Mosaico liquido

di
genere
tradimenti

Là dove la memoria si fa liquida, il confine con l’immaginazione diviene poroso.


Per anni credetti che quella sera fosse rimasta chiusa dentro una stanza d’albergo. Mi sbagliavo. Ci sono ricordi che non finiscono mai davvero. Rimangono immobili, come semi sotto la terra, finché un dettaglio qualunque non decide di svegliarli. Nel mio caso fu una fotografia. La trovai una domenica mattina, mentre cercavo tutt’altro in una vecchia cartella del computer. Compleanni. Vacanze. I bambini piccoli. Natali. La scorrevo distrattamente quando un’immagine mi costrinse a fermarmi. Quella fotografia non la ricordavo. Il corpo, invece, sì. Lo avrei riconosciuto fra mille: Sandra era distesa sulla sabbia, un braccio piegato sotto la testa. Indossava soltanto lo slip del bikini. Gli occhiali da sole e il cappellino lasciavano il volto in ombra. Ingrandii l’immagine. Fu allora che notai il particolare. La pelle del petto era uniformemente dorata dal sole, tranne due aree più chiare. Esattamente dove, poco prima, doveva esserci stato il triangolo del bikini. Rimasi immobile. Era un dettaglio insignificante, eppure raccontava una piccola sequenza di fatti. Prima il costume c’era. Poi, a un certo momento, non c’era più. Qualcuno aveva scattato quella fotografia proprio in quell’intervallo e quel qualcuno non ero io. Ne ero assolutamente certo. Perché aveva tolto il bikini? Per prendere il sole?Per gioco? Per una scommessa? Per sentirsi libera? Oppure qualcuno glielo aveva chiesto? La fotografia non rispondeva. Faceva qualcosa di molto peggiore. Permetteva a tutte le risposte di sembrare possibili. Fu allora che il passato cambiò consistenza. Non perché fossero comparsi fatti nuovi. Perché gli stessi fatti chiedevano di essere letti in un altro modo. Qualche settimana dopo accadde una cosa ancora più banale. Il telefono di Sandra si illuminò mentre era in cucina. Ebbi il tempo di vedere una sola iniziale.
“C.”
Nient’altro. Sandra arrivò quasi subito. Prese il telefono con un gesto naturale, forse troppo naturale.
— Chi era?
— Nessuno.
Sorrise. Continuò a preparare il caffè. La conversazione finì lì. Avrebbe dovuto finire lì. Invece quella C continuò a ronzarmi nella testa: Corrado*. Il nome arrivò da solo. Ma era davvero lui? Oppure ero stato io a regalare un nome a una semplice lettera?
L’ultimo episodio arrivò alcuni mesi dopo. Invitammo a cena le amiche con cui Sandra aveva trascorso quella vacanza. La serata scorreva tranquilla. Risate. Ricordi.
A un certo punto una di loro disse:
— Ti ricordi quel pomeriggio…? Prima o poi ci dirai dove eri finita.
Seguì una risata.Sandra abbassò appena gli occhi.
— Basta… finitela.
Sorrideva, ma quel sorriso durò un istante di troppo. Le altre si guardarono. Quando entrai nella stanza cambiarono argomento. Forse stavano ricordando una sciocchezza. Eppure, da quella sera, il mio cervello smise di credere alle coincidenze. La fotografia. La notifica. Quella risata interrotta. Presi uno per uno non significavano nulla. Insieme sembravano appartenere alla stessa storia. O, almeno, alla storia che stavo costruendo dentro di me. Fu questo a spaventarmi. Non il sospetto. Il piacere.
Perché ogni nuovo dettaglio aggiungeva una tessera a un mosaico che forse non era mai esistito. Mi sorpresi perfino a sperare di non scoprire mai la verità. La verità avrebbe chiuso la storia. Il dubbio, invece, continuava ad alimentarla.
Passò ancora del tempo.Una mattina scesi in cantina. Cercavo non ricordo più cosa. Fra gli scatoloni delle vacanze trovai una vecchia borsa da mare. La svuotai. Sul fondo rimase un piccolo portafoglio di tela. Era di Sandra. Lo usava soltanto durante le vacanze. Dentro c’erano poche monete in parte ossidate, alcuni scontrini scoloriti e una tessera ormai inutilizzabile. L’ultimo scontrino era ripiegato più volte.Lo aprii. In alto compariva il nome di una struttura turistica. La data apparteneva ai giorni della vacanza con le amiche. Non potevo sapere se fosse proprio il pomeriggio in cui Sandra si era allontanata. Poteva essere il giorno prima. O quello dopo. L’ora era ormai illeggibile. Lessi le poche voci ancora distinguibili. Due caffè. Acqua minerale. Poi una riga generica: servizi. L’importo era di gran lunga superiore a quello delle consumazioni. Quello scontrino non dimostrava nulla. Eppure, per la prima volta, avevo fra le dita qualcosa che apparteneva davvero a quei giorni. Sotto lo scontrino trovai una piccola pagina strappata da un taccuino. Era la grafia di Sandra. Annotazioni rapide.
“Spiaggia quasi deserta dopo il promontorio.”
“Luce meravigliosa.”
“Libera.”
“Vento caldo.”
Più in basso, isolata dal resto:
“Stavolta… più bello del ricordo.”
