La vita di Patty Capitolo 10

di
genere
dominazione

Devo dire che mi avvicinai al primo giorno di allenamento con Daniele con un
po' di timore. All'inizio, presa dall'euforia, non pensai bene a ciò che,
allenandomi con i pesi, sarebbe potuto accadere al mio corpo. Ero diventata
nuovamente magra e in forma, e non volevo certo diventare un ammasso di
muscoli solo per eliminare un leggero accenno di pancia. Ne parlai naturalmente proprio con Daniele, prima di cominciare.
“Non ti preoccupare, Patty," mi tranquillizzò subito il mio allenatore. "gli
allenamenti che ti farò fare non ti faranno cambiare di troppo la tua linea.
Cercheremo di toccare solo i punti che necessitano di un po' di assestamento.
Devi sapere che fare pesi in maniera misurata non irrobustisce in modo esagerato. A parte il fatto che voi donne non potreste mai diventare un ammasso
di muscoli in modo naturale perché non producete molto testosterone. Pertanto,
senza fare uso di steroidi, non ti accadrà niente di irreparabile. Perciò, qualche piccolo accenno di muscoli probabilmente te lo farò venire, ma non si vedrà niente. A meno che tu non ti metta a fare pose esibizionistiche. Diventerai sicuramente molto più forte, la pancia diverrà piatta come desideri, ma niente altro. Sarebbe un vero peccato rivoluzionare il tuo corpo perché tu stai già molto bene così. Cercheremo solo di perfezionare ciò che è già ad alto livello."
Quelle frasi, oltre a tranquillizzarmi completamente sul fatto che non sarei diventata troppo muscolosa, mi dettero la conferma di ciò che già immaginavo, e cioè che Daniele aveva un’infatuazione per me. Ma non l’avevo io per lui. Possedeva, è vero, un fisico notevole che guardavo con ammirazione, ma il tradimento non faceva parte della mia mentalità. Addirittura, non avevo mai guardato un altro uomo con il desiderio di portarmelo a letto. Ero stata, fino a quel momento, di un solo uomo, e mi bastava e avanzava. Avevo scoperto che mi piaceva giocare un po’ con la seduzione, ma un conto era accavallare le gambe e sentirsi guardata, un altro era desiderare un altro uomo e tradire mio marito. Anche perché, soprattutto in quel periodo, non soffrivo certo di mancanza di attenzioni. Anzi. Marco mi continuava a guardarmi come se fossi l'unica donna sulla terra, facendomi sempre un sacco di complimenti e facendomi sentire bellissima, forse molto di più di quanto lo fossi realmente. Ma il cambiamento di Marco fu molto intenso, addirittura incredibile nei giorni che seguirono. Spiegare cosa avvenne in quell'anno, cioè da settembre fino all'agosto dell'anno seguente, è veramente complicato, ma proverò a farlo ugualmente aiutandomi con degli esempi in quanto il comportamento di mio marito è fondamentale per riuscire a capire cosa avvenne in seguito. Iniziò un giorno, poche settimane dopo che io avevo iniziato gli allenamenti con Daniele come mio allenatore personale. Tornai a casa mentre Marco stava, com'era ormai suo solito, preparando la cena. Mi ero meravigliata di come avesse imparato, in breve tempo, a essere un cuoco, se non provetto, quantomeno decente. Le bambine erano nella loro camera a giocare e, dopo averle affettuosamente salutate, andai in cucina per aiutarlo come facevo abitualmente, ma lui mi stoppò.
"No, amore, non ti preoccupare. Sarai stanchissima dopo tutte quelle ore di palestra. Siediti che penso a tutto io."
Mi sedetti infatti, ma guardai comunque tra le cose che aveva comprato per vedere se aveva seguito alla lettera i miei dettami. Ero sempre preoccupata di come lui si muovesse tra gli scaffali del supermercato e, quando mi accorsi che infatti mancavano alcune cose, lo rimproverai bonariamente.
