La vita di Patty Capitolo 3
di
Davide Sebastiani
genere
dominazione
Il matrimonio fu veramente bello e grandioso. Le nostre erano due famiglie
numerose, piene di zii e cugini, e avevamo tantissimi amici. Quasi trecento invitati fecero da cornice, infatti, al coronamento del nostro amore, festeggiandoci e ballando con noi fino a tarda sera. La nostra vita matrimoniale iniziò naturalmente quella notte stessa, nella camera del grande albergo dove si era svolto il rinfresco, e che ci era stata gentilmente concessa in regalo dalla direzione. Inutile sottolineare che, malgrado fossi incinta, facemmo l'amore per quasi tutta la notte. Persino la mattina, al risveglio dalle poche ore di sonno che ci eravamo concessi, continuavo a desiderarlo. E bastava veramente poco. Mi mettevo sopra di lui, alcuni baci appassionati, e Marco ce l’aveva di nuovo dritto. Le nostre azioni, in quei frangenti, erano spontanee, non preordinate. Il sesso era solo un mezzo per sentire i nostri corpi più uniti, quasi come se fossimo davvero un corpo solo. E io mi resi conto di come la mia femminilità fosse sviluppata. Forse era anche questione della nostra giovane età. O forse dipendeva dal mio stato interessante. In seguito scoprii infatti che l’aumento dei livelli di estrogeni causati dalla gravidanza, aumentavano la libido in diverse donne incinte. Addirittura scoprii che l’aumento del flusso sanguigno nella zona pelvica aumentava il piacere sessuale. Beh, qualunque cosa fosse, di sicuro a me faceva effetto. E mio marito non era da meno. Si dimostrò instancabile, con la conseguenza che io, naturalmente, ero al settimo cielo.
Altrettanto meraviglioso fu il nostro viaggio di nozze negli Stati Uniti. Purtroppo avevamo dovuto rinunciare a mete esotiche a causa della mia gravidanza, e quindi all'impossibilità di vaccinarmi, ma non fu affatto un viaggio di ripiego, e furono due settimane indimenticabili. Al ritorno in Italia però, cominciammo a fare i conti con la nostra nuova vita. Il matrimonio infatti, ci aveva portato anche alcune rinunce che non furono affatto indolori. Io, ad esempio, dovetti rinunciare all'università, riproponendomi però di riprenderla appena ne avessi avuto il tempo, ma soprattutto dovetti abbandonare la pallavolo a causa della mia gravidanza, proprio quando una grossa squadra di serie A2 si era interessata a me, e stava per acquistare il mio cartellino. Inoltre, si parlava di me addirittura per una convocazione nella Nazionale giovanile. La maglia Azzurra, il sogno di qualunque sportivo, se ne era andato. Quello fu per me il più grosso rimpianto della mia vita. Avevo la stoffa della campionessa, e sapevo che avrei potuto davvero farcela, con i giusti sacrifici. In quel momento pensavo ancora che dopo il parto avrei ricominciato a giocare, ma il futuro aveva in serbo per me ben altre situazioni, che però avevano proprio le mie attitudini sportive come punto di riferimento. Ma anche Marco rinunciò a tanto. Proseguì negli studi e si laureò in scienze politiche pochi mesi dopo il matrimonio, ma non poté mai esercitare perché il lavoro lo assorbiva dalla mattina molto presto fino al primo pomeriggio. Il guadagno però non era male, e riuscivamo sia a pagare il mutuo che a vivere togliendoci qualche piccola soddisfazione. E poi nacque la bambina. Inutile dirvi la mia gioia. Marco sembrava addirittura impazzito. Era un papà meraviglioso, adorava la sua piccola principessa, le cambiava i pannolini e talvolta, di notte, si alzava solo per vederla dormire. Ma la nostra vita, già stravolta per l'arrivo della bambina, era destinata a cambiare ancora. Pochi mesi dopo la nascita della primogenita, infatti, rimasi di nuovo incinta. Tanto il primo parto fu doloroso e complicato, quanto fu semplice invece il secondo. Arrivai in clinica con il parto aperto di sei centimetri senza sentire nessun dolore. Se avessi tardato pochi minuti, avrei rischiato di perdermi il bambino per strada o, nella migliore delle ipotesi, di partorire in macchina. Più esattamente dovrei parlare di una bambina, perché la nostra casa fu allietata dalla venuta di una nuova femminuccia. Ancora una volta il più felice di tutti risultò essere mio marito che si autodefinì il sultano della casa, beato fra le tre donne della sua vita.
