La vita di Patty Capitolo 17

di
genere
dominazione

L’ennesima dimostrazione del mio potere assoluto nei confronti di Marco la ebbi qualche giorno dopo. Quella sera tornai a casa dopo la palestra come facevo abitualmente. Devo dire che, quando suonai il campanello, ero notevolmente su di giri. Sapevo che saremmo rimasti da soli, immaginavo anche quello che sarebbe accaduto e, naturalmente, ero eccitata al solo pensiero. Avevo pensato per tutto il pomeriggio a quello che avrei potuto fare, a quali scuse inventarmi per potermi togliere, per un'altra volta ancora, la soddisfazione di poter fare la lotta con mio marito e poterlo quindi battere, senza essere riuscita a trovare qualcosa di credibile e stavo riflettendo sulla situazione. Ma, ancora una volta, mi venne in aiuto Marco. Quando mi venne ad aprire lo trovai con l'accappatoio addosso, e un lago che sembrava si fosse formato nel nostro bagno con impronte di piedi dappertutto.
"Cos’è questo casino?" tuonai, appena entrai in casa, e dopo essermi resa conto del disordine che regnava.
"Tranquilla, amore, ora sistemo tutto io."
"Vorrei ben vedere," risposi in modo sprezzante. “E per cena cos'hai
preparato?" proseguii, memore del fatto che ormai tutti i lavori domestici toccavano a lui.
"Veramente… devo ancora preparare", mi rispose balbettando.
"Cosa? Non ci credo. Non posso pensare che tu ancora non abbia preparato la
cena", urlai, dirigendomi in cucina dove effettivamente ancora non c'era nulla
di pronto, né, tantomeno, c'erano cibi a cucinare. Avevo trovato la scusa adatta.
Ora mi avrebbe sentito. Tornai da lui e lo presi per l'accappatoio.
"Che cazzo hai fatto tutto il pomeriggio? Non credi che quando torno a casa
abbia il diritto di trovare la cena pronta?"
Ormai pensavo che tutto mi fosse dovuto. Speravo addirittura che lui si ribellasse. Invece abbassò la testa.
"Si, certo, tesoro. Non succederà mai più. Purtroppo oggi ho perso un sacco di tempo per accompagnare le bambine dai tuoi. Si sono messi a chiacchierare, e non potevo andarmene senza passare per un ignorante." Non mi guardava neanche
in faccia. Sembrava visibilmente impaurito, e sospirava a ogni frase. Atteggiamento che a me mandò su di giri. Marco aveva visibilmente paura della mia reazione. Non mi domandai se fosse giusto o meno. A me quella situazione eccitava da morire.
"Non me ne frega niente quello che fai, basta che quando ritorno a casa sia
tutto a posto e in ordine", insistetti. Ancora una volta ce l'avevo di fronte
a me, tremante di paura, a donarmi quella splendida sensazione che ormai
cominciavo a riconoscere. Ci pensai solo un attimo. Non potevo resistere a quella tentazione. Sapevo che stavo sbagliando, ma non potevo frenarmi. Non mi bastava che lo avevo sgridato, non mi bastava che gli avevo dimostrato la mia supremazia psicologica, avevo bisogno di dimostrargli anche quella fisica. Ne avevo un bisogno quasi fisico. Avevo le mani ancora sul suo accappatoio, quasi come se fosse una presa sul kimono, e l'occasione per dargli una lezione era troppo ghiotta. Alzai il piede sinistro e poi, aiutandomi proprio con la presa sull'accappatoio, gli feci perdere l'equilibrio toccandolo sul suo ginocchio destro, attuando così una delle mosse che meglio mi riuscivano, ovvero la . Marco fece un capitombolo cadendo di schiena. A quel punto, se fosse stato un combattimento, avrei dovuto gettarmi su di lui per proseguire la lotta immobilizzandolo, ma ero impossibilitata a causa del mio abbigliamento. Portavo un jeans in cotone nero talmente aderente che, se avessi fatto una mossa del genere, si sarebbe strappato sicuramente, senza contare le mie scarpette con un bel tacco 10. Lo feci quindi rialzare e Marco scappò, appiattendosi addosso al muro, dall'altro lato rispetto a dove mi trovavo io.
