La vita di Patty Capitolo 11
di
Davide Sebastiani
genere
dominazione
L’inizio del nuovo anno non portò quindi alcuna novità nel nostro rapporto matrimoniale. Ma solo apparentemente. Dopo essermi arrabbiata, dopo averlo rassicurato, dopo aver fatto di tutto per cercare di far capire a mio marito che lui non aveva niente da temere da me, presi atto di quella svolta nella nostra vita, e dopo qualche mese cominciai persino a trovare la cosa piacevole. Pertanto, mi capitava sempre più spesso di approfittarmi dell’ascendente che avevo su mio marito. Lievemente, pian piano, ma sempre di più. Iniziò per caso, una domenica pomeriggio in cui eravamo rimasti a casa per via della piccola con la febbre alta. Poco male. Si trattava di una banale febbre di crescita, e io ne approfittai per riposarmi e per leggermi un buon libro sdraiata nel mio letto in mezzo alle mie due bimbe, mentre Marco si vedeva prima la partita della sua squadra del cuore, poi le interviste del dopo partita, quindi le varie moviole, le azioni più importanti delle altre partite. Un intero pomeriggio di calcio senza mai stancarsi. Cose che nessun essere umano di sesso femminile riuscirebbe a comprendere. Ma se andava bene a lui... A metà del pomeriggio, chiesi a Marco di prepararmi un caffè, e lui si affrettò a esaudire il mio desiderio, come faceva ormai abitualmente, portandomelo a letto. Lo bevvi e, come ogni volta dopo aver bevuto il caffè, mi venne voglia di fumare una sigaretta. Riuscivo a non essere un’accanita fumatrice, limitando al minimo il mio fabbisogno di nicotina, anche per mancanza di opportunità. Del resto, nel negozio non fumavo, oppure ero costretta a uscire per farlo, il pomeriggio lo trascorrevo quasi interamente in palestra, non mi rimaneva molto spazio per potermi fumare una sigaretta in santa pace. Naturalmente, uno dei momenti topici era proprio il dopo caffè. Ne prendevo tre o quattro al giorno, a seconda delle circostanze; due dopo i pasti principali e uno a metà mattinata. Se avevo tempo, non mi facevo mancare quello a metà del pomeriggio, come in quell’occasione. Quindi, la sigaretta dopo il caffè era per me assolutamente necessaria. Mi alzai perciò dal letto con la voglia di fumare, non potendolo fare ovviamente accanto alle bambine, un’altra delle limitazioni che mi ero imposta. Rovistai nella mia borsa e mi accorsi con orrore che avevo solo una sigaretta nel mio ultimo pacchetto. Sarei anche potuta stare senza fumare per il resto della giornata, ma dovevo comunque averle a portata di mano e di eventuale voglia. Il problema era che non avevo voglia di scendere da casa. Ero in tuta da ginnastica, spettinata e ovviamente completamente struccata, e non mi andava certo di mettermi davanti allo specchio per sistemarmi in modo dignitoso e poi fare trecento, forse quattrocento metri per trovare il primo tabaccaio aperto di domenica. Decisi di chiedere un favore a mio marito. Era sempre così carino con me che forse non me lo avrebbe negato, anche se avrei dovuto convincerlo un bel po’ visto che era immerso nelle immagini del calcio domenicale. Almeno così pensavo. Appena invece gli chiesi questo favore, lui si alzò di scatto, spense la televisione, si vestì rapidamente e scese da casa, senza neanche darmi il tempo di meravigliarmi. Incredibile! Fino a qualche tempo prima, in un caso del genere, lo avrei dovuto tirare su con la gru dalla poltrona, e invece non aveva obiettato alcunché. Ma era inutile che dentro di me continuassi a meravigliarmi. Continuavo a ripetermi parole come incredibile, pazzesco, ma ormai quello era diventato il suo modo di porsi nei miei confronti. In tutta quella faccenda c’era qualcosa che continuava a sfuggirmi, e io non riuscivo a capire di cosa si trattasse. Tanto per cominciare, dovevo cercare di capire meglio quello che stava accadendo tra di noi, e dovevo assolutamente verificare quanto lui fosse subordinato nei miei confronti. Mi venne un’idea. Attesi che Marco tornasse a casa e che mi portasse le sigarette, lo feci entrare e, quando stava per rimettersi di nuovo davanti alla televisione, lo fermai.
