Un Giorno da Padrone
di
Impotente
genere
dominazione
La luce del mattino filtrava morbida dalle tende semi-chiuse, tingendo la stanza di un caldo color oro. Eravamo ancora a letto, nudi, i corpi intrecciati dopo una notte di sonno profondo. Livia si girò verso di me, i capelli castani arruffati sul cuscino, gli occhi grandi e già lucidi di quel desiderio particolare che conoscevo bene. La sua voce era un sussurro carico di sottomissione: «Gianni… oggi voglio che tu sia il mio Padrone. Tutto il giorno. Non il marito tenero, non l’amante gentile. Il mio Padrone assoluto. Usami. Dominami. Fammi sentire la tua troia».
Quelle parole mi accesero all’istante. Sapevo quanto amasse alternare i ruoli: a volte la cuckold che si faceva dominare da vecchi maiali, altre la moglie devota che voleva arrendersi completamente al marito. Oggi era uno di quei giorni speciali.
Mi alzai, guardandola dall’alto con autorità. «Allora inizia subito, Troia. Vai nella doccia. Mettiti un asciugamano per terra, non voglio che le tue ginocchia delicate si segnino. Ti raggiungo tra poco».
Livia rabbrividì di piacere e obbedì senza fiatare. La vidi camminare nuda verso il grande box doccia doppio, il culo sodo che ondeggiava, già consapevole di ciò che l’aspettava. Quando entrai, lo spettacolo era perfetto: era in ginocchio sull’asciugamano bianco, le cosce spalancate, una mano che sfiorava timidamente la figa già umida.
«Infilati la spazzola dentro, puttana. Piano piano, fino in fondo. Voglio vederti allargarti tutta».
Livia prese la spazzola dal manico lungo e spesso. Aprì con due dita le grandi labbra gonfie e lucide di eccitazione e cominciò a spingere. Centimetro dopo centimetro, le setole dure le graffiavano le pareti interne, dilatandola senza pietà. Arrivò fino alla cervice e gemette forte, un suono gutturale di piacere e leggero dolore. Rimase immobile, la spazzola piantata dentro, mentre le dita dell’altra mano iniziavano a tracciare cerchi lenti sul clitoride turgido.
«Brava vacca. Toccati ma non venire. Se godi senza permesso ti punisco».
Mentre lei si torturava così, preparai il clistere. Le pastiglie effervescenti sciolte nell’acqua calda fecero effetto in pochi minuti. Vidi la sua pancia gonfiarsi visibilmente, il viso contrarsi in una smorfia di pressione crescente. Livia stringeva i denti, respirando affannosamente.
«Stringi quel culo, Troia. Trattieni tutto».
Estrassi la cannula e spinsi al suo posto il grosso plug di silicone nero, spesso e lungo. Livia emise un lungo mugolio di sofferenza e piacere mentre il tappo la sigillava completamente. La pressione nella pancia era feroce, i gas frizzavano, ma non poteva liberarsi.
«Ora succhiami il cazzo, Puttana. Lecca le palle del tuo Padrone come si deve».
Livia si sporse in avanti, la lingua calda e umida che venerava le mie palle, succhiandole una dopo l’altra. Poi aprì la bocca e ingoiò il mio cazzo fino alla gola. Glielo spinsi fino in fondo, premendole la nuca contro il pube. Il suo naso era schiacciato contro la mia pelle, il cazzo le toccava le tonsille. La tenni lì mentre si dimenava, soffocata, con la pancia piena che le provocava crampi e il plug che la tappava. Le lacrime le rigavano il viso.
Iniziai a scoparle la gola con ritmo deciso, tenendola per i capelli. Ogni spinta faceva muovere la spazzola dentro la sua figa, punzecchiandola. Dopo minuti intensi le venni direttamente in gola, fiotti abbondanti che lei ingoiò disperatamente.
La tirai su per i capelli, guardai i suoi occhi lacrimanti e la baciai con passione selvaggia, assaporando la mia stessa sborra sulla sua lingua. Mentre ci baciavamo, mossi la spazzola dentro di lei con movimenti circolari e profondi, come se volessi pulire ogni traccia degli altri uomini che l’avevano usata.
