La vita di Patty Capitolo 30

di
genere
dominazione

Dovettero trascorrere tre giorni dal nostro rientro da Londra prima di avere il primo sabato libero. Lo trascorsi come ogni altro sabato: il lavoro, il parrucchiere, una breve passeggiata a vedere i negozi, e poi il rientro a casa verso le 19. Marco mi chiese se avessi voglia di andare a mangiare fuori oppure se doveva cucinare lui, e io gli ordinai di preparare qualcosa per cena. In quel modo avremmo potuto avere più tempo a nostra disposizione. Mi diressi quindi in camera da letto per potermi cambiare. Era diventato normale per me, in quei momenti, indossare le cose più sensuali che possedessi, per iniziare poi il solito percorso che andava dalla seduzione, alla dimostrazione della mia forza tramite la lotta, concludendo poi con sesso vero e proprio, il solito affascinante e stimolante trittico che aspettavo con un’ansia e con una voglia sempre maggiore. Guardai nel mio armadio alla ricerca di quello che reputavo giusto per la serata. Avevo diverse cose da poter sfoggiare e, mentre stavo per scegliere, vidi mio marito sulla porta della nostra camera da letto.
"Che cosa c'è? Vai di là che non sono ancora pronta", lo rimproverai aspramente. Sapevo che aspettava con ansia anche lui questo momento, ma mi dava fastidio che mi vedesse mentre mi cambiavo, e preferivo che lo facesse quando ero del tutto pronta. Amavo vedere nei suoi occhi quella sensazione di sbigottimento e di desiderio nel vedermi vestita in quella maniera provocante come di solito facevo in quelle circostanze.
"Si, certo. Ora vado in cucina, amore. Volevo solo sapere se hai deciso di
indossare quello che hai comprato a Londra."
Le cose del sexy shop di Soho… Mi ero completamente dimenticata di quell'acquisto, presa com'ero stata da innumerevoli altre cose. Gli ordinai comunque di andarsene dalla camera e di chiudere la porta, e quindi andai a prendere la busta che avevo riposto nell'armadio. Poteva essere un’ottima idea vestirmi in quel modo. Aprii la busta. Le scarpe erano incredibilmente alte, con il rischio considerevole di cadere e slogarmi una caviglia. M'immaginai di fronte a Marco con quei sandali con il tacco smisurato. Ero più alta di lui di cinque centimetri. Con quei tacchi, circa venti centimetri, la differenza sarebbe diventata abissale, e pensai che mi sarebbe arrivato al seno. Non potei fare a meno di pensare che doveva essere molto eccitante una situazione del genere. Il corpetto era tremendamente sexy e lo indossai immediatamente. Mi stringeva un po' sul seno, ma me lo tirava su dando la sensazione che portassi almeno una misura maggiore. Che strana sensazione vedermi quelle due tettone apparentemente enormi. Strana ma decisamente piacevole per una che, prima delle gravidanze, ce l’aveva piccolino. Aprii poi la scatola che conteneva il pantalone. Sembrava di caucciù. Era opaco, contrariamente a quello che avevo visto sul manichino, e mi ricordai che avrei dovuto passarci quel lucido speciale. Mi tolsi quindi anche il corpetto e spruzzai quel liquido sui due capi. Dopo alcuni minuti i due indumenti erano pronti. Sulla scatola che conteneva il pantalone lessi anche di cospargermi di talco per far scivolare meglio quel tessuto sul mio corpo, e di fare attenzione per evitare le rotture. Feci come consigliato, e iniziai a indossare quei pantaloni. Non era affatto facile. Dovevo quasi passare centimetro dopo centimetro quel tessuto sul mio corpo ma, quando terminai quell’operazione, il risultato era strepitoso. Era una seconda pelle, aderentissimo e sensualissimo. Indossai di nuovo anche il corpetto, che ora, diventato lucido, era ancor più sexy. Infine le scarpe. Traballavo, non ero certo abituata a camminare con tacchi del genere, e cercai per alcuni minuti di prenderci dimestichezza. Infine mi truccai e decisi di farlo in modo piuttosto consistente. Rossetto indelebile rosso fuoco, ombretto bronzeo, mascara, matita per gli occhi, e alla fine ero pronta. Avevo