“Non riaccenderla nemmeno la televisione. Devi scendere di nuovo a comprare il latte.” Ora accadrà qualcosa, mi dicevo. Stavolta gliel’avevo praticamente ordinato, e Marco me lo tirerà in faccia il latte. Mi dirà che lui non è il mio schiavetto e che a essere buoni ci si rimette. Neanche per sogno. Marco venne vicino a me e mi baciò sulla guancia.
“Vado subito, amore”, rispose, scendendo velocemente per ottemperare al mio ordine. Rimasi qualche istante in silenzio in mezzo al corridoio, cercando una spiegazione ragionevole a quello che stava accadendo. Non trovai nessuna spiegazione, ma in compenso ribadii a me stessa che la faccenda poteva essere oltremodo gradevole. Avevo dato un ordine a mio marito e lui lo aveva eseguito senza fiatare. Inoltre, e quella sensazione era strana quanto il comportamento di mio marito, mi era piaciuto dargli quell’ordine, forse più di quanto avrei voluto ammettere, e mi era piaciuto anche vedere con quale sollecitudine quell’ordine era stato eseguito. Decisi quindi di dare un seguito a quella situazione. Non di rado infatti, lo facevo scendere da casa per cose che, fino a poco tempo prima, avrei magari fatto con comodo il giorno dopo, come comprare la mia rivista preferita, oppure per comprarmi di nuovo le sigarette. Il bello era che Marco, non solo non si lamentava, ma lo faceva di corsa e di buon grado, apparentemente con il solo scopo di rendermi felice. Sembrava che quella fosse diventata la priorità assoluta della sua vita: rendere me, sua moglie, felice e soddisfatta.
Questo suo comportamento durò quasi un anno, durante il quale io ero sempre più combattuta tra il fastidio di avere a fianco un marito donnicciola, pauroso e piagnucoloso, e la sensazione unica di sentirsi onnipotente, ammirata, desiderata e amata al di là di ogni possibile immaginazione. Pensavo comunque che non dipendesse affatto da una paura fisica nei miei confronti, cosa che continuavo a ritenere alquanto ridicola, quanto dalla paura di perdere la sua bella moglie. E sì, perché ormai mi sentivo veramente una donna perfetta. O quasi. Dopo qualche mese di allenamento con i pesi, e facendo una miriade di addominali sotto la sapiente guida di Daniele, avevo eliminato quello che rappresentava l'ultimo inestetismo che mi perseguitava: la pancia. Ora era piatta veramente, forte e tonica, e io ero diventata di nuovo vanitosa come non mai. Lo specchio era per me diventato di primaria importanza, sempre pronta a rimirarmi, gongolando come una ragazzina per quello che vedevo, dimenticando in quei frangenti di essere una madre di due bambine. Questo portò di nuovo un certo attrito con quasi tutte le altre ragazze del gruppo, che mal digerivano la mia ingombrante presenza e, soprattutto, il mio modo di fare indisponente. Se non fui cacciata in malo modo dipendeva esclusivamente dall'affetto che riversavano tutti nei confronti di mio marito. Il mio carattere purtroppo era quello e, pur sapendo di sbagliare, non riuscivo a cambiare o a fingere un po’. Ma in quel momento, non m’interessava quello che gli altri potessero pensare di me. Avevo raggiunto un equilibrio strano ma molto soddisfacente per me, e il resto non aveva importanza. Il lavoro, pur faticoso in alcuni periodi, mi dava parecchie soddisfazioni, lasciandomi anche molto tempo libero, mio marito era innamorato pazzo di me, avevo due bimbe meravigliose, e avevo trovato un hobby veramente particolare che riempiva quasi tutti i miei pomeriggi, e che stava diventando per me una vera e propria