La vita di Patty Capitolo 32
di
Davide Sebastiani
genere
dominazione
Era trascorso intanto poco più di un mese da quando avevo indossato per la
prima volta quegli indumenti in lattice, look che avevo poi replicato altre volte appena restavamo soli. C’era qualcosa di magico in quel tessuto. Io mi vedevo sensuale all’ennesima potenza, e mio marito perdeva addirittura il lume della ragione. Ma la cosa strana era un’altra. Quando indossavo il lattice io mi sentivo un’altra donna. Più bella, certo, irresistibile, altrettanto ovvio, ma mi sentivo più dominante. Non era una finzione, una scena, io ero davvero la padrona assoluta di mio marito, e percepivo lui solo come il mio schiavo, l’uomo che aveva l’onore di servire una divinità come me. Questa sensazione però scemava appena mi toglievo quegli indumenti. Sì, ero sempre la padrona e lui sempre il mio schiavo, ma abbandonavo quell’aura di divinità che mi prendeva quando indossavo il lattice.
La cosa più importante di quel periodo era che mi stavo preparando per un nuovo
piccolo viaggio. Non mi ero certo dimenticata che lo scorso anno avevo vinto, grazie alla mia bravura nella pallavolo, una settimana gratuita da trascorrere in un residence all'interno di un vasto villaggio vacanze, e decisi quindi di usufruirne. Per prima cosa dovetti naturalmente chiedere alla titolare del negozio dove lavoravo, ovvero mia cugina Alessandra, il permesso di allontanarmi. Era l'ultima settimana di maggio, e non era proprio un periodo adattissimo per fare delle vacanze, ma era anche l'ultima possibilità di usufruire di quel buono in quanto, alla fine di quel mese, sarebbe iniziata l'alta stagione, e non avrei avuto più modo di usufruire di quel viaggio omaggio.
Riuscii con un po' di difficoltà a convincerla. Del resto, sapevo di esserle
necessaria, e quindi alla fine dovette cedere. Quel lavoro era molto comodo per
me, ma anche per lei ero stata una manna dal cielo. Ero onesta, fidata e molto
motivata, oltre che abbastanza capace. Pertanto mia cugina fece buon viso a
cattivo gioco, cedendo alle mie richieste. Telefonai quindi a quell’albergo e,
constatata la disponibilità dei posti, prenotai. Era per me molto importante
evadere dalla quotidianità pur molto serena ed eccitante che vivevo in quel
periodo. Sarebbe stata una settimana in cui avrei potuto accentuare il mio
potere su Marco. Saremmo stati da soli e lui si sarebbe dovuto dedicare a tutto. Avrebbe dovuto cucinare, fare la spesa, ripulire e soprattutto servirmi, visto che la formula residence era proprio incentrata su quello. Non avevo mai amato quel tipo di vacanza, ma in quel momento era l'ideale per quello che avevo intenzione di fare. E' vero che erano tutte cose che già faceva regolarmente a casa, ma il fatto di stare da soli, senza nessuno che ci conoscesse, mi faceva pregustare una settimana molto intensa. Arrivai quindi alla settimana antecedente alla partenza. Decisi di trascorrere quel fine settimana nella casa al mare dei miei suoceri. Mi ero resa conto che avevo bisogno di un po' di abbronzatura prima di partire. La mia pelle era chiara e delicata, in contrasto con il mio fisico tonico e allenato, e in quel momento, all’inizio cioè dell’estate, mi vedevo come un latticino. Riuscivo a nascondere questo problema sul viso con un po’ di sapiente trucco, ma il corpo aveva assoluto bisogno di un’adeguata preparazione se poi la settimana seguente volevo sfoggiare i miei bikini e fare la figura che avevo intenzione di fare. Quel week-end, il primo veramente caldo della stagione, cadeva quindi a proposito per cercare di prendere un po' di sole. Appena terminai il lavoro partii insieme alle bambine e a mio marito. Era un breve viaggio che durava poco meno di un'ora e mi ritrovai, per la prima volta durante quella stagione, in quella casa che ormai consideravo come mia. C'era ovviamente polvere e disordine, ma non era un problema che mi riguardava. Avevo già avvertito Marco che avrebbe dovuto pulire e riordinare tutta la casa e, naturalmente, non avevo ricevuto obiezioni. Ormai era terminato il periodo in cui faceva le cose per farsi punire o picchiare. Sapeva che non lo tolleravo e si comportava di conseguenza, obbedendo senza il minimo accenno di reazione, ed espletando i miei ordini cercando di fare del suo meglio. Questo non significava certo che fosse immune da punizioni o dal prendersi la sua dose di percosse. Lo tenevo sempre sotto tiro, senza tralasciare il minimo dettaglio e la minima imprecisione nei suoi lavori. Si trattava per lo più di lavori domestici, ma ormai avevo delegato a lui tante altre faccende di cui prima mi occupavo io. L'importante era che mi ragguagliasse su tutto quello che gli facevo fare, mentre la mia preoccupazione era soltanto quella di accertarmi che fosse svolto bene.
