Il matrimonio della cugina

di
genere
corna

Amore sfrenato...

Era la fine di giugno di due anni fa. Ci eravamo svegliati all’alba per arrivare puntuali al matrimonio di Chiara, la nipote di Livia, a Bologna. Due ore di macchina, ma ne era valsa la pena solo per vederla preparata così.
Il giorno prima era stata dalla parrucchiera e dall’estetista, con quella pelle liscia e profumata che sembrava di seta. Il weekend precedente, all’outlet di Serravalle, aveva trovato quel vestito: leggero, elegantissimo, con una gonna che si fermava appena sopra il ginocchio e una scollatura ampia e profonda che metteva in risalto la sua quarta di seno. La cintura in vita sottolineava il punto vita stretto e faceva esplodere le curve. Quella mattina aveva scelto i sandali con il tacco alto che le slanciavano le gambe e la costringevano a ancheggiare in modo irresistibile a ogni passo.
Sotto, su mia insistenza, niente. Niente mutandine, niente reggiseno. Quando si era presentata davanti a me in camera, con quel sorriso malizioso e un po’ imbarazzato, sono letteralmente caduto in ginocchio. Le ho sollevato la gonna con entrambe le mani e ho premuto le labbra sulla sua figa già umida, baciandola con devozione. Livia ha sussultato, mi ha afferrato i capelli per un secondo, ma poi si è ritratta ridendo: «Amore, no… mi stropicci il vestito!»
In macchina era uno spettacolo. Guidavo con una mano sul volante e l’altra che continuava a cercarla. Sapere che era completamente nuda sotto quel tessuto leggero mi faceva impazzire. Le infilavo le dita tra le cosce, lei all’inizio mi bloccava la mano, ridendo e arrossendo, ma dopo una decina di chilometri ha ceduto. Ha spostato un po’ la gonna per non rovinarla, ha aperto leggermente le gambe e si è lasciata sditalinare per bene. Le mie dita entravano e uscivano dal suo sesso caldo e bagnato, mentre con il pollice le stuzzicavo il clitoride. Quando è venuta, ha dovuto mordersi il labbro per non urlare, stringendo forte il sedile. L’odore della sua eccitazione riempiva l’abitacolo.
All’autogrill vicino a Modena ci siamo fermati per un caffè. Appena è scesa, ho visto gli sguardi. Uomini di tutte le età che si voltavano. Lei camminava con quel suo ancheggiare accentuato dai tacchi, la scollatura che ondeggiava, e si godeva ogni occhiata. Mi sorrideva complice, con quell’espressione da “lo so che mi guardano tutti” che mi faceva diventare matto. Era felice di sentirsi desiderata.
Arrivati alla chiesa, l’effetto è stato ancora più forte. Lo sposo, vedendo la cugina acquisita, l’ha squadrata da capo a piedi senza nemmeno provare a nasconderlo. I parenti la salutavano, ma gli occhi degli uomini erano tutti lì, sulla sua scollatura e sulle gambe. Poi è arrivato il papà di Livia. Appena l’ha vista ha fatto una faccia:
«Ma Livia, come ti sei conciata?!»
«Papà, mi sembra di essere elegante…»
«Sì, cazzo, ma sei troppo discinta! Abbassa almeno la gonna, ti si vede tutto!»
Lei ha riso, un po’ imbarazzata ma anche orgogliosa. Ci siamo seduti e la cerimonia è iniziata. Quando gli sposi sono usciti tra il lancio del riso, siamo andati alla location: una bellissima villa sulle colline bolognesi, immersa nel verde. Lì l’atmosfera era più rilassata, alcol, risate, musica. E Livia è diventata subito il centro di tutti i capannelli maschili.
Complimenti, smancerie, sguardi che scendevano senza pudore. Ma chi non le si staccava di dosso era lo zio Franco, quasi ottantenne, marito della sorella minore di sua madre. Alto, ancora dritto, con quel sorriso da vecchio volpone. Livia da ragazzina aveva avuto con lui la sua prima vera iniziazione al sesso. Lei già faceva seghe e pompini ai fidanzatini, ma lo zio, quell’estate al mare, con una miscela di autorità, gioco e desiderio, l’aveva portata più in là. Le aveva toccato la figa, l’aveva masturbata fino a farla venire, e poi le aveva insegnato a succhiare davvero. Per tutto quel mese Livia gli aveva fatto pompini quasi ogni giorno, bevendo la sua sborra con una curiosità e una golosità che ancora oggi la fa arrossire quando ne parliamo.
