Il weekend in barca con mio Cugino:

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genere
corna

La prima sera in porto

Durante il viaggio in auto verso Arenzano, Livia era visibilmente eccitata. Non riusciva a stare ferma sul sedile. Il vestitino bianco corto le era salito sulle cosce, lasciando scoperto gran parte delle sue gambe perfette. Ogni tanto si passava la mano tra i capelli, sistemando quel ciuffo boccoloso che le ricadeva sul viso con aria innocente.
«Mi piace da morire la sua arroganza» mi disse a un certo punto, con la voce bassa e calda. «Quella sicurezza da vecchio porco che prende quello che vuole… senza chiedere permesso. Mi fa bagnare solo a pensarci. Voglio che mi tratti come una troia, che mi usi senza riguardo, esattamente come ha fatto in ufficio. Voglio sentirmi sottomessa a lui.»
Le sue parole mi fecero stringere le mani sul volante.
«Sei proprio la mia puttana» risposi, eccitato e umiliato allo stesso tempo. «Non vedi l’ora di farti montare da mio cugino, vero?»
Livia annuì, mordendosi il labbro. «Sì… voglio essere la sua troia tutto il fine settimana.»
Arrivammo al porticciolo di Arenzano nel tardo pomeriggio. Livia era perfetta. L’abitino estivo bianco, leggero e aderente, le sottolineava ogni curva. Il reggiseno a balconcino nero le spingeva il seno alto e generoso, quasi sul punto di esplodere dalla profonda scollatura. Ogni passo faceva ondeggiare quel petto abbondante in modo ipnotico. Sotto il vestito non portava nulla: era completamente senza mutandine. I sandali col tacco alto slanciavano le sue gambe già perfette, mentre il caschetto scalato con quel ciuffo boccoloso le dava quell’aria da moglie innocente che nascondeva una ninfomane insaziabile.
Mio cugino ci aspettava sul pontile. Appena la vide, i suoi occhi da predatore si illuminarono. La squadrò senza alcun pudore, soffermandosi sul seno e sulle gambe nude.
«Porca puttana…» mormorò venendoci incontro. Poi, con un sorriso arrogante, mi diede una pacca sulla spalla. «Cugino, ma hai visto che roba? Sei sicuro di meritartela?»
Abbracciò Livia con fin troppa confidenza, tenendola stretta contro di sé, una mano che scendeva pericolosamente bassa sulla schiena, sfiorandole il culo.
«Sei uno spettacolo, Livia. Questo fine settimana ti farò sentire come meriti» le sussurrò all’orecchio, abbastanza forte perché sentissi.
Lei arrossì appena, abbassando lo sguardo con quel suo cipiglio da finta timida, mentre il ciuffo le ricadeva sul viso. «Grazie… cercherò di comportarmi bene.»
Mio cugino rise. «Brava. Ma non troppo bene, spero.»
Mio cugino aveva organizzato tutto alla perfezione. Aveva fatto arrivare un catering da uno dei migliori ristoranti della zona. Il tavolo sul ponte era apparecchiato con eleganza, luci soffuse e candele.
Appena saliti a bordo, prese subito il controllo.
«Livia, vieni qui tesoro» disse con voce autoritaria, prendendola per mano. La accompagnò verso un comodo divanetto imbottito accanto a sé. La fece sedere vicinissima, quasi attaccata alla sua coscia.
Io rimasi in piedi. Lui mi indicò con noncuranza uno sgabello alto e scomodo dall’altra parte del tavolo, senza schienale.
«Tu siediti lì, cugino. Così stai più comodo per guardarci» disse con un sorriso beffardo.
Quel gesto definì i ruoli fin da subito.
Per tutta la cena la trattò come una regina, mentre io ero relegato a spettatore. Le versava il prosecco, le serviva le pietanze più pregiate, le accarezzava il braccio, la schiena e la coscia con gesti possessivi. La corteggiava impunemente davanti a me, come se non esistessi.
«Assaggia questo, principessa» le diceva porgendole un boccone di astice. «Meriti solo il meglio.»
Livia sorrideva, con quel suo sguardo da finta innocente, il ciuffo che le ricadeva sul viso. Ogni volta che si sporgeva in avanti, il seno sembrava sul punto di uscire dal balconcino.
A un certo punto, mentre lei rideva per una sua battuta, mio cugino le mise una mano sulla coscia alta, sotto l’orlo del vestitino corto, e la lasciò lì. Le sue dita rugose accarezzavano lentamente la pelle, risalendo sempre più su.
