La vita di Patty Capitolo 33
di
Davide Sebastiani
genere
dominazione
Mentre camminavamo, osservavo Marco che era visibilmente preoccupato, e la cosa mi divertiva.
"Ho fatto qualcosa di sbagliato, Signora?" s'informò.
"Fra poco saprai", risposi enigmaticamente, prendendolo per un braccio e proseguendo a camminare per quelle poche decine di metri che ci separavano ormai
dall'abitazione.
"Vai a prepararmi un caffè", gli ordinai appena entrati. Ne approfittai per
guardarmi allo specchio. Avevo un due pezzi a tinte floreali con la mutandina
con i laccetti abbastanza piccolo, anche se non troppo scosciato. Non era quello il posto adatto per fare scena, anche se in spiaggia non ero certo passata inosservata. Una giovane donna alta un metro e ottanta, con un fisico atletico e con un viso delizioso come il mio, attirava gli sguardi, con mio immenso piacere. E, a proposito di costumi, ne avevo comprati un paio che avevo intenzione di portarmi fuori la settimana seguente che erano invece molto appariscenti. In realtà erano l'esatto contrario. Si trattava infatti di bikini minuscoli che non avrei avuto il coraggio di indossare nemmeno quando ero una ragazzina. Indosso a una come me, sarebbero stati perfetti, e già pregustavo quel momento, immaginando quanto avrei attirato l’attenzione. Continuavo a rimirarmi riflettendo su quanto fossi cambiata rispetto a due anni e mezzo prima, quando Marco arrivò con il caffè. Lo bevetti e quindi gli ordinai di accendermi una sigaretta. Mi sembrava di essere ritornata indietro nel tempo, esattamente a due mesi prima, nel giorno in cui io scoprii il suo inghippo. Io seduta sul divano e lui in trepidante attesa di quello che dovevo dirgli. Aveva la stessa identica tensione.
"Vedi, Marco, non mi va proprio che sia tu a gestire i soldi che entrano nella
nostra famiglia", esordii andando subito al sodo.
"Non capisco, Signora. E' vero che sono io a gestirli, ma i soldi sono per
tutta la famiglia, e lei sa perfettamente che sto molto attento a questo, e non
sono uno di quelli che si mette a fare spese pazze."
"Non me ne importa niente che tu sia stato bravo nel gestirli fino ad ora. E ancora meno m’interessa che tu capisca. Capire non fa parte dei tuoi compiti. Ho
deciso di prendere in mano io le redini anche dell’economia domestica, e quando
ritorneremo in città mi metterai al corrente di tutte le spese. A te darò
qualcosa per le tue spesucce settimanali e te la farai bastare. Per tutte le
altre spese dovrai chiedere a me, compresi i soldi per la spesa alimentare che
ti darò giornalmente e che controllerò scrupolosamente."
Marco ascoltava tutto con gli occhi sbarrati. Non si sarebbe mai aspettato una cosa del genere da me.
“Ma… è complicato, Signora. Non si può fare una cosa del genere da un momento all’altro.”
Mi alzai di scatto. “Cosa vorresti insinuare? Che sono una scema che non è in grado di occuparsi di contabilità domestica?”
“No, Signora, non mi permetterei mai. Lei è intelligente come poche ma...”
“Nessun ma. Intanto inizia col consegnarmi il portafogli. Tiralo fuori. Adesso.” Marco fece il gesto di tirare fuori il portafogli ma poi si fermò.
"Non puoi fare una cosa del genere, Patty. Questa è una cosa seria, non è più un gioco. Sono un uomo, lavoro e mi faccio un culo tanto, non puoi lasciarmi con una paghetta come se fossi un bambino."
E così finalmente lo avevo fatto incazzare. Malgrado tutto quello che era accaduto, malgrado le botte e le punizioni che gli avevo dato, mio marito ancora considerava ciò che facevamo solamente un gioco. Ero molto calma e mi avvicinai a lui decisa e sicura.
"Te l'avevo detto che il nostro non era più un gioco. Tu farai quello che io
ti ordino, con le buone o con le cattive. Intanto preparati perche stai per
ricevere un sacco di botte, mio caro. Non dovevi azzardarti a darmi del tu e,
tantomeno, ad alzare la voce in quel modo. Alla fine capirai che quella che stai vivendo è la vita vera e non un gioco per farti eccitare. Te l'avevo
avvertito, ma tu non hai voluto credermi."
Lo guardai bene in faccia mentre continuavo ad avvicinarmi. Avevo in mente solo una cosa: fargliela pagare e soprattutto fargli capire, una volta per tutte, che comandavo io. Se per farlo avrei dovuto usare la forza, tanto meglio. La cosa mi solleticava non poco.
Marco intanto indietreggiava impaurito.
"Aspetta, Patty. No, mi scusi, Padrona. Non volevo mancarle di rispetto. Non era quello che intendevo dire. Lo so che non è un gioco quello che stiamo facendo, e mi sono espresso male. Cerchiamo di ragionare. Lo so che lei è più forte di me, non c'è bisogno che mi dia un'altra dimostrazione."
"Troppo tardi, stronzetto. E se ne hai la forza cerca di difenderti, perché
non smetterò fino a che non ti vedrò strisciare per terra. Te l'avevo detto
che avevi commesso un grave errore nel farmi diventare quella che sono."