E ora lo zio se la ritrovava davanti così: elegante, provocante, con le tette mezze fuori e senza niente sotto. Le stava addosso, le parlava all’orecchio, rideva, le sfiorava il braccio, la vita. Si vedeva che aveva il cazzo duro nei pantaloni. Chissà cosa le stava ricordando… probabilmente i pomeriggi in cui la nipotina glielo prendeva in bocca fino in gola e poi ingoiava tutto, guardandolo con quegli occhi da troietta curiosa.
Livia era eccitatissima. Lo capivo da come rideva, da come si toccava i capelli, da come ogni tanto mi lanciava uno sguardo complice ma anche un po’ colpevole. La serata era appena iniziata e già si sentiva l’elettricità nell’aria.

Durante il banchetto, mentre eravamo seduti ai tavoli vicini, lo zio Franco non le dava tregua. Si era piazzato proprio accanto a lei e le parlava all’orecchio con quella voce rauca da vecchio marpione:
«Cazzo, Livia… ma guardati. Sei diventata una vera troia di lusso. Quella scollatura… si vede quasi tutto il seno. E sotto, dimmi la verità… ce l’hai la fighetta coperta o no?»
Livia rideva piano, arrossendo ma visibilmente eccitata.
«Zio… sei sempre il solito porco.»
«Porco sì, ma tu da ragazzina mi succhiavi il cazzo come una professionista. Ti ricordi quando ti riempivo la bocca di sborra tutte le mattine in spiaggia? Eri la mia piccola pompinara preferita. Ora con questo vestito da puttana elegante mi hai fatto venire il cazzo duro come il marmo. Se fossimo soli ti alzerei la gonna e ti spaccherei quella figa che mi hai fatto vedere crescere.»
Livia mi si è avvicinata poco dopo, mi ha preso la mano e mi ha sussurrato all’orecchio, con la voce calda e tremolante di eccitazione:
«Amore… lo zio mi sta dicendo delle porcate pazzesche. Mi ha ricordato tutti i pompini che gli facevo da ragazzina… e mi ha detto che gli è venuto duro solo a guardarmi. Se capita l’occasione… me lo porterei in bagno. Vorrei controllare se il suo cazzo ha ancora quel turgore di una volta… e risentire il sapore della sua sborra.»
Io, con il cazzo già duro nei pantaloni, le ho stretto la mano e le ho risposto all’orecchio:
«Si dai, fallo felice. Portalo in un cesso e svuota tuo zio. Voglio che torni da me con la figa piena di lui.»
Livia ha sorriso maliziosa, mi ha dato un bacio leggero e poco dopo ha strizzato l’occhio allo zio. Si è alzata con eleganza, sculettando tra i tavoli verso i bagni della villa. Lo zio Franco, da vecchio volpone, ha aspettato giusto un minuto e poi l’ha seguita con passo deciso.
Sono passati quasi venti minuti prima che tornasse.
Nel bagno delle signore, che per fortuna in quel momento era deserto, è successo tutto questo:
Appena entrati, lo zio ha chiuso la porta a chiave. L’ha spinta contro il muro e le ha infilato subito una mano nella scollatura, tirandole fuori una tetta e succhiandole il capezzolo con avidità. Livia si è abbassata rapidamente in ginocchio sul pavimento, gli ha abbassato la cerniera e gli ha tirato fuori il cazzo. Era già mezzo duro, grosso e venoso, con quell’odore forte di vecchio. Lei lo ha guardato un attimo e poi se lo è preso in bocca con golosità, succhiandolo con passione. Lo zio gemeva piano:
«Brava… così… succhia il cazzo dello zio come facevi da ragazzina… cazzo che troia sei diventata.»
