La moglie ninfomane il Toro della portineria ed il cornuto....
di
Impotente
genere
corna
Era domenica sera, inizio giugno. Eravamo rientrati da poco dalla comunione del nipotino quando il telefono squillò. Era la madre di Livia.
«Livia, non mi sento bene… giramenti di testa, tutto mi gira,» disse con voce debole.
«Arriviamo subito, mamma,» rispose Livia, già in ansia. Indossava ancora l’abito elegante della cerimonia: un tubino crema che le fasciava il seno generoso, la vita e i fianchi con grazia sensuale. Tacchi alti, trucco perfetto, capelli raccolti. Sembrava una signora di classe.
Partimmo per Pavia. Trovammo la madre pallida e la portammo al pronto soccorso. Durante l’attesa, Livia non passava inosservata. Il dottorino giovane, sui trentacinque anni, occhi verdi, continuava a passare.
«Signora, sua madre è solo disidratata,» le disse, ma i suoi occhi erano fissi sulla scollatura.
Il primario, mio coetaneo, era ancora più insistente. Verso l’una di notte, dopo la flebo, arrivò la dimissione. Il dottorino prese la mano di Livia e la tenne stretta, troppo a lungo.
«Qualsiasi dubbio, signora Livia, chiami pure… a qualsiasi ora,» mormorò, divorandola con lo sguardo.
Livia sorrise composta, ma quando tornammo a casa della madre e io ripartii solo per Voghera, sapevo che era bagnata.
Il mattino dopo mi chiamò verso le nove.
«Tesoro, la mamma ha passato una notte tranquilla. Ha bevuto, sta meglio,» disse.
«Meno male. E tu? Hai dormito?»
«Poco… ma il dottorino… quando mi ha stretto la mano non la finiva più. Mi guardava come se volesse mangiarmi. Mi sono bagnata, sai? Anche con la preoccupazione per la mamma.»
Risi. «Sei la mia super troia ninfomane. Ti amo proprio per questo. In un altro momento l’avrei invitato a casa per una visita molto approfondita delle tue parti intime.»
Livia rise, eccitata. «Porco… mi fai impazzire.»
La conversazione si fece calda. Le chiesi di toccarsi mentre mi raccontava cosa avrebbe voluto che le facessero i due medici. Venne piano al telefono.
I giorni successivi le telefonate divennero sempre più spinte. Una mattina Livia mi disse:
«Tesoro, è passata la dottoressa sostituta. Tutto bene. Ma… mi hai fatto ricordare il vecchio medico di base, quello che da ragazzina mi palpava il seno “per controllare le cisti”.»
«Hehehe, porco vero?»
«Cazzo, mi fai sempre sentire così puttana… mi sto bagnando di nuovo!»
«Lo so che ti piace. Comunque, dobbiamo trovare una badante. Chiedi al portiere per questa settimana.»
«Hai ragione. Oggi passo in portineria.»
Nel pomeriggio mi richiamò.
«Amore, ho parlato con Juan. Ha detto che lui e Rosa daranno un occhio alla mamma. Ha anche una cugina badante a Milano.»
«Perfetto. Ma dimmi… ti guardava?»
Livia abbassò la voce. «Sì… non mi staccava gli occhi dalle tette. È piccolo, brutto, con quel naso aquilino… ma cazzo, mi fa sangue. Deve essere un toro. Mi ha fatto bagnare anche vestita casta.»
«Sei sola?»
«Sì, la mamma dorme.»
«Allora toccati, troia. Pensa a Juan.»
Le descrissi la scena: «Immagina che ti tira su la maglietta, affonda quella faccia porcina tra le tue tette grosse, le lecca, le succhia, le morde. Poi ti slaccia i jeans, ti abbassa tutto e ti infila quelle dita tozze dentro la figa fradicia…»
Livia gemeva. «Sì… continua… mi fai desiderare quel nano…»
La guidai fino all’orgasmo. Venne sussurrando parolacce.
La sera mi richiamò di nuovo, mentre la madre dormiva.
«Non riesco a togliermi dalla testa i suoi occhi furbi. È colpa tua che mi hai eccitata troppo.»
«Ti ricordi quella sera in piazzola?» le chiesi. «Quel sudamericano piccolo come lui, con il cazzo enorme rispetto al corpo. Tu in ginocchio sull’erba che lo succhiavi, poi piegata sul cofano mentre ti allargava tutta…»
«Oddio sì…» ansimò lei, toccandosi di nuovo.
Le raccontai ogni dettaglio. Livia venne forte, soffocando i gemiti.
«Se domani vuoi andare da lui, hai il mio permesso,» le dissi. «Vestiti leggera: magliettina aderente senza reggiseno, gonnellina corta, niente mutande. Digli che ti mando io. Passamelo al telefono.»