lasciato che i miei capelli, ormai da tempo tinti di biondo, mi scivolassero sulle spalle. Non erano lunghi come quando ero adolescente e mi toccavano addirittura il sedere,, ma erano ricresciuti notevolmente. Mi guardavo allo specchio, mentre le mie mani scivolavano quasi involontariamente sul seno e poi sui fianchi. Mi girai di profilo per guardarmi il sedere, strizzato nel lattice, scoprendo in me stessa una sensualità fuori dal comune che non immaginavo di possedere in quella misura. Mi piacevo, non mi ero mai piaciuta così tanto, ed ero estremamente fiera di come ero diventata. Ora, vestita in quel modo, ero veramente una dominatrice. O meglio, mi ci sentivo maggiormente, e lo avrei dimostrato a mio marito. Aprii la porta e mi diressi in camera da pranzo dove Marco stava apparecchiando per la cena, stando ben attenta a camminare in modo da non mettere un piede in fallo. Quando mi sporsi nella camera, lui stava mettendo i bicchieri sul tavolo e per poco non li lasciò scivolare per terra.
"Oh, mio Dio", esclamò, rimanendo inebetito.
"Era così che mi volevi?" gli domandai, cercando di assumere una posa
sensuale, come se non bastasse come mi ero vestita e come mi ero truccata.
"Si, era così. L'ho sempre sognato. Dio, quanto sei bella, non mi sembra vero
di vivere un momento come questo."
Sorrisi compiaciuta e lo feci avvicinare. Il suo sguardo era tutto un programma e la sua bocca era aperta in un misto di ammirazione e di stupore. Quando lo ebbi di fronte, mi resi conto che mi arrivava proprio al seno, come avevo immaginato. Lo vedevo pertanto minuscolo, insignificante, un insetto da schiacciare se lo avessi voluto. Oppure, un semplice oggetto pronto a donarmi piacere, come lo avevo considerato negli ultimi tempi. Ricordo che riuscivo a sentire il suo respiro affannoso e irregolare.
"Vediamo se è vero quello che dici. Spogliati!" gli ordinai. L'avevo già
fatto diverse volte, ed era diventata una costante nelle ultime occasioni. Mi
piaceva che rimanesse completamente nudo per vedere se e in che modo lui fosse eccitato.
Marco si liberò dei suoi abiti e, come avevo preventivato osservando la sua reazione appena mi aveva vista, era già decisamente eccitato. La sua erezione era veramente considerevole, e sorrisi pensando che nemmeno lo avevo toccato. Il mio potere erotico nei suoi confronti sembrava quindi infinito. Gli ordinai di accendermi una sigaretta, e quando ritornò di fronte a me tremava addirittura. E stavolta non era per la paura, ma tremava di eccitazione. Anch'io intanto, iniziavo a sentirmi avvampare da quella solita strana sensazione che mi prendeva in quelle situazioni. Constatare in che modo mi osservava, pieno di desiderio, con il pene alla sua massima erezione solo a guardarmi, stava facendo eccitare anche me. Per di più, il fatto che lo vedessi così minuscolo al mio cospetto, rendendo quasi ridicola la sua altezza di fronte a me, aggiungeva, per qualche mistero della mia psiche, ulteriore eccitazione. Doveva alzare quasi completamente la testa per guardarmi in viso, anche se i suoi occhi si posavano più che altro sul mio corpo. Con i suoi istinti sottomessi, vedermi quasi una gigantessa di fronte a lui, sapere che ero ormai nettamente più forte di lui, vestita come aveva sempre sognato, da dominatrice pura, doveva essere veramente il massimo per mio marito. Ma anche a me quella strepitosa differenza di altezza non dispiaceva affatto, anche se sapevo che dipendeva quasi esclusivamente da quelle scarpe particolari che avevo ai piedi. Il fatto poi che fosse nudo, mentre io ero invece completamente vestita, mi dava un'altra sensazione di superiorità. In quel momento, capii perché inconsciamente continuavo, in quelle occasioni, a volerlo senza nulla addosso. Marco, nel frattempo, continuava a tremare al mio cospetto. Era un tremore innaturale, che non gli avevo mai visto prima, e io ripresi a stuzzicarlo cercando di tirar fuori da me stessa tutta la sensualità che possedevo.
