Per sempre Quarto episodio
di
Davide Sebastiani
genere
sentimentali
Lavorare nella polizia di Wichita mi dà grandi vantaggi. Posso andare alla ricerca di tutto ciò che è accaduto in città senza problemi. Mi basta mettermi seduto di fronte al mio computer e digitare "omicidi irrisolti" e viene tutto fuori. Al momento, tutto quello che so è che quest’omicidio non deve essere passato per il nostro distretto altrimenti me lo ricorderei. Non ci metto molto. Gli omicidi a Wichita non sono tantissimi, per fortuna, e la trovo facilmente. Si tratta di Jennifer Mallory, una studentessa di appena 19 anni freddata due mesi fa con un colpo al cuore, proprio come avevo intuito. Studiava al Wichita high school, e trovo anche i particolari sulle indagini, comprensivi dei vari interrogatori dell’unica persona che era stata indiziata, ovvero il suo fidanzato Peter Callagher. I miei colleghi hanno subito escluso una violenza carnale in quanto la ragazza non aveva segni di violenze né esternamente e tanto meno internamente ma, per il resto, hanno praticamente brancolato nel buio senza riuscire a trovare una traccia degna di nota. Osservo poi i dati anagrafici della ragazza e scopro che è figlia di una coppia divorziata, John e Margaret, e viveva con la madre e una sorella più piccola di nome Lorraine. Ci sono le foto scattate al momento del ritrovamento del corpo e scarico tutto sul mio telefonino. Mi alzo e vado nell’ufficio del capitano Harper. Busso ed entro quando ricevo l’assenso.
“Entra, Kaplan. Dimmi.”
“Senta, capitano, vorrei il suo consenso per indagare su un omicidio.”
Mi guarda scuotendo la testa. “Uno dei tuoi informatori segreti ti ha dato qualche notizia?”
“E’ così, capitano.”
“Di cosa si tratta?” mi chiede.
“Dell’omicidio di una ragazza avvenuto due mesi fa. Si tratta di Jennifer Mallory.”
“Ah, me la ricordo. Un omicidio incomprensibile. E tu che novità hai?”
Come al solito in questi casi, mi devo inventare qualcosa. “Ecco, mi hanno detto che potrebbe entrarci la malavita organizzata. Insomma, la ragazza potrebbe aver visto o sentito qualcosa. E’ stata uccisa fuori da una vecchia fabbrica abbandonata, e sappiamo che il suo ragazzo la doveva raggiungere per appartarsi con lei. E infatti è stato il primo indagato, anche se poi la dinamica dell’omicidio ha fatto pensare che non poteva trattarsi di un fatto tra ragazzi.” L’ho buttata lì, ma il mio intuito di poliziotto mi dice che potrebbe essere la strada giusta. Difficile immaginare una lite tra fidanzatini conclusa con un colpo di pistola al cuore.
“Presumo che le indagini si siano rivolte proprio in quella direzione. Cos’hai in mano per riaprire le indagini?”
“In realtà le indagini non si sono ancora chiuse, ma sono sicuro che i nostri colleghi brancolino nel buio. E io… Insomma, capitano, lo sa che difficilmente mi sbaglio.”
“Lo so, Kaplan, ma le indagini sono state svolte da un altro distretto, e se interferisci se la riprenderanno con me.”
“Non interferirò. Svolgerò indagini parallele, ma vorrei incastrare quei bastardi che hanno ammazzato una ragazza di 19 anni.”
Vedo che un sorriso si dipinge sul suo volto e poi allarga le braccia.“ D’accordo, Kaplan. Come faccio a dirti di no con tutti quei successi che hai avuto da quando fai parte della polizia di Wichita? Ma fai attenzione. Non mettermi nei guai.”
Sorrido soddisfatto. “ Tranquillo capitano. Ci andrò coi piedi di piombo.”
La casa dei Callagher si trova nella zona est della città. Si tratta di un quartiere tranquillo abitato dalla media borghesia. La maggior parte delle abitazioni sono infatti piccole villette con giardino, distanti una decina di metri l’una dall’altra. Attraverso il passaggio fatto da piccoli ciottoli levigati che delimita il giardino, notando come questo sia ben curato. Suono il campanello e mi viene ad aprire una bella donna sui cinquanta, alta e in forma. Ha i capelli biondi sciolti sulle spalle ed è vestita semplicemente, con un jeans e una maglia di cotone a maniche lunghe piuttosto comoda. Non tanto da non mettere però in mostra due tette piuttosto appetitose. E’ chiaro come si tratti di una donna che ci tiene particolarmente al suo aspetto fisico. Mi sorride e io ricambio il sorriso.
