La vita di Patty Capitolo 18

di
genere
dominazione

Erano così trascorsi altri due mesi. In quel primo scorcio del 1999, le cose si erano stabilizzate tra di noi. Io non avevo dato luogo ad altri eccessi, e Marco si atteneva scrupolosamente alle mie direttive. Era felice mio marito, ma nei primi giorni di marzo cominciai a percepire un certo nervosismo da parte sua. Niente di eclatante. Lui mi obbediva per filo e per segno, e io ero talmente soddisfatta del suo modo di agire che avevo abbassato notevolmente i toni del mio dominio su di lui. Del resto, tutto stava andando a gonfie vele per me. Fra poco avrei dato l'esame per diventare cintura blu nel judo, mentre nella kick-boxing avevo iniziato a fare degli incontri piuttosto seri, vincendoli tutti in modo piuttosto netto. Il problema vero di questo sport era che per fare cose eclatanti bisognava girare l'Italia per partecipare ai vari tornei, e io,
sinceramente, non ne avevo proprio voglia. Non m'interessava diventare una
campionessa, anche se Daniele continuava a ripetermi che ce l'avevo nel sangue e che avevo un fisico che mi avrebbe potuto far diventare tra le più forti in Italia. Quindi, se ci fosse stato qualche torneo che si fosse svolto nella mia città, a Roma, avrei anche potuto parteciparci, sempre che non avessi di meglio da fare, altrimenti le coppette se le potevano anche portare a casa le altre, non me ne importava un fico secco. L'importante per me era diventare forte e brava. E ormai forte lo ero sempre di più, grazie agli allenamenti personalizzati di Daniele. Facevo ormai degli esercizi sempre più impegnativi, e il mio tono muscolare aveva raggiunto quasi la perfezione. Sollevavo pesi che le altre donne si sognavano, anche se ero ancora lievemente al di sotto di ciò che facevano gli altri uomini. E questo mi dava da pensare. Possibile che fossi nettamente più forte di mio marito mentre non riuscivo a esserlo con gli altri colleghi della palestra? Beh, la risposta sembrava essere semplice: mio marito non era un palestrato.
Ma una sera di inizio marzo, una di quelle serate gelide che ti fanno credere di essere ancora in pieno inverno invece che all’inizio della tanto agognata primavera, avvenne quello che, malgrado tutte le avvisaglie, ancora non ero riuscita a percepire. Le mie due sorelle mi avevano chiesto se mi andava di fare un'uscita serale tutte donne. Oltre a noi tre ci sarebbero state anche alcune nostre cugine, tra le quali anche Alessandra, la proprietaria del negozio in cui lavoravo. Niente di particolare: una cena e poi a casa. Accettai senza particolare entusiasmo. Malgrado ormai potessi permettermi di fare qualunque cosa io volessi, non ero mai stata felice di muovermi la sera. Quello per me era l'unico momento in cui potevo vedere le bambine e mio marito, leggermi magari un buon libro, oppure stravaccarmi sul divano a vedere la televisione. E poi per me era impagabile vedere mio marito portarmi il caffè, farmi il massaggino alla schiena e vivere esclusivamente per me.
Non ero mai stata neanche una fautrice di queste uscite per sole femmine. Forse perché non avevo bisogno di allontanarmi da mio marito per fare quello che mi pareva. Comunque, mi sarei potuta fare un po' di sane chiacchiere femminili. Quindi, perché no?
Quando ritornai a casa non credevo che quella sera sarebbe stata la sera in cui tutto sarebbe cambiato. Alcuni giorni prima avevo prenotato per il mese a venire un viaggio di quattro giorni in una grande capitale europea approfittando del ponte di Pasqua, e al mio ritorno dalla cena avrei fatto una grossa sorpresa a mio marito. Mi elettrizzava l'idea. Quattro giorni solo per noi: monumenti, passeggiate e... sesso. Tanto sesso. Magari dopo avergli dato una bella lezione e avergli imposto la mia superiorità.
Marco mi accolse però con meno devozione del solito. Lo avevo messo al corrente della mia decisione di uscire quella sera già da alcuni giorni e, naturalmente, lui non aveva osato dire nulla al riguardo. Anzi, lo avevo visto piuttosto contento e partecipe. Immaginai che questa contentezza fosse dovuta anche al fatto che, una volta tanto, avrebbe avuto una serata tranquilla senza il mio fiato sul collo, e senza le mie continue e a volte infantili richieste. Ma cosa potevo farci? Mi piaceva così tanto vederlo in adorazione, obbediente e bisognoso di me.
