La vita di Patty Capitolo 14

di
genere
dominazione

La vacanza aveva preso una piega decisamente inaspettata. Per tutto il proseguimento di quella giornata, e anche quando mi svegliai giorno seguente,
continuavo a ripetere che avevo battuto mio marito, e che l'avevo fatto con una
facilità incredibile, soprattutto considerando la sua stazza. Mi era capitato
di combattere con dei maschi nel judo, ma quelle poche volte che avevo vinto,
avevo dovuto sputare sangue. Invece Marco era capitolato immediatamente. Forse
ero più forte di quello che pensavo. Quello che invece mi dava da pensare
era il rapporto che avrei dovuto instaurare con lui. Se fino a quel momento
aveva avuto paura che io lo potessi picchiare, chissà cosa avrebbe combinato
dal momento che aveva compreso che io potevo farlo davvero. Ma soprattutto, come avrei dovuto relazionarmi io con un marito che se la faceva sotto? Che aveva paura di me?
Dovevo cercare di metterlo alla prova per capire in che modo mi sarei dovuta
comportare, e iniziai subito la mattina seguente durante la colazione che si svolgeva a buffet nel salone grande dell'albergo. Ci avevo riflettuto a lungo per tutto il resto della giornata precedente, e persino prima di addormentarmi. Alla fine trovai ciò che mi sembrava più adatto. Ci mettemmo seduti, noi due e le bambine, poi osservai mio marito.
"Marco, preparamela te la colazione. Non ho voglia di mettermi a fare la fila
per prendere un goccio di caffè”, gli ordinai, riferendomi al fatto che non c’era servizio, ma si trattava invece di un self-service. E spesso c’era un po’ di fila, unico lato negativo di quella vacanza.
"Subito, amore", mi rispose mio marito, senza neanche farmi fiatare. Si alzò
immediatamente e preparò su un piatto le cose che di solito io prendevo per
la colazione.
"Ecco, amore, ora ti vado a prendere anche il caffè."
Lo fermai prendendolo per un braccio. "Lo sai che per prima cosa io bevo il caffè, e solo dopo mangio qualcosa. Possibile che tu non ti renda conto di niente? Vai e sbrigati.” Avevo usato un tono brusco, antipatico. Se avessi fatto una cosa del genere due anni prima, quando ero una cicciona inguardabile, mio marito, come minimo, mi avrebbe guardata dall'alto in basso, e appena saremmo stati da soli mi avrebbe rimproverata di brutto, fino a costringermi a chiedergli scusa. Quella volta invece abbassò gli occhi.
"Scusami, amore. E' vero, sono imperdonabile. Vado immediatamente."
Roba da pazzi. Sembrava che potessi permettermi tutto con lui, e non nascondo
che era tremendamente piacevole e anche eccitante. Perché si comportava così? Perché ormai aveva capito che potevo batterlo? Perché avevo dimostrato di essere più forte di lui? O forse era il suo modo di farmi capire che mi adorava, che era innamorato di me, che gli piacevo tantissimo? O c’era dell’altro che mi sfuggiva? Ma mentre Marco ritornava col caffè, mia figlia grande mi guardò con tono interrogativo.
"Mamma, tu e papà avete litigato?"
"No, tesoro. Non abbiamo litigato. Mamma e papà si vogliono tanto bene", le risposi.
"E allora perché lo hai sgridato così?"
"Ma, no, non l'ho sgridato. Stavamo giocando, non ti preoccupare."
