La vita di Patty Capitolo 26

di
genere
dominazione

Mentre facevo quei ragionamenti, vedevo Marco piuttosto nervoso. Ciononostante non disse nulla, e si allontanò di qualche metro da me. Sapevamo entrambi che non aveva alternative, e che avrebbe dovuto lottare seriamente. Anche se avevamo lottato numerose volte, per me era come se fosse la prima. Le volte precedenti mi bastava prendergli le mani e imporre quella che, ingenuamente, credevo fosse la mia forza superiore, e quindi bloccarlo in qualche presa di judo. A parte l'ultima volta naturalmente, dove avevo fatto uso di calci e di pugni. Per quella sera invece, decisi semplicemente di attendere gli eventi. Avevo molte frecce nel mio arco. Sapevo lottare a distanza grazie agli allenamenti della kickboxing, ma sapevo anche far bene nel corpo a corpo con il judo, e anche nella forza fisica non mi sentivo inferiore a lui. Erano mesi che mi allenavo con Daniele con i pesi e, oltre a togliere alcuni inestetismi come la pancia, avevo tonificato gambe e braccia, acquistando una forza fisica ben superiore a quella di una donna normale, riuscendo a sollevare pesi notevoli, probabilmente dello stesso livello, o addirittura leggermente superiori, a quelli che avrebbe potuto sollevare un uomo medio non allenato. Marco però aveva un fisico forse superiore alla media, e quindi sul piano della forza bruta probabilmente non potevo ancora competere contro di lui, anche se per mesi avevo creduto ingenuamente di essergli superiore anche sotto quel punto di vista, ma per il resto non poteva essere considerato un uomo avvezzo alla lotta. Forse quando era un ragazzino o un adolescente aveva potuto lottare o prendersi a pugni, come quasi tutti i maschi di quell'età, ma da quando lo conoscevo io questo non era mai accaduto, e nelle poche discussioni che aveva avuto, aveva sempre privilegiato la parola e il buon senso.
Io mi misi in posizione, mentre Marco, inizialmente, rimase con le braccia attaccate al corpo, incapace probabilmente di scegliere in che modo comportarsi. Attaccare? Difendersi? Dopo qualche secondo però lo vidi stringere i pugni e avvicinarsi a me. Io ero pronta. Assaggiai la sua guardia sferrando un paio di , cioè dei pugni portati con la mano sinistra, quella che tenevo a guardia del viso, e mi resi immediatamente conto che mio marito era decisamente penetrabile. Dopo pochi secondi fintai di nuovo col sinistro e invece partii con il destro, ovvero con un , caricando bene il colpo per prenderlo con potenza sul torace. Marco si accorse troppo tardi che il mio era soltanto uno specchietto per le allodole e il mio diretto lo prese in pieno. Erano trascorsi solo pochi secondi e Marco era già piegato in due, con il mio pugno che gli aveva tolto il fiato. A quel punto mi avvicinai velocemente a lui. Erano tre giorni che pensavo a questo momento. Avevo trascorso l'intera giornata di quel sabato pensando se mi potessi considerare veramente più forte di mio marito, pensando se meritassi davvero che lui mi obbedisse. Per me era di basilare importanza. Solo dopo avergli dimostrato la mia reale superiorità sarei potuta diventare la sua padrona. Perché avevo deciso che la mia dominazione doveva essere autentica e non un gioco. Dovevo quindi dimostrarlo a me stessa e poi a lui. Arrivata davanti a lui, gli presi il collo da dietro con la mia mano destra e, contemporaneamente, alzai il ginocchio destro spingendogli la testa, mentre lo colpivo violentemente, questa volta all'altezza dello stomaco. Marco urlò senza ritegno e cadde in ginocchio, tenendosi lo stomaco con tutte e due le mani. In quel momento, se avessi voluto, avrei potuto fare di lui qualunque cosa, ma decisi di non infierire, non tanto per pietà nei suoi confronti, quanto per la voglia che avevo di cercare il corpo a corpo. Se la kickboxing era letale e molto utile per il combattimento a distanza, io prediligevo il contatto corpo a corpo, e il judo era molto più utile e, soprattutto, mi dava delle sensazioni di potenza uniche. Rapidamente mi misi dietro di lui inginocchiandomi alla sua altezza e prendendolo per il collo con il mio braccio destro, mentre con il sinistro, per dare ancor più forza, prendevo il mio gomito tirandolo. Era una delle tecniche di strangolamento a mani nude dette ed esattamente un Era difficilissimo sottrarsi da quella presa, figuriamoci per uno come Marco non esperto nella lotta e nel judo in particolare. Ormai sapevo di averlo in pugno, ma mio marito, così come gli avevo ordinato, cercava in tutti i modi di liberarsi, afferrando le mie mani, le mie braccia, che invece non solo non cedevano di un millimetro, ma proseguivano inesorabilmente a chiudersi sulla sua trachea. Sapevo di avere il pieno controllo, mentre Marco iniziava a tossire, ma non mi fermai. Mio marito continuava a contorcersi, cercando di alzarsi per sfuggire al mio strangolamento, ma ogni volta lo riportavo giù, all'inizio con qualche difficoltà, poi sempre più facilmente a causa probabilmente delle forze che cominciavano a mancargli.