"Allora, Marco, cos'è che ti piace maggiormente di me?" gli chiesi, mentre con
una mano gli afferrai il mento, nella classica posa da dominatrice, mentre con
l'altra continuavo a fumare.
"Tutto, mia Signora. Tutto! Lo giuro."
Strabuzzai gli occhi." Come mi hai chiamata?" gli chiesi, come se non avessi compreso bene.
"Mia Signora. Vorrei poterla sempre chiamare in questo modo, da adesso in poi, oppure chiamarla Padrona, se lei permette."
Mi stava dando del lei. Mio marito mi aveva appena chiamata Signora e mi aveva dato del lei. Eppure, non lo trovavo strano bensì piacevole e, soprattutto, sacrosanto. Lo guardai dall’alto in basso. Continuava a tremare, e le mie sensazioni erano una volta di più esattamente contrastanti tra di loro, anche se in quel momento quella preponderante era la tenerezza. Quanta tenerezza mi faceva in quel momento! Era così indifeso nei miei confronti, come un cucciolo impaurito, così assolutamente bisognoso di me, tremante di desiderio. Respirai profondamente. Mi piaceva quella situazione, ne adoravo ogni particolare. Ogni secondo trascorso aumentava il mio senso di onnipotenza. Si, avrei accettato anche quella strana proposta. Un marito che si rivolge alla propria moglie chiamandola Signora o Padrona e dandole del lei? Assurdo, ma nel nostro caso era necessario e indispensabile, e stabiliva, forse in modo assoluto, la mia superiorità nei suoi confronti. Marco aveva ragione, ed ero forse dispiaciuta di non averci pensato io stessa e di non averglielo imposto.
"Mi piace. Bene, da adesso pretendo che tu mi chiami sempre in questo modo. Credo, in effetti, che sia giunto il momento di stabilire delle distanze tra
di noi. La mia superiorità nei tuoi confronti è diventata talmente evidente
in tutto. Inserire questa variante tra di noi diventa una necessità sia per me che per te." Non avevo mai pensato a un'eventualità del genere eppure, a pensarci bene, era l’ovvia conclusione alla quale si doveva giungere per proseguire un rapporto come quello che si era creato tra di noi.
"Grazie, Padrona. Credo che sia giusto che io le dia il rispetto che merita." Era incredibile e affascinante. Chissà da quanto tempo desiderava rivolgersi a me in quel modo, con quel rispetto assoluto. Mi piaceva, mi eccitava vederlo in quel modo, e io ero nata per fare quello. Era quella la mia dimensione, quella di comandare e, farlo su un maschio, il cosiddetto sesso forte, era veramente straordinario. Quello di farmi dare del lei era un altro tassello che aggiungevo a tutti quelli che mettevo già in pratica. Una sua idea, come quella di farmi diventare una dominatrice, ma quella volta almeno non lo aveva fatto con un sotterfugio.
Intanto la scena era veramente degna di un filmino sadomasochista. Io vestita
in quel modo con la sigaretta tra le labbra, e Marco, nudo e tremante, che ancora tenevo per il mento. Aspirai una boccata dalla sigaretta e gli gettai il fumo in faccia. Non sapevo se quella fosse una cosa che lo eccitava o meno, ma io la trovavo degna di quel momento. Marco tossì, sempre tremando come una foglia, poi si rivolse a me in tono supplichevole.