Mia figlia sembrò accettare la risposta che le diedi, ma questo mi insegnò che forse non era il caso di avere certi comportamenti davanti alle bambine. Comunque, di tempo per stare da soli ne avevamo in abbondanza durante quella vacanza, e proseguii su quella linea appena le bambine andavano a giocare al mini club. Chiedevo a Marco di prendermi una sigaretta, e lui subito smetteva qualsiasi cosa stesse facendo per precipitarsi a farlo, gli chiedevo una bibita e lui volava a prendermela, e se lo rimproveravo per averci messo troppo tempo si scusava, chiedeva addirittura perdono, promettendo che la prossima volta non si sarebbe attardato così tanto. Ma possibile che fosse diventato così succube di me? Non potevo credere che dipendesse dalla lotta che avevamo fatto. Si trattava dell’amore che provava per me? Tutto lasciava presumere che si trattasse proprio di questo, e del fatto che, esteticamente, ritenendomi superiore a lui, avesse timore di perdermi. C'era in quella faccenda qualcosa che mi sfuggiva e che non riuscivo a comprendere. Ma la verità era semplicemente che ero troppo ingenua e ignorante su un determinato argomento, e che mi piaceva credere a quello che vedevo e sentivo. Quindi adoravo i complimenti che arrivavano addirittura a essere imbarazzanti quando me li faceva davanti ad altri, e mi piaceva enormemente che si prodigasse in tutti i modi per esaudire i miei desideri. Ma c'era un'altra cosa importante da mettere in rilievo. Avevamo cominciato a fare sesso tutti i pomeriggi. Avevamo sprecato una settimana, ma avevamo deciso di recuperare. Quindi, dopo il riposino delle bambine, le accompagnavamo al mini club, e poi andavamo in camera a fare l'amore. Pur essendo però molto soddisfacente, non avevo più raggiunto il picco dell'altra volta. Quella volta c'era stato qualcosa di magico, qualcosa che mi aveva presa interamente, corpo e anima. Riuscii a capire di cosa si trattasse l'ultimo giorno prima di ritornare a casa. Quel pomeriggio infatti, come era diventata ormai un'abitudine, ci crogiolammo una mezz'ora in piscina e poi, dopo uno sguardo d'intesa, ci dirigemmo verso la nostra stanza. Appena arrivati gli tolsi la magliettina che aveva indossato e lo spinsi contro il muro per baciarlo. Ormai ero io a prendere l'iniziativa, e la cosa mi piaceva non poco. Sapevo che mi desiderava praticamente sempre, e questa consapevolezza mi aveva fatto cambiare certi miei atteggiamenti passivi. Ma questa volta Marco rimase immobile, anche se mentre lo baciavo riuscivo a sentire distintamente la sua erezione.
"Allora? Che c'è, Marco? Mi sembra che ti vada".
"Si certo, Patty. Lo sai che io ti desidero sempre. Però prima voglio fare
una cosa."
"E cosa vorresti fare di tanto importante? Più importante addirittura di
fare l'amore con me?"
"Vorrei la rivincita. So che può sembrarti assurdo quello che ti sto chiedendo, ma ho bisogno di capire. Voglio sapere con che tipo di donna dormo la notte. Ti rendi conto che io ho paura di te? Non è normale questo."
Scossi la testa infastidita. "Ancora? Certo che non è normale, ma la tua ormai è diventata una fissazione. Senti, amore, non me ne frega niente chi è il più forte di noi due. Credimi. Quello che abbiamo fatto l'altra volta consideriamolo un gioco. Mi piace
tantissimo come ti stai comportando con me, tutte le attenzioni che hai nei miei confronti, ma io voglio che tu le abbia perché mi ami, non perché tu hai
paura di me."
"Ti prego, Patty. Che cosa ti costa?"
Sorrisi tra me. Ormai era una fissazione vera e propria la sua. Avrei potuto accettare e farlo vincere. In questo modo il suo ego maschile avrebbe avuto la sua rivalsa. In fondo, a me non costava nulla. Proprio nulla? Dentro di me una vocina mi diceva che non era giusto ingannarlo, che se proprio dovevo accettare la sua stranissima richiesta avrei dovuto fare del mio meglio, ed essere quella che io ero realmente, senza fingere. D'altro canto non ero io quella che aveva iniziato.
Ma, a prescindere dal mio “senso d'onestà”, volevo farlo vincere veramente?