Indossai il costume e le bambine fecero altrettanto, correndo poi nel piccolo giardino antistante la casa per giocare. Mi avvicinai a mio marito che era intento a fare le prime pulizie, cogliendolo alle spalle quasi di sorpresa. Marco trasalì.
"Tranquillo, non ho intenzione di farti del male. Per adesso. Io vado al mare
con le bambine. Quando ritorno spero di trovare tutto sistemato."
"Certo, Padrona. Metto in ordine la casa e poi vado a comprare qualcosa per
mangiare. Vuole che le prepari qualcosa di particolare?"
"No, pensaci tu," gli risposi, prendendolo come di consueto per il mento, gesto
che mi dava un'autorità ancora più smaccata di quella che già possedevo in
abbondanza. "Se ti sarai comportato bene e mi avrai soddisfatta, ti farò
uscire con me stasera e ti porterò a mangiare un bel gelato, altrimenti te ne
rimarrai a casa."
"Farò del mio meglio, Padrona. Spero di non deluderla. Mi piacerebbe tanto
poter uscire con lei stasera, accompagnarla e godermi la sua bellezza", rispose pieno d'adorazione. Non ero ancora mai uscita da sola, anche se sapevo che l'avrei potuto fare quando volevo. In realtà non era mai stata una mia aspirazione. La mia necessità primaria era quella di trascorrere più tempo possibile proprio con lui, per fargli pesare il mio dominio. Per assurdo che potesse sembrare, io mi sentivo una vera dominatrice solo di fronte a lui, al mio sottomesso, e quindi quella minaccia era un po' campata in aria. Avrei addirittura preferito non metterla in atto. Al limite comunque, sarei uscita con le mie figlie a farmi una passeggiata per le vie di quella cittadina balneare, non avrei fatto certo niente di sconvolgente. Ad ogni modo, senza togliere la mia mano dalla sua faccia, rafforzando invece la presa, lo baciai con voluttà, quasi a sancire il mio potere su di lui. Anzi, la mia proprietà. Quando mi staccai da lui, Marco mi osservò estasiato. Era innamorato di me in modo sicuramente diverso da quello che solitamente si intende per amore. La sua poteva paragonarsi a vera e propria adorazione, e si capiva da ogni suo gesto. Forse tutto quell'amore non era indirizzato a me, bensì a quello che rappresentavo per lui ma, ad ogni modo, a me la cosa soddisfaceva in pieno anche così. Intanto constatai ancora una volta come fosse estremamente piacevole anche fare quei gesti, apparentemente d'amore, ma che in realtà racchiudevano un significato molto più profondo. Ero io infatti che decidevo se punirlo o premiarlo, proprio come si fa con un bambino piccolo o con un cane, e anche quello era potere, un potere altrettanto sconvolgente se non addirittura superiore a quello che provavo quando invece facevo la dura, quando la mia anima si colorava interamente di nero, e che forse, mio marito gradiva in maniera addirittura superiore. In ciascuno dei due casi, Marco dipendeva comunque esclusivamente da me, e quella sensazione era inebriante.
Uscii da casa, presi per mano le bambine e me ne andai al mare felice. Dovevo abbronzarmi per essere perfetta per la settimana successiva, quella della partenza, e non volevo perdere altro tempo.
