La vita di Patty Capitolo 16

di
genere
dominazione

C'è un detto che dice che si fa l'abitudine a tutto. Non so se una frase del
genere possa adattarsi a qualunque situazione. Di sicuro, posso aggiungere che
ci si abitua ben presto alle cose che ci piacciono. Io, ad esempio, sentivo che non sarei più potuta tornare indietro, a quando ero una moglie tutta dedita al marito, alle figlie e alla casa. Il mio lato oscuro era venuto prepotentemente fuori, e mi piaceva essere quella che ero diventata. Avevo fatto anche l'abitudine a essere il capo in famiglia, e a non fare praticamente nulla, se non lavorare la mattina. Tra l'altro, non lo trovavo neanche un grosso sacrificio perché mi entusiasmava parecchio andare a lavorare in un negozio di abbigliamento femminile. Mi vestivo sempre bene, in modo curato e anche un tantino provocante, mi truccavo ogni mattina, anche se non pesantemente in quanto il mio bel visetto non lo richiedeva affatto. Ma non uscivo da casa se non mettevo un bel rossetto e un trucco adeguato agli occhi. Il pomeriggio poi andavo in palestra dove ormai trascorrevo tre o anche quattro ore al giorno. Tutti i giorni tranne il sabato e la domenica. Ero instancabile, anche se un po' perplessa. Avevo battuto Marco con una facilità irrisoria ma, almeno nel judo, trovavo ancora grandi difficoltà quando mi capitava di combattere contro un uomo. Avevo vita facile quando dovevo affrontare cinture bianche o gialle, io che ero diventata ormai cintura verde, ma già contro le arancioni spesso arrancavo. Ma anche quando vincevo, mi rendevo conto che lo facevo non perché fossi più forte di loro, ma perché ero agile, determinata e molto ben concentrata. Contro le altre donne invece, era tutto facile, e vincevo anche contro cinture blu. In fondo mio marito potevo paragonarlo a una cintura bianca, e quindi ci stava che contro di me soccombesse, ma era perlomeno strano che riuscissi a sopraffarlo con quella facilità. Ciò che mi lasciava perplessa, non era tanto il fatto che io avessi vinto, considerando che praticavo a ottimi livelli due arti marziali, e quindi ci poteva stare che lui soccombesse contro di me. Ciò che era allucinante era il fatto che io mi fossi dimostrata più forte di lui. Lo avevo costretto ad arrendersi in ginocchio, e questo era incredibile. Quindi, se fosse stato un combattimento con tanto di regole, era inevitabile che vincessi a mani basse, ma addirittura che lo facessi sul piano della forza fisica, era perlomeno strano. Ma poi sorrisi pensando che forse ero più forte di quanto immaginassi, grazie agli allenamenti specifici che facevo con Daniele.
Avevo scoperto quindi cosa fosse il potere nei confronti di Marco. Ma non era facile portare avanti quella strana relazione, né da un punto di vista pratico, né tantomeno da quello psicologico. Il problema pratico era che non avevo voglia di dargli degli ordini davanti alle bambine, soprattutto dopo quello che era accaduto in vacanza. Ormai erano abbastanza grandicelle e capivano bene quello che accadeva nella nostra casa. Già non era normale che avessero un papà che
pensava a tutto quello che concerneva le faccende domestiche, figuriamoci come
avrebbero reagito se mi avessero visto comandare a bacchetta il loro adorato
padre o, peggio ancora, mettergli le mani addosso. Ci pensò proprio Marco a togliermi dalle difficoltà. Una sera che la più grande ci chiese perché io non cucinassi più, mio marito mi venne in aiuto, se le mise in braccio tutte e due e poi sfoderò il suo sorriso magico, quello che mi aveva fatto innamorare e che, evidentemente, faceva colpo anche sulle altre due donnine di casa.
"Perché il papà è più bravo della mamma a cucinare, e fa un sacco di cose che
piacciono tanto alle sue principesse, non è vero bambine?"
"Siiii", urlarono all'unisono.
"E poi la mamma è molto stanca quando torna a casa, e quindi il vostro papà fa
anche altre cose. Ma vostra mamma vi ama ugualmente tanto."