«Sei senza mutandine, vero?» le mormorò all’orecchio, abbastanza forte perché sentissi. «Brava troia… lo sapevo che eri venuta preparata per me.»
Livia aprì leggermente le gambe, mordicchiando il labbro, mentre io restavo lì, sullo sgabello scomodo, con il cazzo duro e il cuore che batteva all’impazzata.
Mio cugino aveva fatto arrivare due ragazzi del catering da un ristorante di lusso. Uno era un cameriere in livrea bianca e nera, elegante e professionale. L’altro restava vicino al furgoncino, fumando sigarette e preparando i piatti.
Fin dall’inizio il cameriere capì la situazione. Serviva quasi esclusivamente mio cugino e Livia, chinandosi verso di loro con deferenza. A me portava i piatti guardandomi con un misto di compassione e divertimento, trattenendo a stento un sorrisetto. Ogni volta che tornava al furgoncino parlottava con il collega, che rideva sotto i baffi guardando verso di noi.
Mio cugino diventava sempre più sfrontato. Trattava Livia come una cosa sua, il vero dominus della serata. Le accarezzava apertamente la coscia sotto il tavolo, le sussurrava porcate all’orecchio, le teneva la mano sulla nuca con possesso. Io ero sempre più relegato sullo sgabello scomodo, costretto a guardare.
Arrivati al dolce – una mousse al cioccolato fondente – mio cugino si sporse verso Livia e le sussurrò qualcosa all’orecchio. Vidi il viso di lei arrossire violentemente, ma gli occhi le brillavano di pura lussuria.
Appena il cameriere finì di sparecchiare il dolce, Livia si voltò verso mio cugino come un automa obbediente. Gli mise una mano sul viso e lo baciò con passione profonda, lingua contro lingua, davanti a tutti. Un bacio umido, rumoroso, da troia affamata.
Poi, senza dire una parola, la mano di Livia scese. Gli aprì la braghetta dei pantaloni eleganti, infilò la manina dentro e tirò fuori il cazzone di mio cugino, già duro e grosso. Lo estrasse alla luce delle candele e, da brava troia sottomessa, si chinò su di lui e se lo infilò in bocca.
Iniziò a succhiarglielo con avidità, la testa che andava su e giù, il ciuffo boccoloso che le ondeggiava sul viso mentre lo prendeva sempre più a fondo.
Il cameriere in livrea, che stava ritirando gli ultimi piatti, si bloccò. Poi scoppiò a ridere piano, guardandomi con uno sguardo di scherno puro.
«Cazzo…» mormorò tra sé, senza riuscire a staccare gli occhi dalla scena.
Si vedeva chiaramente che anche lui si era eccitato: il cazzo gli premeva gonfio contro i pantaloni neri attillati della livrea, formando una grossa protuberanza evidente.
Mio cugino, con una mano sulla nuca di Livia, spingeva piano ma deciso, guardandomi con un sorriso trionfante.
«Vedi, cugino? Questa è una vera donna. Sa riconoscere un uomo vero quando ne vede uno» disse con voce roca, mentre Livia continuava a succhiarglielo rumorosamente, senza vergogna.
Il cameriere ridacchiava apertamente, scambiando sguardi complici con il collega vicino al furgoncino, che si era avvicinato per godersi lo spettacolo. Io ero lì, immobile sullo sgabello, umiliato, eccitato da morire, con il cuore che batteva all’impazzata e il cazzo dolorosamente duro nei pantaloni.
Il cameriere in livrea finì di sparecchiare gli ultimi bicchieri, lanciando un’ultima occhiata allo spettacolo con un ghigno divertito. Il suo collega, rimasto vicino al furgoncino, aveva già caricato tutto.
«Buonasera dottore, buona serata… e buon divertimento» disse il cameriere con tono ironico, facendo un cenno di saluto a mio cugino. Poi guardò me per un istante con puro scherno e aggiunse: «Auguri anche a lei».
I due se ne andarono ridacchiando, lasciando sul pontile solo il rumore lontano del porticciolo e le nostre respiri affannati.
Livia non si fermò nemmeno per un secondo. Continuava la sua pompa da gran maestra, la testa che saliva e scendeva con ritmo perfetto, le labbra strette intorno al cazzone spesso e venoso di mio cugino. Piccoli suoni umidi e osceni riempivano l’aria mentre lo prendeva sempre più a fondo, il ciuffo boccoloso che le ondeggiava sul viso arrossato.
Mio cugino si rilassò completamente sul divanetto, allungando le gambe sotto il tavolo con un sospiro di puro piacere. Aprì ancora di più le cosce, offrendo tutto il suo cazzo alla mia mogliettina, che ormai si era trasformata in una vera adoratrice succube. Livia era in ginocchio sul divanetto, il vestitino bianco alzato sui fianchi, il culo nudo in aria, completamente persa nel servire quel vecchio porco.