"Padrona, non riesco più a resistere alla sua bellezza. La prego, mi dia il
permesso di venirmene."
Lo guardai stralunata. Possibile che se ne stesse per venire solo guardandomi? "Non farlo. Ti dirò io quando potrai", gli dissi. Volevo continuare a divertirmi con lui, vederlo eccitato all’ennesima potenza.
"Padrona, la prego. Non ce la faccio più." Il tono era sempre più sommesso.
La sua erezione mi sembrava sempre più considerevole, ma io non cambiai idea. Il suo piacere sarebbe venuto dopo.
"Se te ne vieni anche una sola goccia, ti giuro che te ne faccio pentire
amaramente", ribattei decisa. Non sapevo perché continuavo a impedirgli di venire. Forse perché mi piaceva da morire vederlo in quello stato di eccitazione e di adorazione assoluta per me, o forse per trovare una scusa per poi punirlo. Fatto sta che Marco chiuse gli occhi per un istante, poi scosse la testa e si voltò di scatto. Lo vidi così eiaculare prepotentemente senza neanche toccarsi, sporcandosi sul petto e naturalmente sul pavimento. Rimasi sbigottita. Soltanto guardandomi se ne era venuto. Da una parte ero compiaciuta. Credo che ben poche donne abbiano mai potuto vedere il proprio uomo eccitato in quella misura, ma dall'altra avevo un ruolo da interpretare, e non potevo certo fargliela passare liscia. Mi aveva disobbedito, non aveva atteso che io gli dessi il consenso, e la doveva pagare. In fondo, la cosa non mi dispiaceva affatto, e già pregustavo la sensazione di mettergli le mani addosso. Tutta la tenerezza che avevo provato prima era completamente scomparsa, lasciando il posto a una gran voglia di punirlo, per ricordargli, ancora una volta, che lui non poteva in nessun caso disobbedirmi. Doveva essere una punizione esemplare. Avvertivo quel bisogno come una necessità impellente. Io ero la sua padrona e lui sarebbe stato giustamente punito.
Marco intanto si inginocchiò ai miei piedi.
"Mi dispiace, Padrona, non volevo disobbedirle. La sua bellezza è tale che per
me è stato impossibile resisterle", piagnucolò.
"Alzati!" risposi invece io freddamente. Mio marito si rialzò guardandomi
come si può guardare una dea. Uno sguardo del genere, fino a poco tempo prima,
mi avrebbe sciolta, mi avrebbe commossa, forse mi avrebbe fatto venire il
classico groppo in gola che si sarebbe sciolto poi in un pianto dirotto. In quel momento ero invece glaciale, con quella voglia pazzesca di punirlo e,
soprattutto, con la netta convinzione che Marco lo meritasse, e che fosse quindi
necessario e indispensabile agire in quel modo. Con quelle scarpe che
indossavo non potevo muovermi agilmente, ma sapevo che non ce n'era bisogno.
