Luigino, frocetto vintage

di
genere
gay


Il sole di giugno picchiava come un fabbro sull’asfalto crepato del Tiburtino, sollevando quell’odore di bitume e polvere che si attacca alla gola e non ti lascia più. Luigino camminava stretto tra loro due, piccolo, con le spalle contratte e quella pelle troppo chiara che sembrava fatta di porcellana, un contrasto stridente con il grigiore dei palazzi popolari. Il Mezza e il Rospo lo tenevano stretto per le braccia, quasi sollevandolo da terra, con quella confidenza brutale tipica di chi ha già deciso il destino di un altro e ne assapora in anticipo il potere.
«Cammina, biondo, n’artro po’ d’impegno,» sghignazzò il Rospo, la voce resa roca dalle troppe MS senza filtro. «Oggi te facciamo diventà ‘na femminuccia fatta bene, vedrai che dopo ce ringrazi.»
Luigino provava a puntare i piedi, sentendo il cuore che sbatteva contro le costole come un uccello in gabbia. «No, lasciatemi… vi prego… mi fate male…» mormorava, ma era una supplica senza forza. Dentro di sé, in un angolo oscuro e inconfessabile, provava una vertigine torbida. Voleva essere costretto; voleva che la responsabilità di quella cosa non fosse sua, ma di quelle mani callose che lo stavano trascinando verso l'ignoto. Ogni strattone gli mandava una scossa elettrica lungo la schiena, un’attesa vibrante che lo faceva tremare più della paura.
Entrarono nel cuore dello "scheletro", un palazzone di cemento mai finito che puzzava di calcinacci, urina e lamiere arrugginite. Lì dentro l’aria era ferma, carica di un silenzio pesante che sembrava inghiottire i rumori della periferia.
«Mettite in ginocchio, Luigì. È ora de facce vede quanto sei bravo,» ordinò il Mezza, spingendolo verso un angolo in ombra.
Luigino ubbidì subito, calando le ginocchia sui detriti taglienti dello "scheletro" con una sottomissione istantanea, quasi automatica. Per lui, come per il Mezza e il Rospo, non c’era spazio per il dubbio: quello che stava accadendo era scritto nell’ordine naturale della borgata, una legge non scritta ma solida come il cemento armato che li circondava. Quando i due si sbottonarono i pantaloni di velluto con gesti lenti e carichi di un’autorità indiscutibile, il ragazzino sgranò gli occhi, col fiato strozzato in gola.
Non era terrore, era il riconoscimento di una gerarchia inevitabile. Davanti a lui svettavano due pezzi di carne imponenti, scuri e venosi, che emergevano con l'arroganza di chi sa di avere ogni diritto su quel corpo esile. Erano strumenti di un dominio legittimo, frementi sotto il calore del pomeriggio e carichi di un odore primordiale di maschio che reclamava il proprio tributo. Il Mezza e il Rospo lo sovrastavano con la calma di chi non deve chiedere, ma solo disporre, certi che la natura avesse creato Luigino proprio per quel ruolo di servitù.
Luigino arrossì fino alla punta delle orecchie, ipnotizzato da quella visione di pura potenza. Sentiva che era giusto così: loro erano i padroni, la forza che dettava il ritmo, e lui era l’oggetto destinato ad accoglierli. Era un incastro perfetto, un equilibrio brutale ma onesto in cui ognuno occupava il posto che il destino gli aveva assegnato.
«Vedi che robba, biondo? Questa è 'a natura tua, fatte servì da chi comanda,» sghignazzò il Rospo, premendogli una mano pesante sulla nuca come si fa con una bestia mansueta. «È er dovere tuo, Luigì. È così che gira er monno, p***** d**! Suca e ringrazia che t'avemo scelto noi.»
Il Mezza annuì con un grugnito d'approvazione, guardando Luigino dall'alto in basso con un distacco quasi regale. «Nun serve che tremi, è tutto regolare. Tu sei nato troia e noi semo nati omini. È 'a legge de D**, suca e nun perde tempo, mignotta la M******!»
Luigino chiuse gli occhi e si tese verso di loro, accettando quella verità assoluta: il loro piacere era la sua unica ragione d'essere, un rito di sottomissione che lo faceva sentire finalmente al suo posto, sotto il peso legittimo della loro prepotenza.
Sotto la presa di quelle mani rudi, Luigino si perse in un istante. Il piacere dei due ragazzi era quasi animale, contagioso. Il Mezza teneva i denti stretti, i muscoli delle cosce tesi come corde di violino mentre godeva del contatto della cappella umida contro le guance di porcellana del biondo, emettendo grugniti gutturali che facevano vibrare l'aria pesante del cantiere. Il Rospo si toccava con foga disperata, la faccia stravolta da un'estasi volgare, eccitandosi nel vedere Luigino così sottomesso e devoto alla loro virilità.
Poi, l'argine si ruppe.
Il Mezza ebbe un sussulto violento, le dita che si artigliavano nella nuca del ragazzino. «Oddio... m'ammazzi... Luigì, apri... apri tutto, porco d**!» Un fiotto prepotente di sburro bollente e denso gli esplose tra le labbra, getti ritmici e pesanti che lo fecero impazzire per un istante, mentre il Mezza sbatteva le palpebre, svuotandosi con un gemito di puro trionfo.
Non ci fu tregua. Il Rospo, lo girò verso di sé con uno strattone selvaggio. «Mo tocca a me! Guarda qua che te succede!» La sua eccitazione esplose con una violenza inaudita: lo sburro partì come una frustata, una scarica bianca e densissima che colpì Luigino in pieno viso. Getti caldi gli coprirono gli occhi, scivolarono sulle guance accaldate e si impigliarono tra i capelli biondi in grumi pesanti. Il Rospo tremava, la bocca aperta in un'espressione di beatitudine ebete mentre finiva di imbrattarlo.
Luigino rimase immobile, il viso inzaccherato e il cuore che gli esplodeva nel petto come un motore imballato. Era sconvolto, sporco e umiliato, eppure la meraviglia per quella forza bruta che aveva scatenato gli brillava ancora negli occhi umidi, un riflesso di pura devozione verso quella ferocia che lo aveva appena schiacciato. Non c'era traccia di rancore, solo la certezza di aver adempiuto al proprio compito, di aver servito la legge del padrone che governava ogni centimetro di quel cemento arrugginito.
Il Rospo si ricompose con un gesto sbrigativo, sistemandosi i jeans con la noncuranza di chi ha appena riscosso una tassa dovuta. «Ammazza, l'avemo proprio battezzato a 'sto frocio, p***** d**!» disse ridendo, guardando dall'alto quel corpo tremante come si guarda uno scarto di cantiere che ha finalmente trovato un utilizzo. «Puliscete, biondo, che se te vedono così pensano che t'ha investito un camion de latte, mignotta la M******!»
Il Mezza gli diede un calcio distratto su una coscia, una spinta ruda per ricordargli che il tempo della contemplazione era finito. «Datti 'na mossa, Luigì. Hai fatto er dovere tuo e noi er nostro. È 'a legge der più forte, capisci? Er cazzo comanda e la bocca ubbidisce, senza tante storie. Tu sei 'a troietta nostra e noi semo i padroni de 'sta terra. Ringrazia er signore che t’avemo preso sotto de noi, che se te trovava qualcun altro t’ammazzava de botte e basta.»
Luigino annuì freneticamente, pulendosi il viso con la manica della camicetta, sentendo ancora il calore viscido del loro seme sulla pelle come un collare invisibile. Per lui quella non era violenza, era l'ordine naturale delle cose: il sole scalda, la pioggia bagna e il padrone dispone della sua troia. Era un equilibrio perfetto, un patto di sangue e sburro che lo legava a quegli uomini con una catena che non voleva spezzare.
«Mo' sparisci,» ordinò il Rospo, già incamminandosi verso la luce dell'uscita. «E ricordate: quando fischiame, tu devi sta' già a pecora. È 'a natura che t'ha fatto così, e noi semo qui pe' fatte rispettà 'a natura tua, porco d**! Cammina, mignotta, e nun fatte vede' piagne che i padroni nun amano le lagne.»

