Dieci meno venti (terza parte)

di
genere
dominazione

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Quel bacio sporco… quell’abbraccio dolce e possessivo… quella sua voglia di donarmi tutta se stessa senza limiti… mi piaceva da morire.
Mi crogiolavo in lei. La baciavo forte, con fame, stringendola a me con entrambe le braccia. Sentivo il suo corpo morbido che si scioglieva contro il mio, le sue curve pericolose che premevano sul mio petto. L’aria della stanza era ancora intrisa di sesso: l’odore denso di sborra, di figa usata, di sudore, e sopra tutto il fumo corroborante del sigaro di Edo che aleggiava come una presenza maligna.
Giulia si stava eccitando da quel mix proibito. Lo sentivo dal suo respiro sempre più corto, dal modo in cui mi stringeva il collo, dal tremito leggero delle sue cosce contro le mie.
Si staccò appena dal bacio, giusto il tempo di guardarmi intensamente negli occhi. Aveva le pupille dilatate, le labbra gonfie e lucide.
«Ti amo, Gianni… ti voglio così» sussurrò con voce rotta. «Ti giuro, nessun uomo mi ha mai fatto sentire così… neppure quando ero ragazza e frequentavo quell’amico di mio papà… quel vecchio maiale che mi ha sverginata. Mi ha insegnato tutto: a fare i pompini, a prenderlo in macchina, in campagna… mi scopava tante volte. Ma tu… tu sei tu. Quando sono abbracciata a te mi sento tua. Mi sento esplodere di desiderio. Non mi era mai successo prima. Sono innamorata di te!»
Le sue parole mi colpirono dritto al petto. La guardai, accarezzandole il viso con il pollice.
«Giulia… sei un fiore, un vento fresco che sa di amore. Sei una donna meravigliosa… non voglio farti del male. Mi sembra di sporcarti solo baciandoti.»
Lei scosse la testa, sorridendo con gli occhi lucidi.
«Tu non mi sporchi… tu mi fai sentire bene. Desiderata. Viva. Lo sento il tuo cazzo… non mente. Mi desideri.»
Fece una piccola pausa, poi la voce diventò più bassa, quasi supplichevole:
«Gianni… che voglia mi fai venire… poi sapendoti così porco… oddio mi sciolgo. Ho la figa che cola… ti prego, toccami. Fammi sentire tua… così, mentre ci baciamo.»
Non potei resistere.
Allungai la mano destra, la infilai sotto il vestito rosa shocking, scostai le mutandine bagnate e trovai la sua fighetta calda, pulsante e totalmente fradicia. Era fradicia sul serio: le dita scivolarono subito tra le labbra gonfie, bagnate dei suoi umori e ancora un po’ della mia sborra di prima.
Iniziai a masturbarla dolcemente, con movimenti lenti e circolari sul clitoride, poi due dita che entravano piano dentro di lei. Giulia gemette nella mia bocca, un gemito profondo che mi vibrò direttamente in gola.
Ci baciammo intensamente, forte, quasi con rabbia. La sua lingua danzava con la mia mentre io continuavo a toccarla, sentendo la sua figa contrarsi intorno alle mie dita. Lei si lasciava andare completamente, pesando sulle mie spalle, i gemiti che diventavano sempre più acuti ma strozzati dal bacio.
Venne così.
Un orgasmo lungo, profondo, silenzioso all’esterno ma violento dentro. Il suo corpo tremò contro il mio, la figa che pulsava forte intorno alle mie dita, un fiotto caldo che mi bagnò tutta la mano. Lasciò pesare tutto il peso sulle mie spalle, il viso nascosto nel mio collo, mentre i sussulti le attraversavano il corpo.
Io continuai a baciarla piano, dolcemente, mentre lei riprendeva fiato, le dita ancora dentro di lei che la accarezzavano con delicatezza.
Quando riaprì gli occhi, erano lucidi e pieni di qualcosa di molto più grande del semplice desiderio.
«Gianni…» sussurrò contro le mie labbra, la voce ancora tremante. «Ti amo da morire.»
Restammo così, abbracciati nel mio ufficio, con il mondo fuori che continuava a girare, mentre dentro di noi tutto era un casino bellissimo e pericoloso.
Il telefono sulla scrivania squillò proprio mentre Giulia era ancora stretta a me, il viso nascosto nel mio collo.
Risposi con la mano libera, cercando di sembrare normale.
«Pronto?»
Era la ragazza dell’amministrazione, con un tono un po’ seccato:
«Ingegnere, sta per arrivare il Signor B… sa che ha un appuntamento. Ma scusi, non trovo Giulia da nessuna parte. Si deve occupare lei di queste cose, no?»
Sorrisi tra me e me. La stronzetta era chiaramente invidiosa.
«Sì, ricordo. Va bene, non si preoccupi. Giulia mi ha portato una pratica, è qui con me. Per cortesia, accolga lei il Signor B e lo faccia accomodare in sala riunioni. Gli offra un caffè, per favore. Mi avvisi quando è pronto, arrivo io.»
Riattaccai.
Giulia alzò la testa e mi guardò con un sorrisetto malizioso.
«Hahaha… la stronzetta è invidiosa di avermi vista così sexy oggi. Lei secca secca…»
Rise piano, stringendosi ancora di più contro di me, il seno morbido premuto sul mio petto.
«Non vorrei più staccarmi da te, Gianni…» mormorò con voce calda, quasi lamentosa. «Ma ora devi lavarti un po’… puzzi troppo di sborra e di figa… ahahaha!»
Mi diede un ultimo bacio veloce sulle labbra, poi si staccò controvoglia. Raccolse le tazzine sporche e il vassoio dal tavolo, sistemandosi il vestito con un gesto rapido.
Prima di uscire si voltò verso di me, sculettando in modo esagerato e provocante, il vestito rosa che le fasciava le curve.
«Vado a mettere a posto queste… e tu vai a darti una sistemata, amore. Non vorrai ricevere il cliente con la faccia che sa di figa di tua moglie e di sborra, no?»
Mi fece l’occhiolino, aprì la porta e uscì ancheggiando lungo il corridoio, lasciando dietro di sé solo il suo profumo dolce e il rumore dei suoi tacchi.
Rimasi solo nel mio ufficio.
L’odore di sesso era ancora fortissimo: sborra, figa, sigaro di Edo, il profumo di Giulia. Mi passai una mano sul viso e sospirai.
Andai nel bagno privato, mi lavai la faccia con cura, mi sciacquai la bocca più volte, mi sistemai i capelli e cambiai la camicia con una pulita che tenevo di riserva nell’armadio.
Mentre mi guardavo allo specchio, il pensiero correva in due direzioni opposte:
Da una parte Livia, che domani pomeriggio 'avrei stata legata nuda nell’officina per Roberto.
Dall’altra Giulia, che mi aveva appena detto «ti amo» con gli occhi lucidi, mentre mi baciava con la bocca sporca di tutto.
Mi passai le mani sul viso.
«Che cazzo di casino…» mormorai allo specchio.
Il telefono interno squillò di nuovo.
Era la ragazza dell’amministrazione:
«Ingegnere, il Signor B è arrivato e accomodato in sala riunioni.»
Feci un respiro profondo.
«Arrivo.»

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scritto il
2026-04-21
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