Le bambine sembrarono accettare la cosa, anche se mi chiedevo per quanto tempo sarebbe potuta andare avanti una situazione del genere. Quello che mi colpì fu comunque la sensazione di sollievo che provò mio marito nell’aver risolto la situazione, quasi che temesse che la presenza delle bambine potesse creargli dei problemi nell’affrontare quotidianamente le sue faccende domestiche. Ma pensai che, evidentemente, lui volesse a ogni costo compiacermi, e quello di cucinare, pulire e di servirmi, fosse il metodo che lui riteneva più idoneo per dimostrarmi il suo amore. C’era poi il problema psicologico. Se è vero che avevo iniziato ad amare quel potere che avevo nei suoi confronti, è altrettanto vero che a volte mi vergognavo con me stessa per come lo trattavo. Lui era sempre e comunque mio marito e, a volte, non trovavo giusto il fatto che mi approfittassi così smaccatamente dell’amore e del timore che provava per me. Mi mettevo davanti allo specchio e mi dicevo che dovevo piantarla di fare la bambina viziata, che correvo il rischio di tirare troppo la corda, e che una donna innamorata non si comporta così. La questione era veramente complicata. C’era anche il problema del sesso da non sottovalutare affatto. Possibile che per fare un sesso favoloso io dovessi impormi su di lui e approfittarmi della superiorità fisica che avevo? Eppure sembrava proprio che fosse così. Tre volte era accaduto e per tre volte le sensazioni che avevo provato nel fare sesso con mio marito erano state meravigliose, e io mi ero abbandonata completamente a quelle sensazioni ma, soprattutto, avevo abbattuto ogni tipo di inibizione. L’ideale però sarebbe stato forse trovare un equilibrio che, in quel momento, mancava completamente. Ma ogni qualvolta mi decidevo a diminuire la mia pressione su di lui, era Marco stesso a farmi cambiare idea usando tutta la sua abilità oratoria, dicendomi che a lui la situazione andava bene così com’era. Una volta volli andare a fondo alla questione e decisi di affrontarlo. Dovevamo mettere in chiaro tutti quei problemi. Attesi che le bimbe si addormentassero e poi chiesi a Marco di venire in cucina a parlare con me. Lo vidi quasi sbiancare in volto.
“Ho fatto qualcosa che ti ha dato fastidio? Qualunque cosa abbia fatto io ti chiedo scusa, amore mio.”
“No, no, non hai fatto niente. Ma è proprio questo l’argomento che voglio trattare”, lo rassicurai
“Ti ascolto, amore.”
“Tu sei felice Marco? Voglio dire se sei felice di dovermi servire, di questa vita che fai?”
“Amore mio, ma certo che sono felice”, mi rispose, prendendomi la mano e baciandomela delicatamente.
“E non ti pesa tutto quello che fai? Mi rendo conto che a volte sono insopportabile. L’altra volta ad esempio, ti ho costretto con la forza a scendere da casa per andarmi a prendere le sigarette. Credo di aver esagerato e mi dispiace. Tu sei già così carino con me e io me ne approfitto.”
“Non devi dispiacerti. E’ giusto, invece. Tu sei… una donna speciale, e trovo normale che io debba fare quello che tu mi ordini. Tu sei straordinaria, Patty, una donna unica, e io devo essere fiero di avere la fortuna di starti accanto, non di lamentarmi per una volta che mi hai messo le mani addosso. Evidentemente me lo meritavo.”
Una volta di più mio marito mi lasciò esterrefatta. Dunque lui accettava le conseguenze della mia superiorità senza crearsi troppi problemi. Ma c’era una cosa che non riuscivo a comprendere. Per mesi mi aveva torturato sui problemi che gli creavo con la mia presunta superiorità, arrivando persino a voler lottare contro di me per vedere se i suoi timori fossero fondati, e ora che l’aveva scoperto, sembrava essere più tranquillo. Glielo feci notare.