Oppure avrei voluto invece rivincere io? Sempre ammesso che ci fossi riuscita
naturalmente. Pensavo infatti a tutti quei privilegi che avevo in quel periodo, a tutte quelle piacevoli sensazioni che mi avevano accompagnata in quegli ultimi mesi e, in particolare, in quello scorcio delle vacanze dopo la lotta, durante il quale Marco si era dimostrato così remissivo. Insomma, se è vero che precedentemente avevo avuto modo di lamentarmi di quella sua docilità, è altrettanto vero che dopo quella lotta la situazione era cambiata molto e, non solo l’accettavo, ma quasi la pretendevo. Quasi come fosse un tributo da pagare alla mia superiorità. Insomma, trovavo eccitante constatare quale potere avessi nei confronti di mio marito, e una parte di me non voleva abbandonare quei privilegi. Tutti questi pensieri si agitavano confusi nella mia mente senza che io riuscissi a prendere la mia decisione. Accettare la sua proposta di lottare? Farlo vincere e ritornare ad avere un rapporto paritario? Oppure accettare ma mettercela tutta per sconfiggerlo in modo di poter rimanere in quella posizione di supremazia? Non mi veniva nemmeno in mente la possibilità di poter perdere. La volta scorsa avevo vinto con estrema facilità, dimostrandomi non solo più abile, ma addirittura più forte fisicamente. Mentre cercavo di capire quale soluzione adottare, mio marito mi colse all’improvviso. Mi prese le mani, intrecciandole con le sue, spingendomi con violenza contro il muro.
"Difenditi, Patty, perché stavolta non sarà così facile per te", mi disse
mentre proseguiva a spingermi. A quel punto la mia decisione era presa. Dovevo lottare, e avrei dovuto farlo con tutte le mie forze, dimostrandogli in modo definitivo che io ero veramente la più forte. Non replicai alla sua frase, ma strinsi i denti e iniziai a controbattere. Mi resi conto però che era molto più complicato rispetto alla volta scorsa. Non riuscivo a liberarmi le mani, e Marco mi aveva messa ormai a ridosso del muro impedendomi ogni tipo di reazione. Poi però, sembrò quasi che la sua potenza si affievolisse. La sua spinta iniziava a perdere colpi, e io, pian piano, riuscii a interrompere la sua pressione, cominciando addirittura a prendere il sopravvento. Ora era lui a indietreggiare sotto la mia spinta, senza riuscire a opporre una resistenza valida. Le mie braccia non erano certo muscolose, ma erano diventate di una tonicità ragguardevole, e Marco era sempre più in difficoltà. In quel momento, non si trattava di una lotta, ma di una dimostrazione di forza, e io ero più forte di lui. Credo che sul mio volto si dipinse perfino un sorriso di compassione nei confronti di mio marito per la facilità con la quale lo stavo mettendo sotto. Si, era incredibile, ma era ormai evidente che io ero notevolmente più forte di lui. Marco cercò intanto di trovare una valida variante ala sua difesa, e alzò la gamba sinistra per cercare di contrastarmi con il ginocchio, e io colsi l'occasione che mi stava offrendo. Con la mia gamba destra spazzai la sua in una mossa di judo, il e, contemporaneamente, lasciai la presa sulle sue mani, con il risultato di farlo rovinare a terra. Non mi avventai su di lui. Ormai stavo prendendo coscienza della mia superiorità, e aspettai che Marco si rialzasse. Mi sembrava di giocare al gatto contro il topo e, naturalmente, il gatto, anzi la gatta, ero io, e mio marito un povero topolino che non aveva alcuna speranza di cavarsela. Se avessimo combattuto a distanza, come avevamo fatto la volta scorsa, avrei potuto centrarlo a ripetizione con gli insegnamenti della kick-boxing, nel corpo a corpo gli ero superiore grazie al judo, e anche nella forza fisica vera e propria sembravo essere nettamente superiore a lui, forse grazie ai duri allenamenti con i pesi fatti nell'ultimo anno. Sembrava proprio non avere la minima speranza contro di me.
Marco intanto si era rialzato, ed era di nuovo di fronte a me. Non mi ero neanche messa in posizione di difesa, mi sembrava perfettamente inutile. Agitai le braccia per cercare un appiglio che infine trovai di nuovo nelle sue mani. Ci trascinammo per la stanza per alcuni secondi in quella posizione, Riuscivo a percepire nettamente la mia superiorità fisica nei suoi confronti, e mi rendevo conto che potevo batterlo come e quando avrei voluto. Rimanemmo così, con le nostre mani intrecciate, poi iniziai a piegare i miei polsi costringendo Marco ad abbassarsi sempre di più, incapace di contrastarmi, fino a scendere in ginocchio dinanzi a me. Sentivo di nuovo la stessa strana eccitazione dell'altra volta, stavo vivendo le medesime sensazioni. La superiorità nei confronti di mio marito, che ormai era evidentissima, mi stava facendo un effetto incredibile che non riuscivo a definire, ma che era strepitoso.
