La telefonata di Padron Edo... [Dieci meno venti (Quarta parte)]
di
Impotente
genere
dominazione
Erano circa le undici e mezzo.
Ero seduto nella sala riunioni con il Signor B., un cliente storico, a parlare di preventivi, scadenze e varianti tecniche. Annuivo, facevo domande intelligenti, ma la mia testa era altrove. Ancora sentiva il sapore forte e viscido della sborra di Edo mescolato al dolce umore della figa di Livia, nonostante mi fossi lavato la bocca tre volte. Ogni volta che deglutivo, quel retrogusto tornava, caldo e umiliante.
Accanto al Signor B. sedeva la sua segretaria personale, una bionda di ventotto anni dal fisico perfetto. Camicetta bianca leggermente slacciata, quel tanto che bastava per far intravedere due tette a coppa di champagne, alte, sode, con i capezzolini che guardavano all’insù come due piccole provocazioni. Ogni volta che si chinava sul tablet per prendere appunti, la scollatura si apriva un po’ di più. Non riuscivo a non guardarla.
Il Signor B. era un vecchio marpione di quelli che piacciono tanto a Livia: sui sessant’anni, voce rauca, sguardo da predatore, mani grosse e modi da chi è abituato a prendersi quello che vuole. Sapevo che se Livia fosse stata qui avrebbe già iniziato a competere con la giovane segretaria: avrebbe incrociato le gambe in modo più lento, avrebbe riso più forte, avrebbe fatto scivolare una spallina “per sbaglio”. Avrebbe voluto essere la più troia delle due.
Invece Livia in quel momento era a casa nostra.
E io lo sapevo.
Mentre io ero qui a fingere di parlare di lavoro, lei stava bevendo la piscia calda di Edo dal bicchiere che lui le aveva fatto riempire sotto la doccia. Ma questo lo avrei scoperto solo più tardi.
«Ingegnere, gradisce un caffè?» chiesi al Signor B. cercando di riportare l’attenzione sul presente.
«Volentieri, grazie.»
«E per la signorina?»
La bionda sorrise con un angolo della bocca. «Un’acqua naturale, grazie.»
Presi il telefono interno e chiamai la postazione di Giulia.
«Giulia, per favore, puoi portarci due caffè e una bottiglietta di acqua naturale in sala riunioni? Grazie.»
Pochi minuti dopo la porta si aprì.
Giulia entrò.
Il vestito rosa shocking le fasciava le curve come una seconda pelle. Il seno abbondante tendeva la stoffa, la vita stretta e i fianchi larghi creavano una silhouette che accendeva letteralmente la stanza. I tacchi facevano ancheggiare in modo ipnotico. Era come se avesse portato dentro una luce calda e sensuale.
Appena entrò, il suo sguardo incrociò il mio. Poi vide la segretaria bionda di B. e notò come io la stavo guardando. Una piccola ombra di gelosia le attraversò gli occhi, subito sostituita da un sorriso professionale.
«Buongiorno» disse con voce calda, posando il vassoio sul tavolo.
Offrì il caffè al Signor B., l’acqua alla segretaria, poi si voltò verso di me. Quando le appoggiai una mano sul basso della schiena per un secondo, sentii il suo corpo tremare leggermente. Un brivido di piacere le corse lungo la spina dorsale.
«Grazie, Giulia» dissi piano.
Lei mi guardò un istante negli occhi e, mentre si girava per uscire, mi mandò un bacio invisibile con le labbra, solo per me.
Quando la porta si chiuse, il Signor B. si lasciò andare contro lo schienale con un sorriso da vecchio satiro.
«Signor Gianni… ma cavoli, questa sua segretaria è una bellissima distrazione. Complimenti.»
La segretaria bionda rise piano, un po’ infastidita ma abituata.
La riunione proseguì fino alle 12:30. A quel punto mi sentii in dovere di invitarli a pranzo.
Chiamai di nuovo Giulia al telefono interno.
«Giulia, per favore, prenota un tavolo per quattro alla trattoria qui vicino. Ci accompagni anche tu, ti prego.»
Lei rispose con voce dolce: «Subito, Ingegnere.»
I quattro ci avviammo: io e Giulia con la mia auto, seguiti dalla macchina del Signor B.