Livia lo ha lavorato per bene: lingua sulla cappella, mano sui coglioni, ingoiandolo fino in gola nonostante l’età. Quando lo ha sentito bello duro e pulsante, si è alzata, si è seduta sul water, ha aperto le gambe e ha iniziato a toccarsi la figa guardandolo. Poi si è alzata, ha messo una gamba sul water, ha spostato la gonna e gli ha detto:
«Scopami, zio… per la prima volta. Scopami come una puttana.»
Lo zio non se l’è fatto ripetere. L’ha afferrata per i fianchi, ha puntato il cazzo ancora bagnato di saliva e glielo ha spinto dentro con una sola spinta profonda. Livia ha soffocato un gemito. Lui ha iniziato a scoparla con colpi decisi, anche se un po’ affannati dall’età, tenendola per il culo. La figa di Livia era fradicia. Lo zio le ansimava sul collo:
«Finalmente ti sto sfondando… la figa della mia nipotina troia… cazzo quanto è bagnata…»
Ha resistito qualche minuto, poi è venuto abbondantemente dentro di lei, scaricando getti caldi e densi di sborra vecchia nella sua figa. Livia è venuta quasi insieme a lui, stringendogli le spalle.
Quando è uscita dal bagno, aveva le guance arrossate, il rossetto un po’ sbavato e lo sguardo di chi ha appena fatto una cazzata bellissima. Si è seduta accanto a me, mi ha preso la mano sotto il tavolo e me l’ha guidata tra le cosce. Ho infilato due dita sotto la gonna e le ho sentite scivolare dentro la sua figa calda e cremosa. La sborra dello zio era tantissima, colava fuori piano. L’ho guardata negli occhi e ci siamo baciati profondamente. Potevo sentire il sapore del suo cazzo sulla sua lingua: un misto di sborra, saliva e quell’odore pungente di piscia di vecchio che rendeva tutto ancora più sporco ed eccitante.
«Ti amo, troia mia» le ho sussurrato mentre muovevo le dita dentro di lei, mescolando quella crema.

I minuti passavano e dello zio Franco ancora nessuna traccia. Livia iniziava a guardarmi con un misto di divertimento e preoccupazione. Dopo quasi mezz’ora, la zia (la moglie dello zio) si è alzata dal tavolo visibilmente agitata.
«Ma dov’è finito Franco? È andato in bagno da una vita…»
Si è avviata verso i servizi. Pochi minuti dopo abbiamo sentito la sua voce dal corridoio:
«Franco? Franco, sei lì?»
Dalla porta del bagno delle donne è arrivata la risposta rauca dello zio:
«Eh… sì, sono qui… mi gira un po’ la testa…»
La zia ha aperto la porta ed è entrata. Lo ha trovato seduto sul water, i pantaloni ancora un po’ abbassati, la faccia rossa e sudata, che cercava di riprendersi.
«Ma Franco! Hai sbagliato bagno! Questo è quello delle donne!»
«Eh… sì, lo so… mi girava la testa e sono senza occhiali… non ci vedevo bene… ho sbagliato porta…» ha borbottato lui con aria innocente.
La zia ha scosso la testa, tra il divertito e l’esasperato:
«Sei proprio un vecchio rimbambito… forza, tirati su che torniamo al tavolo.»
Lo zio è uscito un po’ malfermo sulle gambe, con quel sorriso sornione da chi aveva appena svuotato le palle nella figa della nipote. Quando sono tornati al tavolo, Franco era molto più tranquillo, quasi appagato. Si è seduto, ha bevuto un bicchiere d’acqua e per il resto del pranzo è stato stranamente silenzioso, ogni tanto lanciando a Livia sguardi complici e carichi di soddisfazione.
Il pranzo è continuato tra battute, brindisi e convenevoli con gli sposi. Livia era radiosa, con le guance ancora un po’ arrossate e quell’aria da donna appena scopata che solo io e lo zio potevamo riconoscere.