"Tesoro, io ti ringrazio per tutto quello che fai. Però, visto che ti sei
offerto di fare la spesa, cerca di farla almeno nella maniera giusta." Era un mezzo rimprovero fatto da una moglie al marito, una moglie che non si fidava
ciecamente di come lui si muovesse tra i fornelli e al supermercato. Nulla di più. La reazione di Marco fu invece stupefacente.
"Oh, mio Dio, è vero! Mi sono dimenticato. Ti prego, Patty, non ti arrabbiare. Vedrai che la prossima volta starò più attento."
Rimasi ovviamente a bocca aperta. Pensavo che mi avrebbe mandato a quel paese, ed ero pronta già a scusarmi con lui. Povero caro, pensavo, oltre a fare tutto quello che fa, ha pure una moglie che non si accontenta e che ha da ridire.
“Va bene, tesoro, non ha importanza”, minimizzai infatti subito dopo.
“Grazie, amore mio. Avevo proprio paura che di avertela fatta grossa stavolta, e temevo una tua reazione.”
Una mia reazione? E cosa mai avrei potuto fare? Sculacciarlo come un bambino per caso?
"Marco, ma che fai? Hai paura di me?" gli chiesi infatti sempre più allibita.
"No, cioè un po'. Insomma, ti alleni così tanto che probabilmente sarai diventata più forte di me, e io non voglio che tu…"
A quella risposta lo guardai meravigliata, e forse anche un po’ innervosita. "Sei per caso uscito fuori di senno? A parte il fatto che quello che stai dicendo è semplicemente ridicolo considerando che sei quasi il doppio di me, ma ti pare che se anche io fossi più forte di te, ti metterei le mani addosso? Sei mio marito e io nutro il massimo rispetto per te."
La cosa finì lì, ma mi lasciò dei notevoli strascichi psicologici. Marco che aveva paura di me… Sembrava impossibile, eppure pareva fosse proprio così. Un altro episodio infatti, accadde un paio di settimane dopo. Anche questo, come quello passato, e come quasi tutti quelli che verranno in seguito, si svolse in ambito domestico. Questo anche perché io e Marco ci vedevamo soltanto la sera, oltre al sabato pomeriggio e alla domenica, giorno però che dedicavamo quasi esclusivamente alle nostre figlie, portandole, insieme ai figli dei nostri amici, nei posti adatti per trascorrere un sano pomeriggio tutto dedicato alla famiglia. Tornando a quell'episodio, anche in quel caso si svolse in cucina, e anche allora per una lieve mancanza di mio marito che aveva dimenticato di comprare il caffè. Non che senza caffè non potessi vivere, ma dopo pranzo e dopo cena era per me una piacevolissima abitudine alla quale mi dava fastidio rinunciare.
"Oh, no!" mi lamentai infatti. "Il caffè no. Accidenti, Marco, ma dove hai la testa? Lo sai che ho l’abitudine di prendermi il caffè dopo cena."
Lui fece una faccia strana, iniziò a respirare affannosamente, e quindi alzò le braccia istintivamente, come se temesse che potessi davvero colpirlo.
"Perdonami, amore mio. Sono un idiota. Ti prego, non te la prendere con me.
Ora scendo immediatamente a comprartelo."
Quella volta mi arrabbiai sul serio, non per quello che aveva dimenticato.
Del caffè, in fondo, potevo farne tranquillamente a meno, ma per quello
strano modo che aveva che iniziava a rendermi nervosa.
"Ma insomma, Marco. Ti sei rincoglionito per caso? Ma che ti sta succedendo?
Sembri... Si, insomma, sembri una femminuccia. Non è da te un comportamento
del genere."
Lui chinò il capo. Aveva quasi le lacrime agli occhi. "Lo so, Patty, lo so. Il fatto è che non capisco più niente. Ho una terribile paura di perderti, e non vorrei deluderti. Vorrei fare tutto quello che posso per renderti felice. Ti amo tanto e poi… sei così bella che non posso fare a meno di pensarti ogni istante della mia vita. Sei anche così in forma che è facile immaginare che tu possa essere in grado di darmele sonoramente, se solo tu volessi."
