La vita di Patty Capitolo 21

di
genere
dominazione

La mattina seguente Marco mi svegliò con una bella tazza fumante di caffè
allungato con il latte.
"Amore, ti ho preparato anche le fette biscottate. Vuoi che te le porti a
letto o preferisci alzarti tu stessa?"
Non era una novità assoluta che mi portasse la colazione a letto, e negli
ultimi tempi era anzi diventata una costante che trovavo estremamente
piacevole. Decisi comunque di alzarmi e proseguii la colazione in cucina.
Sembrava una mattina come tutte le altre. Gli diedi le direttive per la
giornata, dicendogli cosa avrei preferito per cena, di andare a prendere le
bambine dai miei per portarle a scuola, di andarle a riprenderle e di
assicurarsi che facessero i compiti. Quindi andai a farmi una doccia per poi
truccarmi accuratamente, e infine mi vestii per andare a lavorare. La mattina usavo un abbigliamento in linea con le esigenze del mio lavoro. Quindi, dovevo
essere sempre carina, vestita alla moda, un po’ sexy senza essere troppo
provocante. Era un trucco che mi aveva insegnato mia cugina Alessandra. La
cliente doveva sapere che poteva fidarsi del gusto della venditrice che aveva di fronte, e quindi bisognava essere sempre molto carine senza essere troppo provocanti, cosa che invece avrebbe messo in difficoltà e in imbarazzo la cliente. Pertanto, indossavo quasi sempre pantaloni aderenti, che esaltavano i miei lati forti che erano le gambe e il sedere. C'era anche un altro motivo per il quale i pantaloni erano il mio capo preferito al lavoro, ed era il fatto che, a causa delle difficoltà di parcheggio nel centro storico di Roma, mi recavo al negozio esclusivamente con un grosso scooter, e i pantaloni, oltre a starmi molto bene, avevano il pregio di essere molto comodi. Il mio look lavorativo era poi completato abitualmente da maglioncini. Ne avevo veramente di tutti i tipi e di tutti i colori, anche se durante l'inverno io privilegiavo quasi sempre quelli a collo alto, soprattutto perché ero sempre stata piuttosto freddolosa. Portavo anche questi alquanto accostati per delineare bene il mio seno. Ero piuttosto orgogliosa delle mie tette. Dopo anni trascorsi a maledire la mia seconda scarsa, grazie alle gravidanze e all'allattamento avevo acquistato oltre una misura. Per di più mi stava su che era una meraviglia e, grazie agli allenamenti con i pesi che facevo con Daniele, era ancora della stessa durezza di quando ero adolescente. Abitualmente, specie in inverno e primavera, usavo poi mettere una giacca oppure un bolerino che mi donavano un'aria molto professionale. Ai piedi quasi sempre stivali o stivaletti piuttosto comodi, con il tacco appena pronunciato e mai a spillo. Portarli al lavoro sarebbe stato un suicidio e uno stillicidio per i miei poveri piedi. Inoltre, la mia altezza non richiedeva un uso smodato di tacchi alti, anche se quelli amavo indossarli quando uscivo o quando mi trovavo con mio marito, quasi a sottolineare la mia superiorità nei suoi confronti.
D'estate invece, usavo molti jeans dal taglio prettamente femminile,
accompagnandoli con magliettine elasticizzate o camicette, mai top o canotte
scollate, sempre per il discorso fatto in precedenza. Qualche volta azzardavo qualche gonnellone alla zingara, ma non mettevo mai né vestiti e né gonne troppo corte.
