La vita di Patty Capitolo 31
di
Davide Sebastiani
genere
dominazione
Tutto proseguì poi come le altre volte. La cena fu ottima e non ebbi modo di punirlo per questo.
Accompagnava ogni suo gesto e ogni pietanza che portava in tavola cercando la mia approvazione. Era evidente che il suo unico desiderio era quello di
compiacermi e, naturalmente, io provavo un enorme soddisfazione nel vedere che
era felice come un cucciolo scodinzolante ogni qualvolta lo elogiavo per un
gesto, o per qualunque cosa compiuta nel modo che ritenevo giusto. Mi stavo
rendendo conto che anche quella era una forma di potere. Marco aspettava
infatti con ansia e timore che io assaggiassi una pietanza e, quando vedeva
che io l'avevo gradita, sospirava con gioia infinita. Era un piacere
indescrivibile vedere come una persona, mio marito nel caso specifico, basasse
la sua felicità solo sul mio gradimento e sulla mia accettazione. Prima di
fare l'amore trovai comunque una scusa per mettergli di nuovo le mani addosso. Per meglio dire, fui costretta a inventarmela, considerando il suo comportamento inappuntabile. Il volto era quasi trasfigurato dai ceffoni che gli avevo inferto in precedenza, e decisi di non colpirlo in faccia. Ma ero troppo su di giri per non mostrargli di nuovo la mia forza e la mia bravura. Una sigaretta che mi aveva acceso male mi diede l’input per poterlo picchiare.
“Come cazzo me l’hai accesa, idiota”, lo apostrofai.
Marco comprese immediatamente che per lui si sarebbe messa male. Indietreggiò, mentre io, spavaldamente e con la sigaretta tra le labbra, avanzavo verso di lui. Malgrado lui provasse a non farmi avere appigli, per me fu semplicissimo neutralizzare le sue mosse e poi afferrarlo per il collo. Con l’altra mano gli feci l’ennesima torsione. Il mio braccio destro, quello che stringeva sul suo collo, era una morsa. Stavo diventando sempre più forte, e mio marito era la vittima sacrificale. Lo sentivo tossire, lamentarsi, piangere, ma non lo lasciavo. Quando lo feci, lui si inginocchiò ai miei piedi, come sempre in quelle occasioni.
“Basta, Padrona. Pietà, non mi faccia ancora del male.”
Le solite frasi, la solita eccitazione che si impadroniva del mio corpo. Tutto come al solito, ma sempre più sensuale per me. E forse anche per Marco.
Solo a quel punto decisi che era giunto il momento di scopare. Per tutta la serata mio marito aveva avuto un’erezione quasi perenne, grazie al mio abbigliamento estremamente provocante e alle dimostrazioni di superiorità
fisica e psicologica da parte mia. Lui aveva già avuto un’eiaculazione, mentre io ero ancora a bocca asciutta, e il desiderio si stava facendo insostenibile. Non avevo indossato abbigliamento intimo per far scivolare ancora meglio la mia tuta di lattice, e mi bastò tirare giù la lampo che partiva sotto ai seni per giungere fino alle mie parti intime, e per rimanere con la mia micetta scoperta. Era bisognosa, e Marco doveva soddisfarla. Non gli dissi niente. Lo trascinai in camera d letto e mi sdraiai, aspettando ansiosa la sua lingua dentro di me. Ne avevo bisogno, e giunsi all’orgasmo ancor prima del normale, dopo pochi istanti, a riprova del desiderio assurdo che avevo in quei momenti. Ma la serata, almeno dal punto di vista prettamente sessuale, era solo all’inizio. Me lo misi sotto, assaporando il momento in cui il suo cazzo duro al massimo avrebbe fatto il suo ingresso in me. Era quello il momento topico, quello in cui chiudevo gli occhi e mi calmavo. Il cunnilingus era meraviglioso, ma mi lasciava sempre gran parte del desiderio. Avevo bisogno di essere riempita, di sentire il suo cazzo esplodere di desiderio per me. Mi muovevo indiavolata sopra di lui, cosa che mi regalò immediatamente il primo orgasmo, ma che portò anche lui sull’orlo dell’eiaculazione. Gli diedi il permesso, ma prima mi feci pregare, e alla fine mi ringraziò per l’enorme regalo che gli avevo fatto. Malgrado questo, non ero ancora sazia, ma sapevo che mio marito ormai era un giocattolo nelle mie mani, e che potevo eccitarlo come e quando volevo. Per lui era come una magia. Io ero la fattucchiera che poteva farglielo diventare dritto solo a comando. Ovviamente, dovetti attendere un po’, circa un quarto d’ora, ma poi bastò un mio bacio affinché la magia si rinnovasse. Riprendemmo a fare sesso, stavolta in modo meno frenetico ma costante. A letto Marco sapeva essere un maschio perfetto, sapeva quello che volevo e tutti i suoi sforzi erano mirati alla ricerca del mio piacere, riuscendo a soddisfarmi pienamente, e provocandomi un numero consistente di orgasmi da farmi perdere il conto.