Poi è arrivato il momento del ballo. Sul piazzale pavimentato, sotto una bellissima pergola di glicine in fiore, l’orchestrina ha iniziato a suonare. Prima abbiamo ballato noi due. La tenevo stretta, sentivo il suo corpo caldo contro il mio e ogni tanto le infilavo una mano un po’ più giù sulla schiena, sfiorandole il culo. Lei mi sussurrava all’orecchio:
«Ce l’ho ancora piena… mi cola ancora un po’…»
Dopo un paio di pezzi ho lasciato che ballasse con suo padre. Poi è stata la volta di una lunga serie di uomini: cugini, amici dello sposo, parenti acquisiti. Tutti si presentavano con la scusa del ballo, ma l’intento era chiaro: palparla, stringerla, farle sentire il cazzo duro contro la pancia o il fianco mentre la facevano girare.
Livia si lasciava andare, rideva, flirtava. Qualcuno le teneva la mano un po’ troppo bassa sulla schiena, altri “per sbaglio” le sfioravano il seno mentre la facevano volteggiare. Lei ogni tanto mi lanciava uno sguardo complice, divertita e eccitata da tutta quell’attenzione maschile. Io la guardavo da bordo pista con il cazzo mezzo duro, godendomi lo spettacolo della mia bellissima moglie che si faceva desiderare da tutti.
Lo zio Franco, invece, era rimasto seduto. Ogni tanto la guardava ballare con gli altri, con un sorriso soddisfatto, sapendo di essere stato dentro di lei solo poco prima.

Durante i balli, uno in particolare è stato il più spinto: suo cugino Marco, un tipo alto, muscoloso, con quell’aria arrogante da sempre. Era il più insistente di tutti. Appena l’orchestrina ha attaccato un lento, lui si è presentato e ha preso Livia senza nemmeno chiedere davvero il permesso.
Sul piazzale, sotto la pergola di glicine, la stringeva forte. Troppo forte. La mano destra gli è scesa subito sul culo, palpandolo senza pudore, stringendo una natica con forza, quasi sollevandole la gonna. Livia gli ha spostato la mano con decisione, portandosela più su sulla schiena, ma dopo pochi secondi lui ci è tornato, ancora più sfacciato, infilando quasi le dita tra le chiappe.
«Marco, basta… ci stanno guardando» gli ha sussurrato lei, ma con la voce già un po’ incrinata.
Lui ha riso piano, avvicinando la bocca al suo orecchio:
«Guarda che lo so che sotto non hai niente, troia. Si vede da come cammini. Sei sempre la stessa vacca di quando eravamo ragazzi. Facevi i pompini a tutti i coglioncelli del paese, vero? Ma a me niente… ora però voglio la figa. Ti voglio montare come si deve, Livia. Andiamo da qualche parte, ti alzo questo straccetto elegante e ti sfondo.»
Livia ha cercato di mantenere il sorriso di circostanza, ma io dal bordo pista vedevo che era tesissima. Quando il pezzo è finito è tornata da me quasi subito, con le guance rosse e gli occhi che brillavano di eccitazione mista a rabbia.
Mi ha preso sottobraccio e mi ha portato un po’ in disparte, sussurrandomi tutto d’un fiato:
«Amore… è Marco. È sempre lui il più stronzo. Da ragazzi ci provava in continuazione, poi una volta è entrato in camera mia mentre dormivo, mi ha spinta sul letto, mi è saltato addosso e mi ha aperto le gambe di forza… stava per scoparmi a secco. Ho urlato come una pazza e per fortuna è arrivata sua madre. È successo un casino, ma la zia ha messo tutto a tacere, ha detto che era solo un gioco stupido tra cugini… Da allora lui ha questa fissa per me. Oggi mi ha palpato il culo tutto il tempo, mi ha dato della troia e della vacca, mi ha detto che sa che succhiavo gli altri ma a lui no… e che ora vuole rimediare. Mi ha proposto di andare in qualche posto nascosto a scopare. Vuole “montare la troietta”…»
Ha fatto una pausa, mordendosi il labbro, poi ha aggiunto con voce più bassa e vergognosa:
«Lo odio, è arrogante, prepotente… ma cazzo, la sua arroganza mi eccita da morire. Mi piace sentirmi così succube con lui. Ho la figa in fiamme, amore… ancora piena della sborra dello zio e ora mi pulsa per questo stronzo.»
Mi ha guardato dritto negli occhi, quasi implorante:
«Posso? Mi dai il permesso di farmi sbattere da lui?»