“Buon pomeriggio, signora Callagher. Sono il detective Bradford Kaplan. Suo figlio è in casa?” le chiedo ,mostrandole il mio tesserino. Il sorriso scompare dal volto della donna.
“Ancora? Non vi basta il fatto che avete fatto passare mio figlio per un assassino senza scrupoli? Cosa volete ancora da lui?”
“Signora, mi creda, suo figlio non è tra gli indagati. Ma era il ragazzo della povera Jennifer, e può dirci cose interessanti che durante le prime indagini non sono venute fuori. La prego, mi lasci parlare con lui.”
Non è convinta, ma poi si scansa dalla porta. “Va bene, venga, detective, si accomodi.” Lo faccio e la seguo in un salotto bene arredatom poi mi dice di accomodarmi su uno dei due divani.
“Vado a chiamare Peter, ma ponderi bene le sue domande. Mio figlio è ancora scosso dall’accaduto, e solo in questi ultimi giorni si sta riprendendo.”
Annuisco e attendo l’arrivo di Peter guardandomi intorno. Davanti a me un tavolinetto basso di cristallo, mentre sulla mia destra posso osservare alcune foto. Una è formata proprio da un ragazzo, che presumo sia Peter, con Jennifer. Sono sorridenti, direi quasi radiosi. I miei pensieri vengono interrotti dal ritorno della signora Callagher con un giovane sui vent’anni. Si lanciano uno sguardo d’intesa e si avvicinano a me. Mi alzo per stringergli la mano. E’ un ragazzo alto e dinoccolato, magro, con i capelli castani più lunghi del normale che gli arrivano alle spalle. Ha l’aria da bravo ragazzo.
“Ciao, Peter, sono il detective Bradford Kaplan. Negli ultimi giorni siamo venuti in possesso di alcune novità che riguardano l’assassinio di Jenny. Te la senti di dirmi esattamente come sono andate le cose quella sera?”
“L’ho ripetuto migliaia di volte, detective. Non so proprio cosa potrei aggiungere.”
“Cerca di fare un ulteriore sforzo. Vogliamo mandare in galera quel bastardo che l’ha uccisa. Non tralasciare niente.”
Sospira nervosamente. Ho letto che i miei colleghi l’hanno torchiato più volte prima di abbandonare la pista dell’omicidio commesso dal fidanzatino della vittima, e il suo nervosismo nel trovarsi di fronte a un poliziotto è completamente giustificato.
“Avevo l’appuntamento con Jennifer alla vecchia fabbrica abbandonata. Io ho avuto un piccolo problema e sono arrivato con una decina di minuti di ritardo. E quando sono arrivato lei era… Oh mio Dio, lei era stesa a terra.” Fa fatica a non piangere. Non deve essere stata una scena facile da dimenticare. E’ ancora notevolmente scosso, proprio come mi aveva anticipato sua madre.
“Ok, Peter. Ora dimmi qual è stato il tuo problema?” gli chiedo, cercando un tono dolce che non lo metta in difficoltà.
“E’ venuto a trovarmi un mio amico, Matt Finnigan, e mi sono messo a parlare con lui.” Sì, ho letto che anche questo Matt è stato interrogato, e aveva confermato questa versione.
“Per quale motivo tu e Jennifer vi siete dati l’appuntamento alla fabbrica in disuso? Sapevate che era un luogo isolato e potenzialmente pericoloso?”
“Non era la prima volta, detective. Io e Jennifer ci andavamo per stare in intimità. Non avevamo una casa nostra e non potevo permettermi un albergo. Avevamo trovato quella fabbrica e ogni tanto ci andavamo. Io amavo Jennifer e volevo stare da solo con lei, così come lei voleva stare sola con me.”
“Hai detto che non era la prima volta. Ogni quanto ci andavate?”
“Ci siamo stati tre volte. Cioè… Due volte. La terza è stata quella dell’omicidio.”
“Perché non ci siete andati insieme?”
“Perché Jenny non voleva che sua madre potesse vederci insieme.”
“E per quale motivo? Era maggiorenne e poteva avere tutti i ragazzi che voleva.”
“Sì ma… Jenny non voleva che sua madre lo sapesse. Non ancora almeno. Stavamo insieme da poco più di un mese, e mi disse che se le cose fossero continuate in questo modo gliel’avrebbe detto.”
“Senti, Peter, le altre volte hai mai notato qualcosa di strano?”
