La vita di Patty Capitolo 13

di
genere
dominazione

La seconda settimana delle nostre vacanze era dunque appena iniziata. Nella prima avevo dato spettacolo, partecipando a quasi tutte le manifestazioni preparate dallo staff d’animazione, e avevo deciso che la seconda settimana l’avrei trascorsa all’insegna del rilassamento. Come era nostra abitudine, ci trovavamo in piscina dove trascorrevamo la prima parte del pomeriggio, dopo aver trascorso la mattinata invece al mare. Eravamo piuttosto abitudinari io e Marco, e difficilmente stravolgevamo le nostre regole non scritte. La mattina, dopo aver fatto una colazione abbondante, andavamo in spiaggia fino all’ora di pranzo, dopodiché andavamo in camera dove cercavamo, con difficoltà, di far dormire per un paio d’ore le bambine, evitando così che la sera crollassero dal sonno spossate per la fatica. Le riaccompagnavamo poi al mini club e noi due ci trasferivamo in una delle tre piscine che avevamo a disposizione. Naturalmente, sceglievamo sempre quella meno frequentata. Mi crogiolavo al sole, alternando la tintarella con brevi bagni rinfrescanti. Marco invece non amava il sole, e non aveva nemmeno bisogno di abbronzatura, con quella sua pelle perennemente abbronzata in qualunque stagione, e si metteva sotto l’ombrellone a leggere. A volte lo scambiavano per un nordafricano, ma a me piaceva così. Ero sempre stata attratta da quel tipo di uomo che mi dava la sensazione di maschio. Mi piaceva quasi tutto fisicamente di lui, a cominciare dal suo sorriso schietto e sincero, ma adoravo anche le sue spalle larghe e le sue braccia muscolose. Sorrisi pensando che un uomo così robusto poteva pensare che io potessi essere più forte di lui. Certo, io ero brava, ma come avrei potuto battere un uomo così possente? Gli uomini che avevo sconfitto nei combattimenti di judo erano alle prime armi, e non avevano il fisico di mio marito. Però che soddisfazione ogni volta che mi capitava di sconfiggere un uomo. Vedevo i loro volti letteralmente sconvolti, meravigliati, incapaci di metabolizzare la sconfitta con una donna. Ce n’era uno in palestra che mi sfidava regolarmente, e regolarmente io lo battevo. Con difficoltà, ma alla fine riuscivo sempre a prevalere. Si trattava di un tizio più o meno della mia età, forse un paio di meno, e quindi abbastanza giovane, alto ma abbastanza esile, una cintura gialla che ancora non riusciva a capacitarsi della mia superiorità. Poverino, se avesse continuato così, prima o poi sarebbe andato in analisi.
Dopo quasi un’ora che mi trovavo sotto il sole, decisi che era il momento di farmi un bagno. Mi sentivo accaldata e avevo bisogno di rinfrescarmi. Mi tolsi i miei occhiali da sole e posai il libro, sedendomi poi vicino a mio marito. Gli accarezzai il petto facendogli sentire lievemente le mie unghie.
“Bagnetto, amore?”
“Perché no? Ho proprio voglia di rinfrescarmi anch’io.”
Scesi le scalette della piscina mentre Marco attese qualche secondo, probabilmente per prepararsi psicologicamente al tuffo.
“Dai, tuffati”, lo forzai, gettandogli un po’ d’acqua addosso. Marco lo fece e ci facemmo un paio di vasche a nuoto per poi appoggiarci al bordo della piscina. Lo baciai innocentemente sulla bocca. Non avevo secondi fini in quel momento, anche se mi sentivo stranamente agitata senza capire il motivo. Lui contraccambiò invece con un bacio vero.
"Piantala, Marco, non mi va di dare spettacolo", lo redarguii.
"Scusami, amore, ma lo sai che io faccio fatica a resistere alla mia bellissima moglie."
Sorrisi, ovviamente. Mi faceva piacere, eccome. Stavo diventando così maledettamente condizionata dal mio aspetto fisico che i complimenti di Marco mi servivano come l’aria che respiravo.