Come quella volta in cui scoprii il suo gioco, ero entrata in una bolla. Anzi, in quel momento ero ancora più determinata
Ero ormai di fronte a mio marito, all'uomo che aveva voluto fare di me una
dominatrice. Non una qualunque, ma una forte, brava nelle arti marziali, una che poteva metterselo sotto quando voleva. Per un attimo ripensai a tutto ciò che mi aveva fatto, alle sue menzogne. Era assurdo, completamente inconcepibile ciò che era accaduto. Io ci avevo creduto, come una povera cretina. Quel fatto però aveva lasciato dentro di me una rabbia che spesso non riuscivo a controllare. La cosa più assurda era che io ero diventata veramente una dominatrice. Non per gioco, ma perché mi piaceva come mai mi era piaciuta una cosa in vita mia. L’unico grosso problema per lui era che non mi poteva controllare più. Non ero come lui voleva che fossi, e quella mattina ne avevo avuto la prova. Sentivo in me una strana forza, un desiderio incontrollabile di ridurlo veramente in schiavitù. Ormai quella situazione mi aveva presa del tutto, e non riuscivo più a scindere le cose giuste da quelle sbagliate. Mi liberai delle mie ciabattine da mare e iniziai a girargli intorno, incurante del fatto che Marco mi chiedesse di non picchiarlo. Sapeva che non avrei rinunciato e tentò una sortita cercando addirittura di scappare di casa. Non mi colse di sorpresa. Avevo messo in preventivo una mossa del genere e lo rincorsi immediatamente, senza dargli modo di aprire la porta. Lo afferrai per un braccio e lo voltai di scatto, per colpirlo poi con uno schiaffo violentissimo.
“Questo è l’inizio, tesoro”, ironizzai senza pietà. Lo avevo allontanato dalla porta e mi avvicinai a lui, con passo sicuro. Mi pregò di smettere, ma ormai era troppo tardi. Volevo fargli male, volevo che lui comprendesse in modo definivo che io ero davvero la sua padrona, e che mi avrebbe dovuto obbedire. Dovevo dargli la lezione che, secondo me, meritava. Marco comprese che non mi avrebbe intenerita, e cercò allora di neutralizzarmi prendendomi le mani con le sue. Gesto molto stupido perché mi diede modo di dargli una tremenda ginocchiata al plesso solare che lo fece piegare in due facendogli mancare l'aria. Se avevo ancora dubbi sulla mia superiorità, erano bastati pochi secondi per dissiparla completamente. Non proseguii nemmeno. Era tutto troppo facile e mi allontanai dandogli modo di rifiatare.
"Cerca di farmi divertire almeno un po'", gli dissi sorridendo, e sempre più
sicura delle mie capacità. Marco si rimise in posizione eretta, ma non sapeva
minimamente lottare. Era dotato di una forza abbastanza elevata. Non ero certa che lo avessi superato da quel punto di vista, e forse eravamo più o meno sullo stesso piano, ma non sapeva sfruttarla. Per me era quindi un gioco da ragazzi riuscire a entrare nella sua guardia approssimativa. Quando poi cercava di attaccare, per lui era peggio ancora, in quanto mi lasciava tutta la sua sagoma a disposizione. Non sapeva proprio come comportarsi, alternando delle timide sortite che non avevano alcun effetto a difese banali e senza speranza. L’unica possibilità che aveva era quella di venirmi addosso e sfruttare la sua mole. Lo fece ma, per tutta risposta, mi spostai facendo perno sulla mia gamba sinistra, per poi colpirlo al volto con la gamba destra. Cadde come una pera cotta. Gli diedi nuovamente la possibilità di rialzarsi.
“Basta, la prego, Padrona”, m’implorò. Senza sortire effetto a parte quello di aumentare la mia autostima già ai massimi livelli.
“Ho appena cominciate, stronzo. Vedremo se, quando avrò terminato, tu oserai ancora disobbedirmi e penserai che sia tutto un gioco.”
Ci rimettemmo in posizione. Dopo alcuni secondi decisi che era giunto il momento di fare sul serio. Feci muovere dapprima la mia gamba sinistra in un , che però Marco riuscì a schivare muovendosi sulla sua destra, ma nulla poté invece quando indietreggiai di qualche centimetro per poterlo colpire ancora con un calcio portato all'altezza del viso, stavolta con il dorso del piede destro. Sentii distintamente il mio piede affondare sulla sua faccia, e vidi schizzi di sangue derivanti dall'ennesima rottura delle labbra che gli infliggevo. Marco andò a sbattere contro il muro, intontito ma ancora in piedi. Senza perdere tempo gli presi il braccio destro con la mia mano sinistra mentre con la destra lo afferrai per una gamba chinandomi e, rialzandomi di scatto, lo feci ruotare sulle mie spalle, praticamente sollevandolo, facendolo piroettare, e infine facendolo cadere ad un paio di metri di distanza proprio sopra su una sedia di legno che si schiantò sotto il peso di mio marito. La tecnica che avevo utilizzato si chiamava , una delle più spettacolari che i praticanti di judo avevano a disposizione. Marco mi guardò terrorizzato mentre avanzavo verso di lui. Gridò aiuto, mi chiese di fermarmi, e invece io mi sentivo adrenalinica e senza pietà. Lo colpii di nuovo all'altezza dello stomaco mentre era ancora per terra. Ora piangeva Marco, senza ritegno, dolorante, con il fiato che gli mancava di nuovo e, soprattutto, impossibilitato a difendersi. Lo presi per il braccio facendolo rialzare e sbattendolo al muro. Preparai il pugno con la mia mano destra
"Allora, tesoro?" gli dissi ironica. "Che cosa hai deciso?"
"Farò quello che lei vuole, Signora", singhiozzò sempre più terrorizzato. Malgrado questo, non ebbi compassione, e lo colpii ugualmente con il pugno che
avevo preparato. Non usai neanche tutta la violenza e la forza che possedevo,
ciononostante, mio marito girò la testa, chiuse gli occhi e scivolò per terra con un rivolo di sangue che gli scendeva dalla bocca. Dovetti attendere qualche secondo prima che riaprisse gli occhi in quanto, evidentemente, aveva perso i sensi per qualche istante. Era seduto per terra, con il corpo appoggiato al muro, mentre io troneggiavo in piedi sopra di lui. Respiravo profondamente per calmarmi. Il mio istinto era quello di proseguire a picchiarlo, dargliene tante da mandarlo all'ospedale, mentre la mia razionalità mi diceva invece di smettere perché era già ridotto male, e non avrebbe sopportato altre percosse. Anche perché ormai aveva capito perfettamente quello che volevo da lui.