Arrivammo alla trattoria, un posto frequentato da camionisti, rappresentanti, operai e qualche imprenditore locale. Appena entrammo, gli sguardi di quasi tutti gli uomini presenti si posarono su di noi. Due belle donne eleganti e sensuali accompagnate da due uomini più anziani: era uno spettacolo che non passava inosservato.
L’oste, un uomo sui cinquant’anni, piccolo, tarchiato, con una pancia prominente, ci venne incontro salutandomi calorosamente.
«Ingegnere! Che piacere! Vi ho riservato il tavolo migliore, vicino alla vetrina.»
Mentre ci accompagnava, non riuscì a staccare gli occhi dalle due donne. I camionisti ai tavoli vicini commentavano a bassa voce, con fischi e risate rauche.
Ci accomodammo al tavolo di fronte alla vetrina. Da fuori si vedeva perfettamente: due uomini maturi con due donne bellissime. Ogni auto che passava nel parcheggio rallentava.
I due uomini continuavano a parlare di lavoro.
Le due donne, Giulia e la segretaria bionda di B., si studiarono a vicenda. C’era invidia, curiosità, una sottile competizione femminile. La conversazione tra loro partì educata, poi divenne sempre più piccante, piena di piccole battutine e punzecchiamenti.
La segretaria bionda capì subito che Giulia era molto più della semplice segretaria di Gianni. Notò come lei mi guardava mentre parlavo con B., come arrossiva leggermente quando le sfioravo la mano.
A un certo punto la bionda sorrise con malizia e le disse a bassa voce, ma abbastanza forte da farsi sentire:
«Tu e l’ingegnere… siete molto più che capo e segretaria, vero?»
Giulia arrossì, ma non negò. Anzi, sostenne lo sguardo con un sorriso provocante.
La conversazione tra loro si fece sempre più accesa, elettrica, piena di doppi sensi.
Io, intanto, sentivo ancora in bocca il sapore di Edo e Livia… e guardavo la segretaria bionda di B. sapendo che, se Livia fosse stata qui, avrebbe già iniziato a competere spudoratamente con lei.
Ma Livia non c’era.
Il pranzo proseguì tra chiacchiere di lavoro e sguardi che dicevano molto di più.
Le due donne, Giulia e la segretaria bionda del Signor B., si alzarono a turno per andare in bagno a rinfrescarsi il trucco. Ogni volta che una di loro passava tra i tavoli, l’intera sala sembrava trattenere il respiro. Camionisti, operai, rappresentanti… tutti gli sguardi si posavano su quei corpi eleganti e sensuali che si muovevano tra i tavoli con grazia.
Commenti volgari e spudorati volavano a bassa voce:
«Madonna che culo ha quella in rosa…» «Guarda le tette della bionda… sembrano due mele mature…» «Ma chi se le scopa quelle due? Fortunati i vecchi…»
Giulia e la segretaria bionda erano abituate. Sorridevano con superiorità, alzavano il mento, non rispondevano. Ma Giulia, quando tornò al tavolo dopo il suo turno in bagno, aveva le guance leggermente arrossate e gli occhi più brillanti. I commenti l’avevano eccitata. Lo capii subito.
Si sedette accanto a me. Senza farsi notare da nessuno, sotto il tavolo, la sua mano scivolò sul mio inguine. Il Cialis stava ancora facendo il suo effetto: il mio cazzo era già mezzo duro. Quando lo sentì, lo strinse con decisione, piena di voglia.
Si avvicinò al mio orecchio, fingendo di sistemarmi il colletto della camicia, e sussurrò:
«Poi non torniamo subito in ditta, vero? Ricordi la promessa del 69…»
Il suo respiro caldo mi fece rabbrividire.
Dopo il caffè i quattro ci congedammo. Il Signor B. e la sua segretaria salirono sulla loro auto, noi sulla mia. Appena partiti, Giulia si scatenò.
Era eccitata: dai commenti volgari degli uomini al ristorante, dalla gelosia verso la bellissima segretaria bionda, e soprattutto dalla voglia che aveva di me. Non fece nemmeno in tempo a uscire dal parcheggio che aprì la mia braghetta, tirò fuori il mio cazzo già duro e si chinò su di me.
