura, te lo continuerò a dimostrare ogni istante della mia vita. Per me obbedirti è il raggiungimento della felicità. L’ho voluto sin da adolescente"
“Ah, un’altra cosa,” aggiunsi. “Ho notato che hai dato il tuo nome per prenotare il tavolo. Non farlo più. Da adesso in poi, se e quando ti ordinerò di prenotare qualsiasi cosa, lo farai a mio nome. Per il momento non ti punirò per questo, ma tu fallo solo un’altra volta e vedrai di cosa sono capace.”
“Grazie, Patty. Non ci avevo pensato. E’ giusto quello che mi hai fatto notare, e ti chiedo umilmente scusa. Malgrado i miei desideri di essere sottomesso risalgano a quando ero ragazzo, vivere una vita del genere è una novità anche per me. Ma mi abituerò, e tu sarai pienamente soddisfatta di me.”
Non risposi, continuando a fumare. Chiunque mi avesse detto due anni fa che il
mio rapporto con Marco sarebbe diventato questo, lo avrei preso per pazzo.
Eppure eravamo lì, in macchina, con lui completamente disponibile a fare
qualunque cosa gli avessi ordinato, e io che provavo un piacere enorme
nell'essere la sua padrona. Padrona! Mi suonava ancora strana quella parola.
Eppure non trovavo sinonimi altrettanto validi nell'esprimere quella
situazione. Avevo scandagliato il computer alla ricerca di informazioni su
quello che stavo vivendo, ma l'unica parola che poteva assomigliare a padrona
era dominatrice. Questo sostantivo lo vedevo però adatto più a situazioni
momentanee, anche se in fondo il suo suffisso latino significava niente di
meno che padrona. Ma in italiano perdeva, a mio avviso, quella valenza, quella
sensazione appunto di potere assoluto che ormai sentivo nei confronti di
Marco. Cominciavo a sentirmi la padrona di mio marito, e cominciavo a sentire
che quello ormai non era più solo un gioco, ma una scelta di vita. Ma il mio
modo di essere padrona io dovevo suffragarlo sul campo, e ormai eravamo
arrivati a casa. La seconda parte di quella serata stava per iniziare, e sapevo
benissimo già da allora che non sarebbe stata meno interessante della prima.
Tutt'altro.
Quando entrammo in casa avevo già le idee chiare su tutto quello che avrei fatto nel proseguimento della serata. Marco aprì infatti la porta lasciandomi entrare per prima e poi, dopo averla richiusa dietro di sé, gli imposi di prendere una sedia e di sedersi all'ingresso. Avevamo un ingresso abbastanza ampio e non particolarmente denso di mobilia, ed era stato il luogo predestinato per le nostre lotte fin dalla prima volta. Io andai in bagno e mi rifeci il trucco che nel frattempo era leggermente sfumato. Mi rimisi quindi il rossetto e, prima di uscire, mi riguardai soddisfatta allo specchio, respirai profondamente e quindi uscii.
"Adesso alzati, Marco", gli ordinai gelidamente. Mio marito obbedì silenziosamente e in palese imbarazzo. Poteva sembrare strano, ma fino a tre
giorni prima aveva condotto lui il gioco, malgrado fossi io poi a dare gli
ordini, ma adesso doveva sottostare alla mia volontà, senza sapere quali
potessero essere i miei piani. Infatti lo vedevo insicuro, del tutto silenzioso e, come ho detto prima, in grosso imbarazzo.
"Avvicinati a me," insistetti stavolta, sfoderando un bel sorriso. "Sono tua
moglie, mica ti vergognerai di me? Che cosa c'è? Ti metto in imbarazzo per
caso?"
Marco si avvicinò e io ripresi il gioco provocante che stavo facendo prima di andare a cena. Ero sicura di me stessa, sapevo di piacergli oltre l'immaginabile, di essere vestita nel modo che lui amava, e quindi proseguii. "Allora, che ne dici della tua mogliettina? Dopo tanti anni ti piaccio come una volta?"
"Di più, molto di più. Sto impazzendo di desiderio, amore mio", rispose
stavolta, cercando di baciare la mia bocca che stava ormai a pochi centimetri
dalla sua. Non mi feci scappare l'occasione e, allontanandomi per allungare
meglio il braccio, lo colpii con un potente manrovescio che gli fece
sussultare la testa.