E poi sandali di tutte le fogge. Anche il trucco era adeguato alle esigenze di
lavoro, e quindi usavo sempre mettermi il rossetto che sceglievo sempre nei
toni delicati senza mai però delinearlo con la matita. Un leggero fondotinta
e del mascara per gli occhi completavano il mio trucco mattutino. Naturalmente,
una delle mie passioni erano gli accessori da abbinare ai vestiti e quelli di
uso personale. La borsa era una necessità primaria e io la volevo rigorosamente molto grande. Non ne possedevo molte, anche perché le desideravo di gran marca, e una sola borsa mi costava mezzo stipendio, ma erano una passione alla quale non riuscivo a rinunciare. Gli occhiali da sole era un altro accessorio che non mancava quasi mai, tranne ovviamente quando mi trovavo dentro il negozio, e ne avevo di tutti i tipi. Amavo poi la bigiotteria di classe. Braccialetti di metallo, qualche bella collana e alcuni anelli, oltre quello con il brillante, vecchio regalo di Marco per il nostro fidanzamento ufficiale. Per finire, un'altra delle mie passioni: gli orecchini pendenti, che si sposavano perfettamente con il mio collo lungo. Ne avevo alcuni che pesavano diversi grammi, anche piuttosto complicati da portare, ma non riuscivo a uscire senza metterli, mi sembrava di essere nuda. Questo per quanto riguardava il lavoro. Quando dovevo uscire invece, a parte gli accessori che erano ovviamente gli stessi, facevo sbizzarrire la mia fantasia e soprattutto la mia sensualità. Il trucco era più sofisticato, e quindi delineavo bene gli occhi con matita e ombretto, usando sempre l'eye-liner. Raramente usavo mettermi del fard, ed esibivo spesso un rossetto più aggressivo improntato sui toni del rosso. Nel mio vestiario invece, spinta anche da mio marito, non lesinavo tutte quelle cosine molto provocanti che non potevo indossare al lavoro. Spazio quindi a mini piuttosto audaci e a maglie con scollatura abissale. Oppure a camicette maliziosamente trasparenti, che lasciavo spesso slacciate per mettere in evidenza il mio splendido décolleté. Ovviamente anche le scarpe avevano la loro importanza, e negli ultimi tempi non disdegnavo di portare calzature molto sensuali. Un po' mi controllavo, a dir la verità. Già nel mio quartiere cominciavano a circolare delle voci poco carine su di me, e la cosa mi dava naturalmente un enorme fastidio. Pur vivendo in una grande città, il
quartiere nel quale abitavo poteva considerarsi come un piccolo paese, una
specie di microcosmo, con gente che si conosceva e, soprattutto, con persone che
sapevano tutto di tutti. Io non avevo mai dato confidenza a nessuno, persino
con i miei vicini di pianerottolo esisteva solo il buongiorno e la buonasera
ma, evidentemente, dovevo essere stata considerata come la persona adatta sulla
quale fare un po' di chiacchiericcio. Naturalmente era solo una mia
supposizione, ma ero abbastanza certa di questo. Me ne rendevo conto da come
mi guardavano quando entravo e uscivo dalla palestra che stava praticamente
sotto casa mia, o dal bar accanto a essa. Oppure anche addirittura quando
uscivo con mio marito. Sembrava come se immaginassero che ci fosse qualcosa che
non andava nella mia famiglia ma, naturalmente, nessuno aveva la più pallida
idea di cosa si trattasse. Per ovviare a questa situazione, anche quando
uscivo di casa vestita in maniera sexy, mi mettevo delle cose che, almeno per
il tempo di salire in macchina, mi coprissero da quegli sguardi indagatori. Mi
ripetevo spesso che erano fatti miei, che non dovevo rendere conto a nessuno,
ma poi pensavo a Marco. Non mi era mai piaciuto il fatto che potessero solo
pensare che potesse essere un cornuto. Alle soglie del duemila mi facevo
ancora carico di questi pregiudizi, forse a causa di un'educazione ricevuta,
non certo repressiva, in quanto i miei comunque erano stati genitori
abbastanza moderni, ma certo non trasgressiva. Ecco, quello era l'aggettivo
giusto. Non ero mai stata trasgressiva fino a quel momento. Moderna, attuale,
un tantino fuori da certi schemi, ma non fino ad arrivare di fregarsene
completamente del giudizio di certa gente, soprattutto se questo giudizio
avrebbe potuto infangare le persone che amavo di più al mondo: mio marito e
mie figlie.