"Questo perché voi uomini ragionate solo con questo", risposi toccandogli,
senza farmi vedere dalla gente, maliziosamente il pene. Mi accorsi che, stranamente, era già considerevolmente turgido e ne rimasi turbata. “Povero
caro," pensai, "gli piaccio così tanto che si eccita anche dentro una piscina."
Ma ormai anch'io ero su di giri. "Tesoro, che ne dici se andiamo in camera? Manca circa un'ora che le bambine finiscano al mini club. Abbiamo tutto il tempo possibile", aggiunsi quindi, in preda a quella strana eccitazione. Era la prima volta in vita mia che facevo una proposta esplicita a mio marito. Non mi era mai accaduto prima. Marco non si fece ripetere due volte la mia offerta. Uscimmo dalla piscina e, dopo esserci asciugati, gli sorrisi e lo presi per mano. Dovevamo camminare un centinaio di metri per raggiungere la nostra camera e ci avviammo, ancora mano nella mano. Era però stranamente nervoso mio marito, e non ne capivo il motivo, considerando che era stato fino ad allora del suo umore normale. Stava zitto, e mi sembrava immerso in alcuni pensieri. Gli chiesi cos'avesse ma lui rispose semplicemente con un "niente" e, ovviamente, non ci badai più di tanto. Del resto andava a fare l'amore con sua moglie, mica con un'estranea. Non c’erano quindi motivi per essere nervoso. Arrivati in camera lo baciai di nuovo e gli ordinai di mettersi seduto sul letto e di non muoversi, mentre io andavo in bagno. Mi pulii accuratamente come facevo ogni volta, mi profumai e, addirittura, mi truccai, mettendomi il rossetto. Per me non era solo fare sesso con mio marito, era qualcosa di più, era vedere nei suoi occhi il desiderio per me. Avevo fatto tutti quei sacrifici proprio per quello. Uscii dal bagno e mi misi in posa, come se mi dovessero scattare una fotografia, con una mano sullo stipite della porta e la gamba destra leggermente piegata. Mi sentivo perfetta. Il mio corpo abbronzato, senza il più piccolo accenno di pancia, il mio seno che, dopo le gravidanze, era diventato piuttosto prosperoso, il piccolo bikini nero, semplice ma che mi stava d'incanto, tutto andava bene. Mi arrotolai una ciocca di capelli con fare sensuale.
"Allora, Marco, che ne dici della tua mogliettina?" gli chiesi maliziosa.
"Sei bellissima, come sempre."
"E allora cosa aspetti? Alzati da quel letto e vieni a prendermi."
Marco però rimase sul letto. Adesso era ancora più strano. Sembrava sudasse freddo. "Amore, senti, io veramente..."
"Cosa ti prende? Dai, amore, non abbiamo tutto il pomeriggio a nostra disposizione."
"Patty, io veramente vorrei parlare con te di una certa cosa”, mi disse, il suo viso incredibilmente serio.
Rimasi esterrefatta. Ma come? Io ero pronta, calda, e lui voleva parlare. Non capivo. "Che significa che vuoi parlare? Io credevo che tu volessi fare l'amore
con me. Eri eccitato in piscina. Ce l'avevi dritto, e ora mi dici che vuoi
parlare." Ero stizzita. Non mi era mai capitato di essere rifiutata. Nemmeno quando pesavo oltre un quintale.
"Scusami, amore mio, ma se non te lo dico adesso non troverò più il coraggio
di dirtelo."
"Sentiamo allora cos'hai da dirmi di tanto importante", risposi, mettendomi
seduta e accendendomi una sigaretta. Mi era passata completamente la voglia di fare sesso.
"Io vedi, ecco..."
"Taglia corto, Marco. Ci conosciamo e stiamo insieme da una vita. Mi sembra
che non sia il caso di essere nervoso con me. Quindi vieni direttamente al sodo e dimmi cosa c’è."