Anche lui, di conseguenza, trovava un piacere incredibile, come aveva dimostrato quella sera venendosene diverse volte nell'arco di poche ore.
Dopo il sesso lo obbligai a ripulire tutta la casa, mentre io me ne stavo tranquilla sopra il letto a vedere un po' di televisione prima, e a leggere un libro poi. Quando mio marito terminò le sue faccende domestiche mi raggiunse a letto. Era notte inoltrata, ed era stata un'altra splendida serata per me.
"Posso venirle vicino, Padrona? "mi chiese, la voce quasi un sussurro. Glielo concessi. Mi piacevano ancora quei momenti di intimità coniugale come ai vecchi tempi, ma soltanto dopo che avevamo fatto sesso, a dimostrazione che, se era vero che non l'amavo più come una volta, ancora nutrivo dei sentimenti forti nei suoi confronti. Strani sentimenti, a dir la verità, che mi sforzavo di decifrare senza riuscirci minimamente. L’unica cosa che ormai era assolutamente certa era che, nel preciso istante in cui restavamo da soli, provavo un irrefrenabile bisogno di manovrarlo come un burattino, sia con la mia ormai comprovata superiorità fisica nei suoi confronti, sia con il mio fascino, che ormai era diventato assolutamente irresistibile, almeno per lui. Mi chiedevo se anche
con altri uomini sarei stata in grado di fare le stesse cose, oppure se il mio
fascino diventava assolutamente normale in assenza della dominazione totale
come quella che avevo ormai instaurato con Marco. Non che avessi intenzione di andare in giro a cercare uomini per poi picchiarli, anche se l'idea non mi sarebbe affatto dispiaciuta, considerando il piacere smodato che trovavo nel farlo, ma non potevo certo correre il rischio di essere denunciata. Sorrisi immaginandomi la situazione e la reazione della gente che mi conosceva a una notizia del genere. Mi domandavo piuttosto se potevo essere in grado di manovrarli a mio piacimento come facevo con mio marito. Mi stavo rendendo conto che non era solo una questione di bellezza, ma anche di saper gestire certe situazioni in un modo che forse gli uomini non si aspettano. E pensavo a uomini , non a quelli con tendenze da sottomesso come Marco. Nei confronti di uomini come mio marito sapevo benissimo che, con le capacità che avevo acquisito, e con i miei atteggiamenti che erano diventati da dominatrice provetta, mi sarebbe bastato andare su internet e ne avrei trovati a migliaia, pronti a tutto pur di farsi dominare da una come me, ma sarebbero stati solo copie. Io avevo già l'originale e pertanto non mi interessavano. Il mio interesse era piuttosto capire fino a che punto lo stesso atteggiamento che usavo con Marco sarebbe potuto risultare vincente con gli altri, ovvero se sarei stata capace a sottomettere altri uomini. Certo, per una donna normale sarebbe stato un rischio enorme, ma io ero in grado di sapermi difendere benissimo, e se un uomo non avesse sottostato ai miei voleri e avesse cercato poi di aggredirmi per farmi sottostare invece ai suoi, io sarei stata capace senz'altro di evitare
avances indesiderate. Ma cosa stavo pensando? Perché mai avrei dovuto poi
sottomettere altri uomini quando con mio marito avevo tutto quello che potevo
desiderare? Chiusi gli occhi, mentre il sonno cominciava a intorpidirmi tutto
il corpo. Marco era ancora completamente avvinghiato a me, succube, adorante e bisognoso di me, della sua padrona. Mi dissi che quelli non erano proprio pensieri di una donna per bene. Ma in fondo, io potevo ancora considerarmi tale?