"No, basta, la prego," supplicò di nuovo Marco. Io, indifferente a quelle suppliche, poggiai il mio piede destro sul suo collo. "Così mi uccide. Farò quello che lei mi ordina, non oserò più mettere in discussione una sua decisione."
Gli tolsi il piede dal collo e lo presi per i capelli con violenza, facendolo alzare. Quando fu di fronte a me lo colpii ancora con due tremendi ceffoni che lo fecero di nuovo cadere per terra.
"Alzati, idiota", gli ordinai con severità e, quando lui lo fece, lo afferrai
per il collo con la mano destra. "Che tu alla fine facessi quello che volevo
era scontato. Ora forse avrai capito definitivamente che non giocavo quando ti
dicevo che il tuo burattino ora vive di vita propria."
"Io non volevo questo," disse mio marito proseguendo a piangere. "Io volevo
che il nostro fosse un gioco, un gioco in cui avrei adorato e servito la mia
padrona. Una padrona più forte di me che ogni tanto mi dimostrasse la sua
superiorità. Non volevo prendere tutte queste botte. Ho paura."
Sorrisi. Era proprio quello che volevo e ne ero straordinariamente felice. "Non me ne frega un cazzo di quello che desideravi, e il fatto che io ti faccia paura era proprio quello che volevo. Tu devi fartela sotto anche solo se ti guardo storto. Hai sbagliato i tuoi calcoli, mio caro. Non avresti mai potuto
immaginare che mi sarei immedesimata così tanto nella parte, non è vero? Ma ora le cose stanno così. Se non ti stanno bene, vattene. Anzi, sono io che ti caccio via a calci in culo", terminai dandogli una poderosa spinta e mandandolo di novo in terra. Lo afferrai poi per un braccio e lo trascinai verso la porta. Non so se volessi cacciarlo veramente o se volessi soltanto provare a testare la sua disponibilità e la sua totale sottomissione.
"No, Padrona, no", urlava intanto con disperazione mio marito. Per fortuna la
nostra casa era abbastanza isolata, altrimenti con tutte quelle grida sarebbe
già intervenuta la polizia.
“No? E perché no? Io voglio uno schiavo. Uno schiavo totale, che viva per me e che mi adori come merito. Ne posso trovare a migliaia. Guardami, sono bella, e qualunque uomo farebbe pazzie per me. Figuriamoci un uomo con istinti sottomessi. Non sei unico, Marco. Come te ce ne sono a migliaia.”
"Lo so, lei potrebbe avere tutti gli schiavi che vuole. Però… Non mi cacci, la prego. Io non posso vivere senza di lei. Non m'importa quello che lei farà di me, ma ho bisogno di lei, mia Padrona. Io la amo. Le chiedo solo umilmente di poter vivere accanto a lei. Non era quello che sognavo, ma forse è meglio così. Ora so di avere una vera padrona, una donna che non mi perdonerà nulla, e non un burattino costruito da me. Mi faccia rimanere, mia Signora, e non se ne pentirà. Sarò lo schiavo che lei vuole. La scongiuro." Parlava tra i singhiozzi. Ciononostante non mi faceva tenerezza. Pensai che avesse avuto ciò che meritava. Mi fermai a un paio di metri dalla porta. In fondo, che senso aveva cacciarlo? Ma volevo divertirmi, aumentare il mio potere. Lo feci rialzare, e poi un violento pugno allo stomaco e l’ennesimo manrovescio che lo mandò a terra a qualche metro di distanza.
“Alzati!” gli ordinai. Non ce la faceva. Provò a rialzarsi per cadere di nuovo miseramente a terra. Lo avevo ridotto male. E per me era una sensazione straordinaria. Provò di nuovo a mettersi in piedi. Barcollava vistosamente e continuava a piangere.
“La prego, Signora, non mi mandi via. Io senza di lei non posso vivere”, mi scongiurò.
"Chiedimelo in ginocchio, come uno schiavo deve fare di fronte alla sua
padrona", gli ordinai, lasciandogli il braccio. Marco eseguì. S'inginocchiò di
fronte a me ripetendo tutto, mentre io assaporavo tutte quelle suppliche, che mi
facevano sentire sempre più potente a ogni parola che gli usciva dalla bocca.
Ancora una volta, come tutte le altre volte che gli avevo messo le mani
addosso, la smania di fare sesso si era impadronita di me. Più io ero violenta nei suoi confronti, e più quella particolare smania s'impadroniva di me. Non volevo premiarlo però. Gli ordinai di tirarmi giù lo slip del costume. Senza ordinargli nulla mio marito aveva già compreso. Volevo avere del sesso orale e lui fu lestissimo ad accontentarmi. Mentre sentivo la sua lingua sul mio clitoride, pensavo a quanto la vita fosse meravigliosa per me. Stavo godendo, stavo assaporando il vero piacere sessuale, anche se un po’ mi dispiaceva non avere il suo cazzo dentro di me. Ma andava benissimo anche la sua lingua. Fu breve. Il mio desiderio era spasmodico. In quei momenti avrei potuto violentare un uomo pur di scoparmelo, e pensai a quanto potesse essere piacevole. Se avessi trovato un uomo restio a venire con una come me, cosa che reputavo praticamente impossibile. Marco intanto proseguiva a darmi piacere con la lingua. Il mio corpo continuava a fremere voglioso, e dopo pochi minuti, forse nemmeno un paio, esplosi in un orgasmo pieno, chiudendo gli occhi e respirando affannosamente. Come alcuni giorni prima, il piacere era stato talmente intenso da farmi scendere un numero impressionante di liquidi, che erano addirittura schizzati per la stanza. Avevo avuto nuovamente quello che era per le donne il raggiungimento massimo del piacere, e veniva chiamato squirting. Una specie di eldorado per le donne perché era difficilissimo da raggiungere. Quasi impossibile. Soprattutto nel sesso penetrativo. E infatti, le uniche volte che l’avevo raggiunto era stato con il sesso orale. Lo scoprii in seguito, andando sul web a cercare notizie sul motivo di quell’eccesso di liquidi che aveva accompagnato il mio orgasmo.