L’altra cosa che notai e che mi meravigliò alquanto, fu l'assenza delle bambine. Alla mia domanda del perché non fossero a casa, Marco mi rispose che, in questo modo, sarebbe stato tutto solo e si sarebbe potuto vedere una partita di calcio in santa pace. Lo rimproverai, avvertendogli che non volevo che le nostre figlie fossero recapitate come un pacco postale per sciocchezze del genere. Un conto era lasciarle dai nonni per farci stare da soli, un altro per fargli vedere una stupida partita.
Comunque non feci una tragedia anche perché, se mi fossi sbrigata a cenare, la serata avrebbe potuto prendere una piega ancora più piacevole una volta rientrata in casa, e l’assenza delle bambine si sarebbe potuta evolvere in modo estremamente positivo.
Un'altra cosa che notai e che mi dette un po' fastidio fu la trasandatezza di Marco. Era in ciabatte, pantalone della tuta e magliettina a mezze maniche. Non era da lui. Di solito mi aspettava che io tornassi a casa sempre vestito. Non pretendevo che si mettesse giacca e cravatta in casa, ma volevo che vestisse in modo decente per rispetto nei miei confronti, così come del resto facevo io per rispetto a lui. Forse sarà perché avevo trascorso troppi anni della mia vita senza minimamente tenere al mio abbigliamento, oltre che alla linea naturalmente, che in quel momento lo consideravo quasi un obbligo presentarmi sempre al massimo. Questo anche perché mi piaceva l'effetto che facevo su mio marito. Ma anche noi donne siamo sensibili al richiamo visivo e Marco, soprattutto quando era vestito decentemente, era ancora da considerare un bel bocconcino, almeno ai miei occhi.
Ad ogni modo, dopo la piccola discussione sulle bambine, andai in bagno a truccarmi. Mi ero già fatta la doccia in palestra e dovevo solo cambiarmi d'abito. Uscii dal bagno in reggiseno e mutandine e, per andare nella mia camera da letto, dovetti passare per il corridoio. Marco era ancora dove l'avevo lasciato, su una sedia con le braccia incrociate. Era strano. Sembrava quasi che sudasse, malgrado facesse tutt'altro che caldo.
"Ma che stai facendo qui tutto solo? Perché non ti vai a vedere la partita?"
"Comincia più tardi", fu la sua secca risposta. Continuava a essere strano. Il tono della voce, che era sempre molto dolce nei miei confronti, era piuttosto
freddo, quasi brusco. E poi non mi guardava. Negli ultimi tempi sbavava per me
in qualunque occasione e ora, mezza nuda di fronte a lui, i suoi occhi
vagavano in chissà quale direzione senza posarsi su di me. Mi avvicinai a lui
e quasi m'inginocchiai per poterlo baciare.
"C'è qualcosa che non va? Ti sento distante." Era tanto tempo che non mi comportavo con mio marito in maniera così dolce. Ultimamente ero stata talmente presa con la mia fissazione di imporgli il mio potere che avevo tralasciato questo aspetto.
"Non c'è niente che non va", mi rispose, sempre usando un tono freddo. Decisi che non era il caso di proseguire in quel momento.
"Va bene, amore, non mi va di parlarne adesso. Lo faremo al mio ritorno. Tu
comunque aspettami alzato", ammiccai, mandandogli un altro bacio con la mano.
Non mi rispose nemmeno e, mentre mi vestivo, riflettei su quello che era potuto
accadere. Pensai che forse avevo tirato troppo la corda. Ripensandoci bene, non
lo stavo trattando come una moglie dovrebbe trattare un marito, anzi, diciamo
pure che lo stavo trattando da cosa anziché da persona. Me ne stavo approfittando perché ero più forte di lui, perché ero bella e sapevo quindi di piacergli immensamente. E per un milione di altre cose ancora. Non era giusto. Fino a quel momento lui aveva accettato ogni mia decisione, ma forse la corda si stava spezzando, e non avevo voglia di correre questo rischio. In realtà, era già da un paio di settimane che avevo allentato la pressione su di lui, ma forse non era bastato. Al mio rientro a casa avrei dovuto affrontare quest'argomento, e cercare di trovare un punto d'accordo. Mi piaceva Marco, gli volevo bene, e non avevo nessuna intenzione di perderlo. Naturalmente avrebbe potuto essere anche qualcos'altro, dei problemi al lavoro di cui non voleva mettermi al corrente per non farmi preoccupare, per esempio. Pensai che comunque avrebbe dovuto rimandare le spiegazioni a quando sarei rientrata, e terminai di vestirmi e truccarmi. Avevo indossato un abito di maglia color sabbia con il collo ad anello, abbastanza corto e aderente, in linea con il mio stile degli ultimi tempi. Potevo proprio permettermelo, non avevo un filo di pancia e mi evidenziava il sedere e il seno in modo strepitoso. Ci avevo abbinato un paio di stivali di camoscio beige col tacco piuttosto pronunciato che mi erano costati mezzo stipendio, e che facevano impazzire mio marito quando li mettevo. Mi guardai allo specchio, mi rigirai un paio di volte e poi trassi la logica conclusione. Sì, ero perfetta.