Rimasi immobile. Le prime parole appartenevano a una vacanza. L’ultima sembrava appartenere a qualcos’altro. O forse era soltanto la mia mente a volerlo credere. Fu allora che il problema smise di essere la fotografia. Era Corrado. Avevo sempre creduto che quella notte fosse stata un’eccezione. Un gioco, una parentesi e invece bastò una fotografia, uno scontrino, una frase annotata in fretta perché tutto ricominciasse a muoversi. Ripensai alle trasferte di Sandra. Alle mie. Alle occasioni in cui le nostre vite avevano corso, per qualche giorno, su binari separati. Per anni erano state semplicemente assenze. Adesso sembravano possibilità. Non cercavo più prove. Cercavo una storia. E quella storia tornava sempre nello stesso punto. A Corrado. Alla sua presenza, alla sicurezza con cui sembrava attraversare il mondo. E, inevitabilmente, al confronto inesorabile e umiliante per me. Per la prima volta mi trovai a chiamare le cose con il loro nome: quel grosso cazzo che negli anni era cresciuto ancora dentro la mia memoria. Forse era diventato più grande del ricordo stesso. Mi domandavo se, dopo aver conosciuto una fisicità tanto diversa dalla mia, qualcosa fosse rimasto dentro di lei. Non un amore e emmeno una nostalgia. Forse soltanto una memoria del corpo. Sandra non mi aveva dato alcun motivo per crederlo. Eppure bastava quel dubbio a trasformare ogni ricordo in una domanda. Ce n’era abbastanza per impazzire. Qualche mese dopo la vacanza riaffiorò un altro frammento. Entrando nello studio sentii Sandra al telefono. Non mi aveva visto.
— Ti prego… basta con questa storia.
Rideva, ma era una risata impaziente.
— Non ricominciare.
Una pausa.
— È andata come è andata.
Un’altra.
— Non voglio più parlarne.
Fu allora che si accorse di me. Il tono cambiò immediatamente.
— Va bene… ci sentiamo domani.
All’epoca non ci feci caso. Anni dopo, invece, quella conversazione tornò a cercarmi. Qualche settimana più tardi vidi comparire sul suo computer una notifica di WhatsApp. Lessi soltanto poche parole.
— Ci vedremo?
La risposta era già lì.
— Forse è meglio di no.
Era una frase. Solo una frase. Poteva riferirsi a chiunque. Eppure la mia mente la accostò agli altri frammenti. La fotografia. Lo scontrino. Il taccuino, quel pomeriggio. E capii che non era più il passato a inseguire me. Ero io, ostinatamente, a inseguire il passato. Fu allora che il residence prese forma. Non perché lo ricordassi.Non c’ero mai stato. La mia mente lo costruiva. Un particolare alla volta.Le fotografie offrivano pochi frammenti. Lo scontrino gli dava un nome. Il foglio del taccuino suggeriva un luogo. Il resto apparteneva all’immaginazione. Pochi bungalow dispersi fra tamerici e pini marittimi. Sentieri di sabbia. La vegetazione che arrivava fino al mare. Un luogo appartato. Non scelto per essere visto. Scelto per scomparire. Sfogliavo quelle fotografie cercando non ciò che mostravano, ma ciò che avevano lasciato fuori dall’inquadratura. Una veranda dietro una stuoia di canne. L’ombra di una palma sul legno consumato. Un sentiero che si perdeva fra i cespugli. Dettagli insignificanti. Eppure, accostati l’uno all’altro, sembravano reclamare una storia. Fu in quel momento che compresi ciò che stavo facendo. Non ricostruivo il passato. Gli davo una forma. Una forma possibile. Forse vera. Forse soltanto necessaria. Potevo vederla entrare. Chiudere lentamente la porta alle sue spalle, lasciando fuori la luce abbacinante del pomeriggio. Dentro, la penombra. Da quel momento non c’erano più ricordi. C’era soltanto la mia immaginazione. Certo, lei tremava. Per l’emozione di ciò che stava per compiere. Per il compiersi di un desiderio che, nella mia mente, l’aveva accompagnata per anni. Era nuda davanti agli occhi di Corrado che manteneva l’aria di superiorità di chi si degna. Era vivida l’immagine dei delicati, piccoli capezzoli rosa di Sandra succhiati, il suo sesso che colava. Il volto di lui a premere fra le sue cosce che si aprivano nella definitiva resa. Certo l’aveva fatta saltellare sul suo grosso uccello per potersi godere l’immagine dei seni procaci che ondeggiavano sensualmente mentre scariche di godimento percorrevano entrambi i loro corpi. Non avevo dubbi che Sandra si fosse lasciata andare, gemendo, urlando, proferendo oscenità. Poi un’immagine inquietante che mi umiliava eccitandomi: lei sul fianco, poi prona, sollevare il bacino in un’offerta profonda di un piacere proibito intriso di dolore nella sua completa sottomissione.
Credevo di ricomporre un mosaico. Solo più tardi capii che era un mosaico liquido. Ogni nuova tessera non completava il disegno. Costringeva tutte le altre a spostarsi.


* vedi “Comunque Puttana”











scritto il
2026-07-28
9 3
visite
0
voti
valutazione
0
il tuo voto
Segnala abuso in questo racconto erotico

Continua a leggere racconti dello stesso autore

racconto precedente

La stanza accanto

Commenti dei lettori al racconto erotico

cookies policy Per una migliore navigazione questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti. Proseguendo la navigazione ne accetti l'utilizzo.