«Sei mia oggi, Troia. Solo mia. Voglio cancellare ogni residuo di sperma altrui dalla tua figa da puttana».
Livia urlava di piacere e dolore contro la mia bocca. Poi tolsi la spazzola e infilai il tubo del doccino nella sua figa. Aprii l’acqua calda: la lavanda vaginale la gonfiò ulteriormente, dandole un sollievo intenso e perverso. La tenni così, baciandola teneramente, passando dal Padrone crudele al marito amorevole in un attimo.
«Ora vieni, Moglie. È ora che ti svuoti».
La accompagnai al water, estrassi il plug e lasciai che si liberasse con potenti getti rumorosi. Poi, sotto la doccia, un secondo clistere profondo nel culo, fino a quando l’acqua uscì perfettamente limpida. L’avevo ripulita dentro e fuori, cancellando ogni traccia della sua vita da troia.
La asciugai con cura, baciandole ogni centimetro di pelle. Sul letto la misi alla pecorina. Le infilai di nuovo il grosso plug: «Questo resta dentro tutto il giorno. Lo toglierò solo quando deciderò di incularti». Poi le entrai nella figa ancora ipersensibile e arrossata. Era stretta, bollente, quasi dolorante. La scopai con colpi profondi e possessivi, godendo di sentirla completamente mia e pulita. Le venni dentro con un ruggito, riempiendola del mio sperma caldo.
«Tienilo dentro. Non ti laverai. Voglio che cammini con il mio seme nella figa».
Le feci prendere due Cialis. Poi la vestii con cura sadica: tubino nero aderente che arrivava al ginocchio, spacco profondo sulla coscia sinistra che mostrava le autoreggenti nere con bordo di pizzo. Camicetta di seta bianca semi-trasparente, molto scollata, senza reggiseno. Tacchi alti neri. Niente mutande. Il plug nel culo e la pallina vibrante bluetooth già dentro la figa piena del mio sperma.
A Genova, sul lungomare, la esibivo con orgoglio. Gli uomini si voltavano, la spogliavano con gli occhi. Al ristorante elegante con vista sul porto, i camerieri erano ipnotizzati. Quattro uomini (tra 40 e 70 anni) al tavolo vicino la fissavano senza ritegno.
Durante il pranzo giocai con la pallina: vibrazioni lente che la facevano arrossire, poi improvvise e forti che la costringevano a mordere il labbro. Uno dei quattro, elegante sui 65 anni, si avvicinò: «Complimenti, siete una coppia stupenda. La sua signora ha una classe e una sensualità rare». Livia divenne paonazza, la figa che colava sul sedile mentre la pallina martellava.
Frammenti di commenti arrivavano: «Che troia… cornuto fortunato… quella da montare per bene… guarda come si bagna…». Quando andai a pagare lasciando la pallina al massimo, Livia venne stringendo convulsamente la tovaglia, un orgasmo silenzioso ma visibile, sotto gli sguardi dei quattro e di un cameriere che parlottava eccitato con la collega.
Finito il pranzo era stremata, le gambe molli. Passeggiando sul lungomare si aggrappava a me, la voce rotta dalla ninfomania che aveva preso il sopravvento: «Gianni… Padrone… ho una voglia disperata di cazzo… il tuo, di chiunque… ti prego scopami o fammi scopare… non resisto più… la figa mi brucia… sono la tua troia in calore».
La trascinai dietro una siepe alta che nascondeva i corpi fino alle spalle. Le estrassi la pallina con uno strattone secco. Livia urlò di piacere. Le sollevai una coscia e la penetrai in piedi con una spinta violenta, scopandola con rabbia possessiva mentre a venti metri tre pensionati chiacchieravano su una panchina.
Uno di loro, sui 70 anni, capì e si avvicinò. Gli dissi senza esitazione: «Vieni qui. La mia donna ha bisogno di un altro cazzo».