Da quella serata fetish avevo tratto alcuni insegnamenti che entrarono di
diritto a far parte delle mie abitudini fisse. Per prima cosa, e non poteva
essere altrimenti, mi ero appassionata agli indumenti in lattice. Avevo cercato inutilmente di poterli comprare in un negozio, come avevo fatto a Londra, ma sembrava che i sexy shop di Roma fossero tutti sprovvisti di indumenti come quelli che io desideravo. Avevo fatto una decina di telefonate, ma poi dovetti arrendermi e fui costretta perciò a ripiegare su acquisti on line che per me erano una novità assoluta in quel periodo. Tutto sommato, non fu una scelta sbagliata, e dopo pochi giorni iniziarono ad arrivarmi le prime ordinazioni. Comprai in poco tempo di tutto: abiti, scarpe, intimo, abiti che mi arrivavano a malapena a coprire la mia fica. Tra tutti quegli acquisti, quelli che più eccitavano la mia fantasia e quella di Marco erano i pantaloni e le tute. Di tutti i tipi e in vari colori, neri, bronzei, rossi, e uno addirittura grigio argentato che mi faceva tanto eroina fantascientifica tipo Barbarella, tutte cose che poi indossavo regolarmente durante le nostre sessioni, per la gioia e la grossissima eccitazione di mio marito, ma anche della mia. Ancora una volta avevo scoperto come noi due fossimo assolutamente compatibili. Appena mi vedeva vestita in quel modo, Marco raggiungeva picchi di desiderio che si era imparato a controllare solo con grande difficoltà, sapendo perfettamente a cosa sarebbe andato incontro nel caso non ci fosse riuscito, ma anch'io, per svariati motivi, non ero affatto immune dalla sensualità che emanavano quegli indumenti. Tanto per cominciare, mi piacevo e mi ritenevo irresistibile. Rimanevo diversi minuti a guardarmi davanti lo specchio, proprio come facevo da bambina quando mi mettevo le scarpe con i tacchi di mia madre e fingevo di essere una donna adulta. Quegli abiti mi facevano tremendamente sexy, aiutati naturalmente dal mio fisico che era ormai diventato esplosivo e che strideva, creando un contrasto quasi assurdo, con il mio volto dai lineamenti delicati e dal mio sorriso, che era considerato molto dolce ed espressivo. In secondo luogo, era proprio l'eccitazione di mio marito a creare in me i soliti scompensi ormonali. Sentirmi desiderata in quel modo anomalo, innescava in me delle sensazioni particolari che andavano dal desiderio sessuale vero e proprio alla smania della dominazione. A parte comunque l'abbigliamento in lattice, c'era stata anche la svolta del linguaggio che non era affatto secondario. Dovendo rivolgersi a me con deferenza, c'era stato un notevole accrescimento della sua sottomissione e, di conseguenza, della mia severità nei suoi confronti. Non era però affatto facile per lui parlarmi in un certo modo davanti ad altri e poi in un altro appena rimanevamo da soli, così come era complicato per me, del resto. Davanti a chiunque altro il nostro atteggiamento era quello di una coppia normale, anche se ormai era abbastanza evidente la mia supremazia nei suoi confronti. Le mie sorelle, ad esempio, avevano scambiato quel suo atteggiamento per quello di un uomo completamente innamorato di me e che pendeva letteralmente dalle mie labbra, mentre il mio passava più che altro per quello di una donna forte, sicura, autoritaria e consapevole del proprio fascino, ma che rientrava pur sempre in determinati canoni di normalità. Cercavo infatti di non approfittarmi troppo di lui, e di non dargli ordini troppo smaccati, ma la nostra vera personalità