Uscii dalla mia camera da letto e notai che Marco non si era spostato di un millimetro, ancora seduto sulla sedia con le braccia conserte e io, sculettando sensualmente, mi posi dinanzi a lui.
"Come sto?"
"Stai benissimo. Troppo bene. Troppo. Tu non scendi da sola vestita in questa maniera."
Rimasi di sasso. Marco che si rivolgeva a me in questo modo? Era inammissibile. Non ricordavo neanche da quanto tempo lui non osava parlarmi con un tono così
brusco, simile a quello che aveva appena usato. Pensai per qualche secondo che
gli avrei dovuto dare una bella lezione, ma poi ci riflettei. Forse avevo visto giusto nel pensare che avevo tirato troppo la corda, e il suo comportamento doveva essere la derivazione del modo tirannico in cui l’avevo trattato per diverso tempo. E se si fosse stancato? Non volevo proprio pensare a una simile eventualità. Eppure, continuavo a riflettere sul fatto che negli ultimi tempi mi era sembrato di aver diminuito notevolmente la mia stronzaggine. Evidentemente, non lo avevo fatto abbastanza.
Mi guardai allo specchio del corridoio, dove ci trovavamo in quel momento e, in effetti, mi resi conto che non ero vestita in modo tale da poter uscire da sola di sera. Il vestito era veramente troppo fasciato e troppo corto. Non che avessi paura, e se mi fosse capitato qualche malintenzionato avrei saputo difendermi molto bene, ma così vestita, li avrei attirati come mosche intorno al miele. Avevo già indossato quell’ abito, ma lo avevo fatto quando ero in compagnia di mio marito. Pertanto, pensai che non era il caso di fare una discussione. Mi sarei cambiata d'abito, tanto ero ancora notevolmente in anticipo rispetto all'appuntamento.
"Hai ragione, tesoro. E' troppo provocante. Lo indosserò quando usciremo
insieme. Mi vado a cambiare e mi metto qualcosa di più sobrio. Contento?"
Credevo che Marco sarebbe stato felice di quello che gli avevo appena detto, e
rimasi invece meravigliata quando si alzò dalla sedia per venirmi incontro
minaccioso.
"Forse non hai capito bene. Ti ho detto che non esci, né vestita così, né
vestita in un altro modo."
Lo guardai smarrita. "Marco, ma che ti sta prendendo?" gli chiesi allarmata. Non sapevo cosa fare. E' vero che mi sentivo infinitamente più forte di lui, ma c'era qualcosa che non quadrava. Aveva uno sguardo diverso e io, incredibilmente, stavo perdendo molta della mia consueta sicurezza.
"Mi sta prendendo che mi sono rotto i coglioni del tuo comportamento", rispose, aumentando addirittura la durezza del tono della sua voce.
Rimasi di nuovo sbigottita. Ora stava esagerando, ma avevo tante volte esagerato io che feci finta che non avesse detto niente di offensivo. Intanto Marco era
ormai arrivato di fronte a me. Pensai a qualche secondo a come mi dovevo
comportare. Non avevo intenzione di lottare. Nelle nostre lotte precedenti
c'era sempre stato un alone di gioco, anche se poi non giocavamo affatto, ma
questa volta sembrava tutto maledettamente serio, troppo serio, e questo mi
convinse che forse, per una volta almeno, avrei dovuto cedere io.
"D'accordo, amore. Non vado da nessuna parte. In fondo non è che avessi tutta
questa voglia di uscire stasera."
La reazione di Marco fu però ancora più imprevedibile. "Ma sentila. Mi dà il contentino. Che fai stasera? Non mi metti le mani addosso? Non ti senti in forma? Oppure hai le tue cose?"
"Marco, smettila. Non riesco più a comprenderti. Forse qualche volta ho
sbagliato con te, ma tu sembravi così felice di essere a mia disposizione."