passione: la palestra. A gennaio ero diventata cintura arancione mentre a giugno divenni cintura verde di judo. Erano frequenti anche i combattimenti con alcuni maschi, e io non partivo mai battuta. Certo, a parità di cintura, difficilmente riuscivo a vincere con un uomo o anche con un ragazzo, mentre ero praticamente imbattibile quando mi capitava per le mani una rappresentante del mio sesso. Prima delle vacanze riuscii addirittura a vincere con una ragazza che era cintura marrone. D'altronde ero molto forte per essere una donna, grazie un po' alla mia costituzione fisica e un po' per i duri allenamenti a cui mi sottoponeva Daniele. Anche nella kickboxing infatti, ero diventata veramente brava. Tra le donne che frequentavano la palestra ce n'era solo una che mi batteva con una certa regolarità, ma lei aveva iniziato ben due anni prima di me, ed era ormai entrata nel circuito nazionale, mentre quelle che avevano il mio stesso livello tecnico soccombevano regolarmente. In seguito però, diedi a quella ragazza la prima di una lunga serie di sonore sconfitte e di lezioni di combattimento. Non avevo invece termini di paragone con gli uomini in quanto Daniele non voleva assolutamente che facessimo combattimenti misti e, al massimo, ci permetteva di scambiare qualche colpo solo per allenamento. Stavo quindi diventando notevolmente brava quando ci trovavamo ormai in piena estate del 1998. In un solo anno e mezzo avevo compiuto dei passi da gigante. Se fino a quel momento avevo sorriso sulla paura di mio marito nei miei confronti, ora iniziavo a credere che forse l’ipotesi che io potessi batterlo in un’eventuale lotta, non era poi così campata in aria. Ma cosa diavolo andavo pensando? Mi pentii immediatamente di quel pensiero. E poi per quale motivo avrei dovuto lottare con lui? In quel periodo non sarei riuscita a trovare una scusa per litigarci neanche volendolo. Faceva tutto quello che gli dicevo e, semmai, l’unico argomento di discussione avrebbe potuto essere proprio la sua totale venerazione.
Ma intanto la palestra stava per chiudere per le vacanze estive, e fu proprio qualche giorno prima che ciò accadesse che Daniele si dichiarò.
Eravamo soli come sempre, e io ero come al solito stanca ma soddisfatta per il
lavoro svolto. Daniele mi venne di fronte e mi accarezzò il viso sudato.
"Sei contenta ora, Patty? Io credo di aver fatto un ottimo lavoro con te. Ma
sono stato facilitato perché tu sei incredibile. Hai una forza di volontà pazzesca. Sei forte, sei brava e sei anche molto bella. Mi sei piaciuta subito, anche quando avevi un sacco di chili in più. Ora però togli letteralmente il fiato." Avvicinò la sua bocca alla mia, ma io mi ritrassi.
"No, Daniele. Ti prego, no. Io amo mio marito. Anche tu sei fantastico, ma io
non me la sento. Se pensi che la mia presenza ti possa creare problemi, forse è meglio non vederci più. Penso che sia meglio che mi vada ad allenare in un'altra palestra", gli dissi.
Daniele si staccò pian piano. Era ovviamente molto deluso. Forse io lo avevo
incentivato con il mio modo di fare, e ne ero dispiaciuta.
Lui però mi sorrise. "No, Patty, questo non te lo concedo. Sei la migliore allieva che abbia mai avuto, e non ti lascio andare via. Ora hai un corpo fantastico, ma dovrai faticare per tenertelo, e io sono il più bravo allenatore che tu possa avere. Sono stato uno stupido io a credere che tu potessi avere un debole per me, e mi scuso per questo. Ma se non posso averti come donna voglio averti come amica e come allieva."