Ma ora è giunto il momento di ritornare finalmente a quella famigerata telefonata, quattro anni e mezzo dopo la nascita della mia secondogenita. Quella sera che squillò il telefono era una sera come tutte le altre, e io ero impegnata a fare le cose che facevo tutte le sere: preparare la cena per mio marito, dopo che avevo già cucinato per le bambine. Mentre i cibi si cuocevano, io ne approfittavo anche per dar da mangiare alla piccola, cercando così di ottimizzare i tempi, mentre Marco era intento a giocare con la grande, che invece aveva già terminato la sua cena. Un tranquillo quadro di una classica famiglia italiana, con la moglie ai fornelli e il marito, stanco per una dura giornata di lavoro, che tutt’al più si degnava di giocare con sua figlia. Un quadro che io avevo accettato con naturalezza, senza alcuna imposizione, con la consapevolezza che quello che facevo fosse giusto. Anzi, aggiungerei che, in quel momento, riuscivo a trovare anche un pizzico di piacere nell’ essere una perfetta casalinga tutta dedita alla famiglia.
Quando sentii lo squillo imprecai tra me. Chi mi conosceva, sapeva che a
quell'ora non volevo essere disturbata, essendo indaffaratissima, pertanto pensai che dovesse trattarsi di qualcuno che voleva Marco.
"Tesoro, vuoi rispondere? Deve essere per te."
"Che hai per caso sviluppato poteri divinatori? Non può essere per me. Sarà tua madre."
"Non è possibile. Mia madre non mi telefona mai a quest'ora. Rispondi, per
favore. Sto cucinando e ho la piccola in braccio."
Marco brontolò qualcosa, ma alla fine si degnò di rispondere. Lo sentii parlottare e poi me lo ritrovai in cucina con il ghigno sardonico di chi ha appena scoperto di aver ragione. Mi passò il cordless.
"Cosa ti avevo detto? E’ per te, è tua cugina Alessandra."
Alessandra? E che diavolo voleva da me? Mi preoccupai pensando che fosse accaduto qualcosa ai miei zii.
"Ale, "risposi infatti notevolmente allarmata, "Che è successo? Gli zii tutto bene?"
"Tutto bene, tranquilla. Tu piuttosto... Come ti va la vita matrimoniale?"
"Splendidamente. Le bambine sono diventate due signorine, ormai. Pensa che la grande va già in prima elementare ed è bravissima. Ma noi è una vita che non
ci vediamo. Quando è stata l'ultima volta?"
"Se non ricordo male, ci siamo viste quando ti è nata la piccola. Alla sua
festa, te la ricordi?"
"Certo che me la ricordo. Vuoi che non rammenti le feste delle mie figlie? Ma
dimmi tu, piuttosto. Sempre alla ricerca di un maschio da accalappiare? Oppure
hai messo la testa a posto e ti sei trovata finalmente un bel ragazzo?"
"Guarda, Patty, io sono single per scelta mia. Sai quanti ne potrei avere
di uomini? Certo, non sono bella come te. Tu sembravi una top model, però
anch'io faccio la mia figura."
“Addirittura una top. Magari. E poi sono un po' cambiata. Con l'ultima
gravidanza ho messo su qualche chilo. Però stiamo divagando, non credo che tu
mi abbia telefonato solo per chiedermi come stavo, non è vero?" domandai sempre più incuriosita.
"In effetti è proprio così. Però, senti, non ne parliamo al telefono. Ti va
se ci vediamo domani mattina? Ci prendiamo un bel caffè, e ne approfittiamo per
rivederci e scambiare quattro chiacchiere. Che ne dici?"
"Per me va bene,” acconsentii. “Però, dai, accennami qualcosa. Mica mi vorrai far morire dalla curiosità fino a domani. Almeno dimmi se è una cosa bella oppure brutta."