“No, non ci abbiamo fatto caso. C’era un capannone molto ampio e noi ci appartavamo là dentro. Poi all’interno c’erano altre stanze. C’erano delle scale che portavano a una specie d’ufficio, ad esempio, ma a noi non interessava e quindi non ci siamo mai stati.”
“Quella sera, quando hai trovato Jennifer morta, lei dove stava? Nel posto in cui vi appartavate?” So benissimo che la ragazza non è entrata, o comunque non era all’interno della vecchia fabbrica al momento dell’omicidio in quanto le foto che ha poi scattato la polizia la ritraggono fuori dal capannone, ma voglio vedere la sua reazione.
“No detective. Stava fuori dalla porta. Come se fosse stata uccisa prima di entrare”, mi conferma. Lo guardo. Sembra sincero e soprattutto addolorato per quanto è accaduto.
“Ascolta Peter, c’era qualche vostro amico che era geloso di te? Qualcuno che aveva preso una sbandata per Jennifer?”
“Jenny era molto carina e c’erano un sacco di ragazzi che le facevano il filo. Ma non ho mai saputo di qualcuno che la corteggiava in modo ossessivo.”
“Ti ha mai confidato qualcosa di molto importante?”
“Oh, no. Lei era una ragazza normalissima. Non aveva segreti. La sua unica colpa è stata… No, lei non ha colpe. E’ colpa mia. Se io avessi raggiunto quel luogo in tempo, forse lei sarebbe ancora in vita.” Non ce la fa più e scoppia a piangere.
“Non avresti potuto fare niente. Forse quei dieci minuti di ritardo ti hanno salvato la vita perché chi ha ucciso Jenny avrebbe ucciso anche te.”
Cerca di asciugarsi le lacrime che continuano a scorrergli lungo il volto e tira su col naso continuando coi singhiozzi.
“Secondo lei, perché l’hanno uccisa?”
“Non lo so Peter. Ma lo scoprirò. E Jennifer avrà giustizia.” Mi alzo e lui fa altrettanto. Mi avvio verso l’uscita della stanza dove la madre ha assistito alla conversazione. Mi ferma.
“Trovi chi ha ucciso quella ragazza, la prego.”
“Ci metterò l’anima,” Poi mi rivolgo verso il ragazzo. “Grazie, Peter. Se ti dovesse venire in mente qualcosa, chiamami. A qualunque orario.” Lascio il mio bigliettino su una piccola mensola e mi avvio verso l’uscita della casa. Non ho saputo molto di più di ciò che già sapevo, e l’idea che Jennifer possa aver visto o sentito qualcosa di molto importante si fa sempre più strada nella mia mente. Non si uccide una ragazza di diciannove anni con un colpo al cuore se non c’è una motivazione molto importante. Monto in macchina e mi dirigo in direzione della casa di Jenny. Voglio parlare con sua madre, e so già che non sarà una cosa molto facile. Ma forse questa chiacchierata potrebbe tornarmi utile per scoprire qualcosa su di lei che serva per aiutarla a farle tornare la memoria.
“Entra, Kaplan. Dimmi.”
“Senta, capitano, vorrei il suo consenso per indagare su un omicidio.”
Mi guarda scuotendo la testa. “Uno dei tuoi informatori segreti ti ha dato qualche notizia?”
“E’ così, capitano.”
“Di cosa si tratta?” mi chiede.
“Dell’omicidio di una ragazza avvenuto due mesi fa. Si tratta di Jennifer Mallory.”
“Ah, me la ricordo. Un omicidio incomprensibile. E tu che novità hai?”
Come al solito in questi casi, mi devo inventare qualcosa. “Ecco, mi hanno detto che potrebbe entrarci la malavita organizzata. Insomma, la ragazza potrebbe aver visto o sentito qualcosa. E’ stata uccisa fuori da una vecchia fabbrica abbandonata, e sappiamo che il suo ragazzo la doveva raggiungere per appartarsi con lei. E infatti è stato il primo indagato, anche se poi la dinamica dell’omicidio ha fatto pensare che non poteva trattarsi di un fatto tra ragazzi.” L’ho buttata lì, ma il mio intuito di poliziotto mi dice che potrebbe essere la strada giusta. Difficile immaginare una lite tra fidanzatini conclusa con un colpo di pistola al cuore.
“Presumo che le indagini si siano rivolte proprio in quella direzione. Cos’hai in mano per riaprire le indagini?”