"Basta, Patty, non ce la faccio più. Mi sto sentendo soffocare. Hai vinto", ammise.
"Certo che ho vinto," risposi tronfia. "Come vedi non ho bisogno del tuo
aiuto. Io sono più forte di te."
"Si, Patty, me ne sono accorto. Ora però basta, per amor del cielo. Ho fatto
come mi hai ordinato, ho lottato con tutte le mie forze. Mi sto sentendo mancare."
Ormai non poteva fare niente. Avevo vinto ancora una volta, forse
più facilmente delle altre volte, ma rimasi ancora alcuni secondi in quella
posizione. Volevo assaporare il piacere che mi dava sapere che potevo
controllarlo a mio piacimento. Non era più solo la voglia di sesso, come avevo sempre pensato in quel momento. C'era, eccome, anche quella sensazione, ma c'era tanto altro. La volontà di sentire la mia superiorità nei confronti di mio marito, la possibilità di poterlo costringere a fare qualunque cosa, ma anche la voglia sadica di farlo soffrire. In fondo, viste le sue attitudini da sottomesso, non c'era neanche bisogno di mettergli le mani addosso per dominarlo, ma invece io sentivo che non potevo rinunciare a quella sensazione nemmeno per tutto l'oro del mondo. C'era anche il rancore per quello che mi aveva fatto, e quello che gli stavo procurando potevo considerarlo come l'inizio della mia vendetta. Poi però, fui costretta a lasciarlo. Non avevo certo intenzione di ucciderlo e, se avessi proseguito, ci sarebbe stato il rischio reale di soffocarlo. Sapevo che c’erano modi e tecniche abbastanza sicure per far semplicemente svenire un uomo, ma non le conoscevo e, in quel momento, mi dissi che era un vero peccato. Ma ero sicura che Daniele le conosceva, e convincerlo a insegnarmele sarebbe stato abbastanza semplice, considerando il mio ascendente su di lui. Dovetti quindi alzarmi, e lo feci respirando profondamente. Non avevo però terminato con lui, e gli feci cenno con la mano di alzarsi. Notai che aveva il cazzo completamente eretto. Evidentemente, malgrado il dolore che gli avevo procurato, la sensazione di piacere dovuta alla sconfitta contro di me doveva essere stata, per la sua particolare mentalità, estremamente eccitante.
Lentamente intanto, Marco cercava di obbedire al mio ordine e di rialzarsi ma lo faceva con molta fatica. Barcollava come un ubriaco a causa dell'aria che ricominciava a circolare nei suoi polmoni a pieno regime, dopo aver trascorso diversi secondi in cui, a causa dello strangolamento, ne era circolata ben poca. Ma non gli diedi neanche il tempo di capire dove si trovasse perché lo colpii ancora una volta con uno schiaffo molto forte. Talmente forte che, già barcollante, fece una mezza piroetta su sé stesso e poi si lasciò scivolare di nuovo per terra.