"Arrenditi, Marco," gli dissi comunque in tono materno. "Non hai nessuna
speranza." Era in ginocchio davanti a me e non solo metaforicamente. La sua
faccia era stravolta per lo sforzo, ma sembrò comunque essere in possesso di
quell'orgoglio che gli impedì di cedere le armi.
"Non posso. Non posso arrendermi così", mi disse digrignando i denti e
respirando a fatica.
"Come vuoi tu", risposi quasi indifferentemente. Proseguii nella mia opera
chinandomi io stessa per dare ancora più forza alla mia presa, fino al momento in cui Marco scivolò completamente per terra. Con il mio braccio destro avvolsi il collo e il braccio destro di mio marito in un , una tecnica di
immobilizzazione. Ancora una volta l'avevo bloccato senza difficoltà.
"Allora, Marco? Arrenditi e non costringermi a farti ancora del male", gli dissi, con la voce sempre più roca. La mia eccitazione aumentava, e iniziai persino a bagnarmi. Era incredibile. Mi stavo eccitando nel lottare contro mio marito. Anzi, per meglio dire, vincendo facilmente contro di lui.
Marco non rispose, e io fui costretta a intensificare ancora di più la presa. Sentivo il suo respiro affannato, la sua difficoltà di respirazione. Sapevo che, se avessi voluto, avrei addirittura potuto procurargli danni enormi. Ciononostante, continuavo a stringere il collo di mio marito, fino a quando per lui fu impossibile continuare a resistere.
"Basta, ti prego. Non ce la faccio più. Mi arrendo."
Lasciai la presa ma rimasi sopra di lui. Mi sentivo una dea onnipotente, mentre mio marito era di nuovo tremante di fronte a me.
"Te ne dovrai fare una ragione Marco, sono più forte di te e non puoi farci
nulla." Ormai non aveva più senso fingere. Ero più forte di lui e mi piaceva esserlo.
"Si lo so, me ne sono accorto ormai”, mi rispose senza avere il coraggio di
guardarmi negli occhi.
“Questo ti serva da lezione, Marco. Non provare più a prendermi di sorpresa altrimenti ti faccio passare un momento ancora più brutto di quello che hai passato adesso.
Lui annuì. "E ora? Accetterai un marito che non vale un'unghia della propria moglie?”
Non risposi subito. La situazione aveva preso una piega strana. Marco si accorse della mia piccola indecisione e proseguì:
“Ti prego, non lasciarmi. Io sono disposto a fare tutto pur di soddisfarti. Sono pronto a obbedirti come meriti, ma fammi rimanere con te. E' tutto quello che chiedo dalla mia vita."
Continuavo a osservarlo, sempre più in preda a quella strana agitazione mista a eccitazione, poi lo accarezzai senza rispondergli. Le parole non servivano in quel momento. Sapevo che avrebbe fatto qualunque cosa per me, sapevo che sarebbe diventato ancora più docile, e che avrebbe avuto sempre più una giustificata paura nei miei confronti, e non mi dispiaceva affatto, mi dava una sensazione di potere incredibile. Non sapevo certo come sarebbe stato il mio comportamento futuro, ma non potevo nascondere a me stessa che, in quei giorni, era stato terribilmente eccitante dargli degli ordini e vedere che venissero eseguiti alla lettera. La sua paura di perdermi gli avrebbe fatto fare qualunque cosa pur di compiacermi. Mi dicevo che comunque non era lui ad essere inadeguato a me, ero io ad avere doti non comuni difficilmente riscontrabili in altre donne, e con ben pochi uomini capaci di confrontarsi con una come me. Avvicinai il mio volto al suo per baciarlo, per dimostrargli che lo avrei accettato per quello che era, e mi sdraiai sopra di lui. Appena mi trovai completamente sopra il suo corpo sentii la sua erezione palpitare proprio all'altezza del mio inguine, e un'ondata di calore avvampare il mio intero corpo. Cosa mi stava succedendo? E cosa stava succedendo a mio marito? Eravamo di nuovo eccitati al massimo. Immaginai che io, mezza nuda, con solo il costume addosso, potessi aver contribuito alla sua eccitazione rimanendo sopra di lui anche dopo la lotta, ma io? Perché continuavo a sentire una voglia pazzesca di fare sesso, voglia che cresceva a dismisura quando facevo la lotta con mio marito? Non ne avevo idea, e comunque, in quel momento, non avrei saputo trovare una risposta in quanto la mia mente era completamente avulsa da ogni tipo di ragionamento coerente. Mi tirai su fino a mettere la mia vagina all'altezza della sua bocca.