Mentre guidavo, la sua bocca calda e bagnata mi avvolse. Un pompino lento, profondo, goloso. La sua testa saliva e scendeva con ritmo perfetto, la lingua che lavorava sotto la cappella. Ogni tanto gemeva intorno al mio cazzo, come se il sapore di me la facesse impazzire.
«Giulia… cazzo…» mormorai stringendo il volante.
Lei alzò solo un attimo gli occhi, lucidi di desiderio, e continuò.
«Fermati da qualche parte» le dissi con voce rauca. «Andiamo sul lungo fiume… a parlare un po’.»
Lei rise piano, senza staccare la bocca dal mio cazzo.
«Parlare… certo.»
Presi una stradina di campagna che portava verso il Po. Parcheggiai sotto una fila di pioppi alti che facevano ombra. Appena spensi il motore, Giulia si slacciò la cintura e passò sul sedile posteriore.
«Vieni qui» mi disse.
Ci spogliammo in fretta. Io mi sdraiai sul sedile posteriore. Lei si mise sopra di me, nella posizione del 69 che le avevo promesso. La sua figa gonfia e bagnata mi arrivò dritta sulla bocca, mentre lei tornava a prendermi il cazzo tra le labbra.
Fu dolce all’inizio. La leccai con calma, assaporando ogni goccia dei suoi umori, infilando la lingua dentro di lei mentre lei mi succhiava con devozione. Poi il desiderio crebbe. I nostri movimenti diventarono più intensi, più affamati. Lei si strusciava sulla mia faccia, io la tenevo aperta con le mani e la leccavo più a fondo. I suoi gemiti vibravano intorno al mio cazzo.
Giulia venne per prima. Un orgasmo forte, profondo. Il suo corpo tremò sopra di me, la figa che pulsava contro la mia lingua mentre mi stringeva le cosce intorno alla testa. Io continuai a leccarla fino all’ultimo fremito.
Pochi secondi dopo venni anch’io. Lei non si staccò. Bevve tutto, gemendo di piacere, ingoiando ogni goccia mentre io le stringevo i fianchi.
Restammo così per qualche minuto, ancora intrecciati, respirando affannosamente. Poi lei si girò, si sdraiò sopra di me e mi baciò. Un bacio lungo, dolce, pieno di tutto quello che non riuscivamo a dirci con le parole.
«Ti amo, Gianni» sussurrò contro le mie labbra.
Io la strinsi forte.
In quel momento, con il suo corpo caldo contro il mio e il fiume che scorreva poco lontano, tutto il resto sembrava lontanissimo: Livia, Edo, il bicchiere di piscia, l’officina di domani.
C’eravamo solo noi due.
Ma sapevo che quella pace era solo un attimo rubato.
Il pomeriggio passò lento e monotono, fatto di riunioni, email, preventivi e telefonate che sembravano tutte uguali. Io rispondevo, firmavo, annuivo, ma la mia testa era altrove. Continuava a tornare al sapore di Giulia sulle labbra, al calore della sua mano che mi aveva stretto il cazzo sotto il tavolo, al modo in cui mi aveva sussurrato all’orecchio quella frase gelosa e possessiva.
Verso le diciotto, quando la ditta iniziava già a svuotarsi, Giulia passò dal mio ufficio.
Chiuse la porta dietro di sé senza dire una parola. Mi si avvicinò, mi abbracciò forte e mi strinse come se non volesse più lasciarmi andare. Io la avvolsi tra le braccia e la baciai. Fu un bacio lungo, profondo, di quelli che si danno al primo appuntamento quando ancora non si sa niente ma si sente già tutto. Le nostre lingue si cercarono con dolcezza, poi con fame. Sentivo il suo corpo morbido premere contro il mio, il suo profumo dolce che copriva ancora un po’ l’odore di sesso che mi era rimasto addosso.
Quando ci staccammo, aveva gli occhi lucidi.
«A casa non fare il porco con tua moglie…» mi disse a bassa voce, gelosissima. «Tanto di cazzi per oggi ne ha già presi tanti… non ha bisogno anche del tuo.»
Mi diede un ultimo bacio leggero sulle labbra, mi accarezzò la guancia e uscì, ancheggiando nel suo vestito rosa shocking.