stava uscendo pian piano anche al di fuori delle quattro mura domestiche. Mi ripromisi però di non esagerare in tal senso, anche se non posso negare che mi faceva impazzire il pensiero di poter essere dominante anche davanti agli altri. Ma c'erano anche le bambine, e io volevo cercare di farle vivere il più possibile in modo normale, senza creare in loro traumi psicologici. Ma quella di attuare una dominazione outdoor si faceva sempre più strada dentro di me. Mi immaginavo mio marito in ginocchio ai miei piedi, magari dopo avergli dato uno dei miei terribili manrovesci. Oppure mentre mi accendeva la sigaretta. E intorno una platea che mi ammirava e mi glorificava. Erano sogni, ma io sapevo che, almeno in parte, li avrei voluti far diventare realtà.
Nel frattempo, continuavo ad allenarmi intensamente, ancor più di prima. Tanto per cominciare ai primi di maggio avevo fatto un passaggio di cintura nel judo. Ero diventata cintura blu. Una semplice cintura blu che però combatteva ormai con quelle nere da pari a pari e senza alcun timore reverenziale. Alcune volte perdevo, altre vincevo, ma il mio valore era senz'altro superiore a quello che indicava la mia cintura. Quando poi, anche se solo in allenamento, combattevo contro degli uomini, la mia forza si moltiplicava. Ci mettevo in quegli allenamenti una cattiveria unica per cercare di vincere, per indurli alla resa e, quando ci riuscivo, sempre più frequentemente tra l’altro, amavo osservare le loro espressioni e le loro reazioni per nulla cavalleresche, beandomi della mia impresa di averli sconfitti, come se l’uomo o il ragazzo che avevo di fronte fosse un nemico, e non un semplice compagno di allenamenti. Nella kickboxing i miei progressi erano stati ancora più evidenti e Daniele, il mio allenatore, mi promise che presto avrei potuto sfidare anche qualche uomo, naturalmente solo in allenamento, anche perché le donne che frequentavano la mia palestra cominciavano a essere nettamente inferiori a me, e combattere contro di loro e vincere era diventata poco più di una formalità. Questo mi fece particolarmente contenta, e non vedevo l'ora di mettermi in guardia di fronte a un maschio, certa che lo avrei battuto.
Contemporaneamente, non rinunciavo certo ai miei allenamenti personali con i
pesi che lo stesso Daniele mi dava ormai quasi quotidianamente. Come aveva sostenuto il mio allenatore, non avevo messo su una gran massa muscolare evidente, e le mie braccia erano lisce e morbide come quelle di una neonata, ma quando le flettevo nello sforzo, i muscoli si facevano duri e compressi. L’insieme delle tre cose, il judo, la kickboxing e i pesi stavano quindi facendo di me una vera e propria arma letale, anche se avevo ancora molto da imparare. Ero quindi diventata molto forte e, del resto, me ne accorgevo con la facilità con la quale riuscivo a sconfiggere mio marito. La somma delle ore che dedicavo quindi a fare del mio corpo un'arma veramente letale, era diventata enorme. Tre o quattro ore al giorno, tutti i giorni tranne sabato e domenica, per diventare sempre più forte, senza che sapessi neanche io il motivo esatto, visto che mio marito ormai non mi dava alcun problema, ma ormai la mia era diventata una fissazione. A parte le mie bambine, che rimanevano ovviamente le cose più importanti per me, tutta la mia vita era dedicata al culto del mio corpo e alla sottomissione di Marco, e ogni piccolo problema che si frapponeva a questi obiettivi riusciva a mandarmi completamente fuori di testa.