"Ai tuoi ordini, non a tua disposizione. E poi guardati. Sei una madre di
famiglia e vai in giro vestita come una puttana."
"No, questo non te lo permetto. Nella mia vita ho avuto solo te, e tu osi
dirmi che sono una puttana? Mi ripaghi in questa maniera? Ora mi chiedi scusa,
altrimenti saranno guai per te."
Ero furiosa e cominciavano a venirmi le lacrime agli occhi. Perché mi stava dicendo quelle parole? Perché mi stava facendo questo? Non riuscivo a capire. L’unica spiegazione che trovavo era il fatto che negli ultimi tempi non mi ero comportata bene con lui, ma era anche vero che avevo anche diminuito notevolmente la mia pressione nei suoi confronti. Perché quel cambiamento improvviso? Ma Marco era sempre più minaccioso e, prima che io potessi attaccarlo, mi prese lui stesso le mani con forza.
"Sei tu quella che mi deve chiedere scusa", mi disse, cominciando a stringere
forte sui miei polsi.
Sembrava molto più forte in quel momento. Tutte le altre volte avevo ribaltato la situazione in pochissimi secondi, ma quella volta facevo fatica, una maledetta fatica, e non riuscivo a liberarmi. Fu lui a liberarmi la mia mano sinistra per agire con la sua destra e far volare uno schiaffo che comunque riuscii a parare con il braccio che lui mi aveva appena liberato. Presi a mia volta di nuovo la sua mano per evitare che mi colpisse nuovamente, e tornammo a confrontarci sul campo della forza pura.
Per mesi, ogni volta che rientravo a casa quando eravamo da soli, non vedevo l'ora di poter fare la lotta con mio marito, ma quella sera avevo strani presentimenti e non avrei voluto farlo. Avevo cercato in tutti i modi di evitarlo, e cercai di nuovo la mediazione, mentre ormai le lacrime, che mi uscivano copiose, mi stavano rovinando tutto il trucco.
"D'accordo, Marco, ti chiedo scusa per quello che ti ho fatto in passato, se
è quello che vuoi, ma piantiamola."
"Adesso è troppo tardi", mi rispose digrignando i denti per lo sforzo. Era evidente a quel punto che cercava solo lo scontro fisico. Ma perché? Sapeva che ero più forte di lui e che l'avrei battuto. Intanto però, a smentire questa mia affermazione, nessuno di noi due riusciva ad avere la meglio. Come era possibile che le altre volte era stata una passeggiata per me batterlo? Sentivo che quella era una lotta diversa, più cattiva, più vera, ma in quel momento dovevo concentrarmi, e non potevo mettermi a cercare una spiegazione per tutte le domande che mi ronzavano nella testa. Rimanemmo alcuni secondi in quella posizione, forse addirittura un minuto, cercando ognuno di prendere il
sopravvento senza riuscirci. Poi io agii d'istinto. Era proprio alla mia
portata, e alzai il ginocchio e lo colpii proprio alla bocca dello stomaco.
Marco allentò ovviamente la presa e io ebbi così modo di liberarmi e, sempre istintivamente, lo colpii in piena faccia con un pugno. Era la prima volta che lo colpivo con quella violenza, e il risultato fu devastante. Mio marito fece un paio di passi all'indietro e poi andò con il sedere per terra, mentre dal suo naso cominciava a uscire copiosamente del sangue.
"Marco, basta! Ti sta uscendo il sangue. Smettiamola o finiremo per rovinare
tutto quello che abbiamo costruito. Siamo ancora in tempo. Se proseguiamo sarò costretta a farti veramente del male, e io non voglio arrivare a questo."