“In effetti non è stato un percorso facile, ma poi ho capito, e mi sono reso conto di essere un privilegiato. E’ vero, ho paura di te, ma ho soprattutto rispetto. Forse sarà l’amore che provo per te, il fatto che sei bellissima, o il fatto che non mi sento alla tua altezza, ma io ti obbedisco volentieri. Secondo me non dovresti nemmeno porti tutti questo problemi. Quanto al fatto che hai usato la forza contro di me... Spero che tu non lo faccia più,” terminò sorridendo. “Ci tengo alla mia incolumità, e mi sono reso conto che contro di te non ho alcuna possibilità di cavarmela. Ma se dovesse accadere di nuovo, pazienza. Te l’ho detto prima, accetterò qualunque tua decisione in merito. Però per favore non farmi troppo male”, concluse, dandomi un bacio e abbracciandomi teneramente. Che marito meraviglioso! Non solo mi vedeva come la donna più bella dell’universo, ma riusciva ad accettare anche il fatto che io l’avessi picchiato. Piano, ma l’avevo fatto. Mi ero imposta su di lui approfittandomi della mia superiorità, era inutile girarci intorno. Poi ci riflettei. E se fosse stato giusto il suo ragionamento? Se veramente in casa uno dei due avesse dovuto avere il predominio per far funzionare l’unione? Era ormai del tutto scontato che fossi io quella a portare i pantaloni in casa e, del resto, che male c’era a dare ordini al proprio marito? Solo perché ero una donna non potevo farlo? In milioni di famiglie accadeva l’esatto contrario, e nessuno si meravigliava più di tanto. Ma certo! Mi autoconvinsi che l’unico che avrebbe potuto provare a obiettare fosse mio marito e, dal momento che lui accettava tutto con gioia, io avrei proseguito su quella linea. Pertanto, gli avrei dato degli ordini e avrei preteso che tali ordini fossero eseguiti. Quanto al fatto che mi piaceva fare sesso con lui dopo aver lottato? Avremmo potuto farlo per gioco, come avevamo fatto da ragazzi. Solo che stavolta gli esiti sarebbero stati esattamente contrari. Come al solito fu Marco a risolvere la situazione, quasi come se mi leggesse nel pensiero. Un sabato sera di inizio ottobre, ovvero poco più di un mese dopo che io avevo preso il potere all’interno del rapporto, dopo aver portato le bimbe dai miei per poter uscire con gli amici, mi venne vicino mentre mi stavo finendo di truccare.
“Amore mio, quanto sei bella! Io non ce la faccio a resisterti fino a quando torniamo a casa. Perché invece non ce ne restiamo io e te da soli? Scommetto che il modo per trascorrere il tempo lo troviamo. Tu che ne dici?”
Quella proposta mi allettava particolarmente. Mi voltai e lo guardai in faccia. “E come vorresti trascorrere tutta la serata?” gli domandai maliziosamente.
“Magari guardando la televisione”, mi rispose sorridendo. Era ovvio che nessuno di noi due aveva intenzione di mettersi in poltrona e guardare realmente la televisione.
“Vada per la televisione. Andiamo a vedere cosa c’è di bello.” Mentalmente avevo già pensato a come comportarmi. Ci saremmo seduti sul divano e poi io mi sarei seduta su di lui e avremmo cominciato i preliminari ma, appena ci sedemmo, Marco prese il telecomando in mano.
“Il programma lo decido io”, disse con uno strano sorriso.
A che gioco stava giocando? Mi stava apertamente sfidando. Decisi di stare al gioco.
“Non se ne parla proprio. Dammi il telecomando”, gli ordinai. Mio marito, sempre sorridendo, quasi per ricordarmi che si trattava di un gioco, si alzò dal divano, si appiattì addosso al muro nascondendo il telecomando dietro di sé.
“Dai, amore. Per favore, fai decidere a me.”
Mi alzai anch’io. Quel gioco mi stava piacendo. Era proprio quello che andavo cercando da alcuni giorni, e Marco mi ci stava portando per mano. Potevo avere l’occasione di mettergli le mani addosso ricordandogli che ero la più forte. Era un’occasione da non perdere per verificare se davvero mi eccitavo maggiormente facendo la lotta contro di lui.
“Ti ho detto di darmi quel telecomando. Non farmi arrabbiare, sai che non ti conviene”, gli intimai, prendendogli il braccio che nascondeva il telecomando. Con grande facilità lo costrinsi a portare il braccio di nuovo in posizione normale, quindi gli strinsi il polso per obbligarlo ad aprire la mano e a consegnarmi docilmente quello che volevo. Ero più forte di lui e potevo costringerlo facilmente a fare quello che volevo. Quella consapevolezza mi elettrizzava e mi eccitava. Ormai i dubbi non esistevano più. Ma volli proseguire. Gli torsi il braccio facendolo voltare di scatto. Era un gioco, ma mi piaceva troppo, e se lui aveva iniziato, io volevo proseguirlo a modo mio. Con l’altro braccio libero, dopo aver gettato il telecomando sul divano, lo presi per il collo, proseguendo anche a torcergli il braccio. Era in mio completo potere. Ed era una sensazione straordinaria.