Dopo essermi ripresa da quell’orgasmo potentissimo, guardai mio marito che era rimasto in ginocchio in attesa di miei ordini. Lo guardai, la faccia completamente sporca di sangue e dei miei umori, Scoppiai a ridere. Malgrado potessi considerare quell’orgasmo come uno dei più belli della mia vita, ancora non mi sentivo sazia. Avevo deciso di non scoparmelo per non fargli avere piacere, ma volevo ancora godere. Non ci dovetti pensare molto. Mi voltai e mi piegai, mettendogli il sedere in faccia. Ormai mi consideravo assolutamente libera da tutti i tabù che avevano caratterizzato la mia vita fino a qualche mese prima.
"Hai sempre detto che il sedere è la parte più bella del mio corpo. Dimostramelo! Voglio sentire la tua lingua dentro il culo. Avanti." Si, ero
diventata perversa anche nel sesso. Non avevo mai svolto quella pratica. A dir
la verità, non l'avevo mai neanche desiderata. Eppure, appena sentii la sua lingua muoversi abilmente nei meandri del mio ano, capii che quella sarebbe stata solo la prima di una lunga serie. Come potevo aver rinunciato fino ad allora a quel piacere? Era straordinario, stupefacente e non riuscivo a stare ferma. Sembrava quasi che venissi baciata e leccata contemporaneamente in ogni parte del mio corpo, e davo ogni tanto colpi d'anca respirando sempre più affannosamente. Quando terminò mi adagiai anch'io sul pavimento per riprendere fiato. Rimasi in quella posizione per diversi minuti, pienamente soddisfatta sessualmente, poi in silenzio mi alzai e andai a lavare le mie parti intime. Mi rimisi lo slip e guardai mio marito che era ancora nella stessa posizione in cui l'avevo lasciato.
"Io vado a finire di prendere la mia tintarella", gli dissi, mentre stavo per
aprire la porta.
"E io? Mi fa rimanere con lei, Padrona?"
"Per il momento si. Ma spero che tu abbia capito con chi hai a che fare. La prossima volta ci andrò ancora più pesante. Tu da oggi non hai più diritti, ma solo doveri. Altrimenti con me hai chiuso."
"No, no, la scongiuro. Grazie, Padrona. E' tutto quello che chiedo. So che ho sbagliato per quello che ho fatto e le chiedo perdono. E' giusto così. Non avrebbe avuto senso una dominazione nel modo in cui io stavo fantasticando. Ora la mia vita le appartiene veramente, e non oserò più chiedere niente in cambio. Lei ha meritato di essere la mia padrona, e io spero di meritarmi di poterla servire. E per qualunque cosa dovessi sbagliare, lei ha il pieno diritto di ridurmi ancora come oggi. Oggi ho capito che sono fiero di essere suo schiavo, e felice di essere il marito di una donna unica e meravigliosa", mi disse, correndo poi verso di me e inginocchiandosi nuovamente per baciarmi i piedi, quegli stessi piedi che avevano ridotto la sua faccia a qualcosa di indecifrabile. Io guardai quella scena e pensai che in quel momento, e solo in quel momento, lo avevo addomesticato del tutto. Ora era completamente in mio potere, e ne ero felice, felice come non avrei immaginato si potesse essere. Gli accarezzai la testa in un lampo di tenerezza e di umanità.
"Prima di tutto, non sta a te darmi la concessione di poterti alzare le mani. Me la prendo da sola, come e quando voglio. L’unica cosa che potevo concederti era di andartene. Sei rimasto e sappi che non ti farò alcuna concessione, Marco. Sarò dura e spietata, e potresti pentirti di non aver colto l'occasione per scappare lontano da me. Sappi che da adesso in poi non ti concederò più un’occasione del genere. Tu mi appartieni totalmente ormai, e io farò di te quello che voglio."
"Non me ne pentirò, Padrona, qualunque cosa accada. So che lei sarà spietata
con me, ma so anche che la mia vita senza di lei non avrebbe alcun significato. E poi lei è nata per fare la padrona. Io l'avevo capito fin dal primo giorno che l'ho vista. Bellissima e con un carattere ideale per comandare. Comunque vada, sono fiero di essere riuscito a tirare fuori da lei le sue reali tendenze."
"Vedremo. Per il momento tu rimani a casa mentre io ritorno in spiaggia.
Così conciato sei impresentabile," sentenziai. Aprii la porta ma mi fermai sulla soglia. “Non dimentichi niente?”
Lui mi guardò stupito. “Che cosa, Signora?”
“Il portafogli.”
Mio marito abbassò la testa, cercò il suo portafogli e me lo consegnò con le mani tremanti. Afferrai il portafogli e ne trassi tutti i soldi e le carte di credito, per poi riconsegnarglielo. Presi anche un paio di banconote e le gettai per terra
“Quelli ti dovranno bastare per tutta la settimana. Tanto tu sei un virtuoso e non hai vizi. Sono sicura che riuscirai anche a risparmiare un pochino”, conclusi, uscendo di casa come se niente fosse accaduto. E invece era cambiato ancora una volta tutto quanto. Mentre camminavo mi veniva in mente che quando scoprii le vere tendenze di mio marito mi chiedevo fino a dove sarei potuta arrivare. Ora avevo la risposta. A tutto. Si, potevo permettermi ormai qualunque cosa con Marco, e lui avrebbe accettato. Lo avrebbe fatto perché senza di me era praticamente niente, e io ero la sua ragione di vita. Mi rimaneva solo un piccolo dubbio, una cosa che cominciava sempre più a farsi strada e a incunearsi nella mia mente.
Cercavo di rigettarla, ma ogni volta tornava prepotentemente a galla. Ma non
era quello il momento di pensarci. Ora dovevo tornare a fare la mamma e le mie
bambine erano in spiaggia ad aspettarmi. Per tutto il resto, per tutte quelle idee e quei dubbi che circolavano ancora nella mia mente, sarebbe stata solo una questione di tempo, dopodiché avrei avuto una risposta a tutto. Molto poco tempo.