Quello era stato fino al giorno prima il mio stile di vita, quella parte cioè
che era venuta fuori solo in parte dal mio racconto. Ma la serata del giorno precedente poteva essere considerata uno spartiacque nella mia vita. Da allora ci sarebbe stato un prima e un dopo, e quello che stavo vivendo in quel momento era “the day after”, il giorno dopo.

Marco mi salutò come al solito con un bacio sulle labbra che accettai con un certo fastidio, scendendo di casa ben prima di me per svolgere i compiti che gli avevo assegnato e per poter andare quindi al lavoro, mentre io finivo di vestirmi. Era su di giri, felice come una pasqua, e ogni ordine che gli davo, ogni cosa che gli dicevo di fare, accresceva questa felicità. Non lo avevo cacciato di casa come paventava, e questo gli dava probabilmente la certezza che avessi accettato la situazione. Io intanto, visto che faceva ancora un freddo
intenso, optai ancora per un maglioncino a collo alto, e ne indossai uno di
cachemire rosa antico, che misi sopra un jeans in cotone pesante marrone
bruciato, molto stretto sia alle gambe che alle caviglie. Ai piedi indossai dei
tronchetti in camoscio marroni. Ero pronta per uscire e recarmi al lavoro. Il mio orario iniziava alle 9:00, ma arrivavo sempre qualche minuto
prima per prendere un caffè con le due commesse del negozio. Malgrado di
fatto dovevo essere considerata la direttrice, c'era un tono cameratesco con
quelle due ragazze, anche perché avevano più o meno la mia stessa età. Anzi,
una era di qualche mese più grande di me. Quindi evitavo di dare loro ordini
perentori e, quando lo facevo, mi giustificavo col fatto di essere costretta a
questo comportamento per gli ordini della proprietaria. Anche quella mattina
presi quindi il caffè insieme alle due ragazze e ad altre commesse che lavoravano vicino al mio negozio ma poi, entrate nel negozio, mentre loro si dedicavano alle prime pulizie e poi a servire le poche clienti che entrarono, io accesi il computer e mi dedicai alla ricerca delle informazioni che mi occorrevano. Situazione veramente anomala in quanto il computer veniva usato solo per questioni di lavoro e mai a scopi personali. Ma avevo voglia di sapere, e non ce l’avrei fatta ad attendere fino alla sera. Rimasi infatti tutta la durata della mia giornata di lavoro con gli occhi sullo schermo, tra la meraviglia delle due commesse che mi avevano sempre vista come una piuttosto attiva e pronta a dare l'esempio. Alla fine potevo dire di conoscere qualcosa di più di quel mondo al quale sembrava appartenesse mio marito. Per prima cosa mi sentivo ormai di escludere che potesse essere un masochista, mentre potevo ormai, sulla base di quello che mi aveva detto e su quello che avevo letto, affermare che fosse un amante della dominazione femminile. Avevo quindi un marito che desiderava avere una donna che gli desse degli ordini, anzi che voleva me come padrona, proprio come se lui fosse un animale domestico. Lessi anche che c'erano tantissimi tipi di uomini sottomessi, ognuno con delle caratteristiche ed esigenze ben precise, ma se Marco mi aveva detto tutta la verità, lui poteva far parte di quella schiera di maschi che si sottomettono ad una donna più volentieri se questa gli era superiore da un punto di vista fisico. Sul web avevano etichettato questa fantasia come viragofilia o sottomissione meritocratica. Insomma, "ti obbedisco ciecamente perché sei più forte di me e quindi lo meriti", poteva considerarsi il motto di Marco. Ce ne erano tanti altri tipi, ma mi sentivo di escludere che lui potesse amare essere legato, ovvero il bondage, oppure che desiderasse essere frustato, o amante di altre pratiche che mi sembravano alquanto disgustose. Ma su quello avrei avuto bisogno di ulteriori verifiche. Lessi anche che c'erano parecchi modi per instaurare una dominazione su un uomo, quasi tutte di ordine psicologico. Intanto bisognava essere molto realistiche. Bisognava dare un comando col tono