"Ma perché? Cosa ho fatto? Volevo solo darti un bacio", piagnucolò Marco,
senza però avere il coraggio di reagire. Mi avventai su di lui prendendolo
per i polsi, riavvicinando in tal modo la mia bocca alla sua, anche se per
farlo ero costretta a chinare il capo a causa della differenza di altezza
creata soprattutto dai miei tacchi.
"Tu mi bacerai solo quando io ti darò il permesso di farlo. E' chiaro? E ora vediamo se davvero mi desideri come dici. Comincia a spogliarti."
Marco mi obbedì e cominciò il suo personale stiptease fino a rimanere in boxer.
Anche con quelli si vedeva chiaramente la sua eccitazione, ma gli ordinai di
togliersi anche quelli, lasciando il suo pene visibile ai miei occhi, eretto
quasi come quando facevamo la lotta. Inutile dire che quella visione mi
soddisfaceva pienamente, dandomi ancora maggior sicurezza e padronanza. Non mi soddisfaceva solo per una questione di sesso, ma anche per la sensazione di potere che mi dava. Mi appiattii contro di lui, sempre tenendogli i polsi con le mie mani, e stavolta la mia lingua scivolò sensualmente sulla sua bocca prima e sul collo dopo, mentre il mio rossetto cominciava a sporcargli le parti che le mie labbra toccavano sensualmente. Sentivo vibrare mio marito di desiderio, ma non rispondeva ai miei baci per l'ordine che gli avevo impartito, anche se apriva voglioso la bocca in attesa che la mia lingua tornasse a toccargli le labbra.
"Allora è vero, mi vuoi," gli feci, lasciandogli un polso e sfiorando con la
mia mano il suo pene. "Cosa saresti disposto a fare pur di avermi?"
"Tutto, te lo giuro. Ordinami qualunque cosa e io la farò. Mi stai facendo
impazzire. Non capisco più nulla."
"Tu non devi capire più niente quando sei di fronte a me. E' questo che io
voglio da te. Mi piace quando sento che sei disposto a tutto pur di fare
l'amore con me. Proprio come avrebbero fatto tutti quegli uomini al ristorante. Hai visto come mi guardavano? Ti eccitava la cosa?"
"Ti prego, amore, mi fa star male solo il pensiero."
"Non mentire con me. Lo so che ti eri eccitato, e voglio che tu me lo dica."
"Non ci riesco, non posso dirlo."
"Oh sì che me lo dirai, se vuoi fare l'amore con me. Avanti, tanto lo so che
è così." Ero andata a istinto su quell'argomento, ma mi stavo accorgendo che
avevo toccato il tasto giusto. Marco tentennava, anche se era evidente che avevo
indovinato completamente. Ma aveva bisogno di essere forzato e, con la mano
che avevo ancora sul suo polso, gli feci una dolorosa torsione, facendolo
urlare. Lo avevo preso all'improvviso, non se lo aspettava in quel momento, e
questo lo rese praticamente inoffensivo, impossibilitato a muovere anche il
più piccolo muscolo.
"Se non mi dici quello che voglio sentirmi dire, ti giuro che ti spezzo il
braccio, e ormai dovresti aver capito che le cose non vanno più come avevi
pianificato. Dimmelo!"
"Non mi giudicare, ti prego," iniziò, mentre alcune lacrime gli scendevano
dagli occhi, non so se per il dolore che gli stavo procurando oppure per
quello che stava per dirmi. "E' vero, mi piace che mia moglie sia guardata. Te
l'avevo già detta una cosa del genere. E mi eccito per questo. Sì, mi eccito
da morire, ma se penso a te a letto con un altro impazzisco. Io voglio che tu
sia solo mia, sempre mia, mia, mia, mia. Ora ti prego, lasciami il braccio, mi
sta facendo un male cane."