Il vecchio non credette alla fortuna. Tirò fuori un cazzo già duro e la montò con foga animalesca, sbattendola contro l’albero. Livia godeva senza freni, urlando di piacere mentre veniva riempita dal primo sconosciuto. Lui scaricò dentro di lei grugnendo insulti.
Poi arrivarono gli altri due, uno alla volta.
Il secondo, robusto sui 65 anni, con un cazzo corto ma molto spesso, la prese da dietro con colpi pesanti, facendola tremare. La figa ormai distrutta produceva rumori osceni, colando sperma a ogni spinta. Livia venne ripetutamente, singhiozzando di piacere.
Il terzo, magro e cattivo sui 70 anni, con un cazzo lungo e nodoso, la prese faccia a faccia, guardandola negli occhi mentre la penetrava fino in fondo. «Guardami, puttana sposata» le ringhiava. Livia sostenne il suo sguardo, completamente persa, venendo insieme a lui mentre la inondava di sborra.
Quando finirono, Livia era un disastro meraviglioso: il tubino stropicciato, la camicetta bagnata di sudore, le autoreggenti sporche di rivoli bianchi densi che colavano fino ai tacchi. La figa rossa, gonfia e semi-aperta perdeva un fiume di sperma misto (il mio più tre carichi). Tremava, appoggiata a me, gli occhi persi nel vuoto di una soddisfazione profonda.
La tenni stretta a lungo, baciandola sulla fronte, sulle labbra, accarezzandole i capelli. «Brava la mia troia. Hai preso tutto come una vera puttana. Oggi sei stata perfetta».
Tornammo lentamente alla macchina. Ogni passo le faceva colare altro sperma lungo le gambe. In auto le tenni la mano sulla coscia umida, ordinandole di tenere tutto dentro fino a casa.
Una volta arrivati, la spogliai con calma. Le tolsi finalmente il plug solo per inculartela con lentezza possessiva sul nostro letto, godendo del suo culo ancora dilatato e sensibile. Le venni dentro anche lì, marchiandola ovunque.
Dopo la doccia calda insieme, la tenni tra le braccia mentre si addormentava, esausta ma felice. Le sussurrai all’orecchio: «Ti Amo, è inutile siamo due maiali malati innamorati... mi è piaciuto fare il tuo Padrone per un giorno... ma alla fine sono sempre il tuo cornuto innamrato!».
Lei sorrise nel sonno, stringendosi più forte a me. «Ti Amo, Padrone».
Era stata una giornata perfetta, intensa, perversa e piena d’amore distorto. Esattamente come piaceva a noi due
Quelle parole mi accesero all’istante. Sapevo quanto amasse alternare i ruoli: a volte la cuckold che si faceva dominare da vecchi maiali, altre la moglie devota che voleva arrendersi completamente al marito. Oggi era uno di quei giorni speciali.
Mi alzai, guardandola dall’alto con autorità. «Allora inizia subito, Troia. Vai nella doccia. Mettiti un asciugamano per terra, non voglio che le tue ginocchia delicate si segnino. Ti raggiungo tra poco».
Livia rabbrividì di piacere e obbedì senza fiatare. La vidi camminare nuda verso il grande box doccia doppio, il culo sodo che ondeggiava, già consapevole di ciò che l’aspettava. Quando entrai, lo spettacolo era perfetto: era in ginocchio sull’asciugamano bianco, le cosce spalancate, una mano che sfiorava timidamente la figa già umida.
«Infilati la spazzola dentro, puttana. Piano piano, fino in fondo. Voglio vederti allargarti tutta».
Livia prese la spazzola dal manico lungo e spesso. Aprì con due dita le grandi labbra gonfie e lucide di eccitazione e cominciò a spingere. Centimetro dopo centimetro, le setole dure le graffiavano le pareti interne, dilatandola senza pietà. Arrivò fino alla cervice e gemette forte, un suono gutturale di piacere e leggero dolore. Rimase immobile, la spazzola piantata dentro, mentre le dita dell’altra mano iniziavano a tracciare cerchi lenti sul clitoride turgido.
«Brava vacca. Toccati ma non venire. Se godi senza permesso ti punisco».