Gli afferrai il polso e glielo torsi, come facevo quasi sempre. Era una mossa
che usavo in continuazione contro di lui. Ci voleva poca forza e aveva effetti straordinari, sia dal punto di vista strettamente legato alla lotta, riducendolo praticamente all'immobilità, sia dal punto di vista invece dell'effetto psicologico che aveva su di lui. Mi bastava infatti aumentare la torsione e il dolore diventava insopportabile, propagandosi a tutto il braccio fino alla spalla, fino a farlo inginocchiare e a umiliarsi di fronte a me. In quel modo, avevo anche l'altra mano libera, e spesso ne approfittavo per accompagnare la torsione con un paio di schiaffi. Quella sera però non mi fermai a due, e proseguii, quasi in preda a un raptus, come se quegli abiti che indossavo mi avessero tolto definitivamente tutte le inibizioni e i miei residui timori, e malgrado mio marito mi implorasse di smettere, malgrado per la prima volta lo vidi piangere veramente per il dolore che gli procuravo. Ma più gli scendevano le lacrime, più mi esaltavo. Uno schiaffo sulla guancia sinistra e poi un manrovescio su quella destra continuavano a cadere con cadenza regolare sulla faccia di mio marito che non poteva fare nulla per fermarmi. Appena cercava di liberarsi, io aumentavo la torsione facendolo urlare quasi dal dolore, e proseguivo a colpirlo violentemente in faccia. Persi il conto e mi fermai solo quando mi resi conto che stavo per procurargli seri danni al volto. Era rosso e gonfio, le labbra un'altra volta spaccate e gli occhi tumefatti che stentavano ad aprirsi. Invece io ero fiera di quello che avevo fatto, soddisfatta come non mai. Gli lasciai il polso e Marco si raggomitolò su sé stesso per alcuni secondi, ancora piangendo e singhiozzando, poi su mio ordine si rialzò. Vidi per un attimo un lampo strano nei suoi occhi e pensai che forse stava per reagire. Avevo esagerato e lo sapevo, e mi preparai mentalmente alla lotta. Non avevo affatto timore. Sapevo che l'avrei battuto anche se avesse usato tutta la sua forza, e quasi speravo che reagisse veramente, rimanendo quasi delusa quando invece quel lampo dagli occhi di mio marito scomparve immediatamente. Indietreggiò e si appiattì al muro, alzando pateticamente le sue braccia per difendersi.
"La prego, Signora, basta. Non mi faccia ancora del male. Le chiedo perdono",
mi disse infine, continuando a singhiozzare come un bambino. Quella volta aveva veramente paura di me. Non c'era finzione. Ormai avevo imparato a conoscerlo bene anche sotto questo aspetto. Mi aveva ingannata per due anni, ma non ci sarebbe riuscito più. Inoltre, la minaccia di andarmene o di cacciarlo di casa era ancora viva, ed ero certa che non avrebbe rischiato di perdermi mettendosi a fingere.
Pertanto, il suo terrore nei miei confronti era assolutamente reale. E anche
giustificato perché non mi sarei certo tirata indietro nel caso mi avesse
attaccato. Ma invece mi pregò di smettere. Io mi sentivo intanto, terribilmente su di giri. Vedere mio marito in quelle condizioni mi stava facendo capire, forse in maniera definitiva, quello che io potevo fare su di lui. Mi avvicinai a lui. Non sentivo pietà, ero solo ubriaca di potere e volevo umiliarlo definitivamente. Come scusante mi dicevo che in fondo era anche quello che lui voleva, ero la personificazione del suo sogno. La verità era però che non mi importava nulla del fatto che lui fosse consenziente o meno, che si eccitasse e che, malgrado le botte, probabilmente si sentisse come l'uomo più fortunato del mondo. Quello che mi interessava era provare quella sensazione di onnipotenza e goderne ogni istante, assaporandone il piacere. Un piacere impossibile da descrivere, ma che mi faceva sentire realizzata, unica. Insomma, per me quella era la felicità, il paradiso in terra. Pensai anche che fosse un gran peccato che mio marito fosse un sottomesso, e che per questo avrebbe accettato qualunque cosa da me. Mi sarebbe piaciuto invece un uomo che reagisse di fronte a me, che non amasse umiliarsi, per poterlo sottomettere completamente a me contro la sua volontà. Per il momento, andava bene così. Lo presi quindi di nuovo per il mento, dopo aver scansato le sue mani, e strinsi con quanta forza avevo, con le mie unghie che quasi gli bucavano la pelle.