"Ok, amore, come vuoi tu. Il fatto è che negli ultimi tempi ti vedo in maniera
diversa. Sei così bella e sensuale, ma sei anche una donna nuova per me. E
poi il fatto che tu vada così assiduamente in palestra mi ha un po' sconvolto."
“Di questo me ne sono accorta, e non riesco a capire il motivo. In fondo sei
tu che mi hai spinta a fare kickboxing prima e judo poi. Il fatto che io mi
ci sia appassionata dovrebbe renderti felice. O no?"
"Si, certo. Ma poi hai cominciato anche a fare pesi, e io ho bisogno di capire."
"Di capire cosa?" ribattei.
"Di capire se il mio timore nei tuoi confronti è giustificato."
Abbozzai un sorriso ironico. "Ancora con questa storia? Ma se te l'ho detto un milione di volte che non hai niente da temere da me. E poi ti sei visto? Hai due spalle enormi, un braccio che è il doppio del mio. D'accordo che io, per essere una donna, sono molto forte, ma sinceramente mi sembri ridicolo quando affermi di aver paura di me."
"Avrai senz'altro ragione, ma io ho ugualmente bisogno di mettermi alla prova."
Il sorriso ironico si trasformò in una risata. "E come vorresti metterti alla prova? Facendo a botte con tua moglie? Ma dai, piantala.”
"Ti prego, Patty. Per me è importante sapere."
Mi alzai dal letto e spensi la sigaretta. "Non vale neanche la pena di restare qua a parlare di queste scemenze. Scendiamo e ritorniamocene in piscina. Almeno prendo un altro po' di tintarella."
“Patty, amore," insistette Marco. "lo so che tu la reputi una scemenza. Ma
mettiti nei miei panni, almeno psicologicamente. Io sono tuo marito, sono un
uomo, e questa cosa mi sta facendo impazzire."
"E se per caso tu dovessi scoprire che io sono veramente più forte di te, cosa faresti? Mi lasceresti? Guarda che l'eventualità che ti possa battere non è poi così remota." Era la prima volta che dicevo a Marco che, effettivamente, c'erano delle possibilità che in un incontro di lotta avrei potuto vincere io. Fino a quel momento lo avevo tranquillizzato, ma ora mi ero stancata. Ero senz'altro sicura che lui fosse ancora molto più forte di me, ma io ero più agile e molto più in forma, e le corse che avevamo fatto, in cui non riusciva a starmi dietro, lo dimostravano ampiamente.
"No, questo no," rispose infine "Non ti lascerei neanche per tutto l'oro del
mondo. Anzi, ho il terrore che tu possa lasciare me."
Scossi la testa. Per me continuava a essere un ragionamento assurdo. Cosa dovevo fare? Accettare quella stupida sfida? Ma si. Tanto contro di lui potevo resistere solo qualche secondo, e almeno finivamo per sempre questa storia. Anzi, pensai che non fosse neanche il caso d’impegnarmi a fondo. Lo avrei fatto vincere ancora più facilmente, in modo tale che sarebbe tornato il Marco di una volta, quello autoritario e sicuro di sé stesso, e non avrei avuto più a fianco un uomo piagnucoloso e pronto ad obbedirmi per paura. Che peccato però! Mi piaceva anche quel lato di mio marito. E se mi fossi impegnata? Mi dicevo che non era giusto dargliela vinta come si fa con i ragazzini. Tanto non sarebbe cambiato nulla, e Marco mi avrebbe preso tra le sue forti braccia e mi avrebbe neutralizzata in men che non si dica. Ma si. Era giusto che almeno ci mettessi il massimo del mio impegno.
"D'accordo," conclusi. "Togliamoci questo pensiero. Se questo ti può togliere quelle stupide preoccupazioni che hai, facciamolo. In che modo vorresti lottare?”
“Non lo so, non sono un esperto. Per me va bene tutto.”
“Ok. Ognuno lotta con le sue caratteristiche. Non mi colpire in faccia o al seno perche altrimenti te la faccio pagare. E non mi riferisco alla lotta. Intesi?"