giusto, senza forzarlo troppo e senza troppa enfasi, bisognava poi essere sempre curate nell'aspetto, in quanto un uomo tendeva a obbedire di più a una donna molto bella e curata. Ed era per questo che le dominatrici amavano vestirsi in modo molto provocante e con scarpe con i tacchi molto alti. In questi particolari notavo molte somiglianze con il comportamento e i gusti di Marco, soprattutto nella sua insistenza a farmi vestire in modo estremamente sensuale, e questo non fece altro che accrescere la mia rabbia nei suoi confronti. Aveva capito che mi piaceva tutto di quella situazione, perché non si era confessato con me? Voleva che mi mettessi i tacchi alti? Ebbene me li sarei messi, mi erano sempre piaciuti, e se fino a un certo punto della mia vita non li avevo usati era perché credevo di fargli un favore, considerando la mia già notevole altezza. Voleva che indossassi certi abiti? Li avrei indossati, magari alcuni li avrei messi solo nei nostri momenti intimi, ma lo avrei fatto volentieri. Il semplice fatto di vederlo fremere di desiderio dinanzi a me, mi avrebbe dato una notevole spinta per far sì che lo accontentassi. Avrei accettato però anche una dominazione vera e propria? Avrei accettato di andare in palestra e poi dargliele di santa ragione? Continuavo a ripetermi che forse avrei fatto anche quello. Mi sarebbe bastato farlo una volta per finta, provare tutte quelle sensazioni esaltanti, la voglia di fare sesso in quella maniera così anomala ma altamente sensuale che mi prendeva in quei momenti, e probabilmente sarei diventata quella che lui voleva che diventassi, anche senza tutta quella messa in scena che si era inventato. Un'idea eccezionale la sua, da un certo punto di vista, così come erano stati eccezionali i risultati, ma la mia opinione? Si stava parlando della mia vita, delle mie scelte, e io continuavo a non sopportare l'idea di essere stata manovrata. Mentre leggevo e m'informavo, ogni tanto ero presa da questi momenti d'ira che mi facevano quasi annebbiare la vista, e mi costringevano a uscire dal negozio per andarmi a prendere qualcosa al bar e per fumare una sigaretta. Ad ogni modo, scoprii anche tante altre cose su mio marito, ad esempio sulla sua fissazione di farsi battere da una donna. Pare che molti uomini abbinassero la voglia di essere dominati a quella di avere a che fare con donne fortissime dotate di muscoli enormi. Non mi aveva mai proposto una cosa del genere, e se anche l'avesse fatto non avrei mai accettato. Se c'era una cosa alla quale tenevo particolarmente era la mia linea, la mia flessuosità tipicamente femminile, le mie curve. Non avrei mai potuto diventare un ammasso di muscoli solo per essere più forte di un uomo. Ora più che mai volevo diventarlo, se già non lo ero, solo con i miei sani allenamenti nei pesi, nel judo e nella kick-boxing che tanto avevano migliorato la tonicità del mio corpo. Quindi immaginai che Marco non volesse una body builder ma una donna proprio come me, abile nelle arti marziali, come gli avevo dimostrato la sera precedente rompendogli naso e bocca. C'erano quindi una montagna di cose che riguardavano gli uomini sottomessi, ma ben poche cose che riguardavano le donne dominanti. Sicuramente poche almeno che mi rappresentassero. Intanto, ormai potevo e dovevo considerarmi una dominatrice, una padrona, una moglie dominante, visto che questa pratica la stavo svolgendo di fatto con mio marito, ma a parte i consigli su come vestire e con che tono dare gli ordini, sembrava che io fossi una mosca bianca. Non riuscivo a trovare nulla che parlasse delle sensazioni avute nei momenti topici delle mie lotte con Marco. Intanto non si parlava per niente di una dominazione fisica, ovvero di una superiorità femminile proprio dal punto di vista della forza fisica, come se quella fosse un'ipotesi da escludere a priori, e poi si parlava solo dell'aspetto sessuale inerente al maschio. Quindi il maschio sottomesso si eccitava