“In realtà le indagini non si sono ancora chiuse, ma sono sicuro che i nostri colleghi brancolino nel buio. E io… Insomma, capitano, lo sa che difficilmente mi sbaglio.”
“Lo so, Kaplan, ma le indagini sono state svolte da un altro distretto, e se interferisci se la riprenderanno con me.”
“Non interferirò. Svolgerò indagini parallele, ma vorrei incastrare quei bastardi che hanno ammazzato una ragazza di 19 anni.”
Vedo che un sorriso si dipinge sul suo volto e poi allarga le braccia.“ D’accordo, Kaplan. Come faccio a dirti di no con tutti quei successi che hai avuto da quando fai parte della polizia di Wichita? Ma fai attenzione. Non mettermi nei guai.”
Sorrido soddisfatto. “ Tranquillo capitano. Ci andrò coi piedi di piombo.”
La casa dei Callagher si trova nella zona est della città. Si tratta di un quartiere tranquillo abitato dalla media borghesia. La maggior parte delle abitazioni sono infatti piccole villette con giardino, distanti una decina di metri l’una dall’altra. Attraverso il passaggio fatto da piccoli ciottoli levigati che delimita il giardino, notando come questo sia ben curato. Suono il campanello e mi viene ad aprire una bella donna sui cinquanta, alta e in forma. Ha i capelli biondi sciolti sulle spalle ed è vestita semplicemente, con un jeans e una maglia di cotone a maniche lunghe piuttosto comoda. Non tanto da non mettere però in mostra due tette piuttosto appetitose. E’ chiaro come si tratti di una donna che ci tiene particolarmente al suo aspetto fisico. Mi sorride e io ricambio il sorriso.
“Buon pomeriggio, signora Callagher. Sono il detective Bradford Kaplan. Suo figlio è in casa?” le chiedo ,mostrandole il mio tesserino. Il sorriso scompare dal volto della donna.
“Ancora? Non vi basta il fatto che avete fatto passare mio figlio per un assassino senza scrupoli? Cosa volete ancora da lui?”
“Signora, mi creda, suo figlio non è tra gli indagati. Ma era il ragazzo della povera Jennifer, e può dirci cose interessanti che durante le prime indagini non sono venute fuori. La prego, mi lasci parlare con lui.”
Non è convinta, ma poi si scansa dalla porta. “Va bene, venga, detective, si accomodi.” Lo faccio e la seguo in un salotto bene arredatom poi mi dice di accomodarmi su uno dei due divani.
“Vado a chiamare Peter, ma ponderi bene le sue domande. Mio figlio è ancora scosso dall’accaduto, e solo in questi ultimi giorni si sta riprendendo.”
Annuisco e attendo l’arrivo di Peter guardandomi intorno. Davanti a me un tavolinetto basso di cristallo, mentre sulla mia destra posso osservare alcune foto. Una è formata proprio da un ragazzo, che presumo sia Peter, con Jennifer. Sono sorridenti, direi quasi radiosi. I miei pensieri vengono interrotti dal ritorno della signora Callagher con un giovane sui vent’anni. Si lanciano uno sguardo d’intesa e si avvicinano a me. Mi alzo per stringergli la mano. E’ un ragazzo alto e dinoccolato, magro, con i capelli castani più lunghi del normale che gli arrivano alle spalle. Ha l’aria da bravo ragazzo.
“Ciao, Peter, sono il detective Bradford Kaplan. Negli ultimi giorni siamo venuti in possesso di alcune novità che riguardano l’assassinio di Jenny. Te la senti di dirmi esattamente come sono andate le cose quella sera?”
“L’ho ripetuto migliaia di volte, detective. Non so proprio cosa potrei aggiungere.”
“Cerca di fare un ulteriore sforzo. Vogliamo mandare in galera quel bastardo che l’ha uccisa. Non tralasciare niente.”
Sospira nervosamente. Ho letto che i miei colleghi l’hanno torchiato più volte prima di abbandonare la pista dell’omicidio commesso dal fidanzatino della vittima, e il suo nervosismo nel trovarsi di fronte a un poliziotto è completamente giustificato.
“Avevo l’appuntamento con Jennifer alla vecchia fabbrica abbandonata. Io ho avuto un piccolo problema e sono arrivato con una decina di minuti di ritardo. E quando sono arrivato lei era… Oh mio Dio, lei era stesa a terra.” Fa fatica a non piangere. Non deve essere stata una scena facile da dimenticare. E’ ancora notevolmente scosso, proprio come mi aveva anticipato sua madre.