Io ho sentito il cazzo diventare di marmo. Le ho stretto la vita e le ho risposto all’orecchio:
«Sì, troia mia… puoi. Ma a una condizione: voglio esserci, voglio tenere la situazione sotto controllo. Non ti lascio sola con lui.»
Livia ha sorriso, eccitatissima, e mi ha baciato sul collo:
«Si dai… cerca un posto. Un bagno, una stanza di servizio, il giardino sul retro… dove vuoi tu. Voglio che mi vedi mentre mi monta.»

Mentre il ballo continuava, mi sono allontanato con una scusa e ho fatto un giro di ricognizione intorno alla villa. Dietro la casa padronale, nascosta da una siepe alta, ho trovato una vecchia porta di legno verde, un po’ scrostata. L’ho aperta: era un ripostiglio in disuso, pieno di ragnatele e polvere, con qualche botte vuota accatastata in un angolo e un bel tavolo di legno massiccio al centro, robusto e alto giusto il punto giusto. Perfetto. Sporco, ma eccitante proprio per questo.
Sono tornato da Livia, che stava chiacchierando con un gruppo di donne. L’ho presa sottobraccio, le ho sorriso e le ho sussurrato all’orecchio:
«Ho trovato il posto. È perfetto. Ci penso io al cugino.»
Lei mi ha guardato con uno sguardo fulminante, interrogativo, quasi spaventato: «Come ci pensi tu?!» Ma negli occhi aveva già quel luccichio di eccitazione pura.
Mi sono avvicinato a Marco con calma. Lui era vicino al bar, bicchiere in mano. Appena mi ha visto ha irrigidito le spalle, probabilmente aspettandosi una scenata o peggio. Gli ho fatto un cenno con la testa e gli ho detto a bassa voce, con un mezzo sorriso:
«Livia mi ha detto che la vuoi montare.»
Marco è sbiancato di colpo, il sangue gli è sceso dal viso. Si aspettava chiaramente un pugno o una litigata furiosa.
Io invece ho continuato, divertito dalla sua faccia:
«Per me va bene. Fottila pure… ma solo se ci sono anch’io. Fra cinque minuti vieni dietro la casa padronale, dietro la siepe c’è una porta di legno verde. Entra lì, ti aspettiamo io e Livia. Voglio che la fai godere, hai capito? Ma non essere violento, altrimenti ti rompo il culo.»
Lui mi guardava esterrefatto, la bocca semiaperta.
«Ma… sei sicuro? Stai scherzando?»
«No, sono serissimo. Siamo una coppia aperta, ci piacciono questi giochi. Quindi se vuoi scoparti mia moglie, questa è l’occasione. Ma alle mie condizioni.»
Marco ha deglutito, poi un sorriso arrogante gli è tornato lentamente sulle labbra. «Cazzo… va bene. Cinque minuti.»
Ho preso Livia per mano e l’ho portata via con discrezione. Abbiamo attraversato il giardino, superato la siepe e siamo entrati nel ripostiglio. Il portone pesante si è chiuso dietro di noi con un tonfo sordo, sigillandoci in quella penombra polverosa.
Appena dentro l’ho spinta contro il tavolo, l’ho baciata con passione feroce. Le nostre lingue si intrecciavano, le mani correvano ovunque. Le ho infilato due dita sotto la gonna, direttamente nella figa ancora bagnata e cremosa della sborra dello zio. Livia gemeva nella mia bocca.
«Sei fradicia, troia…» le ho sussurrato.
Ho preso un fazzoletto, ho pulito velocemente la superficie del tavolo dalla polvere, poi l’ho sollevata e fatta sedere sul bordo. La gonna alzata fino alla vita, le gambe aperte. L’altezza era perfetta: il mio cazzo, duro come pietra nei pantaloni, era esattamente all’altezza della sua figa spalancata. Avrei potuto scoparla in quel momento, ma ho resistito. Ho continuato a baciarla con foga, le dita che entravano e uscivano lentamente dalla sua passera gonfia, mescolando la crema dello zio.
Dopo qualche minuto la porta si è aperta piano. Marco è entrato titubante, chiudendosi la porta alle spalle. Ci ha visti così: io che limonavo profondamente con mia moglie seduta sul tavolo, la gonna alzata, le mie dita che la scopavano piano dentro la figa ancora piena.