Il prosieguo della giornata non fu di vitale importanza. Mi rosolai al sole coperta da creme abbronzanti mentre le bambine giocavano allegramente sulla sabbia, e quando tornammo a casa era tutto magicamente pulito. Marco si era dato un bel daffare e, siccome anche la cena fu di mio gradimento, lo ricompensai come gli avevo promesso, facendolo uscire con me nel corso della serata, con sua grande gioia. Ci sedemmo a un bar tutti e quattro per mangiarci un bel gelato, e facemmo una lunga passeggiata. Prima nel minuscolo centro di quella cittadina che stava cominciando a uscire dal letargo invernale, e poi sul lungomare, salutando affettuosamente le tante persone che conoscevamo dopo tanti anni di permanenza estiva. Ero vestita casual, in jeans e con una magliettina elasticizzata nera, senza rossetto e con il trucco appena accennato, addirittura con i capelli raccolti con una coda, ma anche in quel modo avevo colto delle occhiate da parte degli uomini. Soprattutto sul mio delizioso sederino strizzato nei jeans. Anche Marco era attraente, almeno ai miei occhi. Indossava un jeans e una camicia bianca a maniche lunghe rigirate che faceva spiccare la sua carnagione olivastra. Mi piaceva ancora tanto quell’uomo, mi piaceva come pochi altri. Ogni tanto, durante quella passeggiata, mi fermavo per volerlo baciare castamente, come farebbero due sposini in viaggio di nozze, suscitando la gioia delle bambine che si mettevano in mezzo a noi per voler essere baciate a loro volta, felici anche di vedere i loro genitori innamorati come non mai. Chi mai poteva immaginare, guardandoci, quello che facevamo quando ci trovavamo da soli? Forse solo chi fosse riuscito a decifrare lo sguardo imbambolato di mio marito, perso completamente nell’ammirazione che provava per me. Ogni tanto mi chiedevo ancora come tutto questo fosse possibile, eppure era così. Avevo letto che gli uomini sottomessi tendevano a vedere la loro padrona quasi come un'entità sovrannaturale, aumentandone a dismisura i pregi e annullandone completamente i difetti, e forse Marco mi vedeva come una sorta di dea. Ma quella sera, in cui mio marito mi riempì di elogi per la mia bellezza, la posso considerare come la quiete prima della tempesta. Il giorno seguente infatti, ci alzammo di buon mattino per andare di nuovo in spiaggia. Marco preparò la colazione per me e per le bambine, e poi mi chiese se poteva raggiungermi in spiaggia in seguito, in
quanto prima sarebbe dovuto andare a fare delle compere per il pranzo e la
cena di quella giornata. Naturalmente acconsentii. Prima di andare in spiaggia
mi recai al mercatino settimanale per comprare dei costumini nuovi per le
bambine ma, dopo averli scelti, mi accorsi, con mio grande disappunto, di avere con me pochi soldi liquidi che non bastavano per la spesa che avevo effettuato. Avevo con me la carta di credito che però le bancarelle non accettavano e che, comunque, nemmeno avrei potuto usare in quanto, tra le spese effettuate a Londra e gli acquisti degli indumenti fetish, avevo già speso oltre il mio budget mensile. Diedi al commerciante un piccolo acconto per tenere da parte le cose che avevo comprato, riproponendomi di passare dopo con calma. Del resto, il mercatino era a poche centinaia di metri dalla spiaggia, e sarei potuta andare con comodo a ritirare le mie compere. Me ne andai quindi al mare, attendendo che Marco mi raggiungesse. Quando lo vidi, mi feci dare una sostanziosa elargizione per ritirare i costumini. Come ho già avuto modo di dire, io potevo considerarmi senz’altro una spendacciona. Dilapidavo quasi interamente il mio stipendio, e in due anni e mezzo di lavoro avevo messo da parte ben poco, spendendo per me e per le bambine. In tal modo però non facevo rientrare le mie esigenze nel bilancio familiare, e lo stipendio che guadagnava Marco, tolto il mutuo, ci faceva vivere in maniera più che dignitosa. Il nostro tenore di vita poteva equipararsi infatti a quello di una famiglia benestante. O quasi. Insomma, non ci mancava nulla, e potevamo anche permetterci di toglierci piccole soddisfazioni. Ma quando mio marito aprì il portafogli consegnandomi le banconote, qualcosa scattò nella mia testa. Che razza di padrona ero se dovevo chiedere a lui i soldi per fare una spesa extra? E' vero che non ero mai stata brava a far quadrare il bilancio, ma ero sveglia e avrei potuto imparare presto. Fatto sta che, man mano che camminavo per andare al mercato, cominciavo a considerare quella cosa come imprescindibile per il mio rapporto dominante. Mentre ritornavo poi, avevo preso la mia decisione. Dovevo assolutamente avere io in mano le redini economiche della famiglia. Non mi interessava certo spendere quei soldi a mio piacimento, ma volevo essere io a gestirli, magari rimanendo con i piedi ben piantati per
terra per il bene della famiglia. Non volevo apportare grandi cambiamenti quindi, ma ritenevo che, per il rapporto che si era instaurato con mio marito, e per il modo in cui io intendevo dominarlo, fosse assolutamente necessario.