"Ti prego, farò quello che vuoi tu, Patty. Lo so che sei più forte di me, e
ti sto dimostrando da tempo ormai che faccio esattamente quello che mi chiedi.
Ma per favore, non mi menare."
"Vieni qua", gli ordinai seccamente.
"Per favore, amore."
"Ti ho detto di venire qua, e se non lo fai immediatamente, allora sì che mi
vedrai incazzata. Oppure preferisci che venga io a prenderti?"
Marco si avvicinò. Non poteva fare altrimenti. Appena mi fu a tiro, lo colpii con un potente manrovescio che lo fece indietreggiare di alcuni metri, aprendogli anche una ferita sul labbro. Dopodiché lo afferrai per il mento sbattendolo contro il muro.
"Vediamo se la lezione di oggi ti servirà a qualcosa. Le cose fra noi due sono cambiate, mio caro. Le parti si sono invertite. Io comando e tu obbedisci. E' semplice, no?"
"Si, amore mio. Ti giuro che non volevo mancarti di rispetto. Cercherò di
fare tutto quello che mi chiedi. Dammi solo un po' di tempo per abituarmi a fare tutte le faccende di casa e a capire bene quello che tu desideri. Io voglio solo che tu sia soddisfatta di me."
"Bene, Marco. Vedrai che andremo d'accordo, allora. Perché, in caso contrario, tu potresti rischiare di perdermi. E tu non vuoi che questo accada, non è vero?"
"No che non lo voglio. Non potrei neanche immaginare la mia vita senza di te.
Tu per me sei la donna più bella che esista al mondo e io, malgrado le botte
che ogni tanto mi dai, mi ritengo l'uomo più fortunato del mondo solo per stare accanto a una donna di livello superiore come te."
Una donna di livello superiore… Ormai mi ci sentivo davvero, almeno nei confronti di mio marito.
"Quelle non sono botte, Marco, sono semplici avvertimenti per farti capire
cosa ti potrebbe succedere se tu non facessi quello che io ti ordino,” gli dissi in modo duro. “Tu non hai la minima idea di cosa potrei farti davvero."
"Me lo immagino. Mi sento così indifeso di fronte a te. Io non sono debole, ma tu sei troppo superiore a me. Sei eccezionale, e lo sei in tutto quello che fai."
Sorrisi sicura di me stessa. "Bravo, così mi piaci. Dunque, cosa devi fare quando torno a casa?”
“Devo farti trovare tutto pulito e la cena pronta.”
“E lo farai?”
“Si, certo che lo farò.”
“Molto bene. Hai detto anche che mi trovi anche bellissima o sbaglio?"
"Bella da impazzire. Starei ore solo a guardarti."
"E allora guardami!" feci, togliendomi la magliettina che avevo indosso. Ero
stata spietata, e un po' mi dispiaceva, ma era tutto così eccitante. Non pensavo neanche quello che gli avevo detto. Mi ero voluta spingere oltre per capire fin dove sarei potuta arrivare, e sembrava che non avessi limiti. Qualunque cosa gli avessi detto di fare, lui l'avrebbe fatta. L'avrebbe fatta per paura, visto che ero talmente più forte di lui da poterlo, se avessi voluto, riempire di botte, e l'avrebbe fatta perché era talmente innamorato di me che il solo pensiero di perdermi lo avrebbe fatto impazzire. Invece, io avevo detto quelle frasi perché ogni parola che mi usciva dalla bocca raddoppiava la mia eccitazione e la mia voglia, già al culmine per averlo di nuovo percosso.
"Oh, mio Dio, quanto sei bella", esclamò intanto Marco, osservandomi con gli occhi di fuori.
"Avanti, toglimi il reggiseno", gli ordinai.