Fece un sorriso ironico, mentre cercava di alzarsi. "Ma sentila! Non vuoi farmi del male. Ma che gentilezza. Ora vedremo chi si farà del male", rispose, e dopo essersi rialzato si lanciò di nuovo contro di me. Era molto più attento adesso. Stava in guardia e non mi lasciava tutti quegli spazi come la prima volta. Ogni tanto faceva partire dei pugni verso di me che però riuscivo sempre a parare. Il vestito stretto poi non mi lasciava molto spazio nei movimenti con le gambe che erano il mio punto forte. Avrei dovuto tirarmelo su, ma avevo paura di abbassare la guardia, anche perché Marco non mi lasciava un centimetro di spazio. Non so per quanto tempo rimanemmo a confrontarci in quella maniera. Marco continuava a perdere sangue dal naso, ma continuava anche ad avanzare. Tutti i miei duri allenamenti però, stavano dando il loro frutto, e avevo parato tutti i suoi colpi senza che lui fosse mai riuscito nemmeno a sfiorarmi. Avevo la guardia ben impostata a difesa del viso e del seno, e lui aveva difficoltà nell'allungo. Essendo più alta, e avendo le braccia più lunghe delle sue, avrei potuto forse attaccarlo io ma, vista la situazione, me ne stavo prudente in attesa del momento giusto. Momento che arrivò quando cercò di cambiare sistema avventandosi su di me per cercare il corpo a corpo. Questo gli fu fatale perché ebbi il tempo di tirarmi su il vestito e di liberarmi le gambe. Caricai tutta la mia potenza sulla gamba sinistra, quella che sarebbe rimasta a terra e poi feci partire un calcio laterale con la gamba destra, portato con il piede a martello. Un calcio che mi riuscì perfettamente e che lo colpì violentemente sul fianco. Si trattava di un “middle kick”, uno dei colpi che mi riuscivano meglio. Marco accusò stavolta in maniera vistosa e fu costretto a fermarsi, piegandosi in due e ansimando. Aveva abbassato tutte le sue difese e io ormai ero in trance agonistico, senza neanche rendermi conto che il contendente di fronte a me fosse mio marito, fosse il mio adorato Marco, l'uomo della mia vita, il padre delle mie figlie. Decisi quindi di finirlo. Prima un gancio con il sinistro e poi un diretto col destro. Marco stavolta andò a sbattere contro il mobile dell'ingresso facendo cadere tutto quello che c'era sopra, e poi scivolò per terra. Non aveva più chance e indietreggiò impaurito. Una paura diversa da quella che gli avevo installato in quel periodo. Una paura… più vera.
"Basta, ti prego, hai vinto tu", mi disse, mentre avanzavo minacciosa verso di
lui. Non ero neanche riuscita a comprendere bene quello che aveva detto perché, oltre al naso, adesso sanguinava anche dalla bocca. Il labbro superiore era sicuramente rotto, l'occhio destro era tumefatto, e io avevo riacquistato tutta la mia baldanza e la mia sicurezza. Era stato più difficile delle altre volte, ma alla fine la lezione era stata ancora più dura. Ma non avevo terminato. Ancora una volta, più delle altre volte, sconfiggerlo mi stava creando delle sensazioni contrastanti. Di una sola cosa ero certa in quel momento, e cioè che stava crescendo dentro di me un'eccitazione sessuale senza precedenti che quasi mi obbligava a cercare il corpo a corpo.
Marco intanto continuava a indietreggiare sempre seduto per terra, aiutandosi con le braccia e con le gambe, mentre io avanzavo sempre più sicura di me. Pensavo che me l'avrebbe dovuta pagare cara questa ribellione, e che sarei stata ancora più dura in futuro con lui.
"Ti prego, non infierire. Lo riconosco, sei più forte. Puoi andare dove vuoi. Ti chiedo scusa." Aveva detto un sacco di cose in pochi secondi, farfugliando sempre più a causa del labbro rotto, e io mi misi a ridere.
"Ma davvero? Mi dai il permesso di uscire, allora?" ironizzai. Poi mi feci più
cattiva mentre Marco ormai si trovava a contatto con il muro e non poteva più
indietreggiare. "Forse non hai capito che io il permesso me lo prendo da sola. Io faccio quello che cazzo mi pare, e se tu ancora non l'hai capito significa che sei un idiota."
Accompagnai quest'ultima frase tuffandomi su di lui. La mia intenzione era quella di cercare il combattimento a terra. Ero più forte di lui e lo avrei afferrato in una presa di strangolamento e lo avrei obbligato a chiedermi pietà. Avevo vinto ma non mi bastava, volevo stravincere. Marco però stavolta fu più agile. Forse si aspettava una mossa del genere e riuscì per un secondo a sgattaiolare da un lato. Eravamo tutti e due in ginocchio a terra, a circa un metro di distanza. Il primo tentativo di bloccarlo non mi era riuscito, ma era solo questione di tempo perché non avrebbe potuto continuare a fuggire. Provai di nuovo, lanciandomi su di lui che però riuscì ancora una volta a evitare che lo prendessi, ma con la mano riuscii comunque ad afferrarlo per le gambe. Cercò di divincolarsi e la presa mi sfuggì. Per non farlo scappare fui costretta ad aggrapparmi ai suoi pantaloni della tuta, sfilandoglieli completamente. Fece un paio di metri allontanandosi da me e si rialzò, cosa che feci anche io. Eravamo di nuovo una di fronte all’altro. Lo guardai sbigottita. Lui nel frattempo s'inginocchiò ai miei piedi quasi piangendo, implorandomi con la voce rotta.
