Innamorato di una Puttana...

di
genere
corna

Una storia d'Amore e perversione.
Era settembre del 2022, un settembre che sapeva già di foglie bagnate e di cuori spezzati. Mi ero lasciato da appena una settimana con Livia, dopo quattro anni di un amore tumultuoso, viscerale, malato. Con lei avevamo vissuto tutto: io, eccitato fino alla follia dal vederla trasformarsi in una troia senza limiti, lei succube delle sue perversioni più oscure, usata, condivisa, umiliata e poi abbandonata dai suoi amanti. Un eterno saliscendi tra estasi e abisso che ci aveva consumati entrambi. Quando non ce l’ho più fatta, il vuoto che mi ha lasciato è stato immenso, un silenzio assordante dentro al petto.
Quel venerdì sera ero ancora in ufficio, solo, con l’anima persa. Il disegno CAD sul monitor era solo un’ombra sfocata davanti ai miei occhi. Non combinavo nulla. Ho aperto il browser quasi per disperazione, cercando qualcosa, qualunque cosa, che potesse riempire quel buco. E lì, tra mille annunci freddi, è apparsa lei.
Marika.
«Ciao, cerchi compagnia? Vuoi rilassarti? Vieni da Marika, la tua dea del sesso. Non pongo limiti… con me puoi tutto.»
Le foto mi hanno tolto il respiro. Il suo corpo era una promessa di peccato e di salvezza insieme: curve morbide, un seno generoso e invitante, e in una di esse, il suo décolleté lucido di seme maschile ancora fresco. Non le vedevo il viso, ma non importava. Quel dettaglio così crudo, così vero, mi ha trafitto come una lama dolce. Mi ha ricordato Livia, sì… ma stavolta era diverso. Era come se il destino mi stesse chiamando a casa, verso qualcosa di più grande, di più profondo. Ho sentito un languore improvviso, un calore che saliva dal basso ventre fino al cuore. Ho sorriso, ma era un sorriso malinconico, di chi sa già di essere perduto.
Con le mani che tremavano leggermente, le ho scritto:
«Ciao Marika, mi chiamo Gianni. Ho visto il tuo annuncio e… non so spiegare, ma mi hai colpito. Cerco compagnia, relax, ma soprattutto qualcuno che mi faccia sentire vivo di nuovo. Mi dici di te?»
La sua risposta è arrivata poco dopo, calda, avvolgente:
«Ciao tesoro 😘 Sono libera stasera. Non ho limiti. Vieni da me, ti aspetto. Ti farò dimenticare tutto.»
Mi ha mandato l’indirizzo e un’altra foto, stavolta con il viso appena accennato: quegli occhi, quel sorriso da puttana consapevole, hanno sigillato il mio destino. Sono uscito dall’ufficio con il cuore che batteva in modo strano… non solo di eccitazione, ma di una nostalgia anticipata, di un’attrazione profonda che già somigliava all’amore.
Ho guidato verso di lei attraverso la città che si spegneva, con una malinconia dolce nel petto. Non sapevo ancora che quella sera avrei incontrato la donna che mi avrebbe rubato l’anima. Mi sarei innamorato perdutamente di Marika, della sua natura selvaggia e senza freni, della sua essenza di vera puttana. E io, uomo perso, avrei scelto di diventare il suo fedele compagno cornuto, il suo schiavo devoto, colui che l’avrebbe amata proprio per quello che era: mia e di tutti, bellissima e irraggiungibile.
Mentre ero fermo al semaforo rosso, con la pioggia leggera che iniziava a velare il parabrezza, il telefono ha lampeggiato di nuovo. Era lei. Marika.
«Tesoro ti aspetto, vieni quando vuoi. Mi piace tantissimo la foto che hai nel profilo WhatsApp… Non ho altri appuntamenti stasera, sarò tutta per te. Toglimi una curiosità: sei veramente il Sig. Gianni xxxxx? Ho guardato su internet, ma davvero sei quello dell’azienda xxxxx?»
Ho sorriso da solo nell’abitacolo buio, con quel languore dolce che già mi stringeva il petto. Le ho risposto scherzando:
«Sì, perché mi fai lo sconto? Hehehe»
La sua replica è arrivata immediata, birichina e complice:
«Scemo! Non devi usare il cellulare di lavoro per queste “avventure”!»
Al semaforo successivo ho visto un venditore pakistano con le rose. Senza pensarci due volte mi sono fermato e ne ho prese tre, le più belle. Rose per una puttana, ho pensato tra me e me, ridendo piano. Eppure quel gesto mi sembrava giusto, quasi necessario. Come se una parte di me volesse corteggiarla davvero, come se già sapessi che quella donna sarebbe diventata molto più di un incontro a pagamento.
Sono arrivato sotto casa sua con il cuore che batteva in modo strano, un misto di eccitazione e malinconia profonda. L’ho chiamata per farmi spiegare il campanello.
«Gianni, vedi il cartello dello studio Avv. Yyyyy? Suona all’appartamento 33… Ti aspetto, pazzo!»
La sua voce vellutata mi ha sciolto qualcosa dentro. Era la prima volta che andavo da un’escort e mi sentivo un po’ stupido, un po’ ridicolo… ma la curiosità di conoscerla era più forte di tutto. Dopo un attimo di tentennamento ho suonato.
«Sali Gianni, quarto piano» ha detto lei dolcemente dal citofono.