Mentre lei si torturava così, preparai il clistere. Le pastiglie effervescenti sciolte nell’acqua calda fecero effetto in pochi minuti. Vidi la sua pancia gonfiarsi visibilmente, il viso contrarsi in una smorfia di pressione crescente. Livia stringeva i denti, respirando affannosamente.
«Stringi quel culo, Troia. Trattieni tutto».
Estrassi la cannula e spinsi al suo posto il grosso plug di silicone nero, spesso e lungo. Livia emise un lungo mugolio di sofferenza e piacere mentre il tappo la sigillava completamente. La pressione nella pancia era feroce, i gas frizzavano, ma non poteva liberarsi.
«Ora succhiami il cazzo, Puttana. Lecca le palle del tuo Padrone come si deve».
Livia si sporse in avanti, la lingua calda e umida che venerava le mie palle, succhiandole una dopo l’altra. Poi aprì la bocca e ingoiò il mio cazzo fino alla gola. Glielo spinsi fino in fondo, premendole la nuca contro il pube. Il suo naso era schiacciato contro la mia pelle, il cazzo le toccava le tonsille. La tenni lì mentre si dimenava, soffocata, con la pancia piena che le provocava crampi e il plug che la tappava. Le lacrime le rigavano il viso.
Iniziai a scoparle la gola con ritmo deciso, tenendola per i capelli. Ogni spinta faceva muovere la spazzola dentro la sua figa, punzecchiandola. Dopo minuti intensi le venni direttamente in gola, fiotti abbondanti che lei ingoiò disperatamente.
La tirai su per i capelli, guardai i suoi occhi lacrimanti e la baciai con passione selvaggia, assaporando la mia stessa sborra sulla sua lingua. Mentre ci baciavamo, mossi la spazzola dentro di lei con movimenti circolari e profondi, come se volessi pulire ogni traccia degli altri uomini che l’avevano usata.
«Sei mia oggi, Troia. Solo mia. Voglio cancellare ogni residuo di sperma altrui dalla tua figa da puttana».
Livia urlava di piacere e dolore contro la mia bocca. Poi tolsi la spazzola e infilai il tubo del doccino nella sua figa. Aprii l’acqua calda: la lavanda vaginale la gonfiò ulteriormente, dandole un sollievo intenso e perverso. La tenni così, baciandola teneramente, passando dal Padrone crudele al marito amorevole in un attimo.
«Ora vieni, Moglie. È ora che ti svuoti».
La accompagnai al water, estrassi il plug e lasciai che si liberasse con potenti getti rumorosi. Poi, sotto la doccia, un secondo clistere profondo nel culo, fino a quando l’acqua uscì perfettamente limpida. L’avevo ripulita dentro e fuori, cancellando ogni traccia della sua vita da troia.
La asciugai con cura, baciandole ogni centimetro di pelle. Sul letto la misi alla pecorina. Le infilai di nuovo il grosso plug: «Questo resta dentro tutto il giorno. Lo toglierò solo quando deciderò di incularti». Poi le entrai nella figa ancora ipersensibile e arrossata. Era stretta, bollente, quasi dolorante. La scopai con colpi profondi e possessivi, godendo di sentirla completamente mia e pulita. Le venni dentro con un ruggito, riempiendola del mio sperma caldo.
«Tienilo dentro. Non ti laverai. Voglio che cammini con il mio seme nella figa».
Le feci prendere due Cialis. Poi la vestii con cura sadica: tubino nero aderente che arrivava al ginocchio, spacco profondo sulla coscia sinistra che mostrava le autoreggenti nere con bordo di pizzo. Camicetta di seta bianca semi-trasparente, molto scollata, senza reggiseno. Tacchi alti neri. Niente mutande. Il plug nel culo e la pallina vibrante bluetooth già dentro la figa piena del mio sperma.
A Genova, sul lungomare, la esibivo con orgoglio. Gli uomini si voltavano, la spogliavano con gli occhi. Al ristorante elegante con vista sul porto, i camerieri erano ipnotizzati. Quattro uomini (tra 40 e 70 anni) al tavolo vicino la fissavano senza ritegno.