È rimasto fermo un secondo, gli occhi spalancati, il cazzo che gli tirava già nei pantaloni.

Marco era lì, ancora un po’ incredulo, con gli occhi fissi sulla figa aperta di Livia e sulle mie dita che la lavoravano. Mi sono voltato verso di lui con un sorriso complice e gli ho detto a bassa voce:
«Eccoti Livia, la tua cugina troia. È tutta pronta, calda e bagnata, tutta per te. Vediamo se sei capace di farla godere come una cagna. Te la affido io… io sarò qui fuori a controllare che non venga nessuno. Dai, che aspetti? Montala!»
Livia mi ha guardato con gli occhi lucidi di eccitazione. Le ho dato un ultimo bacio profondo, ho tolto le dita dalla sua figa e sono uscito dal ripostiglio, chiudendo la porta pesante dietro di me. Mi sono piazzato fuori, dietro la siepe, con il cuore che batteva forte e il cazzo durissimo, pronto a intervenire se qualcosa fosse andato storto.
Appena rimasto solo con lei, Marco si è lasciato andare completamente. Si è avvicinato al tavolo come una bestia, ha afferrato Livia per i capelli e l’ha baciata con violenza, ficcandole la lingua in bocca mentre con l’altra mano le strizzava forte una tetta, tirandola fuori dalla scollatura.
«Finalmente, troia… quanto tempo ho aspettato per sfondarti» ha ringhiato.
Le ha aperto le gambe ancora di più e le ha infilato il cazzo dentro la figa con una spinta brutale, fino in fondo. Livia ha soffocato un gemito forte contro la sua spalla. Marco ha iniziato a fotterla con colpi potenti, animaleschi, facendo sbattere il suo corpo contro il tavolo. Il rumore della carne che sbatteva riempiva il ripostiglio.
«Cazzo quanto sei bagnata… hai ancora la sborra di qualcun altro dentro, vero puttana? Ti piace farti riempire come una vacca, eh?»
Livia ansimava, stringendogli le spalle:
«Sì… sì… scopami forte… sono una troia…»
Dopo qualche minuto di scopata selvaggia nella figa, Marco l’ha fatta scendere dal tavolo, l’ha girata e l’ha piegata in avanti, con il busto appoggiato sul legno e il culo per aria. Le ha sputato sul buco del culo, ha puntato il cazzo ancora fradicio della sua figa e glielo ha spinto dentro il sedere con una sola spinta profonda.
Livia ha morso il braccio per non urlare. Marco ha iniziato a inculare con forza brutale, tenendola per i fianchi, sbattendola senza pietà.
«Prendilo nel culo, cagna! Questo è quello che meriti… da anni volevo sfondarti questo bel culetto da troia. Sei sempre stata la mia puttana nella testa… ora sei mia davvero!»
Livia gemeva e rispondeva tra un colpo e l’altro, la voce rotta dal piacere:
«Sì… inculami… più forte… sono la tua troia… sbattimi… ahh cazzo mi piace…»
Marco era fuori controllo, un animale vero. La sbatteva con rabbia e desiderio accumulato, insultandola continuamente:
«Vacca… puttana… succhiacazzi… ti ricordi quando volevo sverginarti e mi hai fatto fermare? Ora ti riempio il culo di sborra, troia!»
Livia godeva senza freni, il corpo che tremava, la figa che colava sulla gamba mentre lui la inculava sempre più veloce. Alla fine Marco ha emesso un grugnito basso e animale, ha spinto fino in fondo e le è venuto abbondantemente dentro al culo, scaricando getti densi e caldi.
È rimasto dentro di lei qualche secondo, ansimando, poi è uscito lentamente. Il buco del culo di Livia era rosso e dilatato, con la sborra che cominciava a colare fuori.

Fuori dal ripostiglio sentivo tutto e stavo impazzendo dall’eccitazione.