Continua...
"Ho fatto qualcosa di sbagliato, Signora?" s'informò.
"Fra poco saprai", risposi enigmaticamente, prendendolo per un braccio e proseguendo a camminare per quelle poche decine di metri che ci separavano ormai
dall'abitazione.
"Vai a prepararmi un caffè", gli ordinai appena entrati. Ne approfittai per
guardarmi allo specchio. Avevo un due pezzi a tinte floreali con la mutandina
con i laccetti abbastanza piccolo, anche se non troppo scosciato. Non era quello il posto adatto per fare scena, anche se in spiaggia non ero certo passata inosservata. Una giovane donna alta un metro e ottanta, con un fisico atletico e con un viso delizioso come il mio, attirava gli sguardi, con mio immenso piacere. E, a proposito di costumi, ne avevo comprati un paio che avevo intenzione di portarmi fuori la settimana seguente che erano invece molto appariscenti. In realtà erano l'esatto contrario. Si trattava infatti di bikini minuscoli che non avrei avuto il coraggio di indossare nemmeno quando ero una ragazzina. Indosso a una come me, sarebbero stati perfetti, e già pregustavo quel momento, immaginando quanto avrei attirato l’attenzione. Continuavo a rimirarmi riflettendo su quanto fossi cambiata rispetto a due anni e mezzo prima, quando Marco arrivò con il caffè. Lo bevetti e quindi gli ordinai di accendermi una sigaretta. Mi sembrava di essere ritornata indietro nel tempo, esattamente a due mesi prima, nel giorno in cui io scoprii il suo inghippo. Io seduta sul divano e lui in trepidante attesa di quello che dovevo dirgli. Aveva la stessa identica tensione.
"Vedi, Marco, non mi va proprio che sia tu a gestire i soldi che entrano nella
nostra famiglia", esordii andando subito al sodo.
"Non capisco, Signora. E' vero che sono io a gestirli, ma i soldi sono per
tutta la famiglia, e lei sa perfettamente che sto molto attento a questo, e non
sono uno di quelli che si mette a fare spese pazze."
"Non me ne importa niente che tu sia stato bravo nel gestirli fino ad ora. E ancora meno m’interessa che tu capisca. Capire non fa parte dei tuoi compiti. Ho
deciso di prendere in mano io le redini anche dell’economia domestica, e quando
ritorneremo in città mi metterai al corrente di tutte le spese. A te darò
qualcosa per le tue spesucce settimanali e te la farai bastare. Per tutte le
altre spese dovrai chiedere a me, compresi i soldi per la spesa alimentare che
ti darò giornalmente e che controllerò scrupolosamente."
Marco ascoltava tutto con gli occhi sbarrati. Non si sarebbe mai aspettato una cosa del genere da me.
“Ma… è complicato, Signora. Non si può fare una cosa del genere da un momento all’altro.”
Mi alzai di scatto. “Cosa vorresti insinuare? Che sono una scema che non è in grado di occuparsi di contabilità domestica?”
“No, Signora, non mi permetterei mai. Lei è intelligente come poche ma...”
“Nessun ma. Intanto inizia col consegnarmi il portafogli. Tiralo fuori. Adesso.” Marco fece il gesto di tirare fuori il portafogli ma poi si fermò.
"Non puoi fare una cosa del genere, Patty. Questa è una cosa seria, non è più un gioco. Sono un uomo, lavoro e mi faccio un culo tanto, non puoi lasciarmi con una paghetta come se fossi un bambino."
E così finalmente lo avevo fatto incazzare. Malgrado tutto quello che era accaduto, malgrado le botte e le punizioni che gli avevo dato, mio marito ancora considerava ciò che facevamo solamente un gioco. Ero molto calma e mi avvicinai a lui decisa e sicura.
"Te l'avevo detto che il nostro non era più un gioco. Tu farai quello che io
ti ordino, con le buone o con le cattive. Intanto preparati perche stai per
ricevere un sacco di botte, mio caro. Non dovevi azzardarti a darmi del tu e,
tantomeno, ad alzare la voce in quel modo. Alla fine capirai che quella che stai vivendo è la vita vera e non un gioco per farti eccitare. Te l'avevo
avvertito, ma tu non hai voluto credermi."
Lo guardai bene in faccia mentre continuavo ad avvicinarmi. Avevo in mente solo una cosa: fargliela pagare e soprattutto fargli capire, una volta per tutte, che comandavo io. Se per farlo avrei dovuto usare la forza, tanto meglio. La cosa mi solleticava non poco.
Marco intanto indietreggiava impaurito.
"Aspetta, Patty. No, mi scusi, Padrona. Non volevo mancarle di rispetto. Non era quello che intendevo dire. Lo so che non è un gioco quello che stiamo facendo, e mi sono espresso male. Cerchiamo di ragionare. Lo so che lei è più forte di me, non c'è bisogno che mi dia un'altra dimostrazione."
"Troppo tardi, stronzetto. E se ne hai la forza cerca di difenderti, perché
non smetterò fino a che non ti vedrò strisciare per terra. Te l'avevo detto
che avevi commesso un grave errore nel farmi diventare quella che sono."