La ditta si vuotò del tutto. Chiusi la porta del mio ufficio, spensi le luci e mi avviai verso casa.
Per informazioni o contatti
mailto: impotente@proton.mei
Ero seduto nella sala riunioni con il Signor B., un cliente storico, a parlare di preventivi, scadenze e varianti tecniche. Annuivo, facevo domande intelligenti, ma la mia testa era altrove. Ancora sentiva il sapore forte e viscido della sborra di Edo mescolato al dolce umore della figa di Livia, nonostante mi fossi lavato la bocca tre volte. Ogni volta che deglutivo, quel retrogusto tornava, caldo e umiliante.
Accanto al Signor B. sedeva la sua segretaria personale, una bionda di ventotto anni dal fisico perfetto. Camicetta bianca leggermente slacciata, quel tanto che bastava per far intravedere due tette a coppa di champagne, alte, sode, con i capezzolini che guardavano all’insù come due piccole provocazioni. Ogni volta che si chinava sul tablet per prendere appunti, la scollatura si apriva un po’ di più. Non riuscivo a non guardarla.
Il Signor B. era un vecchio marpione di quelli che piacciono tanto a Livia: sui sessant’anni, voce rauca, sguardo da predatore, mani grosse e modi da chi è abituato a prendersi quello che vuole. Sapevo che se Livia fosse stata qui avrebbe già iniziato a competere con la giovane segretaria: avrebbe incrociato le gambe in modo più lento, avrebbe riso più forte, avrebbe fatto scivolare una spallina “per sbaglio”. Avrebbe voluto essere la più troia delle due.
Invece Livia in quel momento era a casa nostra.
E io lo sapevo.
Mentre io ero qui a fingere di parlare di lavoro, lei stava bevendo la piscia calda di Edo dal bicchiere che lui le aveva fatto riempire sotto la doccia. Ma questo lo avrei scoperto solo più tardi.
«Ingegnere, gradisce un caffè?» chiesi al Signor B. cercando di riportare l’attenzione sul presente.
«Volentieri, grazie.»
«E per la signorina?»
La bionda sorrise con un angolo della bocca. «Un’acqua naturale, grazie.»
Presi il telefono interno e chiamai la postazione di Giulia.
«Giulia, per favore, puoi portarci due caffè e una bottiglietta di acqua naturale in sala riunioni? Grazie.»
Pochi minuti dopo la porta si aprì.
Giulia entrò.
Il vestito rosa shocking le fasciava le curve come una seconda pelle. Il seno abbondante tendeva la stoffa, la vita stretta e i fianchi larghi creavano una silhouette che accendeva letteralmente la stanza. I tacchi facevano ancheggiare in modo ipnotico. Era come se avesse portato dentro una luce calda e sensuale.
Appena entrò, il suo sguardo incrociò il mio. Poi vide la segretaria bionda di B. e notò come io la stavo guardando. Una piccola ombra di gelosia le attraversò gli occhi, subito sostituita da un sorriso professionale.
«Buongiorno» disse con voce calda, posando il vassoio sul tavolo.
Offrì il caffè al Signor B., l’acqua alla segretaria, poi si voltò verso di me. Quando le appoggiai una mano sul basso della schiena per un secondo, sentii il suo corpo tremare leggermente. Un brivido di piacere le corse lungo la spina dorsale.
«Grazie, Giulia» dissi piano.
Lei mi guardò un istante negli occhi e, mentre si girava per uscire, mi mandò un bacio invisibile con le labbra, solo per me.
Quando la porta si chiuse, il Signor B. si lasciò andare contro lo schienale con un sorriso da vecchio satiro.
«Signor Gianni… ma cavoli, questa sua segretaria è una bellissima distrazione. Complimenti.»
La segretaria bionda rise piano, un po’ infastidita ma abituata.
La riunione proseguì fino alle 12:30. A quel punto mi sentii in dovere di invitarli a pranzo.
Chiamai di nuovo Giulia al telefono interno.
«Giulia, per favore, prenota un tavolo per quattro alla trattoria qui vicino. Ci accompagni anche tu, ti prego.»
Lei rispose con voce dolce: «Subito, Ingegnere.»
I quattro ci avviammo: io e Giulia con la mia auto, seguiti dalla macchina del Signor B.