"Si tratta di una cosa bella, tranquilla. Allora ci vediamo domani, diciamo alle dieci di mattina. Ok?"
Prendemmo l'appuntamento in un rinomato bar del centro, a poche centinaia di metri dal suo negozio. Sì, perché mia cugina Alessandra possedeva un importante negozio di abbigliamento femminile. Tutte cose molto carine, giovanili e anche un tantino sexy, che io stessa, prima di sposarmi, avevo più volte saccheggiato, sia per la qualità degli articoli, sia per il mega sconto che lei mi faceva. Chissà cosa mai poteva volere Alessandra da me. Non ci eravamo mai frequentate tanto, anche perché lei aveva una decina di anni più di me, e infatti erano ben quattro anni e mezzo che non ci vedevamo. Ad ogni modo, dovevo solo attendere poche ore e poi avrei saputo. Non nascondo che il giorno dopo mi alzai dal letto in preda a una strana euforia. Mi svegliai addirittura prima del solito, portai, come d'abitudine, il caffè a letto a Marco, e poi preparai le bambine per la scuola. Era una piacevole consuetudine per me alzarmi prima di mio marito e svegliarlo col caffè. Mi piaceva viziarlo, preparargli belle cenette, ed essere una moglie geisha, sempre pronta a soddisfare le sue richieste, e a stirare le sue camicie per far si che uscisse di casa sempre perfetto e immacolato. Era il mio modo per ricordargli sempre che lo amavo come il primo giorno. E pensare che prima di conoscerlo potevo essere considerata come una ribelle egoista, e mai avrei immaginato di dover passare tutta la mia vita in funzione di un uomo e delle figlie. Eppure, non mi lamentavo mai, ed ero, se non felice, sicuramente tranquilla e appagata.
Imbottii le bambine per bene, visto che eravamo a metà gennaio e faceva un
freddo cane, e poi uscii. Le accompagnai a scuola, mi fermai a chiacchierare
con un altro paio di mamme per fare l'orario, visto che ero in notevole anticipo rispetto al momento del nostro appuntamento, e quindi mi diressi verso il luogo concordato. Era, come ho detto, un bar molto rinomato e frequentato, e a quell'ora era pieno di gente. Molte belle donne in carriera, o anche semplici impiegate che devono stare tutto il giorno in tiro, truccate come se dovessero andare a una serata di gala, tacchetto alto e tailleur d'ordinanza. Anche gli uomini erano per lo più in giacca e cravatta, e io quasi stridevo, intabarrata con sciarpa, cappello e guanti di lana, e con un giaccone impermeabilizzato molto comodo, ma sicuramente non all'altezza degli abiti indossati dalla maggior parte delle donne. Mi guardai intorno e sorrisi quando vidi, seduta ad un tavolino, mia cugina. Mi avvicinai verso di lei con le braccia tese per abbracciarla.
"Ale, mamma mia come stai bene. Sei in formissima", le dissi, ed era quello
che sentivo veramente. Alessandra era infatti come l'avevo sempre vista:
impeccabile nel trucco e nell'abbigliamento. Forse vestita un po' troppo giovanile per la sua età, ma sicuramente in linea con il tipo di vestiario che vendeva nel suo negozio. Mi ricordo che lei non chiamava moda ciò che esponeva, bensì "tendenza", ma comunque si fossero chiamati, io trovavo quei capi deliziosi. Indosso a lei, stavano poi un incanto. Era magrolina e non particolarmente alta, ma molto ben proporzionata, e con due belle tette. Rifatte, ma rifatte bene. Io l'abbracciai dunque entusiasta, mentre lei invece fu molto fredda, ben diversa da quella cordiale che avevo sentito al telefono la sera precedente. Mi dissi che, probabilmente, avrà avuto alcuni problemi. Non doveva essere molto facile il suo lavoro, e insieme alle soddisfazioni ci saranno state sicuramente diverse difficoltà. Mi misi seduta e chiamai un cameriere.