Come quella volta in cui scoprii il suo gioco, ero entrata in una bolla. Anzi, in quel momento ero ancora più determinata
Ero ormai di fronte a mio marito, all'uomo che aveva voluto fare di me una
dominatrice. Non una qualunque, ma una forte, brava nelle arti marziali, una che poteva metterselo sotto quando voleva. Per un attimo ripensai a tutto ciò che mi aveva fatto, alle sue menzogne. Era assurdo, completamente inconcepibile ciò che era accaduto. Io ci avevo creduto, come una povera cretina. Quel fatto però aveva lasciato dentro di me una rabbia che spesso non riuscivo a controllare. La cosa più assurda era che io ero diventata veramente una dominatrice. Non per gioco, ma perché mi piaceva come mai mi era piaciuta una cosa in vita mia. L’unico grosso problema per lui era che non mi poteva controllare più. Non ero come lui voleva che fossi, e quella mattina ne avevo avuto la prova. Sentivo in me una strana forza, un desiderio incontrollabile di ridurlo veramente in schiavitù. Ormai quella situazione mi aveva presa del tutto, e non riuscivo più a scindere le cose giuste da quelle sbagliate. Mi liberai delle mie ciabattine da mare e iniziai a girargli intorno, incurante del fatto che Marco mi chiedesse di non picchiarlo. Sapeva che non avrei rinunciato e tentò una sortita cercando addirittura di scappare di casa. Non mi colse di sorpresa. Avevo messo in preventivo una mossa del genere e lo rincorsi immediatamente, senza dargli modo di aprire la porta. Lo afferrai per un braccio e lo voltai di scatto, per colpirlo poi con uno schiaffo violentissimo.
“Questo è l’inizio, tesoro”, ironizzai senza pietà. Lo avevo allontanato dalla porta e mi avvicinai a lui, con passo sicuro. Mi pregò di smettere, ma ormai era troppo tardi. Volevo fargli male, volevo che lui comprendesse in modo definivo che io ero davvero la sua padrona, e che mi avrebbe dovuto obbedire. Dovevo dargli la lezione che, secondo me, meritava. Marco comprese che non mi avrebbe intenerita, e cercò allora di neutralizzarmi prendendomi le mani con le sue. Gesto molto stupido perché mi diede modo di dargli una tremenda ginocchiata al plesso solare che lo fece piegare in due facendogli mancare l'aria. Se avevo ancora dubbi sulla mia superiorità, erano bastati pochi secondi per dissiparla completamente. Non proseguii nemmeno. Era tutto troppo facile e mi allontanai dandogli modo di rifiatare.
"Cerca di farmi divertire almeno un po'", gli dissi sorridendo, e sempre più
sicura delle mie capacità. Marco si rimise in posizione eretta, ma non sapeva
minimamente lottare. Era dotato di una forza abbastanza elevata. Non ero certa che lo avessi superato da quel punto di vista, e forse eravamo più o meno sullo stesso piano, ma non sapeva sfruttarla. Per me era quindi un gioco da ragazzi riuscire a entrare nella sua guardia approssimativa. Quando poi cercava di attaccare, per lui era peggio ancora, in quanto mi lasciava tutta la sua sagoma a disposizione. Non sapeva proprio come comportarsi, alternando delle timide sortite che non avevano alcun effetto a difese banali e senza speranza. L’unica possibilità che aveva era quella di venirmi addosso e sfruttare la sua mole. Lo fece ma, per tutta risposta, mi spostai facendo perno sulla mia gamba sinistra, per poi colpirlo al volto con la gamba destra. Cadde come una pera cotta. Gli diedi nuovamente la possibilità di rialzarsi.
“Basta, la prego, Padrona”, m’implorò. Senza sortire effetto a parte quello di aumentare la mia autostima già ai massimi livelli.
“Ho appena cominciate, stronzo. Vedremo se, quando avrò terminato, tu oserai ancora disobbedirmi e penserai che sia tutto un gioco.”
Ci rimettemmo in posizione. Dopo alcuni secondi decisi che era giunto il momento di fare sul serio. Feci muovere dapprima la mia gamba sinistra in un , che però Marco riuscì a schivare muovendosi sulla sua destra, ma nulla poté invece quando indietreggiai di qualche centimetro per poterlo colpire ancora con un calcio portato all'altezza del viso, stavolta con il dorso del piede destro. Sentii distintamente il mio piede affondare sulla sua faccia, e vidi schizzi di sangue derivanti dall'ennesima rottura delle labbra che gli infliggevo. Marco andò a sbattere contro il muro, intontito ma ancora in piedi. Senza perdere tempo gli presi il braccio destro con la mia mano sinistra mentre con la destra lo afferrai per una gamba chinandomi e, rialzandomi di scatto, lo feci ruotare sulle mie spalle, praticamente sollevandolo, facendolo piroettare, e infine facendolo cadere ad un paio di metri di distanza proprio sopra su una sedia di legno che si schiantò sotto il peso di mio marito. La tecnica che avevo utilizzato si chiamava , una delle più spettacolari che i praticanti di judo avevano a disposizione. Marco mi guardò terrorizzato mentre avanzavo verso di lui. Gridò aiuto, mi chiese di fermarmi, e invece io mi sentivo adrenalinica e senza pietà. Lo colpii di nuovo all'altezza dello stomaco mentre era ancora per terra. Ora piangeva Marco, senza ritegno, dolorante, con il fiato che gli mancava di nuovo e, soprattutto, impossibilitato a difendersi. Lo presi per il braccio facendolo rialzare e sbattendolo al muro. Preparai il pugno con la mia mano destra
"Allora, tesoro?" gli dissi ironica. "Che cosa hai deciso?"
"Farò quello che lei vuole, Signora", singhiozzò sempre più terrorizzato. Malgrado questo, non ebbi compassione, e lo colpii ugualmente con il pugno che
avevo preparato. Non usai neanche tutta la violenza e la forza che possedevo,
ciononostante, mio marito girò la testa, chiuse gli occhi e scivolò per terra con un rivolo di sangue che gli scendeva dalla bocca. Dovetti attendere qualche secondo prima che riaprisse gli occhi in quanto, evidentemente, aveva perso i sensi per qualche istante. Era seduto per terra, con il corpo appoggiato al muro, mentre io troneggiavo in piedi sopra di lui. Respiravo profondamente per calmarmi. Il mio istinto era quello di proseguire a picchiarlo, dargliene tante da mandarlo all'ospedale, mentre la mia razionalità mi diceva invece di smettere perché era già ridotto male, e non avrebbe sopportato altre percosse. Anche perché ormai aveva capito perfettamente quello che volevo da lui.
"No, basta, la prego," supplicò di nuovo Marco. Io, indifferente a quelle suppliche, poggiai il mio piede destro sul suo collo. "Così mi uccide. Farò quello che lei mi ordina, non oserò più mettere in discussione una sua decisione."