Continua...
Accompagnava ogni suo gesto e ogni pietanza che portava in tavola cercando la mia approvazione. Era evidente che il suo unico desiderio era quello di
compiacermi e, naturalmente, io provavo un enorme soddisfazione nel vedere che
era felice come un cucciolo scodinzolante ogni qualvolta lo elogiavo per un
gesto, o per qualunque cosa compiuta nel modo che ritenevo giusto. Mi stavo
rendendo conto che anche quella era una forma di potere. Marco aspettava
infatti con ansia e timore che io assaggiassi una pietanza e, quando vedeva
che io l'avevo gradita, sospirava con gioia infinita. Era un piacere
indescrivibile vedere come una persona, mio marito nel caso specifico, basasse
la sua felicità solo sul mio gradimento e sulla mia accettazione. Prima di
fare l'amore trovai comunque una scusa per mettergli di nuovo le mani addosso. Per meglio dire, fui costretta a inventarmela, considerando il suo comportamento inappuntabile. Il volto era quasi trasfigurato dai ceffoni che gli avevo inferto in precedenza, e decisi di non colpirlo in faccia. Ma ero troppo su di giri per non mostrargli di nuovo la mia forza e la mia bravura. Una sigaretta che mi aveva acceso male mi diede l’input per poterlo picchiare.
“Come cazzo me l’hai accesa, idiota”, lo apostrofai.
Marco comprese immediatamente che per lui si sarebbe messa male. Indietreggiò, mentre io, spavaldamente e con la sigaretta tra le labbra, avanzavo verso di lui. Malgrado lui provasse a non farmi avere appigli, per me fu semplicissimo neutralizzare le sue mosse e poi afferrarlo per il collo. Con l’altra mano gli feci l’ennesima torsione. Il mio braccio destro, quello che stringeva sul suo collo, era una morsa. Stavo diventando sempre più forte, e mio marito era la vittima sacrificale. Lo sentivo tossire, lamentarsi, piangere, ma non lo lasciavo. Quando lo feci, lui si inginocchiò ai miei piedi, come sempre in quelle occasioni.
“Basta, Padrona. Pietà, non mi faccia ancora del male.”
Le solite frasi, la solita eccitazione che si impadroniva del mio corpo. Tutto come al solito, ma sempre più sensuale per me. E forse anche per Marco.
Solo a quel punto decisi che era giunto il momento di scopare. Per tutta la serata mio marito aveva avuto un’erezione quasi perenne, grazie al mio abbigliamento estremamente provocante e alle dimostrazioni di superiorità
fisica e psicologica da parte mia. Lui aveva già avuto un’eiaculazione, mentre io ero ancora a bocca asciutta, e il desiderio si stava facendo insostenibile. Non avevo indossato abbigliamento intimo per far scivolare ancora meglio la mia tuta di lattice, e mi bastò tirare giù la lampo che partiva sotto ai seni per giungere fino alle mie parti intime, e per rimanere con la mia micetta scoperta. Era bisognosa, e Marco doveva soddisfarla. Non gli dissi niente. Lo trascinai in camera d letto e mi sdraiai, aspettando ansiosa la sua lingua dentro di me. Ne avevo bisogno, e giunsi all’orgasmo ancor prima del normale, dopo pochi istanti, a riprova del desiderio assurdo che avevo in quei momenti. Ma la serata, almeno dal punto di vista prettamente sessuale, era solo all’inizio. Me lo misi sotto, assaporando il momento in cui il suo cazzo duro al massimo avrebbe fatto il suo ingresso in me. Era quello il momento topico, quello in cui chiudevo gli occhi e mi calmavo. Il cunnilingus era meraviglioso, ma mi lasciava sempre gran parte del desiderio. Avevo bisogno di essere riempita, di sentire il suo cazzo esplodere di desiderio per me. Mi muovevo indiavolata sopra di lui, cosa che mi regalò immediatamente il primo orgasmo, ma che portò anche lui sull’orlo dell’eiaculazione. Gli diedi il permesso, ma prima mi feci pregare, e alla fine mi ringraziò per l’enorme regalo che gli avevo fatto. Malgrado questo, non ero ancora sazia, ma sapevo che mio marito ormai era un giocattolo nelle mie mani, e che potevo eccitarlo come e quando volevo. Per lui era come una magia. Io ero la fattucchiera che poteva farglielo diventare dritto solo a comando. Ovviamente, dovetti attendere un po’, circa un quarto d’ora, ma poi bastò un mio bacio affinché la magia si rinnovasse. Riprendemmo a fare sesso, stavolta in modo meno frenetico ma costante. A letto Marco sapeva essere un maschio perfetto, sapeva quello che volevo e tutti i suoi sforzi erano mirati alla ricerca del mio piacere, riuscendo a soddisfarmi pienamente, e provocandomi un numero consistente di orgasmi da farmi perdere il conto.