La mia non era una dominazione racchiusa nella camera da letto, non era un semplice gioco erotico. Anche se la parte erotica, il nostro desiderio quasi animalesco era una componente più che importante nel nostro rapporto. La mia era una dominazione totale. Ma mancava ancora qualche tassello, e uno di quei tasselli era il potere economico che ancora era detenuto da mio marito. No, non andava bene. Non per me, almeno. Non per la dominatrice che stavo diventando.
Quando tornai in spiaggia quindi, presi da una parte Marco, che era intento a
chiacchierare con un nostro vicino d'ombrellone.
"Dobbiamo andare un attimo a casa. Devo parlarti di una cosa molto importante", gli intimai sottovoce ma decisa. Non avevo voglia di essere troppo autoritaria vicino a tutta quella gente che ci conosceva ormai da molti anni.
Mio marito obiettò qualcosa ma il mio sguardo severo lo fece desistere.
Chiesi alla mamma di un'amichetta delle mie figlie se poteva dare un'occhiata
anche a loro e, dopo aver ricevuto risposta positiva, ci incamminammo verso
casa. Stava per accadere qualcosa di molto importante nel nostro futuro. Qualcosa che avrebbe avuto un risvolto decisivo nella mia trasformazione a donna dominante.
Continua...
prima volta quegli indumenti in lattice, look che avevo poi replicato altre volte appena restavamo soli. C’era qualcosa di magico in quel tessuto. Io mi vedevo sensuale all’ennesima potenza, e mio marito perdeva addirittura il lume della ragione. Ma la cosa strana era un’altra. Quando indossavo il lattice io mi sentivo un’altra donna. Più bella, certo, irresistibile, altrettanto ovvio, ma mi sentivo più dominante. Non era una finzione, una scena, io ero davvero la padrona assoluta di mio marito, e percepivo lui solo come il mio schiavo, l’uomo che aveva l’onore di servire una divinità come me. Questa sensazione però scemava appena mi toglievo quegli indumenti. Sì, ero sempre la padrona e lui sempre il mio schiavo, ma abbandonavo quell’aura di divinità che mi prendeva quando indossavo il lattice.
La cosa più importante di quel periodo era che mi stavo preparando per un nuovo
piccolo viaggio. Non mi ero certo dimenticata che lo scorso anno avevo vinto, grazie alla mia bravura nella pallavolo, una settimana gratuita da trascorrere in un residence all'interno di un vasto villaggio vacanze, e decisi quindi di usufruirne. Per prima cosa dovetti naturalmente chiedere alla titolare del negozio dove lavoravo, ovvero mia cugina Alessandra, il permesso di allontanarmi. Era l'ultima settimana di maggio, e non era proprio un periodo adattissimo per fare delle vacanze, ma era anche l'ultima possibilità di usufruire di quel buono in quanto, alla fine di quel mese, sarebbe iniziata l'alta stagione, e non avrei avuto più modo di usufruire di quel viaggio omaggio.