Gli tolsi il piede dal collo e lo presi per i capelli con violenza, facendolo alzare. Quando fu di fronte a me lo colpii ancora con due tremendi ceffoni che lo fecero di nuovo cadere per terra.
"Alzati, idiota", gli ordinai con severità e, quando lui lo fece, lo afferrai
per il collo con la mano destra. "Che tu alla fine facessi quello che volevo
era scontato. Ora forse avrai capito definitivamente che non giocavo quando ti
dicevo che il tuo burattino ora vive di vita propria."
"Io non volevo questo," disse mio marito proseguendo a piangere. "Io volevo
che il nostro fosse un gioco, un gioco in cui avrei adorato e servito la mia
padrona. Una padrona più forte di me che ogni tanto mi dimostrasse la sua
superiorità. Non volevo prendere tutte queste botte. Ho paura."
Sorrisi. Era proprio quello che volevo e ne ero straordinariamente felice. "Non me ne frega un cazzo di quello che desideravi, e il fatto che io ti faccia paura era proprio quello che volevo. Tu devi fartela sotto anche solo se ti guardo storto. Hai sbagliato i tuoi calcoli, mio caro. Non avresti mai potuto
immaginare che mi sarei immedesimata così tanto nella parte, non è vero? Ma ora le cose stanno così. Se non ti stanno bene, vattene. Anzi, sono io che ti caccio via a calci in culo", terminai dandogli una poderosa spinta e mandandolo di novo in terra. Lo afferrai poi per un braccio e lo trascinai verso la porta. Non so se volessi cacciarlo veramente o se volessi soltanto provare a testare la sua disponibilità e la sua totale sottomissione.
"No, Padrona, no", urlava intanto con disperazione mio marito. Per fortuna la
nostra casa era abbastanza isolata, altrimenti con tutte quelle grida sarebbe
già intervenuta la polizia.
“No? E perché no? Io voglio uno schiavo. Uno schiavo totale, che viva per me e che mi adori come merito. Ne posso trovare a migliaia. Guardami, sono bella, e qualunque uomo farebbe pazzie per me. Figuriamoci un uomo con istinti sottomessi. Non sei unico, Marco. Come te ce ne sono a migliaia.”
"Lo so, lei potrebbe avere tutti gli schiavi che vuole. Però… Non mi cacci, la prego. Io non posso vivere senza di lei. Non m'importa quello che lei farà di me, ma ho bisogno di lei, mia Padrona. Io la amo. Le chiedo solo umilmente di poter vivere accanto a lei. Non era quello che sognavo, ma forse è meglio così. Ora so di avere una vera padrona, una donna che non mi perdonerà nulla, e non un burattino costruito da me. Mi faccia rimanere, mia Signora, e non se ne pentirà. Sarò lo schiavo che lei vuole. La scongiuro." Parlava tra i singhiozzi. Ciononostante non mi faceva tenerezza. Pensai che avesse avuto ciò che meritava. Mi fermai a un paio di metri dalla porta. In fondo, che senso aveva cacciarlo? Ma volevo divertirmi, aumentare il mio potere. Lo feci rialzare, e poi un violento pugno allo stomaco e l’ennesimo manrovescio che lo mandò a terra a qualche metro di distanza.
“Alzati!” gli ordinai. Non ce la faceva. Provò a rialzarsi per cadere di nuovo miseramente a terra. Lo avevo ridotto male. E per me era una sensazione straordinaria. Provò di nuovo a mettersi in piedi. Barcollava vistosamente e continuava a piangere.
“La prego, Signora, non mi mandi via. Io senza di lei non posso vivere”, mi scongiurò.
"Chiedimelo in ginocchio, come uno schiavo deve fare di fronte alla sua
padrona", gli ordinai, lasciandogli il braccio. Marco eseguì. S'inginocchiò di
fronte a me ripetendo tutto, mentre io assaporavo tutte quelle suppliche, che mi
facevano sentire sempre più potente a ogni parola che gli usciva dalla bocca.
Ancora una volta, come tutte le altre volte che gli avevo messo le mani
addosso, la smania di fare sesso si era impadronita di me. Più io ero violenta nei suoi confronti, e più quella particolare smania s'impadroniva di me. Non volevo premiarlo però. Gli ordinai di tirarmi giù lo slip del costume. Senza ordinargli nulla mio marito aveva già compreso. Volevo avere del sesso orale e lui fu lestissimo ad accontentarmi. Mentre sentivo la sua lingua sul mio clitoride, pensavo a quanto la vita fosse meravigliosa per me. Stavo godendo, stavo assaporando il vero piacere sessuale, anche se un po’ mi dispiaceva non avere il suo cazzo dentro di me. Ma andava benissimo anche la sua lingua. Fu breve. Il mio desiderio era spasmodico. In quei momenti avrei potuto violentare un uomo pur di scoparmelo, e pensai a quanto potesse essere piacevole. Se avessi trovato un uomo restio a venire con una come me, cosa che reputavo praticamente impossibile. Marco intanto proseguiva a darmi piacere con la lingua. Il mio corpo continuava a fremere voglioso, e dopo pochi minuti, forse nemmeno un paio, esplosi in un orgasmo pieno, chiudendo gli occhi e respirando affannosamente. Come alcuni giorni prima, il piacere era stato talmente intenso da farmi scendere un numero impressionante di liquidi, che erano addirittura schizzati per la stanza. Avevo avuto nuovamente quello che era per le donne il raggiungimento massimo del piacere, e veniva chiamato squirting. Una specie di eldorado per le donne perché era difficilissimo da raggiungere. Quasi impossibile. Soprattutto nel sesso penetrativo. E infatti, le uniche volte che l’avevo raggiunto era stato con il sesso orale. Lo scoprii in seguito, andando sul web a cercare notizie sul motivo di quell’eccesso di liquidi che aveva accompagnato il mio orgasmo.