Non mi lasciò affatto sorpresa una dichiarazione del genere. Me ne ero accorta ormai da tantissime cose. Solo qualche tempo fa avrei dato fuori di matta, ma i tempi erano cambiati. Ero cambiata soprattutto io, e vedevo le cose in maniera differente. Decisi di lasciargli il braccio. Ancora non era il momento di passare a vie di fatto. Ripresi invece a strusciarmi addosso a lui, ad accarezzargli il cazzo che ormai sembrava stesse per esplodere, ma senza dargli la possibilità di toccarmi, anche se ormai ne sentivo un bisogno fortissimo. Decisi quindi di prendere le sue due mani con le mie e gliele misi all'altezza dei miei seni, e quindi gli ordinai di contraccambiare i miei baci. Avevamo entrambi una grossa voglia di fare sesso, erano diverse ore ormai che stavamo giocando con la sensualità. Avevo iniziato prima di andare a cena, e avevo proseguito per tutto il tempo, sia in macchina che al ristorante, ed eravamo ormai quasi al limite ma, invece di proseguire, io mi staccai da lui.
"Allora, vediamo se è vero che faresti qualsiasi cosa pur di fare l'amore con
me", gli dissi.
"Mettimi alla prova, amore mio."
Non risposi immediatamente. Mi tolsi la gonnellina e la gettai per terra, quindi mi slacciai il body e me lo tolsi, gli ordinai di inginocchiarsi per togliermi le scarpe, e infine di riporre il tutto in camera da letto. Ero rimasta in reggiseno e perizoma e a piedi nudi, e quando Marco ritornò in mia presenza, lo accolsi con un sorriso.
"Tu lo sai quello che devi fare prima di scopare con me vero?"
"No, amore, non capisco."
"Non capisci? Eppure è semplice. In tutti questi mesi non hai fatto altro che
provocarmi per farmi lottare con te. Ora devi semplicemente fare quello che
hai fatto finora. Devi combattere. Dobbiamo fare un'altra delle nostre lotte,
ma stavolta la devi fare usando tutta la tua forza, al massimo delle tue possibilità. Se mi accorgo che mi stai facendo vincere ti caccio da casa oppure me ne vado io stessa. Definitivamente e senza ripensamenti."
"Ma… amore, così corriamo il rischio di farci male."
"Io scommetto che quello che rischia di farsi male sei solo tu. Comunque sono
pronta a correre il rischio. Voglio saggiare la mia bravura e la mia forza, e
posso farlo solo contro di te. Nessuna regola. Ricorda che se mi accorgo di
una tua mancanza di applicazione, con me hai chiuso. Sei pronto a correre
questo rischio?"
"No, assolutamente no. Non voglio neanche pensare di essere lasciato da te, e
ti giuro che ci metterò tutta la mia buona volontà. Ma che succederà se
dovessi vincere io?"
"Io diventerò la tua padrona solo quando avrò la matematica certezza di essere in grado di batterti facilmente. Se non accadrà oggi, accadrà fra poco perché io nel frattempo mi sto allenando come una matta. Ma non voglio che tu faccia quello che io ti ordino solo perché tu ci provi piacere, voglio che tu mi obbedisca perché sai che io sono realmente più forte di te. Pertanto, se vincerai tu, riproveremo tra una settimana, e in questo lasso di tempo io non sarò la tua padrona.”
“Ma io…”
Lo interruppi immediatamente. “Prendere o lasciare. In fondo, sarebbe solo una questione di tempo. L’importante per te è metterci il massimo impegno, altrimenti sai quale sarebbe l'alternativa, e credo che quella sia ancor
meno piacevole per te, se è vero quello che dici di provare nei miei confronti.
Nel caso tu dovessi vincere, per una settimana torneremo a essere quelli di
una volta. Poi il prossimo sabato ci riproveremo. Se dovessi vincere io, tu dovrai fare per tutta la tua vita quello che io ti ordino, e sarai finalmente quello che hai sempre sognato di essere: il mio schiavo", conclusi con un bel po’ di cattiveria. Stavo rischiando. Marco era un uomo robusto, ma io ero sicura di me stessa. Dovevo assolutamente sapere quanto realmente valessi. Da quella lotta avrei dovuto trarre le giuste valutazioni. Prima o poi sarei diventata davvero la sua padrona assoluta, ma volevo diventarci per i miei meriti, perché ero veramente superiore a lui. Avrei dovuto attendere solo pochi istanti e avrei saputo.
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