La vita di Patty Capitolo 4

di
genere
dominazione

Dopo qualche minuto mi alzai anch'io e me ne andai dal bar. Guidavo la macchina come un automa, con gli occhi che, man mano, si riempivano di lacrime, fino a che iniziai a singhiozzare. Non ero mai stata trattata in questo modo in tutta la mia vita. Ero stata insultata in un modo inaudito. Quella stronza mi aveva umiliato per qualche chilo in più. Non sapevo neanche io come avevo fatto a trattenermi dal rovesciarle il tavolino addosso. Dovevo dimenticare quello spiacevole episodio, e proseguii la giornata facendo quello che facevo abitualmente. Feci la spesa al mercato, altri piccoli giri, e poi tornai a casa in attesa che arrivasse l'ora di pranzo e, soprattutto, che ritornasse Marco dal lavoro intorno alle 16, per poi andare a prendere le bambine a scuola subito dopo. Era mia abitudine aspettare mio marito per poi mangiare insieme, anche se questo avveniva in un orario molto tardo e scomodo. Ma le parole di mia cugina continuavano a ronzarmi in testa. Mi spogliai rimanendo solo in mutandine e reggiseno, e mi misi davanti allo specchio. Ero ingrassata veramente tanto, altro che qualche chilo in più. Il punto vita era solo un pallido ricordo, e la pancia era qualcosa di disgustoso. Anche il mio bel visetto sembrava sformato. Oh, mio Dio, aveva ragione Alessandra, ero diventata obesa. Ma che fine aveva fatto la Patty di qualche anno prima? L'avevo inglobata dentro di me, l'avevo duplicata, o forse addirittura triplicata. E come avevo fatto a non rendermene conto? Possibile che avessi completamente messo da parte me stessa per dedicarmi esclusivamente alla mia famiglia? E perché nessuno mi aveva mai detto niente? Non parlo delle mie amiche. Qualcuna di loro certamente aveva goduto nel vedermi in quelle condizioni, e ogni riferimento a Rosa era puramente voluto. Sì perché, col passare degli anni, i rapporti tra me e Rosa erano diventati molto più cordiali, ma questo non significava certo che fossimo diventate grandi amiche. Ma perché mia madre e le mie due sorelle non mi avevano mai avvertito che stavo diventando una grassona? Ma perché, soprattutto, non mi aveva detto niente Marco? Mi venivano in quel momento in mente alcuni particolari ai quali, fino ad allora, non avevo dato particolare importanza. Ad esempio, quanto tempo era che non facevamo più l'amore? Tre, forse quattro settimane, quasi un mese.
Addirittura l'ultima volta non era riuscito a eccitarsi. "Sarà la stanchezza, tesoro, non ti preoccupare", gli dissi rassicurandolo. Ma quale stanchezza. Non mi desiderava più, questa era ormai l'ovvia verità. E anche quando riuscivamo a farlo, sembrava distante, coi pensieri rivolti altrove. E io? Non è che fossi molto diversa da Marco. Da quanto tempo era che non provavo un orgasmo vero e proprio? Era inutile mentire a me stessa, spesso accettavo di fare l'amore per dovere coniugale, ma non perché lo desiderassi particolarmente. Mi rivestii, ma attesi con impazienza che mio marito tornasse dal lavoro e, appena lo fece, quasi lo aggredii.
"Perché non mi hai mai detto niente?"
"Mai detto cosa? Ma di che stai parlando?" bofonchiò Marco, aggrottando la fronte.
"Non fare il finto tonto. Perché non mi hai mai detto che ero diventata
orrenda, una cicciona obesa inguardabile?"
"Ma chi ti ha detto queste cose? Sei ingrassata un po' ma..."
"Non mentire con me. Me lo ha detto Alessandra. E sai che ti dico? Che ha
avuto coraggio e mi ha aperto gli occhi. Tu, invece, mio marito, non mi hai mai
detto niente, e voglio proprio capire perché."
Marco si tolse la giacca, poggiandola sopra il divano, e quindi si avvicinò a me. "Perché se te l’avessi detto chiaro e tondo, avresti dato fuori di matta,
proprio come stai facendo adesso. Però ho fatto di tutto per fartelo capire.