Lo abbracciai teneramente. Che fosse ormai perdutamente innamorato di me si vedeva. Il problema era che io non ero abituata a un comportamento del genere. Non dimentichiamoci che mi ero innamorata di lui proprio in virtù del suo carattere dolce ma anche molto maschile, mi ero innamorata di un ragazzo che aveva saputo domare una ragazzina boriosa e piena di sé. Ora invece mi ritrovavo un uomo piagnucoloso che mi adorava e che aveva addirittura paura di me solo perché andavo in palestra. Pazzesco! Eppure, se da una parte mi dava fastidio quel suo modo di fare, dall'altro cominciavo ad avere strane sensazioni non completamente sgradevoli. Anzi, diciamo pure che si trattava di sensazioni molto appaganti. Mi piaceva il suo sguardo adorante che posava su di me, il suo continuo sostenere quanto fossi meravigliosa e unica, e infine, ma non certo per ultimo in ordine d'importanza, mi piaceva enormemente il sesso che stavamo facendo nell'ultimo periodo. Si dedicava innanzitutto completamente a me, mettendo in primo piano le mie esigenze e in secondo le sue. In quei momenti adoravo sentirmi dire quanto io fossi bella, e Marco non lesinava elogi, mi riscaldava per bene con modi sapienti e studiati, e mi penetrava solo quando io cominciavo a sentire il bisogno impellente di avere il suo sesso. In quei momenti, Marco ritornava a essere il maschio che conoscevo, che avevo imparato ad amare, e di cui avevo bisogno. Purtroppo non è che fossero tantissimi quei momenti, le bambine stavano spesso tra i piedi, ma forse proprio per questo, quando avevamo del tempo solo per noi era doppiamente prezioso, e stavamo bene attenti a non sprecarne neanche un minuto. Ma Marco proseguì sulla falsariga di quel comportamento ancora per tante altre volte, e io ero veramente combattuta sul da farsi. Possibile che un uomo grande e grosso avesse paura di me? Avevo voglia di confidarmi con qualcuno, ma con chi? Con le altre ragazze del gruppo era da escludere, con i suoi amici anche. Non mi andava certo di farlo passare davanti a loro come un imbranato impaurito. Decisi quindi di parlarne con una delle mie sorelle, quella mezzana. Anche perché con quella più grande non avevo mai avuto un ottimo rapporto. Non avevo molti contatti neanche con la mezzana, a essere sincera, ma era sicuramente l’unica alla quale poter raccontare tutto quello che era accaduto tra di noi nell’ultimo scorcio di tempo, alla ricerca di un consiglio su quale comportamento tenere. Alla fine del racconto mia sorella mi scoppiò a ridere in faccia.
"E ti lamenti pure? Magari ce l'avessi io un marito carino come il tuo che mi
prepara la cena, mi ripulisce la cucina e poi mi scopa da Dio. Quanto alla
paura che prova, non so che dirti. Magari immagina che tu, andando così spesso
in palestra, sia diventata una sorta di campionessa. Ma scusa, Patty, ma che
te ne importa? Fa quello che dici tu, ti adora, ti considera più bella di
miss universo, e tu trovi pure il coraggio di lamentarti? Secondo me la strana
sei proprio tu."