Uscii dalla palestra e, pur dispiaciuta per Daniele, che consideravo una brava
persona, ero tronfia come non mai. Stavolta le lodi non erano partite da mio
marito. Anche gli altri ormai mi vedevano come una donna bellissima, e ne ero
compiaciuta come non mai.
Era questo il mio stato d'animo alla vigilia delle vacanze in quell’agosto del 1998. Ero diventata una donna che dedicava gran parte della propria giornata alla cura di sé stessa, con un irrefrenabile desiderio di apparire, aiutata in questo da un marito che non perdeva occasione di elogiarmi, e che mi invogliava a vestirmi in modo sempre più appariscente, con pantaloni sempre più aderenti,
gonne sempre più corte, magliette sempre più scollate, e tacchi sempre più
alti. Fino a poco tempo prima avevo evitato accuratamente di indossare scarpe
col tacco alto per non creare un dislivello enorme tra me e lui, ma avevo scoperto che a Marco non solo non interessava, ma che addirittura amava enormemente vedermi andare in giro con i trampoli. Perciò, appena mi capitava l’occasione, davo sfogo a tutta la mia vanità repressa in tanti anni di grassezza, e di desideri che non avevo potuto sfogare. Ovviamente, c'era anche l'altro aspetto psicologico, ovvero quello che riguardava il timore di Marco nei miei confronti. Dopo tanti mesi di inquietudini, ne avevo dovuto prendere atto. E lo avevo fatto tranquillamente. Se quello era ciò che mio marito sentiva nei miei confronti, tanto peggio per lui. Se, dopo tante parole, ancora non ero riuscita a convincerlo che non aveva nulla da temere da me, non sapevo proprio più cosa fare. Ma c'era anche un'altra questione. Ancora non me ne rendevo conto, ma stava anche cambiando il mio modo di amarlo. Ma questo lo avrei scoperto chiaramente solo qualche tempo dopo.
Finalmente arrivò il momento delle vacanze. Avevamo deciso, ma più esattamente dovrei dire che io avevo deciso, in quanto Marco ormai neanche si azzardava a mettere in discussione una mia idea e una mia proposta, di prenderci due settimane con le bambine in un villaggio vacanze. D'altronde non è che avessimo molte scelte. Fare una vacanza per tutta la famiglia non era facile, così come non era facile conciliare le nostre esigenze di adulti con quelle delle bambine, e un villaggio vacanze poteva essere l'ideale. Il fatto che insieme a noi non si fosse aggregato nessuno del gruppo di amici, che avevano scelto altre mete, non mi aveva certo spaventata e, anzi, mi aveva fatto quasi piacere. Ho sempre pensato che l'avessero fatto di proposito per non trascorrere le vacanze insieme a me, e quando Marco aveva naturalmente accolto con entusiasmo la mia idea, si scusarono dicendo che quel tipo di vacanza a tutti loro non piaceva. E sì che l'avevano fatta diverse volte in passato. Poco male, restavamo io, mio marito, le mie figlie. Nessun altro.
La sera che precedette la partenza fu ovviamente molto intensa. Avevamo di fronte a noi un viaggio di circa 700 km, e con due bambine piccole non sarebbe stata una passeggiata. Ci saremmo dovuti alzare all’alba per cercare di fare un bel po’ di chilometri con il fresco del mattino, ma era la strada che ci preoccupava un bel po’. La località che ci aspettava si trovava in Calabria e, per arrivarci, avremmo dovuto percorrere la famigerata autostrada Salerno-Reggio Calabria, e il timore di trovare un intoppo era considerevole. Mi preoccupavo notevolmente di potermi trovare in macchina sotto il sole cocente di agosto, col rischio di far venire un’insolazione alle bimbe. Quindi, mentre mio marito metteva in valigia tutto quello che io gli avevo preparato, mi occupai personalmente di preparare i cappellini per ripararle dal sole, un frigo bar da portarmi appresso per idratarle in continuazione, e le creme protettive sia per me che per loro. Marco era scuro di carnagione, ma io e mie figlie eravamo molto chiare e con la pelle delicata, e dovevamo quindi avvicinarci per gradi alla tintarella. Quando terminammo i preparativi, mi misi seduta sul letto accanto a Marco.