Anche lui, di conseguenza, trovava un piacere incredibile, come aveva dimostrato quella sera venendosene diverse volte nell'arco di poche ore.
Dopo il sesso lo obbligai a ripulire tutta la casa, mentre io me ne stavo tranquilla sopra il letto a vedere un po' di televisione prima, e a leggere un libro poi. Quando mio marito terminò le sue faccende domestiche mi raggiunse a letto. Era notte inoltrata, ed era stata un'altra splendida serata per me.
"Posso venirle vicino, Padrona? "mi chiese, la voce quasi un sussurro. Glielo concessi. Mi piacevano ancora quei momenti di intimità coniugale come ai vecchi tempi, ma soltanto dopo che avevamo fatto sesso, a dimostrazione che, se era vero che non l'amavo più come una volta, ancora nutrivo dei sentimenti forti nei suoi confronti. Strani sentimenti, a dir la verità, che mi sforzavo di decifrare senza riuscirci minimamente. L’unica cosa che ormai era assolutamente certa era che, nel preciso istante in cui restavamo da soli, provavo un irrefrenabile bisogno di manovrarlo come un burattino, sia con la mia ormai comprovata superiorità fisica nei suoi confronti, sia con il mio fascino, che ormai era diventato assolutamente irresistibile, almeno per lui. Mi chiedevo se anche
con altri uomini sarei stata in grado di fare le stesse cose, oppure se il mio
fascino diventava assolutamente normale in assenza della dominazione totale
come quella che avevo ormai instaurato con Marco. Non che avessi intenzione di andare in giro a cercare uomini per poi picchiarli, anche se l'idea non mi sarebbe affatto dispiaciuta, considerando il piacere smodato che trovavo nel farlo, ma non potevo certo correre il rischio di essere denunciata. Sorrisi immaginandomi la situazione e la reazione della gente che mi conosceva a una notizia del genere. Mi domandavo piuttosto se potevo essere in grado di manovrarli a mio piacimento come facevo con mio marito. Mi stavo rendendo conto che non era solo una questione di bellezza, ma anche di saper gestire certe situazioni in un modo che forse gli uomini non si aspettano. E pensavo a uomini , non a quelli con tendenze da sottomesso come Marco. Nei confronti di uomini come mio marito sapevo benissimo che, con le capacità che avevo acquisito, e con i miei atteggiamenti che erano diventati da dominatrice provetta, mi sarebbe bastato andare su internet e ne avrei trovati a migliaia, pronti a tutto pur di farsi dominare da una come me, ma sarebbero stati solo copie. Io avevo già l'originale e pertanto non mi interessavano. Il mio interesse era piuttosto capire fino a che punto lo stesso atteggiamento che usavo con Marco sarebbe potuto risultare vincente con gli altri, ovvero se sarei stata capace a sottomettere altri uomini. Certo, per una donna normale sarebbe stato un rischio enorme, ma io ero in grado di sapermi difendere benissimo, e se un uomo non avesse sottostato ai miei voleri e avesse cercato poi di aggredirmi per farmi sottostare invece ai suoi, io sarei stata capace senz'altro di evitare
avances indesiderate. Ma cosa stavo pensando? Perché mai avrei dovuto poi
sottomettere altri uomini quando con mio marito avevo tutto quello che potevo
desiderare? Chiusi gli occhi, mentre il sonno cominciava a intorpidirmi tutto
il corpo. Marco era ancora completamente avvinghiato a me, succube, adorante e bisognoso di me, della sua padrona. Mi dissi che quelli non erano proprio pensieri di una donna per bene. Ma in fondo, io potevo ancora considerarmi tale?