Cazzo, ero lì fuori con il cuore che mi martellava nel petto. Gelosia profonda, di quelle che ti stringono lo stomaco, ma un’eccitazione da porco che mi faceva pulsare il cazzo nei pantaloni come non mai. Quando ho sentito i grugniti di Marco che finiva e il silenzio che seguiva, ho aspettato qualche secondo e sono entrato.
Lo spettacolo che mi si è presentato mi ha fatto quasi venire nei pantaloni.
Livia era ancora piegata sul tavolo, aggrappata al bordo con le mani, il vestito tutto ripiegato sulla schiena, il culo per aria. Dal suo buchetto rosso e dilatato colava vistosamente la sborra densa del cugino, che le scivolava lungo le cosce. Marco era in piedi accanto a lei, si stava pulendo il cazzo ancora mezzo duro con un kleenex, sporco di sborra e un po’ di merda. Mi ha guardato dritto negli occhi con un sorriso soddisfatto da stronzo.
«Ecco il cornuto…» ha detto ridacchiando. «Siamo proprio malati, eh? Ma cazzo… quanto mi è piaciuto inculare tua moglie. Il suo culetto è una meraviglia. Era il mio sogno da ragazzo, e oggi finalmente me la sono sfondata come volevo.»
Ha fatto una pausa, ancora sudato e con il fiatone.
«Voglio venire a trovarvi a casa uno di questi giorni…»
Io ho sorriso, ancora carico di adrenalina:
«Chissà… se a tua cugina è piaciuto forse ti inviterà. Hahaha.»
Marco ha riso, si è sistemato i pantaloni e se n’è uscito dal ripostiglio, chiudendo la porta dietro di sé.
Siamo rimasti soli. Mi sono avvicinato a Livia, che respirava ancora affannosamente. Le ho accarezzato la schiena, poi con un fazzoletto ripiegato ho iniziato a pulirle delicatamente il culo, raccogliendo la sborra densa che continuava a colare. Lei tremava leggermente.
«Ora tocca a me, mia bella mogliettina» le ho sussurrato con la voce roca. «Non resisto più. Svuota tuo marito, troia di una moglie!»
Livia si è girata senza dire una parola, con gli occhi pieni di desiderio e amore. Mi ha fatto sedere sul bordo del tavolo, mi sono appoggiato sui gomiti. Lei si è inginocchiata davanti a me, mi ha aperto la braghetta che stava per esplodere e ha tirato fuori il mio cazzo duro come legno, già bagnato di pre-eiaculazione.
Da brava e ubbidiente moglie mi ha fatto il pompino più bello della mia vita. Lo ha preso in bocca lentamente, con devozione, succhiando forte, leccando tutta la lunghezza, massaggiandomi i testicoli gonfi con una mano. Ogni tanto lo tirava fuori per guardarmi negli occhi:
«Ti amo… sei il mio uomo, il mio cornuto preferito… non potrebbe esserci nessun altro accanto a me. Solo tu mi capisci così… solo tu mi lasci essere la troia che sono…»
Poi tornava a succhiare con più passione, ingoiandolo fino in gola, mugolando di piacere. Mi massaggiava i coglioni con perizia, stringendoli piano proprio come piace a me. Non ho resistito a lungo. Tutto quello che avevo accumulato durante la giornata — le dita in macchina, lo zio, Marco, la gelosia, l’eccitazione — è esploso.
Le sono venuto in bocca con getti potenti, enormi, schizzando tantissima sborra. Livia ha mugugnato di gusto, ha bevuto tutto senza farne cadere una goccia, continuando a succhiare piano mentre venivo.
Quando ho finito ci siamo baciati profondamente, stretti stretti, ancora mezzi nudi in quel ripostiglio polveroso. Si sentiva tutto: l’amore, la complicità, quella dolcezza commossa che vibra sempre tra noi dopo queste follie. Un fremito speciale, una tenerezza che rende tutto perfetto.
Ci siamo sistemati alla meglio, ci siamo dati un ultimo bacio lungo e siamo tornati al ricevimento mano nella mano, come se niente fosse. Dentro di lei c’era ancora il ricordo caldo di tutto quello che era successo. Era stato proprio un matrimonio indimenticabile… un bel recap del suo passato da troietta, vissuto insieme.

Per info o commenti: impotente@proton.me
scritto il
2026-06-11
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