"Sono proprio curiosa di sapere cosa mi vuoi dire," proseguii dopo qualche
istante. "ma adesso facciamo colazione. Ho una fame che non ti dico." Ordinai
al cameriere un cioccolato caldo con panna versione gigante e due brioche
ripiene, una con la cioccolata e l'altra con la crema, mentre Alessandra si
prese solo un caffè. Dopo qualche minuto il cameriere tornò, e io mi tuffai
nel cioccolato caldo, inzuppandoci ogni tanto una delle brioche. Mia cugina
invece sorseggiò il caffè con cura, aspettando in silenzio che io terminassi
di fare colazione. Era decisamente strana. Non riuscivo a comprendere il
motivo, ovviamente, ma avevo l'impressione che qualcosa in me l'avesse turbata
"Allora, Ale, sono tutta orecchi. Dimmi pure", le dissi, mentre continuavo a fare colazione.
"Senti, Patty, ci ho pensato sopra, e non mi sembra il caso di proseguire il
discorso di ieri. Credo che la mia non fosse un’ottima idea. Diciamo che è stata comunque un’ottima scusa per questo piacevole incontro dopo così tanto tempo."
“Non capisco, Ale,” obiettai con disappunto. “Ieri sera sembravi così ansiosa di comunicarmi una bella notizia e d’improvviso hai cambiato idea?”
“Può succedere, no? Tu non cambi mai idea?” ribadì mia cugina con decisione, forzando il tono delle sue parole. Guardò poi il mio viso che probabilmente doveva essere l’immagine della meraviglia, e abbassò il tono diventando più dolce. “Dai, Patty, mi dispiace, ma è meglio non proseguire con questo discorso. D’accordo?”
"Ma d'accordo di che?" mi risentii. "Mi hai fatta venire qui, e adesso voglio
sapere cosa avevi intenzione di dirmi.”
"Lasciamo stare Patty. E' meglio."
"Non lasciamo stare un bel niente. Hai detto che avevi una cosa bella da
dirmi, e adesso non ti alzi da questo tavolo se non mi dici in faccia quello
che ti ha fatto cambiare idea." Mi ero arrabbiata sul serio.
Alessandra mi guardò di nuovo in faccia. Era evidente che cercava le parole giuste, poi mise le mani sul tavolo e sbottò. "D'accordo, Patty. Come vuoi tu. Non avercela con me però per quello che ti dirò. Io il prossimo mese devo aprire un altro punto vendita, una specie di succursale del mio negozio. Siccome non mi posso sdoppiare, avevo pensato a una direttrice. C'è una mia cara amica, una donna in gamba, che è disponibile solo per il pomeriggio, e io avevo pensato a te per la mattina. In pratica mi serviva una direttrice part-time per il mio nuovo negozio, una giovane donna fidata, e tu mi sembravi l'ideale."
"Ma è meraviglioso. Io credo di poter essere disponibile. Certo, ne devo
parlare con mio marito, ma la mattina le bimbe vanno a scuola, e io stavo giusto
pensando di cercarmi un lavoro", esclamai con entusiasmo, dimenticando per un momento le precedenti obiezioni di Alessandra.
"No, non è meraviglioso per niente," ribatté invece mia cugina. "A me occorreva una donna che fosse in linea con lo stile del negozio, una donna che fosse in
grado di indossare i miei capi che sono fatti per la donna moderna. Tu
invece... Io ti ricordavo come una ragazza bellissima, e invece sei
diventata... Oddio, non so neanche io come definirti. Patty, ma quanto tempo è che non ti guardi allo specchio? Ma ti rendi conto di quanto ti sei ingrassata?
Scusa la mia franchezza. Probabilmente ora mi odierai, e invece io te lo dico
per il tuo bene. Sei ancora giovane, hai dei lineamenti meravigliosi, sei
altissima, ma cosa aspetti a metterti a dieta? Hai ingoiato più calorie a
colazione tu di quante ne prenda io in un'intera giornata. Aspetti per caso
che tuo marito si stanchi di te, di come sei diventata? Me lo ricordo sai, è un ragazzo con un certo fascino, e qualcuna che gli si butta addosso la può trovare con molta facilità. Scusami, Patty. Mi dispiace per quello che ti ho detto, ne avrei fatto volentieri a meno. Per quanto riguarda il lavoro, capisci benissimo che dovrò rivolgermi altrove."
Alessandra si alzò, mettendo una banconota sul tavolino per pagare il conto,
lasciandomi da sola, con il capo chino, senza neanche avere la forza di
guardarla in faccia e di ribattere.