Riuscii con un po' di difficoltà a convincerla. Del resto, sapevo di esserle
necessaria, e quindi alla fine dovette cedere. Quel lavoro era molto comodo per
me, ma anche per lei ero stata una manna dal cielo. Ero onesta, fidata e molto
motivata, oltre che abbastanza capace. Pertanto mia cugina fece buon viso a
cattivo gioco, cedendo alle mie richieste. Telefonai quindi a quell’albergo e,
constatata la disponibilità dei posti, prenotai. Era per me molto importante
evadere dalla quotidianità pur molto serena ed eccitante che vivevo in quel
periodo. Sarebbe stata una settimana in cui avrei potuto accentuare il mio
potere su Marco. Saremmo stati da soli e lui si sarebbe dovuto dedicare a tutto. Avrebbe dovuto cucinare, fare la spesa, ripulire e soprattutto servirmi, visto che la formula residence era proprio incentrata su quello. Non avevo mai amato quel tipo di vacanza, ma in quel momento era l'ideale per quello che avevo intenzione di fare. E' vero che erano tutte cose che già faceva regolarmente a casa, ma il fatto di stare da soli, senza nessuno che ci conoscesse, mi faceva pregustare una settimana molto intensa. Arrivai quindi alla settimana antecedente alla partenza. Decisi di trascorrere quel fine settimana nella casa al mare dei miei suoceri. Mi ero resa conto che avevo bisogno di un po' di abbronzatura prima di partire. La mia pelle era chiara e delicata, in contrasto con il mio fisico tonico e allenato, e in quel momento, all’inizio cioè dell’estate, mi vedevo come un latticino. Riuscivo a nascondere questo problema sul viso con un po’ di sapiente trucco, ma il corpo aveva assoluto bisogno di un’adeguata preparazione se poi la settimana seguente volevo sfoggiare i miei bikini e fare la figura che avevo intenzione di fare. Quel week-end, il primo veramente caldo della stagione, cadeva quindi a proposito per cercare di prendere un po' di sole. Appena terminai il lavoro partii insieme alle bambine e a mio marito. Era un breve viaggio che durava poco meno di un'ora e mi ritrovai, per la prima volta durante quella stagione, in quella casa che ormai consideravo come mia. C'era ovviamente polvere e disordine, ma non era un problema che mi riguardava. Avevo già avvertito Marco che avrebbe dovuto pulire e riordinare tutta la casa e, naturalmente, non avevo ricevuto obiezioni. Ormai era terminato il periodo in cui faceva le cose per farsi punire o picchiare. Sapeva che non lo tolleravo e si comportava di conseguenza, obbedendo senza il minimo accenno di reazione, ed espletando i miei ordini cercando di fare del suo meglio. Questo non significava certo che fosse immune da punizioni o dal prendersi la sua dose di percosse. Lo tenevo sempre sotto tiro, senza tralasciare il minimo dettaglio e la minima imprecisione nei suoi lavori. Si trattava per lo più di lavori domestici, ma ormai avevo delegato a lui tante altre faccende di cui prima mi occupavo io. L'importante era che mi ragguagliasse su tutto quello che gli facevo fare, mentre la mia preoccupazione era soltanto quella di accertarmi che fosse svolto bene.
Indossai il costume e le bambine fecero altrettanto, correndo poi nel piccolo giardino antistante la casa per giocare. Mi avvicinai a mio marito che era intento a fare le prime pulizie, cogliendolo alle spalle quasi di sorpresa. Marco trasalì.
"Tranquillo, non ho intenzione di farti del male. Per adesso. Io vado al mare
con le bambine. Quando ritorno spero di trovare tutto sistemato."
"Certo, Padrona. Metto in ordine la casa e poi vado a comprare qualcosa per
mangiare. Vuole che le prepari qualcosa di particolare?"
"No, pensaci tu," gli risposi, prendendolo come di consueto per il mento, gesto
che mi dava un'autorità ancora più smaccata di quella che già possedevo in
abbondanza. "Se ti sarai comportato bene e mi avrai soddisfatta, ti farò
uscire con me stasera e ti porterò a mangiare un bel gelato, altrimenti te ne
rimarrai a casa."