Da quella serata fetish avevo tratto alcuni insegnamenti che entrarono di
diritto a far parte delle mie abitudini fisse. Per prima cosa, e non poteva
essere altrimenti, mi ero appassionata agli indumenti in lattice. Avevo cercato inutilmente di poterli comprare in un negozio, come avevo fatto a Londra, ma sembrava che i sexy shop di Roma fossero tutti sprovvisti di indumenti come quelli che io desideravo. Avevo fatto una decina di telefonate, ma poi dovetti arrendermi e fui costretta perciò a ripiegare su acquisti on line che per me erano una novità assoluta in quel periodo. Tutto sommato, non fu una scelta sbagliata, e dopo pochi giorni iniziarono ad arrivarmi le prime ordinazioni. Comprai in poco tempo di tutto: abiti, scarpe, intimo, abiti che mi arrivavano a malapena a coprire la mia fica. Tra tutti quegli acquisti, quelli che più eccitavano la mia fantasia e quella di Marco erano i pantaloni e le tute. Di tutti i tipi e in vari colori, neri, bronzei, rossi, e uno addirittura grigio argentato che mi faceva tanto eroina fantascientifica tipo Barbarella, tutte cose che poi indossavo regolarmente durante le nostre sessioni, per la gioia e la grossissima eccitazione di mio marito, ma anche della mia. Ancora una volta avevo scoperto come noi due fossimo assolutamente compatibili. Appena mi vedeva vestita in quel modo, Marco raggiungeva picchi di desiderio che si era imparato a controllare solo con grande difficoltà, sapendo perfettamente a cosa sarebbe andato incontro nel caso non ci fosse riuscito, ma anch'io, per svariati motivi, non ero affatto immune dalla sensualità che emanavano quegli indumenti. Tanto per cominciare, mi piacevo e mi ritenevo irresistibile. Rimanevo diversi minuti a guardarmi davanti lo specchio, proprio come facevo da bambina quando mi mettevo le scarpe con i tacchi di mia madre e fingevo di essere una donna adulta. Quegli abiti mi facevano tremendamente sexy, aiutati naturalmente dal mio fisico che era ormai diventato esplosivo e che strideva, creando un contrasto quasi assurdo, con il mio volto dai lineamenti delicati e dal mio sorriso, che era considerato molto dolce ed espressivo. In secondo luogo, era proprio l'eccitazione di mio marito a creare in me i soliti scompensi ormonali. Sentirmi desiderata in quel modo anomalo, innescava in me delle sensazioni particolari che andavano dal desiderio sessuale vero e proprio alla smania della dominazione. A parte comunque l'abbigliamento in lattice, c'era stata anche la svolta del linguaggio che non era affatto secondario. Dovendo rivolgersi a me con deferenza, c'era stato un notevole accrescimento della sua sottomissione e, di conseguenza, della mia severità nei suoi confronti. Non era però affatto facile per lui parlarmi in un certo modo davanti ad altri e poi in un altro appena rimanevamo da soli, così come era complicato per me, del resto. Davanti a chiunque altro il nostro atteggiamento era quello di una coppia normale, anche se ormai era abbastanza evidente la mia supremazia nei suoi confronti. Le mie sorelle, ad esempio, avevano scambiato quel suo atteggiamento per quello di un uomo completamente innamorato di me e che pendeva letteralmente dalle mie labbra, mentre il mio passava più che altro per quello di una donna forte, sicura, autoritaria e consapevole del proprio fascino, ma che rientrava pur sempre in determinati canoni di normalità. Cercavo infatti di non approfittarmi troppo di lui, e di non dargli ordini troppo smaccati, ma la nostra vera personalità stava uscendo pian piano anche al di fuori delle quattro mura domestiche. Mi ripromisi però di non esagerare in tal senso, anche se non posso negare che mi faceva impazzire il pensiero di poter essere dominante anche davanti agli altri. Ma c'erano anche le bambine, e io volevo cercare di farle vivere il più possibile in modo normale, senza creare in loro traumi psicologici. Ma quella di attuare una dominazione outdoor si faceva sempre più strada dentro di me. Mi immaginavo mio marito in ginocchio ai miei piedi, magari dopo avergli dato uno dei miei terribili manrovesci. Oppure mentre mi accendeva la sigaretta. E intorno una platea che mi ammirava e mi glorificava. Erano sogni, ma io sapevo che, almeno in parte, li avrei voluti far diventare realtà.