«Sei un maiale pervertito… ma mi fai impazzire,» sussurrò lei.
Il mattino dopo mi chiamò presto.
«Amore… stanotte verso le due non dormivo. Ho preso il flacone grande dello shampoo della mamma e me lo sono ficcato dentro pensando a Juan. Sono venuta tantissimo. Avrei voluto chiamarti…»
«Male, troia. La prossima volta mi chiami, a qualsiasi ora. Adesso vai giù così come ti ho detto. Passamelo.»
Poco dopo Livia mi passò Juan.
«Juan, sono il marito di Livia,» dissi deciso. «Te la mando io. È una ninfomane. Usala quando vuoi, come vuoi. Oggi voglio che la monti due volte e le sborri dentro tutte e due le volte. Chiaro?»
Juan rise eccitato. «Cazzo… sì, signore. Sua moglie è una gran figa. La tratto bene.»
Tornò Livia. «Porco… mi sta già guardando come una bestia.»
Lasciò il telefono in viva voce.
Nel retro della portineria Juan non perse tempo.
«Che tette hai, puta…» grugnì mentre le alzava la maglietta e affondava la faccia tra i seni, succhiando e mordendo i capezzoli.
Livia gemeva. «Oddio… sì…»
La girò contro il muro, le alzò la gonna. «Niente mutande… brava troia.»
Le infilò due dita tozze, allargandole la figa bagnata. Poi si tirò fuori il cazzo. Livia sussultò: «Cazzo… è enorme…»
Juan la penetrò in piedi con un colpo deciso, allargandola completamente. I suoi affondi erano potenti.
«Ti piace farti montare da un nano come me mentre tuo marito ascolta?» ringhiava.
«Sì… più forte… usami…» rispondeva Livia, completamente succube.
La scopò con forza. Livia venne due volte, tremando. Alla fine Juan grugnì e le scaricò dentro una prima abbondante sborrata, allagandole la figa.
«Prima carica,» disse ridendo verso il telefono.
Nel pomeriggio Juan le scrisse di scendere in cantina. Livia mi chiamò prima.
«Amore… sto andando. Sono ancora piena di lui…»
In cantina Juan la spogliò completamente sul tavolo.
«Tuo marito vuole che ti allaghi per bene,» grugnì.
La leccò, poi la prese a pecorina, allargandola di nuovo con quel membro sproporzionato. La sbatteva con vigore, stringendole i fianchi e mordendole le spalle.
«Sono la troia di mio marito…» gemeva Livia.
Juan la girò, la guardò negli occhi e le inondò la figa con una seconda, copiosa eiaculazione.
Quando tornò al telefono Livia era senza fiato: «Amore… mi ha riempita di nuovo… sono distrutta ma felice.»
Mercoledì mattina arrivai a Pavia. Nell’appartamento trovai Juan e Rosa. Livia era radiosa. Dopo i saluti, mentre le donne parlottavano in cucina, strinsi la mano a Juan.
Lui non la lasciò subito. Mi guardò negli occhi e sussurrò: «Grazie… tua moglie è una puta immensa. Me la fai montare altre volte?»
Ricambiai la stretta con forza. «Ma certo, Juan. Te la porterò spesso. Puoi usarla quando vuoi.»
Lui sorrise a tutti i denti, stringendomi ancora più forte. «Sei un grande.»
Tornammo a Voghera. Appena chiusi la porta di casa spinsi Livia contro il muro.
«Mi sei mancata, troia,» le dissi baciandola con fame.
«Anche tu… e il tuo cazzo,» rispose lei, premendo il corpo contro il mio.
La portai in camera, la spogliai e la distesi sul letto. Le aprii le gambe: la figa era ancora gonfia e lucida.
«Sei ancora piena di lui?»
«Sì… mi ha scopata stamattina presto in cantina.»
Le leccai via il sapore misto, poi la penetrai con un colpo solo.
«Raccontami tutto mentre ti scopo,» ordinai.
Livia ansimava tra un affondo e l’altro: «Mi ha preso in portineria contro il muro… quel cazzone mi allargava tutta… poi in cantina sul tavolo, a pecorina… mi ha morsa, mi ha riempita due volte…»
Venimmo insieme intensamente.
Sdraiati, le accarezzai il fianco.
«Juan mi ha chiesto di averti ancora.»
Livia sorrise maliziosa. «E tu cosa gli hai risposto, porco?»
«Che ti porterò spesso. La prossima volta magari ci andiamo insieme… voglio vederti mentre ti monta.»
Lei mi baciò profondamente. «Sei il marito perfetto per una ninfomane come me.»