“Ti dispiace non essere andato in vacanza con tutti gli amici?” gli chiesi accarezzandolo. “Forse sono stata troppo impulsiva, e avrei dovuto cercare un accordo con loro. Invece mi sono intestardita e così ce ne andiamo soli soletti.” Lo stavo dicendo col cuore. Sapevo quanto mio marito fosse legato con tutti loro, e mi sentivo un po’ in colpa.
“Ma che dici? Dovrei dispiacermi? Sto per andare in vacanza con la mia bellissima moglie che amo più della mia vita, e con le mie bambine che adoro letteralmente, e dovrei essere dispiaciuto? Sono felice, invece. Vedrai che questa sarà una vacanza indimenticabile per noi due e per tutta la nostra famiglia”, disse, terminando poi con un dolcissimo “ti amo”, baciandomi lievemente sulle labbra, per poi indietreggiare leggermente. Io invece, avevo ancora voglia delle sue labbra e lo afferrai da dietro il collo facendolo avvicinare per poterlo baciare di nuovo, stavolta sul serio, “da grandi”. Stavo cominciando a trovare estremamente piacevoli queste mie piccole iniziative, anche se pensavo che avrei dovuto migliorare un bel po’ prima di diventare un’esperta in materia, e mi basavo solo sul mio istinto. Per quanto riguardava il nostro viaggio, ero convinta anch’io che sarebbe stata una magnifica vacanza, anche se non potevo immaginare che quelle due settimane trascorse in un banale villaggio vacanze avrebbero avuto un ruolo determinante nel mio cambiamento, inaugurato con la telefonata di Alessandra e proseguito poi con la mia iscrizione in palestra.
Continua...
“Non riaccenderla nemmeno la televisione. Devi scendere di nuovo a comprare il latte.” Ora accadrà qualcosa, mi dicevo. Stavolta gliel’avevo praticamente ordinato, e Marco me lo tirerà in faccia il latte. Mi dirà che lui non è il mio schiavetto e che a essere buoni ci si rimette. Neanche per sogno. Marco venne vicino a me e mi baciò sulla guancia.
“Vado subito, amore”, rispose, scendendo velocemente per ottemperare al mio ordine. Rimasi qualche istante in silenzio in mezzo al corridoio, cercando una spiegazione ragionevole a quello che stava accadendo. Non trovai nessuna spiegazione, ma in compenso ribadii a me stessa che la faccenda poteva essere oltremodo gradevole. Avevo dato un ordine a mio marito e lui lo aveva eseguito senza fiatare. Inoltre, e quella sensazione era strana quanto il comportamento di mio marito, mi era piaciuto dargli quell’ordine, forse più di quanto avrei voluto ammettere, e mi era piaciuto anche vedere con quale sollecitudine quell’ordine era stato eseguito. Decisi quindi di dare un seguito a quella situazione. Non di rado infatti, lo facevo scendere da casa per cose che, fino a poco tempo prima, avrei magari fatto con comodo il giorno dopo, come comprare la mia rivista preferita, oppure per comprarmi di nuovo le sigarette. Il bello era che Marco, non solo non si lamentava, ma lo faceva di corsa e di buon grado, apparentemente con il solo scopo di rendermi felice. Sembrava che quella fosse diventata la priorità assoluta della sua vita: rendere me, sua moglie, felice e soddisfatta.