Continua...
numerose, piene di zii e cugini, e avevamo tantissimi amici. Quasi trecento invitati fecero da cornice, infatti, al coronamento del nostro amore, festeggiandoci e ballando con noi fino a tarda sera. La nostra vita matrimoniale iniziò naturalmente quella notte stessa, nella camera del grande albergo dove si era svolto il rinfresco, e che ci era stata gentilmente concessa in regalo dalla direzione. Inutile sottolineare che, malgrado fossi incinta, facemmo l'amore per quasi tutta la notte. Persino la mattina, al risveglio dalle poche ore di sonno che ci eravamo concessi, continuavo a desiderarlo. E bastava veramente poco. Mi mettevo sopra di lui, alcuni baci appassionati, e Marco ce l’aveva di nuovo dritto. Le nostre azioni, in quei frangenti, erano spontanee, non preordinate. Il sesso era solo un mezzo per sentire i nostri corpi più uniti, quasi come se fossimo davvero un corpo solo. E io mi resi conto di come la mia femminilità fosse sviluppata. Forse era anche questione della nostra giovane età. O forse dipendeva dal mio stato interessante. In seguito scoprii infatti che l’aumento dei livelli di estrogeni causati dalla gravidanza, aumentavano la libido in diverse donne incinte. Addirittura scoprii che l’aumento del flusso sanguigno nella zona pelvica aumentava il piacere sessuale. Beh, qualunque cosa fosse, di sicuro a me faceva effetto. E mio marito non era da meno. Si dimostrò instancabile, con la conseguenza che io, naturalmente, ero al settimo cielo.
Altrettanto meraviglioso fu il nostro viaggio di nozze negli Stati Uniti. Purtroppo avevamo dovuto rinunciare a mete esotiche a causa della mia gravidanza, e quindi all'impossibilità di vaccinarmi, ma non fu affatto un viaggio di ripiego, e furono due settimane indimenticabili. Al ritorno in Italia però, cominciammo a fare i conti con la nostra nuova vita. Il matrimonio infatti, ci aveva portato anche alcune rinunce che non furono affatto indolori. Io, ad esempio, dovetti rinunciare all'università, riproponendomi però di riprenderla appena ne avessi avuto il tempo, ma soprattutto dovetti abbandonare la pallavolo a causa della mia gravidanza, proprio quando una grossa squadra di serie A2 si era interessata a me, e stava per acquistare il mio cartellino. Inoltre, si parlava di me addirittura per una convocazione nella Nazionale giovanile. La maglia Azzurra, il sogno di qualunque sportivo, se ne era andato. Quello fu per me il più grosso rimpianto della mia vita. Avevo la stoffa della campionessa, e sapevo che avrei potuto davvero farcela, con i giusti sacrifici. In quel momento pensavo ancora che dopo il parto avrei ricominciato a giocare, ma il futuro aveva in serbo per me ben altre situazioni, che però avevano proprio le mie attitudini sportive come punto di riferimento. Ma anche Marco rinunciò a tanto. Proseguì negli studi e si laureò in scienze politiche pochi mesi dopo il matrimonio, ma non poté mai esercitare perché il lavoro lo assorbiva dalla mattina molto presto fino al primo pomeriggio. Il guadagno però non era male, e riuscivamo sia a pagare il mutuo che a vivere togliendoci qualche piccola soddisfazione. E poi nacque la bambina. Inutile dirvi la mia gioia. Marco sembrava addirittura impazzito. Era un papà meraviglioso, adorava la sua piccola principessa, le cambiava i pannolini e talvolta, di notte, si alzava solo per vederla dormire. Ma la nostra vita, già stravolta per l'arrivo della bambina, era destinata a cambiare ancora. Pochi mesi dopo la nascita della primogenita, infatti, rimasi di nuovo incinta. Tanto il primo parto fu doloroso e complicato, quanto fu semplice invece il secondo. Arrivai in clinica con il parto aperto di sei centimetri senza sentire nessun dolore. Se avessi tardato pochi minuti, avrei rischiato di perdermi il bambino per strada o, nella migliore delle ipotesi, di partorire in macchina. Più esattamente dovrei parlare di una bambina, perché la nostra casa fu allietata dalla venuta di una nuova femminuccia. Ancora una volta il più felice di tutti risultò essere mio marito che si autodefinì il sultano della casa, beato fra le tre donne della sua vita.