Durante il pranzo giocai con la pallina: vibrazioni lente che la facevano arrossire, poi improvvise e forti che la costringevano a mordere il labbro. Uno dei quattro, elegante sui 65 anni, si avvicinò: «Complimenti, siete una coppia stupenda. La sua signora ha una classe e una sensualità rare». Livia divenne paonazza, la figa che colava sul sedile mentre la pallina martellava.
Frammenti di commenti arrivavano: «Che troia… cornuto fortunato… quella da montare per bene… guarda come si bagna…». Quando andai a pagare lasciando la pallina al massimo, Livia venne stringendo convulsamente la tovaglia, un orgasmo silenzioso ma visibile, sotto gli sguardi dei quattro e di un cameriere che parlottava eccitato con la collega.
Finito il pranzo era stremata, le gambe molli. Passeggiando sul lungomare si aggrappava a me, la voce rotta dalla ninfomania che aveva preso il sopravvento: «Gianni… Padrone… ho una voglia disperata di cazzo… il tuo, di chiunque… ti prego scopami o fammi scopare… non resisto più… la figa mi brucia… sono la tua troia in calore».
La trascinai dietro una siepe alta che nascondeva i corpi fino alle spalle. Le estrassi la pallina con uno strattone secco. Livia urlò di piacere. Le sollevai una coscia e la penetrai in piedi con una spinta violenta, scopandola con rabbia possessiva mentre a venti metri tre pensionati chiacchieravano su una panchina.
Uno di loro, sui 70 anni, capì e si avvicinò. Gli dissi senza esitazione: «Vieni qui. La mia donna ha bisogno di un altro cazzo».
Il vecchio non credette alla fortuna. Tirò fuori un cazzo già duro e la montò con foga animalesca, sbattendola contro l’albero. Livia godeva senza freni, urlando di piacere mentre veniva riempita dal primo sconosciuto. Lui scaricò dentro di lei grugnendo insulti.
Poi arrivarono gli altri due, uno alla volta.
Il secondo, robusto sui 65 anni, con un cazzo corto ma molto spesso, la prese da dietro con colpi pesanti, facendola tremare. La figa ormai distrutta produceva rumori osceni, colando sperma a ogni spinta. Livia venne ripetutamente, singhiozzando di piacere.
Il terzo, magro e cattivo sui 70 anni, con un cazzo lungo e nodoso, la prese faccia a faccia, guardandola negli occhi mentre la penetrava fino in fondo. «Guardami, puttana sposata» le ringhiava. Livia sostenne il suo sguardo, completamente persa, venendo insieme a lui mentre la inondava di sborra.
Quando finirono, Livia era un disastro meraviglioso: il tubino stropicciato, la camicetta bagnata di sudore, le autoreggenti sporche di rivoli bianchi densi che colavano fino ai tacchi. La figa rossa, gonfia e semi-aperta perdeva un fiume di sperma misto (il mio più tre carichi). Tremava, appoggiata a me, gli occhi persi nel vuoto di una soddisfazione profonda.
La tenni stretta a lungo, baciandola sulla fronte, sulle labbra, accarezzandole i capelli. «Brava la mia troia. Hai preso tutto come una vera puttana. Oggi sei stata perfetta».
Tornammo lentamente alla macchina. Ogni passo le faceva colare altro sperma lungo le gambe. In auto le tenni la mano sulla coscia umida, ordinandole di tenere tutto dentro fino a casa.
Una volta arrivati, la spogliai con calma. Le tolsi finalmente il plug solo per inculartela con lentezza possessiva sul nostro letto, godendo del suo culo ancora dilatato e sensibile. Le venni dentro anche lì, marchiandola ovunque.
Dopo la doccia calda insieme, la tenni tra le braccia mentre si addormentava, esausta ma felice. Le sussurrai all’orecchio: «Ti Amo, è inutile siamo due maiali malati innamorati... mi è piaciuto fare il tuo Padrone per un giorno... ma alla fine sono sempre il tuo cornuto innamrato!».
Lei sorrise nel sonno, stringendosi più forte a me. «Ti Amo, Padrone».
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