Questo suo comportamento durò quasi un anno, durante il quale io ero sempre più combattuta tra il fastidio di avere a fianco un marito donnicciola, pauroso e piagnucoloso, e la sensazione unica di sentirsi onnipotente, ammirata, desiderata e amata al di là di ogni possibile immaginazione. Pensavo comunque che non dipendesse affatto da una paura fisica nei miei confronti, cosa che continuavo a ritenere alquanto ridicola, quanto dalla paura di perdere la sua bella moglie. E sì, perché ormai mi sentivo veramente una donna perfetta. O quasi. Dopo qualche mese di allenamento con i pesi, e facendo una miriade di addominali sotto la sapiente guida di Daniele, avevo eliminato quello che rappresentava l'ultimo inestetismo che mi perseguitava: la pancia. Ora era piatta veramente, forte e tonica, e io ero diventata di nuovo vanitosa come non mai. Lo specchio era per me diventato di primaria importanza, sempre pronta a rimirarmi, gongolando come una ragazzina per quello che vedevo, dimenticando in quei frangenti di essere una madre di due bambine. Questo portò di nuovo un certo attrito con quasi tutte le altre ragazze del gruppo, che mal digerivano la mia ingombrante presenza e, soprattutto, il mio modo di fare indisponente. Se non fui cacciata in malo modo dipendeva esclusivamente dall'affetto che riversavano tutti nei confronti di mio marito. Il mio carattere purtroppo era quello e, pur sapendo di sbagliare, non riuscivo a cambiare o a fingere un po’. Ma in quel momento, non m’interessava quello che gli altri potessero pensare di me. Avevo raggiunto un equilibrio strano ma molto soddisfacente per me, e il resto non aveva importanza. Il lavoro, pur faticoso in alcuni periodi, mi dava parecchie soddisfazioni, lasciandomi anche molto tempo libero, mio marito era innamorato pazzo di me, avevo due bimbe meravigliose, e avevo trovato un hobby veramente particolare che riempiva quasi tutti i miei pomeriggi, e che stava diventando per me una vera e propria passione: la palestra. A gennaio ero diventata cintura arancione mentre a giugno divenni cintura verde di judo. Erano frequenti anche i combattimenti con alcuni maschi, e io non partivo mai battuta. Certo, a parità di cintura, difficilmente riuscivo a vincere con un uomo o anche con un ragazzo, mentre ero praticamente imbattibile quando mi capitava per le mani una rappresentante del mio sesso. Prima delle vacanze riuscii addirittura a vincere con una ragazza che era cintura marrone. D'altronde ero molto forte per essere una donna, grazie un po' alla mia costituzione fisica e un po' per i duri allenamenti a cui mi sottoponeva Daniele. Anche nella kickboxing infatti, ero diventata veramente brava. Tra le donne che frequentavano la palestra ce n'era solo una che mi batteva con una certa regolarità, ma lei aveva iniziato ben due anni prima di me, ed era ormai entrata nel circuito nazionale, mentre quelle che avevano il mio stesso livello tecnico soccombevano regolarmente. In seguito però, diedi a quella ragazza la prima di una lunga serie di sonore sconfitte e di lezioni di combattimento. Non avevo invece termini di paragone con gli uomini in quanto Daniele non voleva assolutamente che facessimo combattimenti misti e, al massimo, ci permetteva di scambiare qualche colpo solo per allenamento. Stavo quindi diventando notevolmente brava quando ci trovavamo ormai in piena estate del 1998. In un solo anno e mezzo avevo compiuto dei passi da gigante. Se fino a quel momento avevo sorriso sulla paura di mio marito nei miei confronti, ora iniziavo a credere che forse l’ipotesi che io potessi batterlo in un’eventuale lotta, non era poi così campata in aria. Ma cosa diavolo andavo pensando? Mi pentii immediatamente di quel pensiero. E poi per quale motivo avrei dovuto lottare con lui? In quel periodo non sarei riuscita a trovare una scusa per litigarci neanche volendolo. Faceva tutto quello che gli dicevo e, semmai, l’unico argomento di discussione avrebbe potuto essere proprio la sua totale venerazione.