Mio marito fece muovere le sue mani slacciandomi il reggiseno che cadde per terra. Gli misi poi le sue mani sul mio seno e iniziai a baciarlo. Mi appiattii a lui, sentendo la sua erezione palpitare, e gli slacciai l'accappatoio. Aveva ancora un fisico niente male. Non era palestrato, credo che non ci avesse mai messo piede in palestra, ma era comunque in forma grazie al suo calcetto. Mi chiesi come fosse possibile che io fossi nettamente più forte di un uomo con due spalle del genere, e mi vennero in mente i dubbi espressi da Daniele. Ma, del resto, parlavano i fatti. Io ero superiore a mio marito sul piano della forza fisica, e lui tremava di paura davanti a me. Quel pensiero però, durò solo una frazione di secondo. Tutti i miei sensi, tutta la mia mente, erano indirizzati alla voglia di fare sesso con Marco. Ma prima di prendermi Marco, esigevo un’altra cosa. Facendo appello a tutta la mia sensualità, cresciuta in maniera esponenziale negli ultimi tempi, mi tolsi anche il mio aderentissimo pantalone, facendolo scivolare a terra.
Poi gli indicai il pavimento. Non c’era nemmeno bisogno di dare ordini a voce. Mi bastava un cenno per farmi obbedire. Infatti Marco fece subito quanto gli avevo richiesto, mettendosi in ginocchio davanti a me. Gli presi la testa, indirizzandola verso la mia fica bagnata e desiderosa. Lui aveva capito. Delicatamente iniziò a baciarmi tutta la zona, partendo dall’interno cosce per risalire fino all’ombelico. Poi di nuovo giù. Respiravo affannosamente e sempre più eccitata, mentre mio marito faceva scendere il mio minuscolo perizoma per poi iniziare a leccarmi il clitoride. Non resistetti nemmeno un minuto. La mia voglia era tanta che esplosi quasi immediatamente nel primo orgasmo. E non un orgasmo normale, ma qualcosa che mi squassò il corpo intero. E pensare che prima di provare quelle sensazioni ero piuttosto lenta a trovare l’orgasmo, e spesso nemmeno ci riuscivo. Lo feci rialzare, e gli afferrai il cazzo. Era l’oggetto che avrebbe dovuto donarmi altro piacere. Lo condussi in camera da letto, e mi posai sopra di lui. La cena poteva aspettare.

Fu ancora una volta splendido, così come furono meravigliosi i nostri incontri in seguito. Per due volte alla settimana diventavamo amanti focosi, sempre dopo aver fatto la lotta. Non potendo trovare ogni volta delle scuse diverse e banali, lo obbligavo a lottare con me dicendogli che avevo intenzione di allenarmi. Stranamente Marco non si tirava mai indietro del tutto.
Esitava, ma poi accettava. Inutile dire che più passava il tempo e più lo
battevo con facilità. Evitavo accuratamente i colpi e le mosse della
kickboxing che gli avrebbero potuto far molto male, per concentrarmi solo sul
judo e sulla mia forza fisica. In tal modo c'era anche il contatto fisico che mi piaceva senz'altro di più, e che aiutava Marco ad avere un'eccezionale erezione fin da subito. Ogni volta si terminava infatti per terra, e io mi abbarbicavo sopra di lui immobilizzandolo o facendogli una dolorosa leva articolare. In entrambi i casi aspettavo che mio marito si arrendesse per smettere. Quello era il segnale che era tutto terminato e potevamo iniziare a fare sesso. In quel periodo non so come considerassi esattamente quei momenti. Se si trattava di un gioco o della pura e semplice realtà, ma non mi andava di andare a fondo alla questione. Quelle situazioni c'erano, erano reali e mi piacevano. Punto. Anche il fatto che mi dimostravo nettamente più forte di lui lo reputai quasi ovvio. Non era solo una questione di mosse di arti marziali. Mi bastava afferrargli la mano, stringergliela, e lui urlava dal dolore, regalandomi sensazioni straordinarie di potere. Negli altri giorni della settimana le cose cambiavano relativamente. Non c'era la lotta e non facevamo sesso, ma lui era completamente succube di me, devoto e innamoratissimo, talvolta patetico, ma comunque sempre pronto a soddisfare ogni mio desiderio.