"Intesi", rispose brevemente mio marito.
“Perfetto. Facciamo che chi si arrende ovviamente perde. E vacci piano perché sono brava ma non sono Wonder Woman”. Mi tolsi le mie graziose ciabattine da mare e ci mettemmo in posizione. Io mi misi nella classica posa della kickboxing, con il braccio sinistro a ripararmi il volto, e il destro pronto a punzecchiarlo. Nello stesso tempo, tenevo la gamba sinistra leggermente piegata in avanti, pronta però a far scattare la destra, la mia gamba forte.
“Sono pronta, Marco.”
“Benissimo. Lo sono anch’io”, rispose con molta sicurezza. Pensai che fosse strano. Fino a un minuto prima sembrava impaurito e confuso, e adesso ostentava molta convinzione. Cominciammo, e non nascondo di aver provato un certo timore inizialmente. Marco era abbastanza robusto anche se non massiccio, e un eventuale suo colpo mi avrebbe potuto provocare danni seri, anche se mi ero raccomandata di limitare i suoi colpi nei punti delicati, perciò rimasi piuttosto guardinga. Però, dopo pochi secondi, mi resi conto che appariva piuttosto sconclusionato. Cercava di colpirmi lasciando completamente libero il suo volto tanto che, se avessi voluto, lo avrei potuto facilmente prendere in faccia con uno dei miei calci. Non riuscivo a capire perché lottasse in modo così scriteriato, e non cercasse invece di bloccarmi con le sue mani. Non lo avevo mai visto lottare sul serio contro qualcuno, a parte le nostre lotte giocose, ma non credevo fosse così ingenuo. Per sua fortuna, non era mia intenzione prenderlo al volto. Iniziai anch’io a punzecchiarlo, attendendo il momento buono. Non me ne rendevo più neanche conto, ma ero concentratissima sul mio avversario, come se si trattasse di un vero combattimento. Dovetti attendere solo pochi secondi e poi Marco lasciò completamente sguarnito il suo fianco sinistro nel tentativo vano di colpirmi. In tal modo fu per me un gioco da ragazzi far partire un calcio circolare per colpirlo su un fianco con il collo del piede. Un colpo portato con media forza ma che, incredibilmente, fece piegare Marco completamente da un lato.
"Oddio, che male", si lamentò.
"Ma dai, ti ho appena sfiorato", gli risposi meravigliata. Possibile che fosse così facile sconfiggerlo? Mio marito mi sembrava in quel momento un gigante d'argilla. Si rialzò dolorante, ma quel colpo però mi aveva fatto ormai capire che potevo vincere contro di lui anche con estrema facilità. Pensai brevemente anche alle sue condizioni psicologiche in caso di sconfitta. Non volevo che lui avesse grosse ripercussioni, ma stavo provando delle sensazioni nuove che ancora non riuscivo bene a interpretare, e che mi obbligavano a dare il meglio di me stessa. Iniziai a essere quindi più aggressiva. La mia gamba sinistra ora lo
sfiorava in continuazione senza che mio marito riuscisse a trovare una difesa dignitosa. Lo feci indietreggiare portandolo nel classico angolo, tra il letto e l’armadio. Avevamo poco spazio per muoverci, ma mi bastava, e fu ancora la mia gamba destra a penetrare la sua guardia approssimativa. Un calcio frontale all'altezza del petto, e mio marito prima andò a sbattere contro il muro e poi stramazzò al suolo come un sacco di patate. Stava col sedere per terra e con la schiena appoggiata al muro della nostra camera d'albergo, lamentandosi per il dolore e massaggiandosi il petto nel punto dove l'avevo colpito. In quel momento mi faceva tenerezza, e pensai che forse avrei dovuto lasciarlo vincere, ma era stato tutto così facile, così incredibilmente facile. Mi avvicinai a lui per consolarlo. Dovevo farlo vincere, altrimenti il suo contraccolpo psicologico sarebbe stato tremendo. Ero già andata oltre. Volevo quindi aiutarlo a rialzarsi e poi mi sarei arresa a lui. Era la cosa più giusta da fare. Marco però si alzò di colpo prendendomi le mani con le sue.