"Toglimi gli slip," gli ordinai. Marco eseguì e spinsi la mia vagina contro
la sua faccia. "Ora leccala." Ancora una volta stavo facendo e dicendo cose che erano sempre state contro la mia educazione. Non mi ero mai sentita una santarellina, ma non ero stata mai, una ragazza prima e una donna dopo, molto disinibita sessualmente. Eppure, non potevo fare a meno di usare quel linguaggio. Mi faceva sentire femmina totalmente. Marco cominciò a muovere la sua lingua dentro di me. Il sesso orale non era stata una pratica alla quale ricorrevamo spesso nei nostri momenti amatori. Devo confessare che a volte, in particolar modo negli anni precedenti il nostro matrimonio, avevo accontentato Marco, ben sapendo il piacere che lui provava, ma era lui che, soprattutto negli ultimi mesi, mi aveva dato spesso piacere usando la sua lingua dentro di me. Anche in quel momento ero io ad averne un bisogno spasmodico.
"Non dentro la fica, lecca il clitoride", lo rimproverai. Era quello il punto
esatto sul quale volevo sentire la sua lingua, e Marco obbedì docilmente. Ora
il piacere cominciava a essere di un'intensità pazzesca, e dopo alcuni minuti
raggiunsi un orgasmo stupendo. Era diverso da un orgasmo che si ottiene facendo sesso in modo tradizionale. L'orgasmo clitorideo aveva qualcosa di brutale, di animalesco. Mi era piaciuto in modo esagerato, ma non ero sazia anche perché Marco era ancora eccitato a dismisura. Gli strappai quasi il pantaloncino che indossava, rendendomi immediatamente conto che il suo pene era al massimo del suo splendore. Mi misi in posizione sopra di lui e poi lo aiutai a inserirlo dentro di me. Proprio come gli era successo dopo la prima lotta. Malgrado fossi ovviamente fradicia per l’orgasmo precedente, la sua erezione era talmente possente che faceva quasi difficoltà a entrare dentro di me, malgrado la mia vagina fosse ormai ben lubrificata. Questo faceva aumentare ancora la mia voglia. Finalmente riuscì a penetrare tutto al mio interno. Ancora una volta lo obbligai a rimanere passivo per poter gestire come meglio credevo la scopata. Si, non era amore, era sesso, era quella voglia… di cazzo che non credevo di poter avere. Mi muovevo sopra di lui come una gatta in calore, per assaporarlo completamente. Stavolta, avendo avuto già un orgasmo precedentemente, fui più lenta ad arrivare, con grandi difficoltà di Marco che invece, dopo pochi minuti, era già sul punto di eiaculare. Lo obbligai però a non farlo.
"Se te ne vieni adesso, giuro che ti riprendo a botte."
"No, amore mio, non farlo, ti scongiuro. Ne ho già avuto abbastanza. Però fa che sia io a muovermi, altrimenti non resisterò un secondo di più."
A malincuore gli cedetti lo scettro del comando, ma non me ne pentii in quanto mio marito, sapientemente, iniziò a muoversi più lentamente di quanto avessi fatto io fino ad allora, ritardando così notevolmente la sua eiaculazione, e facendomi giungere a un nuovo orgasmo. Ora sì che ero soddisfatta. Marco ancora non era venuto, ma era allo sfinimento.
"Ti prego, amore mio, posso venirmene? Non ce la faccio più", m'implorò, e io decisi di regalargli l’orgasmo, acconsentendo al suo desiderio di avere piacere.