Ormai mi chiedeva il permesso per fare qualunque cosa: giocare a calcetto,
vedere la sua squadra del cuore o il Gran Premio in televisione, e anche scegliere il programma da vedere la sera. Gli concedevo tutto. Del resto non mi interessava negargli cose del genere. Perché mai avrei dovuto farlo? Ma il semplice fatto che lui chiedesse il mio permesso era straordinario. Naturalmente, se la cosa m'interessava, allora non c'era dialogo. Quindi, se volevo andare a vedere un certo film, si andava a vedere quello, se volevo sentire la mia musica in macchina, invece del suo rock spacca timpani, si ascoltava quello che io preferivo. Diverso era invece il caso quando si stava insieme ad altri, in particolar modo ai nostri amici. Marco, in quei casi, diventava di nuovo il ragazzo che avevo conosciuto, sicuro di sé, anche se non più autoritario come lo era stato in precedenza. Immaginai che avesse timore di comparire davanti ai suoi amici come l'uomo timoroso che era diventato, e lo lasciavo fare. Non m'interessava. Anzi, non mi dispiaceva tornare a essere, per brevi periodi, la ragazza di un tempo. Appena tornavamo ad essere soli però, il piacere di dargli degli ordini si instaurava dentro di me. Era più forte di me, non riuscivo a rinunciarci. Mi piaceva vederlo docile come un agnellino, mi piaceva vedere in che modo mi osservava e come, senza mai chiedere spiegazioni, mi obbedisse ciecamente. Una volta però accadde una cosa che avrebbe dovuto farmi aprire gli occhi, occhi che invece, rimasero maledettamente chiusi. Era un'allegra domenica a cavallo tra Natale e capodanno che stavamo trascorrendo a casa di una coppia di nostri amici. Noi ragazze avevamo giocato a carte insieme ai nostri uomini fino a una mezz'ora prima. Ci giocavamo ben poco, e alcune delle donne lo facevano malvolentieri, non amando affatto il gioco delle carte. Io, al contrario, ero più predisposta, e non mi facevo pregare, in quei giorni, di mettermi seduta al tavolino. Quando però, alcune donne si alzarono dal tavolo per sopravvenuta noia, fui costretta a farlo anch'io per solidarietà femminile. Anche gli uomini fecero una pausa in modo che potessimo fare tutti quanti un break con bevande calde, panettone e torrone a volontà. Mentre stavamo preparando un buon cioccolato caldo, il discorso di noi donne andò sulla sera di capodanno, e di cosa avremmo avuto il piacere di indossare. Dopo i tentennamenti dell’anno precedente, per quel capodanno avevo deciso di darmi alla pazza gioia, e avevamo prenotato in un locale molto in che ci era costato un occhio della testa. Inutile sottolineare come io, in quell’occasione, volessi essere bellissima. Nel negozio dove lavoravo non c'era niente che mi piacesse per quella sera, ma avevo visto un abitino delizioso in un altro negozio a pochi metri dal mio. Era tutto nero, con delle spalline strette, scollato da morire e corto da infarto, ideale proseguimento di quello azzurro cobalto indossato sulla nave da crociera che aveva lasciato allibiti il resto della nostra combriccola un anno e mezzo prima. Con la sostanziale differenza che quel tempo trascorso aveva reso il mio corpo decisamente più armonioso e tonico. Marco sarebbe impazzito a vedermelo indosso. Lo volevo e avevo già deciso che il giorno seguente sarei andata a comperarlo. Anche perché, da collega, la proprietaria mi avrebbe fatto un maxi sconto. Quando toccò a me descrivere l'abito, le altre donne rimasero un po' perplesse. Intendiamoci, nessuna di loro era una santa, ma sembrava che solo quello che facevo io fosse da ritenersi sconsiderato. Rosa, sempre lei, mi guardò con aria schifata.