O ti sei dimenticata di quando ti dicevo che sarebbe stato bello se un giorno
ti fossi potuta rimettere quei jeans aderenti che ti stavano un amore, oppure
quando cercavo di toglierti il cibo dicendoti che forse era meglio smettere
perché avevi già mangiato abbastanza? O quando ti dicevo che avresti dovuto fare un po’ di moto? Come potevo cercare di farti capire che avrei pagato chissà cosa per riavere la mia Patty? Quella ragazza che mi faceva sentire orgoglioso di stare al suo fianco? E poi, vuoi sapere proprio perché non te l'ho detto apertamente? Perché, malgrado tutto, grassa o magra, io ti amo, e non potevo rischiare di perderti."
Mi gettai addosso a lui e lo abbracciai. "Oh, mio Dio, come ho fatto a ridurmi in questo stato? Tu mi vuoi bene, lo so, l'ho sempre saputo, ma forse non è vero che mi ami ancora, almeno non come una volta, e sicuramente non come io vorrei essere amata. Perché amare significa anche desiderare, e tu non mi desideri più."
"Non dire sciocchezze. Forse sarà successo qualche volta, non dico di no. Del
resto, il lavoro, il mutuo da pagare, lo stress, però addirittura sostenere
che non ti desidero più mi sembra esagerato. In fondo anche tu non mi dai
l'impressione di desiderarmi sempre."
"No, sempre no. Sarei bugiarda se ti dicessi questo. Talvolta sono stanca
anch'io e non ho voglia, ma altre volte sento proprio il bisogno di stringermi
a te e di essere tua." Lo guardai negli occhi. Quello infatti era uno di quei
momenti in cui avrei voluto essere tra le sue braccia e fare l'amore con lui.
Passato il primo momento di rabbia nei suoi confronti, non avevo potuto far
altro che dargli ragione. Marco aveva più volte cercato di avvisarmi, ma non
ero mai riuscita a cogliere i suoi segnali. E ora? Mi staccai leggermente da
lui e poi gli sorrisi. Quel momento che stavamo vivendo poteva essere la prima
avvisaglia che la nostra unione stava scricchiolando. Se mio marito non mi
desiderava più dopo poco più di sei anni di matrimonio, figuriamoci dopo dieci o quindici. Non poteva e non doveva finire così tra di noi. Dovevo assolutamente ritornare quella di prima, quella che faceva rigirare la testa ai ragazzi e poi sorrideva felice solo per aver provocato quella reazione, ma dovevo soprattutto ritornare ad essere quella ragazza che faceva impazzire di desiderio Marco. Perché io, mio marito, volevo tenermelo a tutti i costi. In fondo, avevo poco più di 26 anni, ero ancora una ragazza, e quello era il momento migliore per mettermi a dieta.
"Ti piacerebbe che io ritornassi quella di una volta?"
"E a quale uomo non piacerebbe? Io non so se tu te ne rendevi conto, ma eri
semplicemente stupenda. Ti ricordi cosa ti dissi il giorno in cui ci siamo
baciati per la prima volta?"
"Oh, certo che me lo ricordo. Mi dicesti che ero la ragazza più bella che tu
avessi mai incontrato. Bene, Marco, dammi un paio di mesi, e ti giuro che
riavrai di nuovo quella ragazza. Andrai di nuovo in giro con me, orgoglioso di
tua moglie, come e più di quanto lo sei stato in passato. Questa è una
promessa e, al tempo stesso, una minaccia. Capisci che intendo?"
"Certo che capisco. Ma non credere che mi spaventi. E poi sono pronto a
correre il rischio. So che significa sentire sulla propria donna il peso degli
sguardi degli altri uomini. Pensi che non me ne sia mai accorto di come ti
guardavano tutti gli altri? Ti avrebbero spogliata e poi mangiata con gli
occhi. Ma non me ne importava niente, che guardassero pure. Tanto eri mia e
mia saresti rimasta."
Gli chiusi la bocca con un bacio e poi lo accarezzai. Mi vennero in mente
tanti episodi in quel momento. Rivedevo il suo sguardo orgoglioso, ad esempio.