Accettai il consiglio di mia sorella, anche se non è che ne fossi pienamente
convinta. Ero sempre stata dell'idea che un uomo dovesse essere uomo, e quindi
comandare, ovviamente entro certi limiti, e una donna, invece, non dico
assoggettarsi a lui ed esserne succube, ma comunque cercare in un uomo una
certa sicurezza, sicurezza che ora cominciava a mancarmi. Ero stata insomma, fino ad allora, la classica donna che aspettava che il principe azzurro la prendesse al volo, la caricasse sul suo destriero bianco, e corresse verso la felicità, e non certo una virago pronta a menare le mani. Gli episodi intanto si susseguivano sempre più frequentemente, e ogni volta Marco dava l'impressione di essere terrorizzato solo all'idea che io potessi replicare andando a vie di fatto. Con cadenza ormai quasi matematica, mio marito si dimenticava o sbagliava
qualcosa nelle sue faccende domestiche. Qualche volta me ne accorgevo io, altre volte invece era proprio lui a farmelo presente, quasi come se cercasse volutamente un inizio di discussione, per poi scusarsi sempre, pregandomi di non arrabbiarmi. Mi imposi di pensare che, in fondo, chi ci guadagnava ero proprio io, anche se ogni tanto quel comportamento mi infastidiva non poco.
Ma ormai era arrivato dicembre, e tra i componenti del gruppo si cominciava a parlare di come festeggiare il prossimo capodanno. Ogni anno si riproponeva sempre l’eterno dilemma: festeggiare in casa oppure andare in qualche locale? A volte il gruppo si spezzava in due tronconi, con i single e le coppie senza figli a divertirsi in uno dei tanti locali alla moda, e noi coppie con prole in casa di qualcuno a giocare tristemente a tombola. Anche quell’anno era probabile che sarebbe andato a finire in quel modo. Negli anni precedenti non mi ponevo neanche il problema. Avevo due bambine e loro dovevano festeggiare insieme ai loro genitori, se ce l’avessero fatta a rimanere sveglie fino a mezzanotte, altrimenti le avrei baciate mentre dormivano beatamente. Noi eravamo una famiglia, e in occasione come quelle dovevamo essere uniti. Però quella volta qualche dubbio mi era venuto. Per quella serata di fine anno che avrebbe festeggiato l’arrivo del 1998, avevo voglia di divertirmi davvero. Quanto tempo era che non andavo a ballare? Sicuramente da prima che rimanessi incinta la prima volta, ovvero da oltre sette anni e mezzo. Quando ero una ragazza adoravo ballare, e sapevo anche muovermi con grazia in pista. Insieme a Marco ci andavo quasi tutti i sabati sera, anche se lui non si alzava a ballare neanche sotto minaccia. Per lui la discoteca era un posto dove stare in compagnia con me e con gli amici, non certo per ballare, cosa che lui, tra l’altro, non reputava da maschio vero. “Un uomo non balla, e se lo fa è solo per adescare la femmina di turno”, sosteneva, scherzando ma non troppo. Malgrado quest’odio sviscerato per il ballo, Marco adorava la musica. La sua passione erano le rock band angloamericane degli anni 70 ed 80 con i Pink Floyd in testa, ma anche Led Zeppelin, Police, Genesis e naturalmente i Queen. Adorava anche Dylan e Joan Baez mentre degli italiani ascoltava volentieri qualche cantautore, Vasco e su tutti De Andrè, di cui conosceva a memoria tutte le canzoni. I miei gusti erano molto meno elitari e si rifacevano soprattutto al pop, con qualche deviazione su alcuni cantautori italiani, con in testa il mio preferito di allora: Baglioni, il cui sottofondo era stato testimone del nostro primo bacio. Ma comunque ascoltavo un po’ di tutto, ed ero appassionata soprattutto dalle hit del momento, ma la sua presenza, le sue spiegazioni sulla qualità musicale del rock, e soprattutto il suo continuo ascoltare quel genere, ne fecero diventare, se non proprio un’appassionata, sicuramente una buona fruitrice. Dopo questo girovagare musicale, torno a quel dicembre, con una mezza idea di lasciare le bimbe ai miei genitori o ai miei suoceri, e andarcene anche noi in un bel locale a tirar mattina. Mancavano pochi giorni al Natale, una sera che tornai a casa stanchissima, come ormai mi capitava tutti i giorni. Era il primo anno che mi capitava di lavorare nel periodo di Natale, e capii cosa volesse dire. I clienti erano numerosissimi, e spesso non avevo neanche il tempo di andare in palestra per allenarmi, essendo costretta a rimanere anche il pomeriggio al negozio. In quei casi, non volendo perdermi le lezioni, ci andavo la sera, appena chiuso il negozio. Anche la domenica era diventata per me un giorno lavorativo, e ritornare a casa trovando tutto pronto e pulito, era per me un grande sollievo. Dopo esserci salutati, Marco mi disse di telefonare a Milla che mi aveva cercata in precedenza, e aveva trovato il mio cellulare spento, per prendere accordi su quel benedetto capodanno. Milla, abbreviazione di Camilla, era quella con cui andavo maggiormente d’accordo. Fisicamente eravamo molto lontane, ma caratterialmente invece, molto simili. Anche lei aveva due bambini piccoli, due maschietti invece delle mie due femminucce, e questo ci portava a condividere molti problemi sia sulla famiglia che sul tempo libero. Le accennai i miei dubbi sul riunirci per l’ennesima volta a casa di una di noi e della mia voglia di variare.