Quando smise di sussultare dentro di me, mi ringraziò addirittura per avergli concesso di godere, aumentando così la sensazione di potere che ormai sentivo di avere su di lui.
"Vammi a prendere una sigaretta dentro la mia borsa", gli ordinai. Mio marito
obbedì immediatamente, scattando come un soldato all’ordine del capitano. Addirittura mi mise la sigaretta tra le labbra e me l'accese, rimanendo a guardarmi mentre io fumavo.
Sembrava in adorazione totale, completamente sottomesso a ogni mio volere, e
decisi in quel momento che non avrei cercato più di cambiare la situazione.
Mi piaceva troppo avere la supremazia totale su di lui. L'istinto di una donna
non è fatto per avere un dominio totale su un uomo, tantomeno sul proprio marito. Specialmente da un punto di vista fisico/atletico. Io invece avevo costruito la mia superiorità proprio su quello, e quel potere nuovo m'inebriava e mi drogava e, come ogni droga, mi spingeva ad averne di più. Anche perché avevo scoperto una cosa in me che mi inquietava terribilmente. Ancora non ne ero sicura matematicamente, ma ormai avevo pochi dubbi: mi eccitavo sessualmente nel fare la lotta con mio marito. Forse sarebbe più esatto dire che mi eccitavo sessualmente sconfiggendolo. Un’eccitazione che non aveva paragoni, un desiderio infinitamente superiore a quello che provavo in situazioni normali.
Era capitato due volte, e in ambedue le circostanze la mia voglia sessuale si
era ingigantita. Forse avevo qualche tendenza sadica nascosta dentro di me che stava emergendo pian piano, o forse stavo semplicemente scoprendo qualche trasgressione nell'ambito del rapporto matrimoniale. Non lo
sapevo, ma sapevo che quello che stavo vivendo mi piaceva enormemente. E non potevo abbandonare quello stile di vita. Per niente al mondo.

Quello fu l'ultimo giorno di vacanza. La mattina dopo partimmo per ritornare
a Roma. Non parlammo dei nostri due incontri di lotta e delle dure lezioni che gli avevo inflitto, ma qualcosa di diverso aleggiava naturalmente nell'aria. Due giorni dopo ritornai al lavoro, mentre per ritornare in palestra dovetti attendere una settimana. Mi ero allenata comunque tutti i pomeriggi andando a correre. Ci andavo da sola in quanto Marco non ce la faceva minimamente a starmi dietro. Inoltre lui preferiva trascorrere il pomeriggio a fare le faccende domestiche per rendersi utile ai miei occhi. Ormai era diventata una piacevole abitudine rientrare a casa e farmi una doccia dopo aver corso per più di un'ora, senza aver l'assillo di dover preparare la cena o badare alle bambine. Dopo la doccia uscivo tranquillamente, senza dover dare spiegazioni a mio marito su quello che facevo e senza che lui si azzardasse a chiedermele. Non che facessi niente di male comunque. Andavo a trovare i miei oppure la mia sorella mezzana che abitavano nello stesso quartiere, anche se non proprio a due passi da casa mia, cosa che comunque mi permetteva di camminare a buona andatura. Quando rientravo a casa, la tavola era apparecchiata e la cena pronta. Cos'altro avrei potuto volere? Ma non solo. Marco puliva i piatti e rifaceva la cucina. Le prime volte mi offrii di aiutarlo, come avevo fatto del resto fino a prima di partire, ma lui declinò l'offerta.
"Ci penso io, amore. Tu non devi preoccuparti più di queste cose. Vorrei che
la mia bellissima moglie si dedicasse ad altre cose, a tutto quello che lei
vuole. E poi mi piace tantissimo servirti in tutto. E' il mio modo per dirti
che ti amo tantissimo e che sei la mia vita."
Accettai, naturalmente. Mi stavo adeguando completamente a quel nuovo tipo di vita. Ero ancora giovanissima, avevo da poco compiuto 28 anni, ero considerata notevolmente attraente, da mio marito addirittura meravigliosa, non avevo grossi problemi economici, pur non essendo ricca, avevo due figlie meravigliose, e mio marito mi aveva tolto ogni preoccupazione riguardante la casa e le bambine. Chi era più fortunata di me?

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scritto il
2026-05-16
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