Lui le teneva una mano sulla nuca, guidandola con calma padronanza.
«Brava… così, troia. Succhialo bene. Hai proprio la bocca fatta per i cazzi» mormorava con voce roca.
Poi si voltò verso di me, ancora seduto sullo sgabello scomodo, e mi guardò con un sorriso arrogante e soddisfatto.
«Cugino, datti da fare. Non restare lì imbambolato come un coglione. Non vedi che tua moglie ha bisogno?» disse con tono di comando. «Su, mentre mi godo la bocca di tua moglie, forza… leccale la figa. Voglio che sia preparata, bagnata fradicia e fremente quando me la sfonderò.»
Sentii un’ondata di umiliazione bruciante salirmi dallo stomaco al viso. Eppure il cazzo mi pulsava dolorosamente nei pantaloni.
Mi alzai, andai dietro Livia e mi inginocchiai. Le alzai del tutto il vestitino bianco sui fianchi, scoprendo il suo culo perfetto e la figa già lucida e gonfia. Mi sporsi in avanti e iniziai a leccarla con devozione, la lingua che scorreva tra le sue labbra bagnate, succhiando il clitoride mentre lei continuava a succhiare il cazzo di mio cugino con ancora più foga.
Livia mugolò forte intorno al cazzone, spingendo il culo contro la mia faccia. Più la leccavo, più lei si eccitava e succhiava con maggiore entusiasmo.
«Ecco, così… bravo cuckold» rise mio cugino, guardandomi dall’alto. «Lecca bene la figa di tua moglie mentre lei mi adora il cazzo. Senti quanto è bagnata? È già pronta per essere sfondata dal suo nuovo padrone.»
Continuai a leccarla con passione, infilando la lingua dentro di lei, assaporando la sua eccitazione mentre sentivo i rumori bagnati della bocca di Livia che lavorava senza sosta sul cazzo del cugino. Lei era in estasi, il corpo che tremava tra la mia lingua e il cazzo di lui.
Mio cugino le accarezzava i capelli con falsa tenerezza, spingendole la testa più a fondo ogni tanto.
«Brava la mia troia… continua così. Tra poco ti scopo davanti a tuo marito, come meriti.»
Mio cugino era ormai completamente rilassato sul divanetto, il cazzone lucido di saliva che svettava duro tra le sue gambe. Guardò Livia con occhi famelici, poi voltò lo sguardo verso di me con un sorriso crudele e soddisfatto.
«Ora basta» ringhiò con voce profonda e autoritaria. «Voglio fottermela qui, questa bellissima troia di tua moglie. Dai, sposta il tavolo e fai spazio. Voglio che mi cavalchi e voglio riempire la sua figona di sborra. Muoviti, svelto cornuto!»
Come un automa obbediente, mi alzai immediatamente. Spostai il pesante tavolo di lato con fatica, facendo spazio sul ponte. Il cuore mi batteva all’impazzata, l’umiliazione mi bruciava dentro, ma il cazzo mi pulsava violentemente.
Mio cugino aprì ancora di più le gambe, il cazzone grosso e venoso puntato verso l’alto.
«Ora troia, impalati sul cazzo del tuo padrone!» ordinò a Livia con tono imperioso.
Livia non se lo fece ripetere. Con gli occhi lucidi di eccitazione e la figa che le colava lungo le cosce, si alzò, si mise a cavalcioni su di lui e si abbassò lentamente. Il vestitino bianco era completamente alzato sui fianchi, il seno che quasi usciva dal balconcino.
«Dai cornuto, aiuta tua moglie ad impalarsi» mi ordinò mio cugino senza nemmeno guardarmi.
Mi avvicinai obbediente. Mi inginocchiai accanto a loro e con le dita tremanti allargai le grandi labbra gonfie e fradice di Livia. La sua figa era aperta, lucida, pronta. Guidai il cazzone spesso di mio cugino verso l’ingresso e lo tenni fermo mentre lei scendeva.
Il grosso glande scomparve dentro di lei, poi, con un unico movimento deciso, Livia si lasciò cadere di peso. Il cazzone di mio cugino sprofondò fino in fondo alla sua vagina con un rumore osceno e bagnato.
«Aaaahhh… cazzooo!» gemette Livia come una cagna in calore, buttando la testa all’indietro. Il ciuffo boccoloso le volò sul viso mentre il corpo le tremava violentemente. «È così grosso… mi riempie tutta!»