"Alzati, stronzetto, che ancora non ho terminato con te", gli dissi con calma, mettendogli il mio piede destro in faccia. Una calma apparente però, perché in realtà mi sentivo piena di adrenalina. Marco si rialzò di nuovo, a fatica, aiutandosi con le mani, mani che poi, quando fu di nuovo in piedi, mise davanti alla faccia in un patetico tentativo di ripararsi da me. Scoppiai a ridere e gli presi le mani con le mie, togliendogliele dalla faccia.
"Idiota! Pensi che possa servire a qualcosa coprirti il viso?" Mi stavo
accorgendo che mi piaceva anche insultarlo, cosa che non avevo mai fatto prima
in vita mia, un po' perché non mi era mai piaciuto essere volgare, neanche quando litigavamo, ma anche perché, prima che iniziasse questo nostro rapporto
particolare, dirgli cose del genere sarebbe stato contro la mia natura di
mogliettina premurosa, della donna che vedeva il marito come una specie di invincibile dio greco. E invece ora mio marito era davanti a me, tremante e impaurito, nudo e completamente inerme, e io godevo ogni istante di quella situazione.
Scosse intanto la testa, per dirmi che sapeva benissimo che quell'espediente di
coprirsi non valeva nulla, e io presi lo spunto per proseguire.
"Allora, se vuoi che io mi fermi qua, devi dirmelo in un altro modo, magari
in ginocchio. Avanti, fallo e chiedi la mia pietà, altrimenti ricomincio,
tesoro mio. Non so quali siano i tuoi limiti di sopportazione del dolore, non
so neanche se ti piaccia o meno quello che sto facendo, ma so che ho vinto e
ho dimostrato a te e a me stessa che merito di comandare su di te. Hai avuto
quello che volevi da sempre, Marco, una moglie che facesse la padrona e, da
adesso in poi, ti giuro che l'avrai. Ma non sarai tu a muovere i fili su di me
come hai fatto per questi due anni. Da questo momento deciderò io, secondo i miei piaceri, e se questi collimeranno con i tuoi potrai ritenerti fortunato,
altrimenti posso anticiparti che hai fatto il più grande sbaglio della tua
vita a farmi diventare quella che sono. Ora in ginocchio, chiedi la mia pietà
e non far uscire neanche una parola di più dalla tua bocca."
Marco si inginocchiò chiedendo la mia pietà, come gli avevo obbligato a fare, quindi gli misi un piede in testa senza fargli male, ma costringendolo a mettersi completamente supino. In quel momento, la mia dominazione su di
lui, completamente nudo ai miei piedi, aveva raggiunto l’apice. Non avevo dimestichezza con quelle situazioni, avevo letto un po’, è vero, ma sapevo che, nell'immaginario collettivo di un maschio sottomesso, baciare i piedi della sua padrona era considerato quasi un dovere, e glielo feci fare. Mio marito che mi baciava i piedi. Era pazzesco ma era anche eccitante per me, come se non fossero bastate tutte le altre cose che avevo vissuto quella sera. Mi tolsi il perizoma e gli presi letteralmente la testa e la misi all'altezza della mia vagina sempre più vogliosa.
"Ora leccala bene, mio caro, e non provare a toglierti come hai fatto l'altra
volta perché altrimenti sono cazzi tuoi. La tua mogliettina vuole essere
soddisfatta, muovi quella lingua e fallo bene. Non mi costringere a rimetterti
le mani addosso."
Mio marito fece quello che gli avevo ordinato e finalmente io potevo assaporare di nuovo il piacere della sua lingua sul mio clitoride. Non era certo lo stesso piacere che mi dava il sesso, ma avevo imparato ad apprezzarlo e a desiderarlo quasi allo stesso modo. Fu di breve durata. La mia eccitazione era alle stelle e raggiunsi molto presto un orgasmo intenso e bellissimo. Marco stavolta non si azzardò a togliersi e proseguì imperterrito fino a che i miei umori non scesero del tutto. Dovetti appoggiarmi al muro, tale fu l'impeto che mi diede quel piacere intenso, e mi ci vollero diversi secondi, prima di togliere il viso di mio marito dalla mia fica. Ero soddisfatta. Marco era diventato veramente bravo a darmi piacere con il sesso orale, e ora, come usavamo fare, avremmo dovuto fare sesso tra di noi. Malgrado avessi goduto molto, non mi sarebbe affatto dispiaciuto, considerando l'erezione di mio marito, probabilmente al suo massimo. Lo guardai, prima in faccia e poi sulle sue parti intime e sorrisi. Tremava di desiderio, si aspettava che ora gli ordinassi di fare l'amore, e invece gli dissi di rimanere in quella posizione. Mi andai a lavare, mi rimisi le mutandine e gli ordinai di accendermi una sigaretta mentre me ne andavo in cucina. Lui obbedì, poi gli ordinai anche di farmi un massaggio ai piedi e quindi di farlo alla schiena. Visto che stavo ancora con il reggiseno indosso, me lo tolsi, con il risultato di eccitarlo ancora di più. Quindi mi alzai e andai di fronte a lui, con le mie tette quasi sul suo viso e lo presi per il mento.