Fuori il caldo di giugno continuava, ma dentro casa nostra ardeva un desiderio senza fine.
Per info e contatti: impotente@proton.me
«Livia, non mi sento bene… giramenti di testa, tutto mi gira,» disse con voce debole.
«Arriviamo subito, mamma,» rispose Livia, già in ansia. Indossava ancora l’abito elegante della cerimonia: un tubino crema che le fasciava il seno generoso, la vita e i fianchi con grazia sensuale. Tacchi alti, trucco perfetto, capelli raccolti. Sembrava una signora di classe.
Partimmo per Pavia. Trovammo la madre pallida e la portammo al pronto soccorso. Durante l’attesa, Livia non passava inosservata. Il dottorino giovane, sui trentacinque anni, occhi verdi, continuava a passare.
«Signora, sua madre è solo disidratata,» le disse, ma i suoi occhi erano fissi sulla scollatura.
Il primario, mio coetaneo, era ancora più insistente. Verso l’una di notte, dopo la flebo, arrivò la dimissione. Il dottorino prese la mano di Livia e la tenne stretta, troppo a lungo.
«Qualsiasi dubbio, signora Livia, chiami pure… a qualsiasi ora,» mormorò, divorandola con lo sguardo.
Livia sorrise composta, ma quando tornammo a casa della madre e io ripartii solo per Voghera, sapevo che era bagnata.
Il mattino dopo mi chiamò verso le nove.
«Tesoro, la mamma ha passato una notte tranquilla. Ha bevuto, sta meglio,» disse.
«Meno male. E tu? Hai dormito?»
«Poco… ma il dottorino… quando mi ha stretto la mano non la finiva più. Mi guardava come se volesse mangiarmi. Mi sono bagnata, sai? Anche con la preoccupazione per la mamma.»
Risi. «Sei la mia super troia ninfomane. Ti amo proprio per questo. In un altro momento l’avrei invitato a casa per una visita molto approfondita delle tue parti intime.»
Livia rise, eccitata. «Porco… mi fai impazzire.»
La conversazione si fece calda. Le chiesi di toccarsi mentre mi raccontava cosa avrebbe voluto che le facessero i due medici. Venne piano al telefono.
I giorni successivi le telefonate divennero sempre più spinte. Una mattina Livia mi disse:
«Tesoro, è passata la dottoressa sostituta. Tutto bene. Ma… mi hai fatto ricordare il vecchio medico di base, quello che da ragazzina mi palpava il seno “per controllare le cisti”.»
«Hehehe, porco vero?»
«Cazzo, mi fai sempre sentire così puttana… mi sto bagnando di nuovo!»
«Lo so che ti piace. Comunque, dobbiamo trovare una badante. Chiedi al portiere per questa settimana.»
«Hai ragione. Oggi passo in portineria.»
Nel pomeriggio mi richiamò.
«Amore, ho parlato con Juan. Ha detto che lui e Rosa daranno un occhio alla mamma. Ha anche una cugina badante a Milano.»
«Perfetto. Ma dimmi… ti guardava?»
Livia abbassò la voce. «Sì… non mi staccava gli occhi dalle tette. È piccolo, brutto, con quel naso aquilino… ma cazzo, mi fa sangue. Deve essere un toro. Mi ha fatto bagnare anche vestita casta.»
«Sei sola?»
«Sì, la mamma dorme.»
«Allora toccati, troia. Pensa a Juan.»
Le descrissi la scena: «Immagina che ti tira su la maglietta, affonda quella faccia porcina tra le tue tette grosse, le lecca, le succhia, le morde. Poi ti slaccia i jeans, ti abbassa tutto e ti infila quelle dita tozze dentro la figa fradicia…»
Livia gemeva. «Sì… continua… mi fai desiderare quel nano…»
La guidai fino all’orgasmo. Venne sussurrando parolacce.
La sera mi richiamò di nuovo, mentre la madre dormiva.
«Non riesco a togliermi dalla testa i suoi occhi furbi. È colpa tua che mi hai eccitata troppo.»
«Ti ricordi quella sera in piazzola?» le chiesi. «Quel sudamericano piccolo come lui, con il cazzo enorme rispetto al corpo. Tu in ginocchio sull’erba che lo succhiavi, poi piegata sul cofano mentre ti allargava tutta…»
«Oddio sì…» ansimò lei, toccandosi di nuovo.
Le raccontai ogni dettaglio. Livia venne forte, soffocando i gemiti.
«Se domani vuoi andare da lui, hai il mio permesso,» le dissi. «Vestiti leggera: magliettina aderente senza reggiseno, gonnellina corta, niente mutande. Digli che ti mando io. Passamelo al telefono.»