"Scusa, Patty, non per farmi i fatti tuoi, ma non ti sembra di esagerare?
D'accordo che adesso ti rimuovi come una diva, ma sembra che tu lo faccia
apposta per mettere tutte noi in difficoltà."
Stavo per risponderle di brutto. Volevo dirle che erano state tutte loro a trattarmi per anni come se fossi un'appestata, e che adesso mi prendevo una rivincita. Si, forse lo facevo anche per loro, oltre che per me e per Marco. Ma quando stavo per aprire bocca per cantargliele come avrei voluto, un'altra delle ragazze s'inserì nel dialogo.
"Ma tuo marito è d'accordo che ti presenterai a capodanno conciata in quella
maniera?"
Era troppo e risposi di getto. "A parte che io non mi concio, ma mi vesto. E poi non sta a Marco decidere quale vestito dovrò indossare. Sono abbastanza grande per decidere da sola. Non sono come tutte voi che fate finta di pendere dalle labbra dei vostri mariti, e poi di nascosto fate quello che vi pare. Io lo affronto faccia a faccia."
Anche gli uomini, che all'inizio non avevano partecipato alla discussione, si
inserirono per evitare che il bisticcio degenerasse. Uno di loro, Massimo,
uno dei più vecchi amici di mio marito, per gettare acqua sul fuoco e per
prenderla sullo scherzo si rivolse a tutte noi.
"Piantatela! Sembrate delle oche che starnazzano. E poi, ragazze, non vi
conviene litigare con Patty. Questa fa karate."
"Non pratico karate," risposi piccata. "Faccio judo e kickboxing. Sono due cose diverse. L'unica cosa che hai detto giusta è che non conviene litigare con me."
Massimo e gli altri uomini mi guardarono perplessi. Avevano pensato che avrei
risposto in maniera diplomatica, e invece ero stata brusca.
"Beh, immagino che, grazie ai tuoi allenamenti, sarai più forte delle altre ragazze. Mi sembra abbastanza scontato. Però non mi sembra il caso di farlo pesare in questo modo", riprese ancora il solito Massimo, cercando di
placare gli animi.
"Non solo delle ragazze, ma anche di tutti voi." Ero fuori di testa. Non avrei dovuto dire quella frase, ma proprio non riuscivo ad avere un briciolo di autocontrollo.
Ancora una volta l'amico di mio marito rimase perplesso, molto più di prima, ma io ero talmente sicura di me stessa che avevo abbandonato ogni forma di diplomazia. D'altronde, Massimo era notevolmente meno robusto di Marco, anche se leggermente più alto e, considerando la facilità con la quale mettevo sotto mio marito, pensavo che sarebbe stato un gioco da ragazzi dimostrargli che stavo dicendo la verità.
"Non ti sembra di esagerare, Patty? Sono sempre un uomo e mi sembra assai
improbabile che tu..."
Mi alzai andandogli di fronte." Non tollero essere considerata come una bugiarda," lo interruppi. "Vuoi mettermi alla prova?"
Gli animi si erano ormai surriscaldati. Io mi ero alzata ed ero pronta a
qualunque evenienza. Certo, non avevo intenzione di scatenare un parapiglia,
ma soltanto dimostrare a tutti quanti quanto valessi veramente. Anche Massimo
sembrava disposto ormai ad accettare la sfida per darmi una lezione, così
come tutti gli altri sembravano curiosi di vedermi all'opera. Ma fu Marco che
interruppe tutto.
"Ma siete impazziti tutti quanti? Non permetterò mai che mia moglie e uno
dei miei più cari amici si sfidino. Mica stiamo all'Ok Corral. Piantatela e
torniamo a fare quello che facevamo prima."