"Bravo, Marco, mi piace quando sei obbediente. E ora fila a letto!"
Mi guardò esterrefatto. Non se l'aspettava proprio. Credeva che dopo tutto
quello che gli stavo facendo, lo avrei ricompensato regalandogli una
nottata di sesso, come era sempre accaduto, del resto, e invece lo stavo mandando a dormire.
"E io?" si lasciò sfuggire. Lo guardai sorridendo poi, con nonchalance, gli mollai l’ennesimo schiaffo. Lo feci con tutta la mia forza, e il risultato fu devastante. Marco andò a sbattere contro il muro per poi scivolare a terra, le sue ferite che avevano ripreso a sanguinare. Lo afferrai per un braccio, lo feci rialzare, ma solo per attuare un , una delle tecniche di proiezione più spettacolari, quella che prevedeva il sollevamento dell’avversario sopra la spalla. Ancora una volta mio marito cadde pesantemente a terra, ma io ormai ero in preda a un furore agonistico senza precedenti. Lo afferrai di nuovo per un braccio, lo tirai su e poi un altro potente ceffone che lo fece cadere per l’ennesima volta. Lo guardavo, rannicchiato a ridosso del muro. Il suo sguardo era diverso. Non fingeva più, e la sua paura era reale.
“Tirati su, stronzo.”
Tremando, fu costretto a obbedirmi. Gli andai a ridosso e lo presi per la gola, stringendo quel tanto da fargli capire che non scherzavo.
Certo, non potevo e non volevo strozzarlo. Volevo solo terrorizzarlo ulteriormente. Gli occhi sbarrati di mio marito mi fecero capire che ci stavo riuscendo. Se la stava facendo sotto.
"Tu? Forse ancora non hai capito che tu non conti un cazzo. E, soprattutto, non
hai capito chi comanda. Se io ti ordino di andare a letto, tu lo fai. Se ti
ordino di buttarti dalla finestra fai anche quello. E non provare a toccarti.
E' chiaro o debbo proseguire?"
"Si, ho capito," balbettò. "Scusami, sei tu che comandi. E' solo che pensavo
che noi..."
"Tu non devi pensare. Sono io che penso per te," gli dissi ironicamente,
allentando la mia presa fino a lasciarlo libero "Quindi per te niente scopata
oggi. Quando avrò voglia di farlo, tu ti metterai a mia disposizione. E ora
vai", conclusi, prendendolo per un braccio e spingendolo verso l'uscita. Rimasi così da sola. Per un momento pensai di essere stata una stupida a rinunciare a scopare con lui solo per la soddisfazione di non dargliela, ma poi pensai che in fondo io ero già stata accontentata e avevo avuto il mio orgasmo. La soddisfazione di mandarlo in bianco, dopo una serata in cui ce l'aveva avuto sempre dritto, la ritenevo maggiore rispetto al piacere che avrei avuto facendo l'amore con lui. Mi misi seduta su una sedia, le tette ancora al vento, e mi appoggiai con la testa sul muro. Ero un miscuglio di sensazioni, alcune addirittura contrastanti tra di loro. Ero felice per quella sensazione di potenza che stavo provando, ma ero anche impaurita per il piacere che provavo nel punire e picchiare mio marito. Dove mi avrebbe potuto portare questo desiderio che si ingigantiva ogni giorno di più? Quella sera mi ero fermata e non gli avevo causato grossi danni, a parte il volto tumefatto dai miei ceffoni, ma avevo appena scoperto che non avevo difficoltà nel batterlo e che, pertanto, non c'era più nessun bisogno che lui fingesse di perdere. Ma sapevo anche che sarebbe stato sempre più difficile per me continuare come se tutto fosse un gioco e fermarmi in tempo. Avevo letto che molte coppie usavano una parola d'ordine, la safe word, ma Marco finora non me l'aveva chiesta. Tra