"Sei forte, ma ancora non mi hai battuto." Ora era lui a spingermi, e pensai
che per me fosse finita. Sul piano della forza bruta non potevo avere possibilità contro di lui. Tutto sommato era meglio così. Tuttavia provai a controbattere, forse per mettermi alla prova, convinta che avrei ceduto in pochi secondi. Invece indietreggiai solo di un paio di metri, e poi mi accorsi che riuscivo a contrastarlo in maniera molto efficace. La sua faccia era stravolta, digrignava i denti quasi con ferocia, eppure non riusciva a spostarmi più di un centimetro. Ero io che invece lo stavo mettendo in difficoltà obbligandolo a fare qualche passo indietro. Riuscii facilmente anche a liberarmi il braccio destro. A quel punto avrei potuto colpirlo con una gomitata, ma gli avrei fracassato la faccia. Tutte le mie buone intenzioni di arrendermi erano naufragate. Era troppo bello ciò che stavo vivendo. Decisi perciò di mettere in pratica quello che avevo imparato nel judo. Era a torso nudo e non potevo prendergli la manica del kimono come se fosse un normale combattimento, ma ovviai mettendo il mio braccio destro, quello che si era appena liberato, sotto la sua ascella e poi, ruotando le spalle, e facendo forza anche col mio braccio sinistro, lo atterrai con un perfetto . Marco urlò, mentre io lo guardai esterrefatta. Avevo ancora il suo braccio nella mia mano, io in piedi e lui sdraiato per terra, con la testa vicino ai miei piedi. Mi sentivo strana, senza sapere cosa fare. Stringevo il braccio di Marco in una torsione in modo quasi automatico. Da una parte volevo lasciargli quel braccio e non umiliarlo ulteriormente, dall'altra l'adrenalina per quello che stavo vivendo si stava impadronendo di me in modo sempre più massiccio. Ma fu mio marito ad aiutarmi nella scelta
"Non mi arrendo, Patty, non posso perdere così con una donna", mi gridò.
Era quasi il segnale che aspettavo. Non poteva perdere con una donna? Ora avrebbe visto. Proseguii a fargli la leva ma cambiai mano. Con la mia sinistra presi a torcergli il braccio e con il mio braccio destro, dopo essermi seduta accanto a lui, gli presi la testa tirandola verso di me, in una classica presa di strangolamento. Ora era intrappolato. Non aveva vie di scampo. Per alcuni secondi si dimenò, ma più lo faceva più la leva gli infliggeva dolore.
"Basta, Patty, mi arrendo," piagnucolò. "Ti prego, non farmi altro male."
Malgrado si fosse arreso, io non lasciai subito le mie prese. Ero quasi in
stato confusionale.
"Allora ti arrendi, vero?" gli dissi, respirando in modo anomalo. Non per la stanchezza, ma per una strana eccitazione.
"Si mi arrendo, farò tutto quello che vuoi, ma lasciami, ti scongiuro."
Lo lasciai e lo guardai in faccia. Mi sembrava uno sconosciuto, non l'uomo che
avevo sposato. Era tremante davanti a me, mentre eravamo ambedue seduti per
terra.
"Sei troppo forte per me, amore mio, non posso competere con te", mi disse,
mentre avvicinava il suo volto verso il mio. Io respiravo sempre più forte, preda di quell’inquietudine, una strana inquietudine che si era
impossessata completamente di me, e di cui non riuscivo a capirne le origini.
Mi baciò e io ricambiai il suo bacio, poi notai casualmente il suo pene che
usciva in maniera portentosa dal suo pantaloncino. Mi sembrava di non averlo
mai visto così grosso ed eretto. Vedevo solo la parte superiore, ma tutto il
resto era facilmente intuibile, in quanto, anche se nascosto dentro il suo costume, le forme erano ben visibili. Mio marito si era pertanto eccitato. Cercai di comprendere la situazione e fu Marco a trovare la soluzione dopo essersi reso conto di dove fosse andato a finire il mio sguardo e quasi si scusò.