"Per favore, amore mio, non so cosa mi sia successo. Sono stato uno stronzo.
Come ho potuto pensare di batterti? Tu sei troppo superiore a me. Non succederà più, ma non picchiarmi ancora. Ti prometto che obbedirò a tutto quello che mi dirai, farò qualunque cosa per te. Ti amo disperatamente e non voglio perderti. Ho sbagliato una volta e non accadrà ancora. Te lo giuro, amore mio." Riuscivo ad ascoltare tutto quello che mio marito mi stava dicendo, ma la mia mente era
concentrata sul significato di quello che stavo vedendo e che non comprendevo appieno. Mille pensieri si agitavano tortuosi nella mia testa.
"Alzati", gli ordinai in modo perentorio. Marco obbedì, mettendosi le mani
davanti alla faccia per ripararsi, mettendo così ancora più in risalto quello che stavo osservando. Era in boxer, visto che i pantaloni glieli avevo sfilati, e a piedi nudi, in quanto le ciabatte le aveva perse durante il nostro
combattimento. Continuavo a osservarlo e infine capii. Capii tutto, tutto quello che mi era sfuggito in quei due lunghi anni per la mia ingenuità e per la mia voglia di non vedere il vero significato di tutto quello che era accaduto tra di noi.
"Perché ce l'hai dritto?" gli chiesi, mentre la rabbia cominciava a invadere
il mio intero corpo.
"Non capisco", ribatté Marco, cambiando il tono di voce supplichevole che aveva usato fino ad allora, con un tono quasi normale.
"Dimmi per quale motivo hai il cazzo dritto. Non abbiamo fatto nessuna lotta
corpo a corpo che lo giustifichi."
"Non lo so. Forse sarà qualche strana reazione", cercò di giustificarsi.
"No, tu lo sai benissimo," feci. "e ora ho capito tutto anch'io."
"Aspetta, Patty, non giungere a conclusioni affrettate. Posso spiegarti tutto,
non è quello che credi."
Semmai avessi avuto qualche dubbio, quella frase me li aveva tolti del tutto. Era diverso Marco. Aveva cambiato pelle, e solo allora mi rendevo conto di quanto fosse stato falso in precedenza.
"Non è quello che credo? Vuoi dire che non ti ecciti se ti prendo a botte? Non ti ecciti se io ti do ordini? Vuoi dire che in tutto questo tempo tu non hai cercato di combattere contro di me a ogni costo? E che forse mi hai lasciato anche vincere facilmente?"
"No, ascolta, ti prego. Tu sei forte veramente. E' vero, ti ho facilitato la
cosa perché mi piaceva avere una moglie forte alla quale obbedire, e più mi
battevi più diventavi brava sul serio, diventando sempre più autoritaria e
sicura di te stessa. Tu non puoi capire, io ho bisogno di tutto questo. Ne ho
bisogno come l'aria che respiro."
Mi avventai su di lui spingendolo sul petto. "Tu dovevi dirmelo. Avevi il dovere di mettermi al corrente di queste tue fissazioni. Io avrei accettato, sarei diventata quella che tu volevi perché ti ho sempre amato, e avrei fatto qualunque cosa per te. Tu invece mi hai ingannata. Mi hai preso per il culo per due anni, mi hai manovrata come se fossi un burattino e tu il burattinaio, facendomi credere di essere diventata una specie di forzuta mentre invece ero semplicemente una povera idiota che si è fatta abbindolare. Dimmi, ti sei sentito bravo? Sei stato fiero di quello che avevi creato? Ora capisco tante cose. Capisco perché in palestra non era così facile quando combattevo con i maschi. Capisco anche perché non hai voluto che dimostrassi la mia forza con Massimo, ad esempio. Io pensavo che l'avrei battuto con facilità essendo lui la metà di te, e invece non sarebbe stato così. Tutte quelle frasi "tesoro, fai kick-boxing, tesoro fai judo, tesoro fai pesi". Tesoro un cazzo.”
"Non è proprio così, credimi. Si, è vero, sono riuscito a farti diventare
quella che volevo io, ma guardati. Sei forte veramente, e stasera mi hai battuto sul serio. Ero completamente nelle tue mani. Guarda come mi hai ridotto. E poi lo sport ti ha fatto bene, sei diventata bellissima."