l’altro nemmeno gliel'avrei concessa. Quello che facevamo non era BDSM dove uno dei due può smettere quando vuole. Quella era vita vera. Io avrei smesso solo quando lo avrei ritenuto opportuno, anche se, continuando su quel livello, avrei potuto prima o poi, correre il rischio di causargli dei danni seri. Marco aveva una notevole struttura fisica e questo gli aveva impedito di avere contusioni o rotture, a parte i due occhi neri e il labbro rotto, ferite che gli avevo riaperto con i miei schiaffi, ma quella volta avrei potuto strangolarlo. Era completamente nelle mie mani, e mi sarebbe bastata una pressione più forte sulla trachea per farlo svenire, correndo anche il rischio di ucciderlo. Continuavo a pensare che erano pazzeschi quei pensieri, e che mio marito era veramente riuscito a tirar fuori un'altra Patty. Non mi riconoscevo più in nessuna cosa facessi. Mi divertivo a provocare gli uomini, amavo dominare mio marito, adoravo metterlo sotto a suon di botte, vederlo chiedermi pietà, tutte cose per me impensabili solo fino a qualche tempo fa. E stavo solo all'inizio. Pian piano però mi rilassai. Erano tutte sensazioni eccitanti e comunque positive per me, e non riuscivo a capire quali fossero in fondo le mie preoccupazioni. Me ne andai in camera. Marco era già sotto il lenzuolo, così come gli avevo obbligato, e io feci altrettanto, senza neanche mettermi la camicia da notte. Mi guardava estasiato. Appoggiò lui la testa vicino al mio seno nudo.
"Posso?" mi domandò sottovoce. Io gli feci segno che poteva farlo e lui proseguì. "Io… volevo chiederti perdono per non aver obbedito subito al tuo ordine di andarmene a letto.”
“Ti saresti risparmiato un bel po’ di botte.”
“Ho ancora la testa che mi gira. Ma è giusto così. Me le sono meritate. Devo imparare a essere più rapido nell’obbedirti. E volevo anche ringraziarti per ciò che mi stai facendo vivere. Non sono mai stato così felice in vita mia. Non m'importa che tu non mi abbia concesso di fare l'amore. L'importante è che tu sia soddisfatta. Se tu hai deciso così vuol dire che così si deve fare. E' vero, io non posso permettermi di pensare e ti chiedo perdono per averlo fatto. I tuoi giudizi saranno legge in questa casa, e io ti chiederò umilmente il permesso di fare qualunque cosa. Hai dimostrato di essere più forte di me, hai dimostrato che sei in grado di farmi a pezzi, se solo tu volessi, ed è quindi giusta la mia obbedienza, la mia devozione e la mia sottomissione a tutti i tuoi voleri. Sei, a tutti i diritti, la mia padrona, la mia bellissima e indiscussa padrona. E io ti amo immensamente. Come non credevo si potesse amare.”
"Esatto, sono la tua padrona." Acconsentii, togliendogli la testa per
capovolgermi e sdraiarmi supina, come mia abitudine prima di addormentarmi.
Marco si scansò, ma continuava a osservarmi con gli occhi pieni di
ammirazione, di adorazione e d'amore.
"Buonanotte, amore mio. Domani mattina, quando ti sveglierai, il tuo umile
servo ti farà trovare la colazione. Grazie ancora per farmi vivere questo
sogno."
Si, era felice mio marito. Immensamente felice. Ma, stranamente, quel
suo sguardo sognante, quell'espressione di gioia che aveva stampata in faccia,
mi diede quasi fastidio. Chiusi gli occhi pensando che mi sarebbe piaciuto
molto togliergli quell'aria dalla faccia. Si, mi sarebbe piaciuto molto. E l’avrei fatto presto.

Continua...
scritto il
2026-06-19
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