"Ci siamo baciati, amore, è normale."
"Non lo so se è normale o no, ma togliti i pantaloncini," gli ordinai. "Hai
detto che farai quello che voglio, e quello che voglio adesso è scopare." Non
avrei mai immaginato che dalla mia bocca potessero uscire parole del genere,
ma mi sembrava di essere posseduta dal diavolo. Ora capivo il significato di
quell'inquietudine: volevo fare sesso. Ero bagnata senza essere stata toccata,
senza aver fatto alcun tipo di preliminare, a parte un solo bacio, e una cosa
del genere non mi era mai accaduta. Spinsi quasi con forza mio marito invitandolo a sdraiarsi e, dopo essermi tolta il costume, mi poggiai sopra di
lui pronta a farmi penetrare e, quando lo fece, la mia sensazione divenne
certezza. Non lo avevo mai sentito duro in quella maniera dentro di me. Gli
ordinai di non muoversi perché avevo intenzione di farlo io, volevo assaporare
quel momento in tutta la sua grandiosità, gestire io il pieno controllo della
situazione e così feci. Mi toccavo i capezzoli con le mani mentre davo possenti colpi d'anca per sentire ancor di più il membro di mio marito dentro di me. Volevo sentirlo in tutto il mio corpo, quasi a voler raggiungere la perfezione nell'atto sessuale. Arrivai in tal modo all'orgasmo in brevissimo tempo.
"Adesso, amore mio." Gridai. "Vieni adesso insieme a me, voglio che te ne venga
ora."
Non so se quello fosse un ordine o un'implorazione, ma mio marito non si
fece affatto pregare. Così, oltre al mio orgasmo, sublime, meraviglioso, che
mi stava facendo sussultare ritmicamente, sentivo anche la sua eiaculazione,
potente come non era mai stata prima, e infine quasi un tremore che lo
accompagnò per diversi secondi. Rimanemmo così in silenzio, io sopra di lui,
con il suo pene affievolito, ma ancora abbastanza turgido da non scivolare
fuori di me. Non mi rendevo bene conto di ciò che era appena accaduto. Quello
che di certo sapevo era che non mi era mai capitato di provare una sensazione
simile. Era stato tutto breve, ma di un'intensità unica, che non trovava
paragoni in nessun altro momento intimo trascorso insieme, neanche quando
Marco, come sua abitudine, del resto, era durato enormemente di più.
Tutto questo aveva fatto passare in secondo piano il fatto che avevo appena
battuto mio marito nella lotta. Mi dispiaceva enormemente per lui, anche perché
ora avrebbe trovato riscontro con i fatti alle sue paure nei miei confronti
ma, allo stesso tempo, ero enormemente soddisfatta. Anche la sensazione di
avere mio marito completamente in mio potere, inducendolo ad arrendersi di
fronte alla mia superiorità, era stato infatti paragonabile a un vero e
proprio orgasmo. Ma in quel momento tutto era molto confuso dentro di me. Lo accarezzai teneramente, per dimostrargli che la sua sconfitta non condizionava certo il mio amore per lui, e quindi mi alzai per andare a farmi una doccia, felice per quel pomeriggio vissuto così intensamente, e lanciai un bacio a Marco. Anche lui era felice, e si vedeva chiaramente. I suoi occhi emanavano una luce diversa mentre mi osservava completamente nuda, in piedi sopra di lui. Quanto era gratificante per me quello sguardo. Addirittura indugiai per diversi secondi in quella posizione per sentirmelo dentro di me, per imprimerlo bene nella mia memoria. Grazie al cielo, non sembrava scosso più di tanto dalla sconfitta ricevuta, e mi avviai finalmente in bagno.
Ancora non avevo idea che le motivazioni della sua felicità erano in gran parte differenti dalle mie. Lo avrei scoperto soltanto molto tempo dopo.
Continua...














scritto il
2026-05-14
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