Arrivammo alla trattoria, un posto frequentato da camionisti, rappresentanti, operai e qualche imprenditore locale. Appena entrammo, gli sguardi di quasi tutti gli uomini presenti si posarono su di noi. Due belle donne eleganti e sensuali accompagnate da due uomini più anziani: era uno spettacolo che non passava inosservato.
L’oste, un uomo sui cinquant’anni, piccolo, tarchiato, con una pancia prominente, ci venne incontro salutandomi calorosamente.
«Ingegnere! Che piacere! Vi ho riservato il tavolo migliore, vicino alla vetrina.»
Mentre ci accompagnava, non riuscì a staccare gli occhi dalle due donne. I camionisti ai tavoli vicini commentavano a bassa voce, con fischi e risate rauche.
Ci accomodammo al tavolo di fronte alla vetrina. Da fuori si vedeva perfettamente: due uomini maturi con due donne bellissime. Ogni auto che passava nel parcheggio rallentava.
I due uomini continuavano a parlare di lavoro.
Le due donne, Giulia e la segretaria bionda di B., si studiarono a vicenda. C’era invidia, curiosità, una sottile competizione femminile. La conversazione tra loro partì educata, poi divenne sempre più piccante, piena di piccole battutine e punzecchiamenti.
La segretaria bionda capì subito che Giulia era molto più della semplice segretaria di Gianni. Notò come lei mi guardava mentre parlavo con B., come arrossiva leggermente quando le sfioravo la mano.
A un certo punto la bionda sorrise con malizia e le disse a bassa voce, ma abbastanza forte da farsi sentire:
«Tu e l’ingegnere… siete molto più che capo e segretaria, vero?»
Giulia arrossì, ma non negò. Anzi, sostenne lo sguardo con un sorriso provocante.
La conversazione tra loro si fece sempre più accesa, elettrica, piena di doppi sensi.
Io, intanto, sentivo ancora in bocca il sapore di Edo e Livia… e guardavo la segretaria bionda di B. sapendo che, se Livia fosse stata qui, avrebbe già iniziato a competere spudoratamente con lei.
Ma Livia non c’era.
Il pranzo proseguì tra chiacchiere di lavoro e sguardi che dicevano molto di più.
Le due donne, Giulia e la segretaria bionda del Signor B., si alzarono a turno per andare in bagno a rinfrescarsi il trucco. Ogni volta che una di loro passava tra i tavoli, l’intera sala sembrava trattenere il respiro. Camionisti, operai, rappresentanti… tutti gli sguardi si posavano su quei corpi eleganti e sensuali che si muovevano tra i tavoli con grazia.
Commenti volgari e spudorati volavano a bassa voce:
«Madonna che culo ha quella in rosa…» «Guarda le tette della bionda… sembrano due mele mature…» «Ma chi se le scopa quelle due? Fortunati i vecchi…»
Giulia e la segretaria bionda erano abituate. Sorridevano con superiorità, alzavano il mento, non rispondevano. Ma Giulia, quando tornò al tavolo dopo il suo turno in bagno, aveva le guance leggermente arrossate e gli occhi più brillanti. I commenti l’avevano eccitata. Lo capii subito.
Si sedette accanto a me. Senza farsi notare da nessuno, sotto il tavolo, la sua mano scivolò sul mio inguine. Il Cialis stava ancora facendo il suo effetto: il mio cazzo era già mezzo duro. Quando lo sentì, lo strinse con decisione, piena di voglia.
Si avvicinò al mio orecchio, fingendo di sistemarmi il colletto della camicia, e sussurrò:
«Poi non torniamo subito in ditta, vero? Ricordi la promessa del 69…»
Il suo respiro caldo mi fece rabbrividire.
Dopo il caffè i quattro ci congedammo. Il Signor B. e la sua segretaria salirono sulla loro auto, noi sulla mia. Appena partiti, Giulia si scatenò.
Era eccitata: dai commenti volgari degli uomini al ristorante, dalla gelosia verso la bellissima segretaria bionda, e soprattutto dalla voglia che aveva di me. Non fece nemmeno in tempo a uscire dal parcheggio che aprì la mia braghetta, tirò fuori il mio cazzo già duro e si chinò su di me.