"E dovrei crederti? Forse sono falsi anche tutti i complimenti che mi hai
fatto. Ormai con te non so più cosa è vero e cosa è falso."
"Quello che è sempre stato vero è il mio amore per te. Avrei voluto dirtelo, ma vedevo che piaceva anche a te tutta questa situazione, e non ho mai trovato il coraggio. Avevo paura che non avresti capito."
Mi voltai, mentre le lacrime ormai scendevano a dirotto dal mio viso, e non
volevo che mi vedesse in quello stato. Guardai l'orologio appeso in cucina e
mi accorsi che erano trascorsi pochi minuti, forse neanche un quarto d'ora, e
la mia vita era cambiata, cambiata per sempre. Dovevo uscire, mi mancava l'aria, e ancora facevo in tempo ad arrivare puntuale all'appuntamento.
Mi spogliai e mi misi in doccia. Avevo il rimmel che mi colava dagli occhi, ed ero complessivamente uno straccio. Pazientemente mi truccai di nuovo appena uscita dalla doccia, e diedi uno sguardo al mio vestitino color sabbia, rendendomi conto che, miracolosamente, era rimasto intatto, e quindi lo indossai nuovamente. Marco si avvicinò a me con l'aria del cane bastonato.
"Ti prego, amore, non andartene, non lasciarmi", m’implorò.
"Non mi toccare," gli urlai, piena di rabbia. "Ora io esco. Devo riflettere." Aprii la porta di casa e poi la richiusi pesantemente dietro di me.
Mentre guidavo per andare al luogo dell'appuntamento, ripensavo a tutto quello che era accaduto in quei due anni. Mi aveva mentito, mi aveva ingannata, mi aveva manovrata a suo completo piacimento, e io avevo creduto a tutto. Ma me l'avrebbe pagata. Oh, se me l'avrebbe pagata. Ancora non avevo idea di come, di quello che avrei fatto per vendicarmi, ma l'avrei fatto. Forse me ne sarei andata da casa, dovevo rifletterci bene. Non mi interessava tanto il fatto che fosse un masochista, almeno così credevo in quel momento, data la mia totale ignoranza sull'argomento. Quello che non riuscivo a sopportare erano state le sue menzogne. Due anni, due anni a raccontarmi bugie, ma soprattutto due lunghi
anni a plasmarmi, a farmi diventare quella che lui voleva che fossi, senza
avere il coraggio di confrontarsi con me, di confidarsi con sua moglie. Anzi,
in questo caso gli anni erano molti di più. Aveva sempre finto. Con me, con gli amici, con tutti. Mi aveva fatto credere di tutto in quei due anni, e in quel momento non sapevo più neanche chi io fossi realmente. Quello che più mi imbestialiva era il fatto che fosse riuscito nel suo intento. Mi aveva cambiata, ed ero diventata proprio quella che lui voleva. Mi odiavo per questo.
Arrivai al ristorante cercando di essere me stessa, ma si vedeva lontanamente che qualcosa era successo. Ascoltavo tutte le altre donne parlare del loro lavoro, dei figli, di uomini, e io avevo stampato in faccia un sorriso idiota che non riuscivo a togliermi, ma non riuscivo a partecipare a nessuno dei loro discorsi. Continuavo a pensare a quello che era accaduto. E ora cosa avrei dovuto fare? La cosa più logica era quella di prendermi le bambine e scappare lontano da lui. O forse, meglio ancora, avrei cacciato lui a calci nel culo. Sì, avrei fatto quello. Non le avrei fatte crescere con un depravato, con il rischio che avrebbe potuto plasmare anche loro.
Finimmo la cena, anche se io toccai ben poco cibo con lo stomaco che mi si era completamente chiuso, e mi alzai salutando la parentela, scusandomi per non essere stata una buona conversatrice a causa di un violento mal di testa. Ripresi la macchina e, meccanicamente, guidai fino sotto casa. Mi accesi una sigaretta, ma rimasi dentro la macchina a fumare e a pensare. Cosa volevo veramente? Non riuscivo a essere sincera con me stessa. Sapevo che quei due anni erano stati meravigliosi. Tutte quelle sensazioni che avevo provato erano state talmente intense che sarebbe stato quasi impossibile per me riviverle in un altro luogo e con un'altra persona. Mi sarebbe bastato rientrare in casa per riaverle quando volevo. Marco era a casa, disposto a tutto per me, e questo mi faceva sentire pazzesca. Ma non riuscivo a decidere, non riuscivo a capire cosa
volessi realmente. Lui non l'avrei perdonato di sicuro. Almeno non immediatamente. Mi sentivo talmente ferita per ciò che mi aveva fatto che forse avrei preferito un tradimento. Ma dovevo capire cosa era meglio per me.