Ma intanto la palestra stava per chiudere per le vacanze estive, e fu proprio qualche giorno prima che ciò accadesse che Daniele si dichiarò.
Eravamo soli come sempre, e io ero come al solito stanca ma soddisfatta per il
lavoro svolto. Daniele mi venne di fronte e mi accarezzò il viso sudato.
"Sei contenta ora, Patty? Io credo di aver fatto un ottimo lavoro con te. Ma
sono stato facilitato perché tu sei incredibile. Hai una forza di volontà pazzesca. Sei forte, sei brava e sei anche molto bella. Mi sei piaciuta subito, anche quando avevi un sacco di chili in più. Ora però togli letteralmente il fiato." Avvicinò la sua bocca alla mia, ma io mi ritrassi.
"No, Daniele. Ti prego, no. Io amo mio marito. Anche tu sei fantastico, ma io
non me la sento. Se pensi che la mia presenza ti possa creare problemi, forse è meglio non vederci più. Penso che sia meglio che mi vada ad allenare in un'altra palestra", gli dissi.
Daniele si staccò pian piano. Era ovviamente molto deluso. Forse io lo avevo
incentivato con il mio modo di fare, e ne ero dispiaciuta.
Lui però mi sorrise. "No, Patty, questo non te lo concedo. Sei la migliore allieva che abbia mai avuto, e non ti lascio andare via. Ora hai un corpo fantastico, ma dovrai faticare per tenertelo, e io sono il più bravo allenatore che tu possa avere. Sono stato uno stupido io a credere che tu potessi avere un debole per me, e mi scuso per questo. Ma se non posso averti come donna voglio averti come amica e come allieva."
Uscii dalla palestra e, pur dispiaciuta per Daniele, che consideravo una brava
persona, ero tronfia come non mai. Stavolta le lodi non erano partite da mio
marito. Anche gli altri ormai mi vedevano come una donna bellissima, e ne ero
compiaciuta come non mai.
Era questo il mio stato d'animo alla vigilia delle vacanze in quell’agosto del 1998. Ero diventata una donna che dedicava gran parte della propria giornata alla cura di sé stessa, con un irrefrenabile desiderio di apparire, aiutata in questo da un marito che non perdeva occasione di elogiarmi, e che mi invogliava a vestirmi in modo sempre più appariscente, con pantaloni sempre più aderenti,
gonne sempre più corte, magliette sempre più scollate, e tacchi sempre più
alti. Fino a poco tempo prima avevo evitato accuratamente di indossare scarpe
col tacco alto per non creare un dislivello enorme tra me e lui, ma avevo scoperto che a Marco non solo non interessava, ma che addirittura amava enormemente vedermi andare in giro con i trampoli. Perciò, appena mi capitava l’occasione, davo sfogo a tutta la mia vanità repressa in tanti anni di grassezza, e di desideri che non avevo potuto sfogare. Ovviamente, c'era anche l'altro aspetto psicologico, ovvero quello che riguardava il timore di Marco nei miei confronti. Dopo tanti mesi di inquietudini, ne avevo dovuto prendere atto. E lo avevo fatto tranquillamente. Se quello era ciò che mio marito sentiva nei miei confronti, tanto peggio per lui. Se, dopo tante parole, ancora non ero riuscita a convincerlo che non aveva nulla da temere da me, non sapevo proprio più cosa fare. Ma c'era anche un'altra questione. Ancora non me ne rendevo conto, ma stava anche cambiando il mio modo di amarlo. Ma questo lo avrei scoperto chiaramente solo qualche tempo dopo.