"Farò del mio meglio, Padrona. Spero di non deluderla. Mi piacerebbe tanto
poter uscire con lei stasera, accompagnarla e godermi la sua bellezza", rispose pieno d'adorazione. Non ero ancora mai uscita da sola, anche se sapevo che l'avrei potuto fare quando volevo. In realtà non era mai stata una mia aspirazione. La mia necessità primaria era quella di trascorrere più tempo possibile proprio con lui, per fargli pesare il mio dominio. Per assurdo che potesse sembrare, io mi sentivo una vera dominatrice solo di fronte a lui, al mio sottomesso, e quindi quella minaccia era un po' campata in aria. Avrei addirittura preferito non metterla in atto. Al limite comunque, sarei uscita con le mie figlie a farmi una passeggiata per le vie di quella cittadina balneare, non avrei fatto certo niente di sconvolgente. Ad ogni modo, senza togliere la mia mano dalla sua faccia, rafforzando invece la presa, lo baciai con voluttà, quasi a sancire il mio potere su di lui. Anzi, la mia proprietà. Quando mi staccai da lui, Marco mi osservò estasiato. Era innamorato di me in modo sicuramente diverso da quello che solitamente si intende per amore. La sua poteva paragonarsi a vera e propria adorazione, e si capiva da ogni suo gesto. Forse tutto quell'amore non era indirizzato a me, bensì a quello che rappresentavo per lui ma, ad ogni modo, a me la cosa soddisfaceva in pieno anche così. Intanto constatai ancora una volta come fosse estremamente piacevole anche fare quei gesti, apparentemente d'amore, ma che in realtà racchiudevano un significato molto più profondo. Ero io infatti che decidevo se punirlo o premiarlo, proprio come si fa con un bambino piccolo o con un cane, e anche quello era potere, un potere altrettanto sconvolgente se non addirittura superiore a quello che provavo quando invece facevo la dura, quando la mia anima si colorava interamente di nero, e che forse, mio marito gradiva in maniera addirittura superiore. In ciascuno dei due casi, Marco dipendeva comunque esclusivamente da me, e quella sensazione era inebriante.
Uscii da casa, presi per mano le bambine e me ne andai al mare felice. Dovevo abbronzarmi per essere perfetta per la settimana successiva, quella della partenza, e non volevo perdere altro tempo.
Il prosieguo della giornata non fu di vitale importanza. Mi rosolai al sole coperta da creme abbronzanti mentre le bambine giocavano allegramente sulla sabbia, e quando tornammo a casa era tutto magicamente pulito. Marco si era dato un bel daffare e, siccome anche la cena fu di mio gradimento, lo ricompensai come gli avevo promesso, facendolo uscire con me nel corso della serata, con sua grande gioia. Ci sedemmo a un bar tutti e quattro per mangiarci un bel gelato, e facemmo una lunga passeggiata. Prima nel minuscolo centro di quella cittadina che stava cominciando a uscire dal letargo invernale, e poi sul lungomare, salutando affettuosamente le tante persone che conoscevamo dopo tanti anni di permanenza estiva. Ero vestita casual, in jeans e con una magliettina elasticizzata nera, senza rossetto e con il trucco appena accennato, addirittura con i capelli raccolti con una coda, ma anche in quel modo avevo colto delle occhiate da parte degli uomini. Soprattutto sul mio delizioso sederino strizzato nei jeans. Anche Marco era attraente, almeno ai miei occhi. Indossava un jeans e una camicia bianca a maniche lunghe rigirate che faceva spiccare la sua carnagione olivastra. Mi piaceva ancora tanto quell’uomo, mi piaceva come pochi altri. Ogni tanto, durante quella passeggiata, mi fermavo per volerlo baciare castamente, come farebbero due sposini in viaggio di nozze, suscitando la gioia delle bambine che si mettevano in mezzo a noi per voler essere baciate a loro volta, felici anche di vedere i loro genitori innamorati come non mai. Chi mai poteva immaginare, guardandoci, quello che facevamo quando ci trovavamo da soli? Forse solo chi fosse riuscito a decifrare lo sguardo imbambolato di mio marito, perso completamente nell’ammirazione che provava per me. Ogni tanto mi chiedevo ancora come tutto questo fosse possibile, eppure era così. Avevo letto che gli uomini sottomessi tendevano a vedere la loro padrona quasi come un'entità sovrannaturale, aumentandone a dismisura i pregi e annullandone completamente i difetti, e forse Marco mi vedeva come una sorta di dea. Ma quella sera, in cui mio marito mi riempì di elogi per la mia bellezza, la posso considerare come la quiete prima della tempesta. Il giorno seguente infatti, ci alzammo di buon mattino per andare di nuovo in spiaggia. Marco preparò la colazione per me e per le bambine, e poi mi chiese se poteva raggiungermi in spiaggia in seguito, in