Mio cugino scoppiò a ridere di gusto, una risata profonda e trionfante, mentre le afferrava il culo con entrambe le mani.
«Ecco… senti come gode la tua mogliettina?» mi disse ridendo. «Guarda che faccia da troia. È fatta per cazzi come il mio.»
Poi tornò a guardare Livia, stringendole forte le natiche.
«Ora scopati, Livia. Scopati sul cazzo del tuo padrone. Muoviti, puttana! Fai vedere a tuo marito come ti faccio godere!»
Livia non aspettò un secondo. Iniziò a cavalcarlo con voglia disperata, salendo e scendendo sul cazzone di mio cugino con movimenti sempre più rapidi e profondi. I suoi gemiti diventavano sempre più forti e animaleschi. Il seno le rimbalzava violentemente dentro il balconcino, minacciando di uscire del tutto.
«Così… sì… padrone… mi sfondi tutta!» ansimava mentre lo cavalcava con foga, il suono bagnato della sua figa che ingoiava quel cazzo anziano che riempiva l’aria della notte.
Mio cugino la guardava con soddisfazione, ogni tanto le dava uno schiaffetto sul culo o le strizzava un capezzolo da sopra il vestito.
«Brava troia… cavalca più forte. Fagli vedere a tuo marito quanto ti piace essere la mia puttana.»
Io ero in ginocchio accanto a loro, a pochi centimetri, costretto a vedere ogni dettaglio: il cazzone di mio cugino che spariva completamente dentro la figa di Livia, i suoi umori che colavano lungo l’asta, il suo viso distorto dal piacere.
Livia cavalcava mio cugino con una foga sempre più selvaggia. Saliva e scendeva sul suo cazzone grosso con movimenti fluidi e profondi, il culo che sbatteva ritmicamente contro le sue cosce. I suoi gemiti erano sempre più forti, quasi animaleschi, e riempivano la quiete della notte sul pontile.
«Ahh… sì… padrone… mi spacchi tutta!» ansimava senza freni, il vestitino bianco alzato fino alla vita, il seno che rimbalzava violentemente fuori dal balconcino nero.
Mio cugino la teneva per i fianchi con mani forti e rugose, spingendola ancora più a fondo su di sé.
«Più forte, troia! Fatti sentire! Fai vedere a tuo marito come ti piace il cazzo di un uomo vero!» ringhiava, dandole schiaffi sonori sul culo. «Sei solo una puttana… la mia puttana adesso!»
Mentre Livia continuava a cavalcarlo con abbandono totale, passarono due pescatori sul pontile, attirati dai gemiti forti e dal rumore osceno di carne contro carne. Si fermarono a pochi metri dalla barca, gli occhi spalancati per lo spettacolo.
Uno dei due fischiò forte. «Porca troia… guarda che roba!»
L’altro rise, eccitato. «Ma quella è una moglie che si fa sfondare… e il cornuto è lì in ginocchio a guardare!»
Io me ne accorsi solo in quel momento, grazie ai loro fischi e alle risate basse. Ero ancora in ginocchio accanto a loro, il viso a pochi centimetri dalla figa di Livia che ingoiava il cazzo di mio cugino. Mi sentii morire di vergogna, ma il cazzo mi pulsava dolorosamente nei pantaloni. Non riuscii a muovermi.
I due pescatori rimasero lì, appoggiati al parapetto del pontile, a godersi la scena: Livia che andava su e giù come una forsennata, le tette che ballavano, mio cugino che la insultava e la dominava, e io, il marito, in ginocchio come un perfetto cuckold.
«Guarda come la monta quel vecchio… e lei gode come una cagna!» commentava uno.
«Il marito invece fa solo da spettatore… che figura di merda» rideva l’altro, fischiando di nuovo.
Mio cugino li sentì, ma invece di fermarsi sorrise con aria trionfante e spinse Livia ancora più forte sul suo cazzo.
«Sentito, troia? Hai pure pubblico stasera. Cavalca più forte, fai vedere a questi signori quanto sei puttana!»
Livia era troppo presa dal piacere per vergognarsi. Anzi, i commenti la eccitarono ancora di più. Accelerò il ritmo, gemendo senza controllo.
Pochi minuti dopo mio cugino ringhiò come una bestia. Le afferrò il culo con forza, spingendola completamente giù sul suo cazzone.
«Prendi tutto, puttana! Ti riempio!»
Lo sentii chiaramente: il suo cazzo pulsò violentemente dentro di lei mentre scaricava potenti getti di sborra calda e densa nel profondo della figa di Livia.