«Sei un maiale pervertito… ma mi fai impazzire,» sussurrò lei.
Il mattino dopo mi chiamò presto.
«Amore… stanotte verso le due non dormivo. Ho preso il flacone grande dello shampoo della mamma e me lo sono ficcato dentro pensando a Juan. Sono venuta tantissimo. Avrei voluto chiamarti…»
«Male, troia. La prossima volta mi chiami, a qualsiasi ora. Adesso vai giù così come ti ho detto. Passamelo.»
Poco dopo Livia mi passò Juan.
«Juan, sono il marito di Livia,» dissi deciso. «Te la mando io. È una ninfomane. Usala quando vuoi, come vuoi. Oggi voglio che la monti due volte e le sborri dentro tutte e due le volte. Chiaro?»
Juan rise eccitato. «Cazzo… sì, signore. Sua moglie è una gran figa. La tratto bene.»
Tornò Livia. «Porco… mi sta già guardando come una bestia.»
Lasciò il telefono in viva voce.
Nel retro della portineria Juan non perse tempo.
«Che tette hai, puta…» grugnì mentre le alzava la maglietta e affondava la faccia tra i seni, succhiando e mordendo i capezzoli.
Livia gemeva. «Oddio… sì…»
La girò contro il muro, le alzò la gonna. «Niente mutande… brava troia.»
Le infilò due dita tozze, allargandole la figa bagnata. Poi si tirò fuori il cazzo. Livia sussultò: «Cazzo… è enorme…»
Juan la penetrò in piedi con un colpo deciso, allargandola completamente. I suoi affondi erano potenti.
«Ti piace farti montare da un nano come me mentre tuo marito ascolta?» ringhiava.
«Sì… più forte… usami…» rispondeva Livia, completamente succube.
La scopò con forza. Livia venne due volte, tremando. Alla fine Juan grugnì e le scaricò dentro una prima abbondante sborrata, allagandole la figa.
«Prima carica,» disse ridendo verso il telefono.
Nel pomeriggio Juan le scrisse di scendere in cantina. Livia mi chiamò prima.
«Amore… sto andando. Sono ancora piena di lui…»
In cantina Juan la spogliò completamente sul tavolo.
«Tuo marito vuole che ti allaghi per bene,» grugnì.
La leccò, poi la prese a pecorina, allargandola di nuovo con quel membro sproporzionato. La sbatteva con vigore, stringendole i fianchi e mordendole le spalle.
«Sono la troia di mio marito…» gemeva Livia.
Juan la girò, la guardò negli occhi e le inondò la figa con una seconda, copiosa eiaculazione.
Quando tornò al telefono Livia era senza fiato: «Amore… mi ha riempita di nuovo… sono distrutta ma felice.»
Mercoledì mattina arrivai a Pavia. Nell’appartamento trovai Juan e Rosa. Livia era radiosa. Dopo i saluti, mentre le donne parlottavano in cucina, strinsi la mano a Juan.
Lui non la lasciò subito. Mi guardò negli occhi e sussurrò: «Grazie… tua moglie è una puta immensa. Me la fai montare altre volte?»
Ricambiai la stretta con forza. «Ma certo, Juan. Te la porterò spesso. Puoi usarla quando vuoi.»
Lui sorrise a tutti i denti, stringendomi ancora più forte. «Sei un grande.»
Tornammo a Voghera. Appena chiusi la porta di casa spinsi Livia contro il muro.
«Mi sei mancata, troia,» le dissi baciandola con fame.
«Anche tu… e il tuo cazzo,» rispose lei, premendo il corpo contro il mio.
La portai in camera, la spogliai e la distesi sul letto. Le aprii le gambe: la figa era ancora gonfia e lucida.
«Sei ancora piena di lui?»
«Sì… mi ha scopata stamattina presto in cantina.»
Le leccai via il sapore misto, poi la penetrai con un colpo solo.
«Raccontami tutto mentre ti scopo,» ordinai.
Livia ansimava tra un affondo e l’altro: «Mi ha preso in portineria contro il muro… quel cazzone mi allargava tutta… poi in cantina sul tavolo, a pecorina… mi ha morsa, mi ha riempita due volte…»
Venimmo insieme intensamente.
Sdraiati, le accarezzai il fianco.
«Juan mi ha chiesto di averti ancora.»
Livia sorrise maliziosa. «E tu cosa gli hai risposto, porco?»
«Che ti porterò spesso. La prossima volta magari ci andiamo insieme… voglio vederti mentre ti monta.»
Lei mi baciò profondamente. «Sei il marito perfetto per una ninfomane come me.»
Fuori il caldo di giugno continuava, ma dentro casa nostra ardeva un desiderio senza fine.
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