Ma ora è giunto il momento di ritornare finalmente a quella famigerata telefonata, quattro anni e mezzo dopo la nascita della mia secondogenita. Quella sera che squillò il telefono era una sera come tutte le altre, e io ero impegnata a fare le cose che facevo tutte le sere: preparare la cena per mio marito, dopo che avevo già cucinato per le bambine. Mentre i cibi si cuocevano, io ne approfittavo anche per dar da mangiare alla piccola, cercando così di ottimizzare i tempi, mentre Marco era intento a giocare con la grande, che invece aveva già terminato la sua cena. Un tranquillo quadro di una classica famiglia italiana, con la moglie ai fornelli e il marito, stanco per una dura giornata di lavoro, che tutt’al più si degnava di giocare con sua figlia. Un quadro che io avevo accettato con naturalezza, senza alcuna imposizione, con la consapevolezza che quello che facevo fosse giusto. Anzi, aggiungerei che, in quel momento, riuscivo a trovare anche un pizzico di piacere nell’ essere una perfetta casalinga tutta dedita alla famiglia.
Quando sentii lo squillo imprecai tra me. Chi mi conosceva, sapeva che a
quell'ora non volevo essere disturbata, essendo indaffaratissima, pertanto pensai che dovesse trattarsi di qualcuno che voleva Marco.
"Tesoro, vuoi rispondere? Deve essere per te."
"Che hai per caso sviluppato poteri divinatori? Non può essere per me. Sarà tua madre."
"Non è possibile. Mia madre non mi telefona mai a quest'ora. Rispondi, per
favore. Sto cucinando e ho la piccola in braccio."
Marco brontolò qualcosa, ma alla fine si degnò di rispondere. Lo sentii parlottare e poi me lo ritrovai in cucina con il ghigno sardonico di chi ha appena scoperto di aver ragione. Mi passò il cordless.
"Cosa ti avevo detto? E’ per te, è tua cugina Alessandra."
Alessandra? E che diavolo voleva da me? Mi preoccupai pensando che fosse accaduto qualcosa ai miei zii.
"Ale, "risposi infatti notevolmente allarmata, "Che è successo? Gli zii tutto bene?"
"Tutto bene, tranquilla. Tu piuttosto... Come ti va la vita matrimoniale?"
"Splendidamente. Le bambine sono diventate due signorine, ormai. Pensa che la grande va già in prima elementare ed è bravissima. Ma noi è una vita che non
ci vediamo. Quando è stata l'ultima volta?"
"Se non ricordo male, ci siamo viste quando ti è nata la piccola. Alla sua
festa, te la ricordi?"
"Certo che me la ricordo. Vuoi che non rammenti le feste delle mie figlie? Ma
dimmi tu, piuttosto. Sempre alla ricerca di un maschio da accalappiare? Oppure
hai messo la testa a posto e ti sei trovata finalmente un bel ragazzo?"
"Guarda, Patty, io sono single per scelta mia. Sai quanti ne potrei avere
di uomini? Certo, non sono bella come te. Tu sembravi una top model, però
anch'io faccio la mia figura."
“Addirittura una top. Magari. E poi sono un po' cambiata. Con l'ultima
gravidanza ho messo su qualche chilo. Però stiamo divagando, non credo che tu
mi abbia telefonato solo per chiedermi come stavo, non è vero?" domandai sempre più incuriosita.
"In effetti è proprio così. Però, senti, non ne parliamo al telefono. Ti va
se ci vediamo domani mattina? Ci prendiamo un bel caffè, e ne approfittiamo per
rivederci e scambiare quattro chiacchiere. Che ne dici?"
"Per me va bene,” acconsentii. “Però, dai, accennami qualcosa. Mica mi vorrai far morire dalla curiosità fino a domani. Almeno dimmi se è una cosa bella oppure brutta."
"Si tratta di una cosa bella, tranquilla. Allora ci vediamo domani, diciamo alle dieci di mattina. Ok?"