“Come vuoi, Patty. Ma devi deciderti subito. So che gli altri vanno domani a prenotare il locale e, se non ti sbrighi, corri il rischio di rimanere fuori. A me non fa differenza. Pure se decidi all’ultimo memento, un posto per voi quattro a casa mia c’è sempre.”
Aveva ragione, dovevo decidermi. Sapevo che quella sera era l’ultima per prendere una decisione, ma con tutto quello che avevo avuto da fare in quegli ultimi giorni, mi era passato dalla mente. Mi sedetti in cucina, dando un vago sguardo a Marco intento a prepararmi la cena. Continuava a essere una visione strana ai miei occhi, malgrado ormai erano quasi quattro mesi che lui si dedicava alle faccende domestiche quasi in toto.
“Sei rimasta d’accordo con Milla, tesoro?” esordì lui sorridendomi.
“Veramente, no. Sai, stavo pensando che non sarebbe male se anche noi facessimo una pazzia e ce ne andassimo in un bel localino lasciando le bimbe ai nonni. Tu che ne dici?”
“Per me va bene, amore.”
“Però così sacrifichiamo i miei o i tuoi che magari vorrebbero starsene in santa pace. Forse non è proprio una bella idea.”
“D’accordo, Patty, vorrà dire che andremo a casa di Milla con le bimbe.”
Mi alzai di scatto dalla sedia. Quel comportamento passivo stava cominciando a innervosirmi oltre misura. “Ma insomma. Non sai dire altro? D’accordo, Patty, sì, Patty. Non ce l’hai un’idea tua?”
Marco abbassò gli occhi mentre io mi ero messa minacciosa davanti a lui con una gran voglia di litigare.
“Io non so... Per me va bene qualunque cosa tu decida. La cosa importante è che tu sia soddisfatta.”
Oh, al diavolo! Marco non si spostava da quel comportamento assurdo, e io non avevo neanche più voglia di litigare. Come si fa a bisticciare con qualcuno che ti dà sempre ragione?
“Va bene, Marco. Se questo è quello che vuoi, prenderò io la decisione. Quanto a te... Affrettati a preparare la cena che ho fame.” E sì! Non c’era verso di spostarlo da quel modo di comportarsi. Per la cronaca, quel capodanno lo trascorsi a casa di Milla, tra una partita a tombola e una scorpacciata di pandoro, con le bambine che attesero pazientemente, anche se un po’ insonnolite, l’arrivo del nuovo anno, esultando al momento topico, alla vista di tutte quelle luci pirotecniche.
Non era stato neanche quello un gran capodanno, quindi. Una cosetta in famiglia e tra amici. Ma non sempre il buongiorno si vede dalla mattina e quel 1998 sarebbe stato, nella sua seconda metà, un anno di cambiamenti enormi nella mia vita e in quella di mio marito.
Continua...










scritto il
2026-05-06
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