quanto prima sarebbe dovuto andare a fare delle compere per il pranzo e la
cena di quella giornata. Naturalmente acconsentii. Prima di andare in spiaggia
mi recai al mercatino settimanale per comprare dei costumini nuovi per le
bambine ma, dopo averli scelti, mi accorsi, con mio grande disappunto, di avere con me pochi soldi liquidi che non bastavano per la spesa che avevo effettuato. Avevo con me la carta di credito che però le bancarelle non accettavano e che, comunque, nemmeno avrei potuto usare in quanto, tra le spese effettuate a Londra e gli acquisti degli indumenti fetish, avevo già speso oltre il mio budget mensile. Diedi al commerciante un piccolo acconto per tenere da parte le cose che avevo comprato, riproponendomi di passare dopo con calma. Del resto, il mercatino era a poche centinaia di metri dalla spiaggia, e sarei potuta andare con comodo a ritirare le mie compere. Me ne andai quindi al mare, attendendo che Marco mi raggiungesse. Quando lo vidi, mi feci dare una sostanziosa elargizione per ritirare i costumini. Come ho già avuto modo di dire, io potevo considerarmi senz’altro una spendacciona. Dilapidavo quasi interamente il mio stipendio, e in due anni e mezzo di lavoro avevo messo da parte ben poco, spendendo per me e per le bambine. In tal modo però non facevo rientrare le mie esigenze nel bilancio familiare, e lo stipendio che guadagnava Marco, tolto il mutuo, ci faceva vivere in maniera più che dignitosa. Il nostro tenore di vita poteva equipararsi infatti a quello di una famiglia benestante. O quasi. Insomma, non ci mancava nulla, e potevamo anche permetterci di toglierci piccole soddisfazioni. Ma quando mio marito aprì il portafogli consegnandomi le banconote, qualcosa scattò nella mia testa. Che razza di padrona ero se dovevo chiedere a lui i soldi per fare una spesa extra? E' vero che non ero mai stata brava a far quadrare il bilancio, ma ero sveglia e avrei potuto imparare presto. Fatto sta che, man mano che camminavo per andare al mercato, cominciavo a considerare quella cosa come imprescindibile per il mio rapporto dominante. Mentre ritornavo poi, avevo preso la mia decisione. Dovevo assolutamente avere io in mano le redini economiche della famiglia. Non mi interessava certo spendere quei soldi a mio piacimento, ma volevo essere io a gestirli, magari rimanendo con i piedi ben piantati per
terra per il bene della famiglia. Non volevo apportare grandi cambiamenti quindi, ma ritenevo che, per il rapporto che si era instaurato con mio marito, e per il modo in cui io intendevo dominarlo, fosse assolutamente necessario.
La mia non era una dominazione racchiusa nella camera da letto, non era un semplice gioco erotico. Anche se la parte erotica, il nostro desiderio quasi animalesco era una componente più che importante nel nostro rapporto. La mia era una dominazione totale. Ma mancava ancora qualche tassello, e uno di quei tasselli era il potere economico che ancora era detenuto da mio marito. No, non andava bene. Non per me, almeno. Non per la dominatrice che stavo diventando.
Quando tornai in spiaggia quindi, presi da una parte Marco, che era intento a
chiacchierare con un nostro vicino d'ombrellone.
"Dobbiamo andare un attimo a casa. Devo parlarti di una cosa molto importante", gli intimai sottovoce ma decisa. Non avevo voglia di essere troppo autoritaria vicino a tutta quella gente che ci conosceva ormai da molti anni.
Mio marito obiettò qualcosa ma il mio sguardo severo lo fece desistere.
Chiesi alla mamma di un'amichetta delle mie figlie se poteva dare un'occhiata
anche a loro e, dopo aver ricevuto risposta positiva, ci incamminammo verso
casa. Stava per accadere qualcosa di molto importante nel nostro futuro. Qualcosa che avrebbe avuto un risvolto decisivo nella mia trasformazione a donna dominante.
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