Prendemmo l'appuntamento in un rinomato bar del centro, a poche centinaia di metri dal suo negozio. Sì, perché mia cugina Alessandra possedeva un importante negozio di abbigliamento femminile. Tutte cose molto carine, giovanili e anche un tantino sexy, che io stessa, prima di sposarmi, avevo più volte saccheggiato, sia per la qualità degli articoli, sia per il mega sconto che lei mi faceva. Chissà cosa mai poteva volere Alessandra da me. Non ci eravamo mai frequentate tanto, anche perché lei aveva una decina di anni più di me, e infatti erano ben quattro anni e mezzo che non ci vedevamo. Ad ogni modo, dovevo solo attendere poche ore e poi avrei saputo. Non nascondo che il giorno dopo mi alzai dal letto in preda a una strana euforia. Mi svegliai addirittura prima del solito, portai, come d'abitudine, il caffè a letto a Marco, e poi preparai le bambine per la scuola. Era una piacevole consuetudine per me alzarmi prima di mio marito e svegliarlo col caffè. Mi piaceva viziarlo, preparargli belle cenette, ed essere una moglie geisha, sempre pronta a soddisfare le sue richieste, e a stirare le sue camicie per far si che uscisse di casa sempre perfetto e immacolato. Era il mio modo per ricordargli sempre che lo amavo come il primo giorno. E pensare che prima di conoscerlo potevo essere considerata come una ribelle egoista, e mai avrei immaginato di dover passare tutta la mia vita in funzione di un uomo e delle figlie. Eppure, non mi lamentavo mai, ed ero, se non felice, sicuramente tranquilla e appagata.
Imbottii le bambine per bene, visto che eravamo a metà gennaio e faceva un
freddo cane, e poi uscii. Le accompagnai a scuola, mi fermai a chiacchierare
con un altro paio di mamme per fare l'orario, visto che ero in notevole anticipo rispetto al momento del nostro appuntamento, e quindi mi diressi verso il luogo concordato. Era, come ho detto, un bar molto rinomato e frequentato, e a quell'ora era pieno di gente. Molte belle donne in carriera, o anche semplici impiegate che devono stare tutto il giorno in tiro, truccate come se dovessero andare a una serata di gala, tacchetto alto e tailleur d'ordinanza. Anche gli uomini erano per lo più in giacca e cravatta, e io quasi stridevo, intabarrata con sciarpa, cappello e guanti di lana, e con un giaccone impermeabilizzato molto comodo, ma sicuramente non all'altezza degli abiti indossati dalla maggior parte delle donne. Mi guardai intorno e sorrisi quando vidi, seduta ad un tavolino, mia cugina. Mi avvicinai verso di lei con le braccia tese per abbracciarla.
"Ale, mamma mia come stai bene. Sei in formissima", le dissi, ed era quello
che sentivo veramente. Alessandra era infatti come l'avevo sempre vista:
impeccabile nel trucco e nell'abbigliamento. Forse vestita un po' troppo giovanile per la sua età, ma sicuramente in linea con il tipo di vestiario che vendeva nel suo negozio. Mi ricordo che lei non chiamava moda ciò che esponeva, bensì "tendenza", ma comunque si fossero chiamati, io trovavo quei capi deliziosi. Indosso a lei, stavano poi un incanto. Era magrolina e non particolarmente alta, ma molto ben proporzionata, e con due belle tette. Rifatte, ma rifatte bene. Io l'abbracciai dunque entusiasta, mentre lei invece fu molto fredda, ben diversa da quella cordiale che avevo sentito al telefono la sera precedente. Mi dissi che, probabilmente, avrà avuto alcuni problemi. Non doveva essere molto facile il suo lavoro, e insieme alle soddisfazioni ci saranno state sicuramente diverse difficoltà. Mi misi seduta e chiamai un cameriere.