“Ok, Peter. Ora dimmi qual è stato il tuo problema?” gli chiedo, cercando un tono dolce che non lo metta in difficoltà.
“E’ venuto a trovarmi un mio amico, Matt Finnigan, e mi sono messo a parlare con lui.” Sì, ho letto che anche questo Matt è stato interrogato, e aveva confermato questa versione.
“Per quale motivo tu e Jennifer vi siete dati l’appuntamento alla fabbrica in disuso? Sapevate che era un luogo isolato e potenzialmente pericoloso?”
“Non era la prima volta, detective. Io e Jennifer ci andavamo per stare in intimità. Non avevamo una casa nostra e non potevo permettermi un albergo. Avevamo trovato quella fabbrica e ogni tanto ci andavamo. Io amavo Jennifer e volevo stare da solo con lei, così come lei voleva stare sola con me.”
“Hai detto che non era la prima volta. Ogni quanto ci andavate?”
“Ci siamo stati tre volte. Cioè… Due volte. La terza è stata quella dell’omicidio.”
“Perché non ci siete andati insieme?”
“Perché Jenny non voleva che sua madre potesse vederci insieme.”
“E per quale motivo? Era maggiorenne e poteva avere tutti i ragazzi che voleva.”
“Sì ma… Jenny non voleva che sua madre lo sapesse. Non ancora almeno. Stavamo insieme da poco più di un mese, e mi disse che se le cose fossero continuate in questo modo gliel’avrebbe detto.”
“Senti, Peter, le altre volte hai mai notato qualcosa di strano?”
“No, non ci abbiamo fatto caso. C’era un capannone molto ampio e noi ci appartavamo là dentro. Poi all’interno c’erano altre stanze. C’erano delle scale che portavano a una specie d’ufficio, ad esempio, ma a noi non interessava e quindi non ci siamo mai stati.”
“Quella sera, quando hai trovato Jennifer morta, lei dove stava? Nel posto in cui vi appartavate?” So benissimo che la ragazza non è entrata, o comunque non era all’interno della vecchia fabbrica al momento dell’omicidio in quanto le foto che ha poi scattato la polizia la ritraggono fuori dal capannone, ma voglio vedere la sua reazione.
“No detective. Stava fuori dalla porta. Come se fosse stata uccisa prima di entrare”, mi conferma. Lo guardo. Sembra sincero e soprattutto addolorato per quanto è accaduto.
“Ascolta Peter, c’era qualche vostro amico che era geloso di te? Qualcuno che aveva preso una sbandata per Jennifer?”
“Jenny era molto carina e c’erano un sacco di ragazzi che le facevano il filo. Ma non ho mai saputo di qualcuno che la corteggiava in modo ossessivo.”
“Ti ha mai confidato qualcosa di molto importante?”
“Oh, no. Lei era una ragazza normalissima. Non aveva segreti. La sua unica colpa è stata… No, lei non ha colpe. E’ colpa mia. Se io avessi raggiunto quel luogo in tempo, forse lei sarebbe ancora in vita.” Non ce la fa più e scoppia a piangere.
“Non avresti potuto fare niente. Forse quei dieci minuti di ritardo ti hanno salvato la vita perché chi ha ucciso Jenny avrebbe ucciso anche te.”
Cerca di asciugarsi le lacrime che continuano a scorrergli lungo il volto e tira su col naso continuando coi singhiozzi.
“Secondo lei, perché l’hanno uccisa?”
“Non lo so Peter. Ma lo scoprirò. E Jennifer avrà giustizia.” Mi alzo e lui fa altrettanto. Mi avvio verso l’uscita della stanza dove la madre ha assistito alla conversazione. Mi ferma.
“Trovi chi ha ucciso quella ragazza, la prego.”
“Ci metterò l’anima,” Poi mi rivolgo verso il ragazzo. “Grazie, Peter. Se ti dovesse venire in mente qualcosa, chiamami. A qualunque orario.” Lascio il mio bigliettino su una piccola mensola e mi avvio verso l’uscita della casa. Non ho saputo molto di più di ciò che già sapevo, e l’idea che Jennifer possa aver visto o sentito qualcosa di molto importante si fa sempre più strada nella mia mente. Non si uccide una ragazza di diciannove anni con un colpo al cuore se non c’è una motivazione molto importante. Monto in macchina e mi dirigo in direzione della casa di Jenny. Voglio parlare con sua madre, e so già che non sarà una cosa molto facile. Ma forse questa chiacchierata potrebbe tornarmi utile per scoprire qualcosa su di lei che serva per aiutarla a farle tornare la memoria.
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