L’ascensore saliva lento e io mi sentivo come un ragazzino al primo appuntamento. Ma che cazzo fai? Ti emozioni per una puttana? mi ripetevo. Eppure le mani sudavano e il petto era stretto in una morsa dolce.
Quando l’ascensore si è fermato al quarto piano e la porta si è aperta, il tempo si è fermato.
Lei era lì, sulla soglia, in tutto il suo splendore. Indossava un baby-doll nero semitrasparente che lasciava intravedere le sue forme generose, la pelle luminosa, il seno vistoso e invitante. I capelli sciolti, lo sguardo caldo e un po’ sorpreso quando ha visto le rose tra le mie mani.
«Ma Gianni… che mi hai portato?» ha sussurrato, con una voce che sembrava miele. «Che gentiluomo… non sai da quanto tempo nessuno mi regala delle rose. Mi emozioni…»
Le ho porto i fiori con un sorriso timido e lei li ha presi, avvicinando il viso per sentirne il profumo. Poi mi ha guardato, si è avvicinata e mi ha dato un bacio leggero sulla guancia. Il suo seno morbido si è premuto contro il mio petto per un istante, caldo, vivo, profumato. Quel contatto, quel sorriso sincero, mi hanno travolto. In quel momento non vedevo solo una bellissima puttana. Vedevo una donna affascinante, complessa, con una profondità che andava oltre il corpo che offriva a chiunque. C’era qualcosa di più, qualcosa che mi ha fatto perdere la testa all’istante.
Sono rimasto lì, sulla soglia, con il cuore che batteva forte e l’anima già persa. Sapevo che stavo per varcare una soglia da cui non sarei più tornato indietro. Marika non era solo sesso. Era la donna di cui mi sarei innamorato perdutamente, la mia dea, la mia puttana, la mia rovina dolce.
Lei mi ha preso dolcemente per mano e mi ha fatto entrare. Il suo appartamento non era lussuoso: i mobili erano semplici, quasi dozzinali, eppure ovunque si respirava un tocco femminile forte, intimo. Un foulard di seta abbandonato sul divano come per caso, una serie di piccole miniature dipinte con scene mitologiche che sembravano raccontare storie antiche di dei e mortali perduti nella passione, un buon profumo di pulito e vaniglia che avvolgeva tutto. Ogni cosa era maniacalmente in ordine, come se lei avesse bisogno di controllare almeno quello, in una vita fatta di caos e corpi sconosciuti.
Marika ha preso le mie rose con cura, le ha messe in un vaso di cristallo trasparente e le ha sistemate sul tavolo con un gesto quasi tenero. Poi è venuta verso di me, mi ha preso entrambe le mani e mi ha guardato dritto negli occhi con quel sorriso sornione, un po’ divertito e un po’ famelico.
«Gianni… ma cavolo, sei alto molto di più di quello che immaginavo dalle foto su internet» ha mormorato con voce calda. «Io sono piccolina… ma molto porcellina. Dimmi, cosa ti piacerebbe fare con me stasera?»
Il suo sguardo mi ha trapassato. Ho sentito un nodo in gola. Non potevo certo dirle che la foto che mi aveva colpito di più era quella dove era tutta schizzata di sperma altrui, che quel dettaglio mi aveva fatto sognare e tremare insieme. Ho sorriso, imbarazzato come un ragazzino, e ho risposto la prima cosa che mi è venuta in mente per prendere tempo:
«Beh… per prima cosa mi faresti un caffè?»
Lei ha riso, una risata cristallina, genuina.
«Hahaha ma dai, certo che ti faccio un caffè! Non dirmi che è la prima volta che vai con una puttana…»
«Con una puttana per piacere no di certo… hahaha. Ma con una professionista sì!» ho risposto io, cercando di sembrare più disinvolto di quanto non fossi.
«Hahaha che scemo… Non hai l’aria di essere un pischello. Mi sa che ne hai fatte di porcate con quel bel viso innocente che ti ritrovi! Dai, vieni accomodati qui che ti porto un caffè… ma lo vuoi corretto?»
A quelle parole, un ricordo improvviso con Livia mi ha attraversato come una lama calda: lei che mi portava il caffè “corretto” con lo sperma dei suoi amanti ancora fresco, e me lo faceva bere insieme a lei, condividendo quel gusto proibito. Ho sentito un brivido profondo, un misto di eccitazione e malinconia. Ma ho scosso la testa.
«No Marika, mi va benissimo un semplice caffè…»
Lei ha sorriso di nuovo, si è voltata e si è allontanata verso il cucinino ancheggiando sui tacchetti delle sue ciabattine piumate. Quel dettaglio mi ha colpito in modo strano: tacchi alti ma con le piume, proprio come me le ero sempre immaginate le escort nella mia testa. Era così naturalmente puttana, così autentica, che mi ha fatto sorridere dentro.
Mentre la guardavo muoversi, sentivo il cuore stringersi in un languore dolce e doloroso. Non era solo desiderio fisico. Era qualcosa di più profondo. In quel piccolo appartamento ordinato, tra foulard dimenticati e miniature mitologiche, stavo già capendo che mi stavo perdendo per lei. Per quella donna che era contemporaneamente dea e puttana, dolce e volgare, misteriosa e accessibile a tutti. E io, uomo già perso, non volevo più essere salvato.

Per contatti impotente@proton.me
scritto il
2026-07-07
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