Poco prima l'avevo giudicato un depravato, ma mi resi conto che sbagliavo di
grosso. Perché se lo fosse stato lui, lo ero anch'io. Non potevo continuare a
negare a me stessa che tutto quello che avevamo vissuto in quei due anni mi era piaciuto da impazzire. Il sesso era stato splendido, e io stessa avevo piacere a metterlo sotto di me, a dargli degli ordini, e ad aspettare che fossero eseguiti. Io cos'ero allora? Certo, io avevo almeno la scusante della buona fede. Ma sarei stata capace di rinunciare a tutto quello? Sarei stata capace di rinunciare alla sensazione impagabile di vedere mio marito docile e obbediente al mio cospetto? Oppure di vederlo mentre, tremante, lo avrei costretto a chiedere la mia pietà? Oppure nel tornare a casa e vederlo affaccendato nei lavori domestici? Sgridandolo con superiorità se questi fossero stati effettuati in modo sbagliato? Ma soprattutto, potevo rinunciare alla voglia animalesca di fare sesso che mi possedeva dopo averlo sconfitto? No! Erano tutte sensazioni che volevo continuare a provare, che volevo addirittura intensificare. Avevo assaporato l'ebbrezza del potere, e ormai non ci potevo più rinunciare, anche se questo avrebbe voluto dire che sarei dovuta tornare con lui. Dovevo però capire diverse cose ancora. Quanto fossi forte realmente, tanto per cominciare. Ero sicura di averlo sconfitto sul serio quella sera, senza aiuti da parte sua. Era stato più difficile ovviamente, ma io ero più forte di lui, ne ero sicura, e lo sarei diventata sempre di più con il ritmo di allenamenti che tenevo in quel periodo. Dovevo capire anche cosa fosse e cosa volesse Marco. Lo avevo etichettato come masochista, ma forse non era la realtà. Aveva sostenuto infatti che voleva obbedire a una moglie forte, mentre invece non mi sembrava così incline al dolore fisico. Avrei dovuto informarmi meglio, quella era una realtà che mi era completamente sconosciuta. Tutto questo sempre se avessi preso la decisione di tornare a casa.
Gettai la sigaretta dal finestrino e mi misi la testa tra le mani. Continuavo a riflettere, ma in realtà avevo già deciso da un bel pezzo. Mio marito voleva una moglie forte che lo costringesse a obbedire? Voleva scodinzolare come un cagnolino? Voleva adorarmi come se fossi una divinità? Ebbene, avrebbe avuto tutto questo, ma non sarebbe stato come credeva e sperava. Ancora non sapevo come, ma me la doveva pagare per quello che mi aveva fatto. Quello era il mio chiodo fisso. Vendetta! Scesi dalla macchina e m'incamminai verso casa.
Avevo ancora le idee confuse su parecchie cose, ma avevo anche diverse certezze. La donna che era uscita di casa sbattendo la porta era una donna ferita, in un certo senso annichilita, alla quale erano state tolte tutte le certezze sulle quali aveva basato la propria vita. Quella che invece stava rientrando era invece consapevole che stava per iniziare un nuovo corso della propria vita, una vita che avrebbe potuto essere prodiga di soddisfazioni, forse ancora maggiori di quelle avute fino a quel momento.
Aprii il portone del palazzo, arrivai all'ascensore e mi guardai nello specchio. Non ero certo male, anche se non stavo al massimo della forma. Mi osservai meglio. No, ero davvero bella. Bella da far girare la testa a qualunque uomo avessi voluto. Mi sistemai i capelli, mi rimisi il rossetto, mi sistemai il mio adorabile e striminzito vestitino, e infine spinsi il tasto che mi avrebbe portata al mio piano. Da quel momento in poi avrei dovuto lavorare molto di fantasia, ma quella non mi era mai mancata, e già avevo una vaga idea di come mi sarei dovuta proporre con mio marito. Mi leccai le labbra sensualmente come se avessi l'acquolina. Forse, da tutto ciò che era accaduto quella sera, sarebbe potuta nascere una situazione molto divertente. Non so se avrebbe potuto esserlo completamente anche per lui, ma di sicuro lo sarebbe stato per me.
Continua



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2026-05-27
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