Finalmente arrivò il momento delle vacanze. Avevamo deciso, ma più esattamente dovrei dire che io avevo deciso, in quanto Marco ormai neanche si azzardava a mettere in discussione una mia idea e una mia proposta, di prenderci due settimane con le bambine in un villaggio vacanze. D'altronde non è che avessimo molte scelte. Fare una vacanza per tutta la famiglia non era facile, così come non era facile conciliare le nostre esigenze di adulti con quelle delle bambine, e un villaggio vacanze poteva essere l'ideale. Il fatto che insieme a noi non si fosse aggregato nessuno del gruppo di amici, che avevano scelto altre mete, non mi aveva certo spaventata e, anzi, mi aveva fatto quasi piacere. Ho sempre pensato che l'avessero fatto di proposito per non trascorrere le vacanze insieme a me, e quando Marco aveva naturalmente accolto con entusiasmo la mia idea, si scusarono dicendo che quel tipo di vacanza a tutti loro non piaceva. E sì che l'avevano fatta diverse volte in passato. Poco male, restavamo io, mio marito, le mie figlie. Nessun altro.
La sera che precedette la partenza fu ovviamente molto intensa. Avevamo di fronte a noi un viaggio di circa 700 km, e con due bambine piccole non sarebbe stata una passeggiata. Ci saremmo dovuti alzare all’alba per cercare di fare un bel po’ di chilometri con il fresco del mattino, ma era la strada che ci preoccupava un bel po’. La località che ci aspettava si trovava in Calabria e, per arrivarci, avremmo dovuto percorrere la famigerata autostrada Salerno-Reggio Calabria, e il timore di trovare un intoppo era considerevole. Mi preoccupavo notevolmente di potermi trovare in macchina sotto il sole cocente di agosto, col rischio di far venire un’insolazione alle bimbe. Quindi, mentre mio marito metteva in valigia tutto quello che io gli avevo preparato, mi occupai personalmente di preparare i cappellini per ripararle dal sole, un frigo bar da portarmi appresso per idratarle in continuazione, e le creme protettive sia per me che per loro. Marco era scuro di carnagione, ma io e mie figlie eravamo molto chiare e con la pelle delicata, e dovevamo quindi avvicinarci per gradi alla tintarella. Quando terminammo i preparativi, mi misi seduta sul letto accanto a Marco.
“Ti dispiace non essere andato in vacanza con tutti gli amici?” gli chiesi accarezzandolo. “Forse sono stata troppo impulsiva, e avrei dovuto cercare un accordo con loro. Invece mi sono intestardita e così ce ne andiamo soli soletti.” Lo stavo dicendo col cuore. Sapevo quanto mio marito fosse legato con tutti loro, e mi sentivo un po’ in colpa.
“Ma che dici? Dovrei dispiacermi? Sto per andare in vacanza con la mia bellissima moglie che amo più della mia vita, e con le mie bambine che adoro letteralmente, e dovrei essere dispiaciuto? Sono felice, invece. Vedrai che questa sarà una vacanza indimenticabile per noi due e per tutta la nostra famiglia”, disse, terminando poi con un dolcissimo “ti amo”, baciandomi lievemente sulle labbra, per poi indietreggiare leggermente. Io invece, avevo ancora voglia delle sue labbra e lo afferrai da dietro il collo facendolo avvicinare per poterlo baciare di nuovo, stavolta sul serio, “da grandi”. Stavo cominciando a trovare estremamente piacevoli queste mie piccole iniziative, anche se pensavo che avrei dovuto migliorare un bel po’ prima di diventare un’esperta in materia, e mi basavo solo sul mio istinto. Per quanto riguardava il nostro viaggio, ero convinta anch’io che sarebbe stata una magnifica vacanza, anche se non potevo immaginare che quelle due settimane trascorse in un banale villaggio vacanze avrebbero avuto un ruolo determinante nel mio cambiamento, inaugurato con la telefonata di Alessandra e proseguito poi con la mia iscrizione in palestra.
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