Anche quando qualcuno mi guardava, e capitava veramente spesso, Marco non
aveva mai dato grossi segnali di gelosia, e io un po' me l'ero sempre presa
per questo. Per strano che possa sembrare, avrei voluto un ragazzo che mi
dimostrasse, tramite un pizzico di gelosia, il suo amore per me. Che scema che
ero stata. Non mi ero resa conto che lui invece me lo dimostrava, oltre che
con i classici gesti d'amore, con un senso di orgoglio che io, in quei
momenti, non avevo saputo recepire perfettamente. Era orgoglioso di me. E io
in quel momento avevo in mente una cosa sola. Dovevo assolutamente rivedere
quello sguardo nei suoi occhi. Mi staccai da lui a malincuore. Che peccato
dover scendere per andare a prendere le bambine, avrei voluto rimanere ancora
tra le sue braccia. Ma avremmo avuto tempo, tanto tempo per stare insieme, a
costo d'inventarmelo. Ma prima di scendere da casa dovevo fare una telefonata. Cercai sulla rubrica il numero di mia cugina e quindi lo digitai sul telefono. Attesi solo qualche istante e lei mi rispose.
"Alessandra, ciao sono io, Patty. Ascoltami, hai già trovato qualcuno per
quel posto di direttrice?"
"Certo che no. Ci siamo viste solo poche ore fa. Non ho avuto il tempo."
"Quel posto è mio, Ale, non lo dare a nessuna."
"Ascoltami, Patty, ne abbiamo già parlato. Mi dispiace essere stata brutale, ma
purtroppo ho bisogno di un tipo di donna che tu non sei più."
"Non lo sono adesso, ma tu mi hai detto che devi aprire il nuovo punto vendita fra circa un mese, non è vero? Ebbene, io fra un mese sarò presentabile. Te lo prometto. E ti garantisco anche che, in breve tempo, ritornerò quella che conoscevi prima. Ma voglio quel posto. La mia nuova vita inizierà proprio da questo nuovo lavoro, e mi serve proprio come stimolo. Ti garantisco che, indosso a me, alla Patty di sei anni fa, le tue cose risalteranno ancora di più che indosso ad una modella vera. L'hai detto tu che assomigliavo a una top, non è vero?"
"Si, è vero ma... Ok, Patty, voglio fidarmi. Ti tengo il posto in caldo. Ci
risentiremo quando il negozio sarà pronto, e ci vorrà poco più di un mese. Ma
tu fatti trovare pronta. Un mese non ti basterà certo, ma diversi chili
dovresti buttarli giù. E ricordati che non è solo una questione estetica, ma
anche di salute."
"Mi farò trovare pronta Ale e...grazie per la tua sincerità." Attaccai il
telefono e poi guardai Marco che, a sua volta, mi stava osservando a bocca
aperta.
"Ma di che posto stavi parlando con tua cugina? Non mi avevi detto che ti
aveva trattata male?"
"Ti spiegherò dopo. Adesso devo andare a prendere le bambine a scuola.
Comunque ti anticipo che tua moglie ha trovato un lavoro." Scesi, lasciando
Marco ancora più inebetito che mai, e mi diressi verso la scuola. Sapevo che
quello che stava per iniziare sarebbe stato molto complicato e difficile. Non
sapevo ancora quanti, ma erano certamente tanti i chili che dovevo eliminare,
ma ci sarei riuscita, a costo di mettermi un tappo in bocca. Dovevo
assolutamente prendermi quel posto di lavoro. Non avevamo parlato di soldi, ma
comunque uno stipendio in più ci avrebbe fatto molto comodo. Ma, soprattutto, dovevo riconquistare completamente mio marito. Se affettivamente forse non l'avevo mai perso, era abbastanza evidente, ora che avevo aperto completamente gli occhi, che sessualmente, qualcosa fra di noi non andava. E me ne prendevo
completamente la responsabilità. Avevo voluto essere soprattutto una mamma e
una donna di casa, dimenticando che una moglie deve essere ben altro: amante,
amica, confidente, e chissà cos’altro ancora. Non sapevo allora che, il
passo che stavo per compiere, ovvero mettermi a dieta, altro non era che il
primo passo verso la mia nuova vita. La telefonata, la famigerata telefonata
di Alessandra, come il mitico vaso di Pandora, la cui apertura scatena eventi
incontrollabili, stava dando il via a una catena di episodi assolutamente
inimmaginabili in quel momento, momento in cui stavo semplicemente andando a
prendere le mie due bambine a scuola.
Continua...






scritto il
2026-04-22
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