quando la padrona gli faceva o diceva una certa cosa, ma non riuscivo a trovare siti dove si affrontava quest'argomento sotto un'ottica tipicamente femminile. Avevo letto che molte padrone rifuggivano addirittura il sesso con il loro schiavo (brutta parola, ma era quello il termine in uso per definire un uomo sottomesso), mentre io venivo quasi posseduta dal diavolo. Nei momenti di lotta con mio marito, o anche semplicemente quando gli davo un ordine, il desiderio di fare sesso diventava spasmodico, e sicuramente non sarei mai riuscita a scindere le due cose. Per me sesso e dominazione dovevano andare di pari passo, e il primo era strettamente collegata alla seconda. Più che di sesso vero e proprio veniva privilegiato l'aspetto sensuale della situazione di dominanza, ovvero la sensazione che prova una donna di fronte a un uomo che farebbe qualsiasi cosa per lei. Era infatti una sensazione meravigliosa che avevo provato spesso anch'io negli ultimi tempi, e che mi faceva sentire la donna più bella del mondo. Ma quando questa situazione era accompagnata anche dalla paura che riscontravo in mio marito, vera o presunta che fosse in quel momento, quella bellissima sensazione cresceva a dismisura e mi donava quello che io chiamavo “il potere”. Quello che non ero riuscita a comprendere infatti, era l'aspetto ludico con cui molte coppie, stando sempre a quello che leggevo, affrontassero l'argomento. Non mi sarebbe piaciuto fare un gioco del genere, magari infliggere a mio marito pene corporali, e subito dopo ritornare a essere la mogliettina devota che prepara il pranzo e stira la camicia al marito. E non credo che lo volesse neanche Marco. Se proprio dovevo diventare una padrona, io volevo esserlo in modo totale, nella vita di tutti i giorni, e non solo in determinati momenti. In quanto a mio marito, forse anche lui aveva delle remore a mostrare il suo vero volto, e lo dimostrava quando uscivamo con gli amici, momento in cui si riappropriava in parte dell'identità di maschio forte, ma ero sicura che nei momenti in cui rimanevamo da soli il suo unico desiderio era quello di obbedirmi e di essere al mio servizio. Forse non aveva neanche il bisogno di essere picchiato, come aveva sostenuto proprio la sera precedente prima di addormentarci. Quella era in realtà una delle cose che avevo compreso meno. Lui mi voleva forte, si eccitava sessualmente se, ad esempio, io gli facevo delle prese di judo come leve e strangolamenti, e poi aveva sostenuto che non amava particolarmente essere picchiato. Immaginai che forse amava quella sensazione di superiorità che gli offrivo rendendolo inoffensivo. Sì, forse era questa la giusta visione. Vedere sua moglie, la sua padrona, che lo dominava anche da un punto di vista fisico, magari senza infliggergli inutili torture, doveva essere il massimo per lui. Ma continuavo a ripetermi che, nella situazione che si stava creando tra me e lui, non era importante quello che Marco avrebbe gradito, quanto quello di cui avevo bisogno io. E il mio bisogno assoluto era quello di fare la lotta, batterlo, anche umiliarlo fisicamente se fosse stato necessario. Quella era ormai una cosa irrinunciabile per me. Insomma, un bel guazzabuglio di situazioni apparentemente simili tra di loro, ma in realtà piuttosto distanti. Se mio marito poi pareva rientrare in un certo senso in uno spazio ben definito, la mia situazione sembrava essere piuttosto anomala. Questo perché ormai dovevo anch'io sentirmi parte integrante di quel mondo che, solo fino a poco tempo prima, mi era completamente sconosciuto. Una delle cose che più mi davano da pensare in quel momento, era fino a dove mi sarei potuta spingere con mio marito, fino a che punto cioè lui avrebbe accettato la mia dominazione, e fino a che punto io avrei avuto il coraggio di effettuarla. Questo però lo avrei potuto scoprire solo in seguito.
Continua...
scritto il
2026-06-04
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