"Questo è solo il primo assaggio di quello che ti capiterà a ogni tua
minuscola disobbedienza, stronzetto. Mettiti bene in testa che non sto giocando, non sto facendo tutto questo per farti piacere, non mi vesto in questo modo per eccitarti, ma tutto questo lo sto facendo esclusivamente per me stessa. Questa è la vita che ti aspetta da adesso in poi. E' abbastanza chiaro?" gli dissi, sorridendo in modo sprezzante.
"Si Signora", biascicò.
"Benissimo. Ora vai a pulirti e ripulisci anche il pavimento, poi vai a
prepararmi la cena, e prega Dio che tutto sarà di mio gradimento perché
altrimenti potrei incazzarmi sul serio, e allora per te saranno guai seri e non mi limiterò a qualche schiaffetto innocuo. E non osare rivestirti. Voglio che tu mi serva la cena completamente nudo. Anzi, ogni volta che saremo da soli pretendo che tu ti faccia trovare senza niente indosso." Altro che schiaffetti innocui. Gli avevo ridotto la faccia come quella di un pugile dopo un incontro durissimo, senza neanche dovermi sforzare più di tanto, ed ero prontissima ad aumentare addirittura la dose. Desideravo quasi che mi disobbedisse di nuovo per trovare una scusa per picchiarlo ancora. Ragionai rapidamente, e mentre stava uscendo dal salone, lo richiamai. Avevo trovato il modo. Per umiliarlo o per picchiarlo. O forse per entrambe le cose
Lui tornò indietro. “Sì, Padrona?”
Gli indicai gli schizzi di sperma sul pavimento. Gli sorrisi sadicamente. “Tira fuori la lingua e pulisci.”
Ero stata perfida. Pensavo che avrebbe tentennato, dandomi la scusa per costringerlo con la forza, invece Marco fece esattamente quello che gli avevo ordinato. Si inginocchiò e iniziò a pulire il pavimento ingoiando il suo stesso sperma. In silenzio, mentre ancora risuonavano nel salone i suoi singhiozzi. Io mi accomodai in poltrona. Era una situazione veramente paradossale. Io vestita come una puttana, mio marito interamente nudo, io a comandare e lui a obbedire, io a godere nel picchiarlo e lui altrettanto nell'essere picchiato. Ma, come ho già detto, non mi bastava, volevo sempre di più, e quegli indumenti fetish che indossavo mi sembrava quasi che mi dessero una forza e un potere ancora più grande, quasi come se si trattasse di una magica tuta da supereroina. E in quel momento mi sentivo proprio come una supereroina sadica e perversa. Anzi, una super villain.
Accavallai le gambe e lo chiamai per farmi accendere una sigaretta. Mio marito
corse per espletare il mio desiderio.
"Bravo, così ti voglio, scattante a ogni mio comando. Ora mettiti a cuccia
in ginocchio e con il posacenere in mano fino a che io non ho terminato."
Fumavo quella sigaretta e mi accorsi che intanto lui era di nuovo in tiro, inginocchiato dinanzi a me. Sapevo che avrebbe voluto toccarmi, ma sapevo anche che non si sarebbe azzardato a muovere un muscolo senza il mio consenso. Gli guardai il cazzo. Era incredibile! Erano trascorsi pochi minuti da quando se ne era venuto. Come faceva ad avercelo di nuovo duro? Sorrisi pensando che quello fosse una specie di potere che detenevo. Mi bastava un ordine per eccitarlo. Era grandioso.
Terminato di fumare, lo rimandai in cucina a proseguire di preparare la cena. Avevo fame e la serata era ancora lunga.
Continua...
scritto il
2026-07-03
8 7
visite
3
voti
valutazione
4
il tuo voto
Segnala abuso in questo racconto erotico

Continua a leggere racconti dello stesso autore

racconto precedente

La vita di Patty Capitolo 29

Commenti dei lettori al racconto erotico

cookies policy Per una migliore navigazione questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti. Proseguendo la navigazione ne accetti l'utilizzo.