“Quando ti dico di darmi una cosa tu lo devi fare. Intesi?”
“Si amore. Mi sono permesso perché stavo scherzando.”
“Lo so che stavi scherzando. E’ per questo che non ti faccio troppo male. Ma è l’occasione giusta per ricordarti chi comanda.”
“Oh, quello non me lo dimentico certo. Sei tu che comandi. Però adesso lasciami, per favore. Fatico a respirare e mi fa male il braccio.”
“Ripetilo. Chi comanda in casa?”
“Tu, amore.”
“E quindi? Cosa devi fare se ti do un ordine?”
“Devo… obbedire. Ti prego, non respiro.”
Lo lasciai. Mi bastava quello che gli avevo fatto e lo voltai. Era tremante. Tremante di paura nei miei confronti. Che straordinaria sensazione! Ancora una volta, immancabilmente, il mio respiro iniziava a diventare affannoso, la voglia di toccarmi e toccarlo quasi morbosa, e il desiderio sessuale praticamente incontrollabile. Prima però dovevo rassicurarlo. Mi faceva così tenerezza.
“Basta, Marco. Stai tranquillo, non voglio picchiarti ancora. Ho capito che si trattava di un gioco. Se lo avessi fatto sul serio, mi avresti costretta a farti male”, gli dissi dolcemente, quasi con fare materno, mentre accarezzavo il suo viso.
“Grazie, amore. Ti giuro, non volevo disobbedirti. Non mi permetterei mai di farlo sul serio.”
Gli chiusi la bocca con un bacio. Non potevo più attendere. Dovetti chinarmi per darglielo, visto che mi ero vestita per uscire, con tanto di tacchi a spillo. Lo presi per le guance per attirarlo a me. Avevo un bisogno impellente di lui. Volevo sentirlo dentro di me. Mi bastò baciarlo per sentirlo eccitato. Il suo cazzo premeva sulla mia coscia ed era straordinariamente duro. Lui era così preso da me che non avevo necessità di dar fondo alla mia femminilità prorompente per vederlo con il pene eretto. Avevo quasi l’impressione che negli ultimi tempi gli fosse addirittura cresciuto. Ma, ovviamente, era soltanto la sensazione che mi dava. La cosa più probabile era che la sua erezione fosse diventata più turgida. Ci eravamo nel frattempo spogliati e ci eravamo trasferiti sul divano. Lo spinsi giù, gli afferrai le mani e finalmente ebbi quello che volevo: il suo dolce, meraviglioso cazzo dentro di me. Tutte le emozioni e le sensazioni di quelle tre volte si ripeterono quasi per magia. Io e lui vogliosi in modo incredibile. Io per quel potere che mi faceva uscire di senno, e lui… per la mia bellezza sempre più prorompente. O, almeno, era quello che pensavo in quel momento. Giunsi al primo orgasmo praticamente dopo pochi istanti. E fu un orgasmo devastante, nemmeno paragonabile a quelli che avevo avuto in precedenza. Simile soltanto a quelli che mi avevano stravolto quelle volte che avevamo fatto la lotta. Ma non mi ero saziata. Lo volevo ancora, ormai in preda a un bisogno che mai avrei creduto di avere. Mi rimisi sopra di lui. Ero io a condurre le danze. I miei baci lo stavano stravolgendo.
“Amore… sto quasi per venire”, mi disse, quasi implorandomi.
Lo presi per il mento e lo guardai negli occhi, severa, quasi implacabile. “Aspetta a venirtene. Ti dico io quando potrai farlo.” Ripresi a muovermi sopra di lui. Stavolta più lentamente. Il suo cazzo durissimo dentro di me mi stava facendo provare sensazioni meravigliose, tanto che sentii di nuovo l’orgasmo che stava per arrivare. E pensare che prima di scoprire quelle sensazioni ci mettevo tantissimo tempo, e spesso capitava che nemmeno riuscivo a provarlo.
Gli diedi quindi il permesso di venirsene, e lo facemmo contemporaneamente, visto che lui, non so come, era riuscito ad attendermi.
Malgrado quel piacere immenso, ancora non mi bastava. E sembrava non bastare nemmeno a Marco. Dopo circa un quarto d’ora, durante il quale mi ero rilassata fumandomi una sigaretta, il desiderio iniziò di nuovo a farsi sentire prepotentemente. Ed ebbi anche la certezza che per lui ero irresistibile perché poco dopo ce l’aveva di nuovo dritto. Mio marito era completamente nelle mie mani. Potevo eccitarlo come e quando volevo. Ed era l’ennesima sensazione straordinaria.