Dopo essermi ripresa da quell’orgasmo potentissimo, guardai mio marito che era rimasto in ginocchio in attesa di miei ordini. Lo guardai, la faccia completamente sporca di sangue e dei miei umori, Scoppiai a ridere. Malgrado potessi considerare quell’orgasmo come uno dei più belli della mia vita, ancora non mi sentivo sazia. Avevo deciso di non scoparmelo per non fargli avere piacere, ma volevo ancora godere. Non ci dovetti pensare molto. Mi voltai e mi piegai, mettendogli il sedere in faccia. Ormai mi consideravo assolutamente libera da tutti i tabù che avevano caratterizzato la mia vita fino a qualche mese prima.
"Hai sempre detto che il sedere è la parte più bella del mio corpo. Dimostramelo! Voglio sentire la tua lingua dentro il culo. Avanti." Si, ero
diventata perversa anche nel sesso. Non avevo mai svolto quella pratica. A dir
la verità, non l'avevo mai neanche desiderata. Eppure, appena sentii la sua lingua muoversi abilmente nei meandri del mio ano, capii che quella sarebbe stata solo la prima di una lunga serie. Come potevo aver rinunciato fino ad allora a quel piacere? Era straordinario, stupefacente e non riuscivo a stare ferma. Sembrava quasi che venissi baciata e leccata contemporaneamente in ogni parte del mio corpo, e davo ogni tanto colpi d'anca respirando sempre più affannosamente. Quando terminò mi adagiai anch'io sul pavimento per riprendere fiato. Rimasi in quella posizione per diversi minuti, pienamente soddisfatta sessualmente, poi in silenzio mi alzai e andai a lavare le mie parti intime. Mi rimisi lo slip e guardai mio marito che era ancora nella stessa posizione in cui l'avevo lasciato.
"Io vado a finire di prendere la mia tintarella", gli dissi, mentre stavo per
aprire la porta.
"E io? Mi fa rimanere con lei, Padrona?"
"Per il momento si. Ma spero che tu abbia capito con chi hai a che fare. La prossima volta ci andrò ancora più pesante. Tu da oggi non hai più diritti, ma solo doveri. Altrimenti con me hai chiuso."
"No, no, la scongiuro. Grazie, Padrona. E' tutto quello che chiedo. So che ho sbagliato per quello che ho fatto e le chiedo perdono. E' giusto così. Non avrebbe avuto senso una dominazione nel modo in cui io stavo fantasticando. Ora la mia vita le appartiene veramente, e non oserò più chiedere niente in cambio. Lei ha meritato di essere la mia padrona, e io spero di meritarmi di poterla servire. E per qualunque cosa dovessi sbagliare, lei ha il pieno diritto di ridurmi ancora come oggi. Oggi ho capito che sono fiero di essere suo schiavo, e felice di essere il marito di una donna unica e meravigliosa", mi disse, correndo poi verso di me e inginocchiandosi nuovamente per baciarmi i piedi, quegli stessi piedi che avevano ridotto la sua faccia a qualcosa di indecifrabile. Io guardai quella scena e pensai che in quel momento, e solo in quel momento, lo avevo addomesticato del tutto. Ora era completamente in mio potere, e ne ero felice, felice come non avrei immaginato si potesse essere. Gli accarezzai la testa in un lampo di tenerezza e di umanità.
"Prima di tutto, non sta a te darmi la concessione di poterti alzare le mani. Me la prendo da sola, come e quando voglio. L’unica cosa che potevo concederti era di andartene. Sei rimasto e sappi che non ti farò alcuna concessione, Marco. Sarò dura e spietata, e potresti pentirti di non aver colto l'occasione per scappare lontano da me. Sappi che da adesso in poi non ti concederò più un’occasione del genere. Tu mi appartieni totalmente ormai, e io farò di te quello che voglio."
"Non me ne pentirò, Padrona, qualunque cosa accada. So che lei sarà spietata
con me, ma so anche che la mia vita senza di lei non avrebbe alcun significato. E poi lei è nata per fare la padrona. Io l'avevo capito fin dal primo giorno che l'ho vista. Bellissima e con un carattere ideale per comandare. Comunque vada, sono fiero di essere riuscito a tirare fuori da lei le sue reali tendenze."
"Vedremo. Per il momento tu rimani a casa mentre io ritorno in spiaggia.
Così conciato sei impresentabile," sentenziai. Aprii la porta ma mi fermai sulla soglia. “Non dimentichi niente?”
Lui mi guardò stupito. “Che cosa, Signora?”
“Il portafogli.”
Mio marito abbassò la testa, cercò il suo portafogli e me lo consegnò con le mani tremanti. Afferrai il portafogli e ne trassi tutti i soldi e le carte di credito, per poi riconsegnarglielo. Presi anche un paio di banconote e le gettai per terra
“Quelli ti dovranno bastare per tutta la settimana. Tanto tu sei un virtuoso e non hai vizi. Sono sicura che riuscirai anche a risparmiare un pochino”, conclusi, uscendo di casa come se niente fosse accaduto. E invece era cambiato ancora una volta tutto quanto. Mentre camminavo mi veniva in mente che quando scoprii le vere tendenze di mio marito mi chiedevo fino a dove sarei potuta arrivare. Ora avevo la risposta. A tutto. Si, potevo permettermi ormai qualunque cosa con Marco, e lui avrebbe accettato. Lo avrebbe fatto perché senza di me era praticamente niente, e io ero la sua ragione di vita. Mi rimaneva solo un piccolo dubbio, una cosa che cominciava sempre più a farsi strada e a incunearsi nella mia mente.
Cercavo di rigettarla, ma ogni volta tornava prepotentemente a galla. Ma non
era quello il momento di pensarci. Ora dovevo tornare a fare la mamma e le mie
bambine erano in spiaggia ad aspettarmi. Per tutto il resto, per tutte quelle idee e quei dubbi che circolavano ancora nella mia mente, sarebbe stata solo una questione di tempo, dopodiché avrei avuto una risposta a tutto. Molto poco tempo.
Continua...
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