"Sono proprio curiosa di sapere cosa mi vuoi dire," proseguii dopo qualche
istante. "ma adesso facciamo colazione. Ho una fame che non ti dico." Ordinai
al cameriere un cioccolato caldo con panna versione gigante e due brioche
ripiene, una con la cioccolata e l'altra con la crema, mentre Alessandra si
prese solo un caffè. Dopo qualche minuto il cameriere tornò, e io mi tuffai
nel cioccolato caldo, inzuppandoci ogni tanto una delle brioche. Mia cugina
invece sorseggiò il caffè con cura, aspettando in silenzio che io terminassi
di fare colazione. Era decisamente strana. Non riuscivo a comprendere il
motivo, ovviamente, ma avevo l'impressione che qualcosa in me l'avesse turbata
"Allora, Ale, sono tutta orecchi. Dimmi pure", le dissi, mentre continuavo a fare colazione.
"Senti, Patty, ci ho pensato sopra, e non mi sembra il caso di proseguire il
discorso di ieri. Credo che la mia non fosse un’ottima idea. Diciamo che è stata comunque un’ottima scusa per questo piacevole incontro dopo così tanto tempo."
“Non capisco, Ale,” obiettai con disappunto. “Ieri sera sembravi così ansiosa di comunicarmi una bella notizia e d’improvviso hai cambiato idea?”
“Può succedere, no? Tu non cambi mai idea?” ribadì mia cugina con decisione, forzando il tono delle sue parole. Guardò poi il mio viso che probabilmente doveva essere l’immagine della meraviglia, e abbassò il tono diventando più dolce. “Dai, Patty, mi dispiace, ma è meglio non proseguire con questo discorso. D’accordo?”
"Ma d'accordo di che?" mi risentii. "Mi hai fatta venire qui, e adesso voglio
sapere cosa avevi intenzione di dirmi.”
"Lasciamo stare Patty. E' meglio."
"Non lasciamo stare un bel niente. Hai detto che avevi una cosa bella da
dirmi, e adesso non ti alzi da questo tavolo se non mi dici in faccia quello
che ti ha fatto cambiare idea." Mi ero arrabbiata sul serio.
Alessandra mi guardò di nuovo in faccia. Era evidente che cercava le parole giuste, poi mise le mani sul tavolo e sbottò. "D'accordo, Patty. Come vuoi tu. Non avercela con me però per quello che ti dirò. Io il prossimo mese devo aprire un altro punto vendita, una specie di succursale del mio negozio. Siccome non mi posso sdoppiare, avevo pensato a una direttrice. C'è una mia cara amica, una donna in gamba, che è disponibile solo per il pomeriggio, e io avevo pensato a te per la mattina. In pratica mi serviva una direttrice part-time per il mio nuovo negozio, una giovane donna fidata, e tu mi sembravi l'ideale."
"Ma è meraviglioso. Io credo di poter essere disponibile. Certo, ne devo
parlare con mio marito, ma la mattina le bimbe vanno a scuola, e io stavo giusto
pensando di cercarmi un lavoro", esclamai con entusiasmo, dimenticando per un momento le precedenti obiezioni di Alessandra.
"No, non è meraviglioso per niente," ribatté invece mia cugina. "A me occorreva una donna che fosse in linea con lo stile del negozio, una donna che fosse in
grado di indossare i miei capi che sono fatti per la donna moderna. Tu
invece... Io ti ricordavo come una ragazza bellissima, e invece sei
diventata... Oddio, non so neanche io come definirti. Patty, ma quanto tempo è che non ti guardi allo specchio? Ma ti rendi conto di quanto ti sei ingrassata?
Scusa la mia franchezza. Probabilmente ora mi odierai, e invece io te lo dico
per il tuo bene. Sei ancora giovane, hai dei lineamenti meravigliosi, sei
altissima, ma cosa aspetti a metterti a dieta? Hai ingoiato più calorie a
colazione tu di quante ne prenda io in un'intera giornata. Aspetti per caso
che tuo marito si stanchi di te, di come sei diventata? Me lo ricordo sai, è un ragazzo con un certo fascino, e qualcuna che gli si butta addosso la può trovare con molta facilità. Scusami, Patty. Mi dispiace per quello che ti ho detto, ne avrei fatto volentieri a meno. Per quanto riguarda il lavoro, capisci benissimo che dovrò rivolgermi altrove."
Alessandra si alzò, mettendo una banconota sul tavolino per pagare il conto,
lasciandomi da sola, con il capo chino, senza neanche avere la forza di
guardarla in faccia e di ribattere.
Continua...
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