Nel frattempo, continuavo ad allenarmi intensamente, ancor più di prima. Tanto per cominciare ai primi di maggio avevo fatto un passaggio di cintura nel judo. Ero diventata cintura blu. Una semplice cintura blu che però combatteva ormai con quelle nere da pari a pari e senza alcun timore reverenziale. Alcune volte perdevo, altre vincevo, ma il mio valore era senz'altro superiore a quello che indicava la mia cintura. Quando poi, anche se solo in allenamento, combattevo contro degli uomini, la mia forza si moltiplicava. Ci mettevo in quegli allenamenti una cattiveria unica per cercare di vincere, per indurli alla resa e, quando ci riuscivo, sempre più frequentemente tra l’altro, amavo osservare le loro espressioni e le loro reazioni per nulla cavalleresche, beandomi della mia impresa di averli sconfitti, come se l’uomo o il ragazzo che avevo di fronte fosse un nemico, e non un semplice compagno di allenamenti. Nella kickboxing i miei progressi erano stati ancora più evidenti e Daniele, il mio allenatore, mi promise che presto avrei potuto sfidare anche qualche uomo, naturalmente solo in allenamento, anche perché le donne che frequentavano la mia palestra cominciavano a essere nettamente inferiori a me, e combattere contro di loro e vincere era diventata poco più di una formalità. Questo mi fece particolarmente contenta, e non vedevo l'ora di mettermi in guardia di fronte a un maschio, certa che lo avrei battuto.
Contemporaneamente, non rinunciavo certo ai miei allenamenti personali con i
pesi che lo stesso Daniele mi dava ormai quasi quotidianamente. Come aveva sostenuto il mio allenatore, non avevo messo su una gran massa muscolare evidente, e le mie braccia erano lisce e morbide come quelle di una neonata, ma quando le flettevo nello sforzo, i muscoli si facevano duri e compressi. L’insieme delle tre cose, il judo, la kickboxing e i pesi stavano quindi facendo di me una vera e propria arma letale, anche se avevo ancora molto da imparare. Ero quindi diventata molto forte e, del resto, me ne accorgevo con la facilità con la quale riuscivo a sconfiggere mio marito. La somma delle ore che dedicavo quindi a fare del mio corpo un'arma veramente letale, era diventata enorme. Tre o quattro ore al giorno, tutti i giorni tranne sabato e domenica, per diventare sempre più forte, senza che sapessi neanche io il motivo esatto, visto che mio marito ormai non mi dava alcun problema, ma ormai la mia era diventata una fissazione. A parte le mie bambine, che rimanevano ovviamente le cose più importanti per me, tutta la mia vita era dedicata al culto del mio corpo e alla sottomissione di Marco, e ogni piccolo problema che si frapponeva a questi obiettivi riusciva a mandarmi completamente fuori di testa.
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