Quella serata trascorsa a fare sesso quasi continuamente mi fece giungere ad alcune considerazioni. Per prima cosa era ormai scontato il fatto che io mi eccitassi nel fare la lotta, vincere e sottometterlo poi alla mia volontà. Mi faceva paura quella considerazione, ma ne dovevo prendere atto. Altrettanto scontato mi sembrava il fatto che mio marito trovava particolare giovamento sessuale dalla situazione creatasi. Era perennemente eccitato. Pensai che i motivi potessero essere diversi: la mia bellezza statuaria in primis, come avevo pensato fin da quando mi ero accorta del suo piacere, ma pensai che il suo piacere fosse anche dovuto al fatto che io avevo praticamente rivoluzionato il modo di fare sesso, prendendo costantemente in mano le redini del gioco. A ciò si aggiungeva il fatto che lui mi vedesse bella oltre ogni immaginazione. Dunque, bellezza e trasgressione lo facevano diventare uno stallone. Ma ero veramente così bella? Qualche dubbio mi rimaneva. Sapevo di piacere, sapevo di essere diventata notevolmente attraente, ma sapevo anche che Marco forse esagerava. Beh, anche quando camminavo non è che passassi inosservata, specialmente se puntavo su un look un po’ più sexy del normale. Un po’ la mia altezza da ex pallavolista, un po’ per le movenze che avevano acquistato sempre più sensualità, facevo spesso il pieno di sguardi. Non volevo però andare troppo a fondo a quella questione. Mi andava benissimo che mio marito mi giudicasse bellissima. Quale moglie non lo desidererebbe?
Quel sabato sera trascorso in casa a fare l’amore mi aveva fatto nascere un’altra certezza. Un solo giorno a settimana non mi bastava più. Avevo bisogno di altri momenti da trascorrere insieme a mio marito per fare l’amore in quel modo, visto che quello che facevamo negli altri giorni non era nemmeno paragonabile con quello del sabato. Decisi perciò che fosse necessario ritagliarci un altro giorno in mezzo alla settimana. Il lunedì e il giovedì era da escludere in quanto Marco, dopo aver ovviamente preparato la cena e ripulito la cucina, andava a giocare a calcetto con gli amici. D'accordo che faceva quello che io gli ordinavo, ma non mi sembrava il caso di negargli quelle due uscite che tanto gli piacevano. Optai quindi per il mercoledì. Avrei fatto portare le bambine dai miei e avremmo avuto quindi tutto il resto della serata per noi. Che poi significava fare sesso dopo aver fatto una lotta scherzosa. Il problema era che io mi ero troppo abituata al comando e ad avere mio marito completamente ai miei ordini per essere anche completamente ragionevole. Più lui diventava accondiscendente, e più io diventavo padrona della situazione, adirandomi per un nonnulla, quasi godendo della sua devozione. Si, anche il fatto di poterlo piegare ai miei voleri come meglio desiderassi, mi dava quasi un orgasmo sessuale di cui mi vergognavo infinitamente, ma che, ovviamente, mi regalava anche una sensazione di potenza difficilmente spiegabile a parole. Pian piano stavano anche cadendo gli ultimi baluardi psicologici che mi avevano condizionata fino ad allora, impedendomi di essere quella che volevo essere: completamente predominante nel nostro rapporto, sia dal punto di vista psicologico che fisico. Alcuni giorni dopo ebbi la consapevolezza che ormai la mia anima, che per tanti anni era rimasta immacolata, cominciava ad avere un colore ancora indefinito ma decisamente più scuro. Stavo per toccare il punto di non ritorno.

Continua...




scritto il
2026-05-22
4 7
visite
0
voti
valutazione
0
il tuo voto
Segnala abuso in questo racconto erotico

Continua a leggere racconti dello stesso autore

racconto precedente

La vita di Patty Capitolo 15

Commenti dei lettori al racconto erotico

cookies policy Per una migliore navigazione questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti. Proseguendo la navigazione ne accetti l'utilizzo.