Mentre guidavo, la sua bocca calda e bagnata mi avvolse. Un pompino lento, profondo, goloso. La sua testa saliva e scendeva con ritmo perfetto, la lingua che lavorava sotto la cappella. Ogni tanto gemeva intorno al mio cazzo, come se il sapore di me la facesse impazzire.
«Giulia… cazzo…» mormorai stringendo il volante.
Lei alzò solo un attimo gli occhi, lucidi di desiderio, e continuò.
«Fermati da qualche parte» le dissi con voce rauca. «Andiamo sul lungo fiume… a parlare un po’.»
Lei rise piano, senza staccare la bocca dal mio cazzo.
«Parlare… certo.»
Presi una stradina di campagna che portava verso il Po. Parcheggiai sotto una fila di pioppi alti che facevano ombra. Appena spensi il motore, Giulia si slacciò la cintura e passò sul sedile posteriore.
«Vieni qui» mi disse.
Ci spogliammo in fretta. Io mi sdraiai sul sedile posteriore. Lei si mise sopra di me, nella posizione del 69 che le avevo promesso. La sua figa gonfia e bagnata mi arrivò dritta sulla bocca, mentre lei tornava a prendermi il cazzo tra le labbra.
Fu dolce all’inizio. La leccai con calma, assaporando ogni goccia dei suoi umori, infilando la lingua dentro di lei mentre lei mi succhiava con devozione. Poi il desiderio crebbe. I nostri movimenti diventarono più intensi, più affamati. Lei si strusciava sulla mia faccia, io la tenevo aperta con le mani e la leccavo più a fondo. I suoi gemiti vibravano intorno al mio cazzo.
Giulia venne per prima. Un orgasmo forte, profondo. Il suo corpo tremò sopra di me, la figa che pulsava contro la mia lingua mentre mi stringeva le cosce intorno alla testa. Io continuai a leccarla fino all’ultimo fremito.
Pochi secondi dopo venni anch’io. Lei non si staccò. Bevve tutto, gemendo di piacere, ingoiando ogni goccia mentre io le stringevo i fianchi.
Restammo così per qualche minuto, ancora intrecciati, respirando affannosamente. Poi lei si girò, si sdraiò sopra di me e mi baciò. Un bacio lungo, dolce, pieno di tutto quello che non riuscivamo a dirci con le parole.
«Ti amo, Gianni» sussurrò contro le mie labbra.
Io la strinsi forte.
In quel momento, con il suo corpo caldo contro il mio e il fiume che scorreva poco lontano, tutto il resto sembrava lontanissimo: Livia, Edo, il bicchiere di piscia, l’officina di domani.
C’eravamo solo noi due.
Ma sapevo che quella pace era solo un attimo rubato.
Il pomeriggio passò lento e monotono, fatto di riunioni, email, preventivi e telefonate che sembravano tutte uguali. Io rispondevo, firmavo, annuivo, ma la mia testa era altrove. Continuava a tornare al sapore di Giulia sulle labbra, al calore della sua mano che mi aveva stretto il cazzo sotto il tavolo, al modo in cui mi aveva sussurrato all’orecchio quella frase gelosa e possessiva.
Verso le diciotto, quando la ditta iniziava già a svuotarsi, Giulia passò dal mio ufficio.
Chiuse la porta dietro di sé senza dire una parola. Mi si avvicinò, mi abbracciò forte e mi strinse come se non volesse più lasciarmi andare. Io la avvolsi tra le braccia e la baciai. Fu un bacio lungo, profondo, di quelli che si danno al primo appuntamento quando ancora non si sa niente ma si sente già tutto. Le nostre lingue si cercarono con dolcezza, poi con fame. Sentivo il suo corpo morbido premere contro il mio, il suo profumo dolce che copriva ancora un po’ l’odore di sesso che mi era rimasto addosso.
Quando ci staccammo, aveva gli occhi lucidi.
«A casa non fare il porco con tua moglie…» mi disse a bassa voce, gelosissima. «Tanto di cazzi per oggi ne ha già presi tanti… non ha bisogno anche del tuo.»
Mi diede un ultimo bacio leggero sulle labbra, mi accarezzò la guancia e uscì, ancheggiando nel suo vestito rosa shocking.
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