Lei venne quasi nello stesso istante. Un orgasmo sfrenato la travolse. Il corpo le si irrigidì, tremò violentemente, poi buttò la testa all’indietro con un urlo di piacere animale.
«Siii… mi stai riempiendooo!» gridò, scossa da spasmi fortissimi.
Alla fine si accasciò sul petto di mio cugino come una bambina esausta, il viso nascosto contro il suo collo, il respiro affannoso, il corpo ancora scosso da piccoli tremiti. Il cazzone di lui rimase dentro di lei, ancora pulsante, mentre la sborra iniziava a colare fuori dalla figa gonfia.
Mio cugino le accarezzò la schiena con soddisfazione, guardandomi con un ghigno vittorioso.
I due pescatori applaudirono piano e se ne andarono ridendo e commentando tra loro.
Io rimasi in ginocchio, umiliato, eccitato e completamente stordito dallo spettacolo.
Livia rimase impalata sul cazzo di mio cugino ancora per diversi minuti, il corpo scosso da piccoli spasmi residui dell’orgasmo. La sua figa contratta mungeva lentamente il cazzone ancora dentro di lei, come se non volesse lasciarlo andare. Ogni tanto emetteva dei gemiti bassi e prolungati, il viso affondato nel collo di lui, il respiro caldo e irregolare.
«Mmm… è ancora duro… lo sento pulsare dentro» mormorava con voce roca e appagata, muovendo appena il bacino in piccoli cerchi per continuare a sentirselo dentro.
Mio cugino rimase qualche istante con gli occhi chiusi, godendosi il calore della figa di mia moglie che lo strizzava. Poi, con un sospiro soddisfatto, la afferrò per i fianchi e la spostò di lato sul divanetto con decisione. Livia si accasciò esausta sulla schiena, le gambe ancora aperte, il vestitino bianco completamente sgualcito e alzato fino alla vita. Sul suo viso c’era un sorriso esausto e profondamente appagato, gli occhi lucidi, il ciuffo boccoloso appiccicato alla fronte sudata.
Il cazzone di mio cugino, ancora semi-duro, gommoso e lucido di umori misti, svettava tra le sue gambe. Lui si appoggiò comodamente allo schienale, trionfante, e mi guardò con un ghigno arrogante e crudele.
«Su dai, cugino» disse con voce bassa e sprezzante. «Ora lecca e pulisci il cazzo del padrone di tua moglie. Dai, porco cornuto… muoviti.»
Esitai solo un secondo. Mi avvicinai in ginocchio tra le sue gambe aperte e presi il suo cazzone ancora caldo e bagnato tra le mani. L’odore forte di figa e sborra mi invase le narici. Aprii la bocca e iniziai a leccarlo dal basso verso l’alto, passando la lingua su tutta l’asta, raccogliendo i sapori misti di Livia e del suo sperma.
«Bravo… lecca bene» mi incitava lui ridacchiando. «Senti che sapore ha la figa di tua moglie sul mio cazzo? Puliscilo tutto, cornuto. È così che si fa quando un uomo vero ha appena usato la tua donna.»
Leccai con devozione ogni centimetro: il glande ancora sensibile, l’asta venosa, persino le palle. Lui mi guardava dall’alto con aria di superiorità assoluta, una mano che accarezzava pigramente i capelli di Livia accanto a lui.
Quando fu abbastanza pulito, mi diede un colpetto sulla testa.
«Bravo cuckold. Ora dedicati a lei, che è stravolta. Lecca la sborra che le cola fuori dalla figa. Voglio che la pulisci per bene con la lingua.»
Livia, ancora sdraiata e ansimante, aprì lentamente le gambe verso di me, mostrandomi la figa rossa e gonfia. La sborra densa di mio cugino stava colando copiosamente fuori dalle sue grandi labbra, scendendo lungo il perineo.
Mi abbassai e iniziai a leccare. La lingua scorreva tra le sue pieghe bagnate, raccogliendo quel seme spesso e salato mentre Livia gemeva piano, accarezzandomi la testa con una mano.
«Mmm… sì amore… leccami tutta» sussurrò con voce debole ma soddisfatta. «Lecca la sborra del tuo cugino… puliscimi per bene.»
Mio cugino osservava la scena con un sorriso soddisfatto, il cazzone ancora mezzo duro che riposava sulla pancia.
«Guarda che bella coppia che siete» commentò ridendo piano. «La moglie troia piena di sborra e il marito cornuto che fa le pulizie. Questo fine settimana è solo all’inizio.»

Per info e contatti Impotente@proton.me

scritto il
2026-06-13
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