Come per incanto la tensione si stemperò. Ho già avuto modo di dire quanto le parole di mio marito contassero all'interno del gruppo, e anche quella volta furono recepite immediatamente. Io però non ero soddisfatta. Ero perfino indecisa se fargliela pagare o meno una volta rimasti da soli. Quello che non riuscivo a capire era perché si fosse intromesso. Non avremmo mica dovuto fare una rissa, mi sarebbe bastato far capire a tutti quanti ciò che ero in grado di fare. Ad esempio un braccio di ferro dove avrei ridicolizzato Massimo. Lo avevo fatto qualche volta con Marco e lo avevo stracciato. Nemmeno ci mettevo tutto l’impegno possibile. Lo guardavo, sorridevo, mi osservavo le unghie dell’altra mano, e poi mi bastava forzare un po’ per vincere, aumentando ancor di più la consapevolezza in me stessa. Mi riusciva quindi strano capire il comportamento di Marco, anche perché lui era sempre così orgoglioso di me, e una mia vittoria nei confronti di Massimo, che consideravo del tutto scontata considerando la differenza di stazza con mio marito, lo avrebbe dovuto rendere ancora più orgoglioso. Davanti a tutti poi. Quel pomeriggio terminò poi senza altri incidenti, e il giorno seguente andai a comprare il vestitino che avevo adocchiato. Quando arrivò finalmente capodanno, ci misi sotto un bel paio di décolleté con il tacco chilometrico che mi avrebbero fatta svettare su tutti, e sopra un grazioso cappottino nero che presi invece dal mio negozio. Avevo fatto i colpi di sole dal parrucchiere e mi ero fatta truccare. Avevo abbandonato il mio taglio a caschetto ma avevo lasciato il colore che ormai avevo optato per il biondo, e i capelli mi scendevano sulle spalle. Non come quando ero adolescente, ma erano ormai abbastanza lunghi, e mi stavano perfetti. Quando mi guardai allo specchio pensai che non mi ero mai vista così bella. Anche Marco rimase senza fiato. Dio quanto mi piaceva quello sguardo, tutte quelle frasi che mi ripeteva in continuazione, tutte cose che avrebbero dato la felicità a ogni donna, a ogni moglie. Io però volevo anche qualcosa in più. Volevo stroncare tutte le altre donne del gruppo. E’ inutile dilungarsi su quella notte. Mi isolarono completamente, ma sapevo che stavano schiattando d'invidia. Io le ripagai della stessa moneta, ignorandole quasi completamente, rivolgendo loro la parola solo lo stretto necessario, sempre con un sorriso smagliante, dando la sensazione di non avercela affatto con loro. Per il resto dedicai quel capodanno, che decretava la fine del 1998 e l’inizio del 1999, esclusivamente a Marco, ballando e flirtando con lui che non aveva occhi che per me. Ci fermammo persino in mezzo alla sala durante un ballo lento a baciarci come due ragazzini. Volevo che vedessero il nostro grande amore. O forse volevo che si rendessero conto soprattutto di quanto Marco mi adorasse, e riuscii pienamente nel mio piano. Da allora, di comune accordo con mio marito, decidemmo di limitare molto le nostre uscite con loro. La cosa strana fu che proprio Marco mi chiese di dedicare più tempo a noi due, senza avere l'obbligo di uscire con gli amici. Avrei potuto anche obbligarglielo, ma non me l'ero mai sentita di fare una cosa del genere, fino ad allora. Erano i suoi amici d'infanzia, con loro aveva condiviso tutto, mi sarebbe sembrata pura cattiveria. A me invece, non sembrava vero. Per prima cosa mi sarei tolta dalle scatole gente che, in fondo, non mi aveva mai tollerata del tutto, per secondo motivo avrei avuto invece la possibilità di trascorrere più tempo con lui. E per me questo significava soprattutto più tempo per stare insieme a mio marito e godere del potere che avevo acquistato su di lui. Non sapevo allora che stava per arrivare il momento in cui tutto sarebbe venuto alla luce facendomi vedere le cose nella loro giusta dimensione.




scritto il
2026-05-24
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