Si allontanarono fischiettando verso il sole della strada, lasciando Luigino nell'ombra del cemento, solo con l'odore acre del loro piacere e il ricordo indelebile di quella sua prima, brutale, iniziazione.


Tutto era cominciato un’ora prima, all'ombra del muretto scheggiato del bar di quartiere, dove l’afa appiccicosa dell'ora di punta sembrava fermare il tempo tra il ronzio delle mosche e l’odore di benzina. Luigino camminava radente ai muri, cercando di non farsi notare con la borsa del pane stretta al petto, ma lo sguardo del Rospo lo aveva agganciato prima che potesse svoltare l'angolo.
«Aò, biondo! Ma ’ndove vai così de fretta? Corri da mammà a faje vede’ quanto sei bravo?» aveva gridato il ragazzo, mentre il Mezza si staccava dal motorino truccato con una lentezza che metteva i brividi. Si erano avvicinati con quel modo di camminare dondolante, circondandolo in un istante. Il Mezza gli si era fatto vicino, parlandogli con una voce bassa e roca che sapeva di sigarette MS e di un’intimità sporca.
«Ma lo sai che le voci corrono, Luigì? Che pensi, che semo ciechi?» aveva sussurrato il Mezza, facendogli mancare il respiro. «Sapevamo tutti che t'avevano sorpreso a fa' le seghe ar bidello dietro la palestra. Te piaceva maneggià l'uccello de quel vecchio floscio, eh? Te sentivi er core che scoppiava a sentì er cazzo che sbatteva drento le mani tue, dì la verità.»
Luigino sentì il sangue gelarsi. Quella vergogna segreta, quel vizio che pensava sepolto nell'ombra dei corridoi, era nelle loro mani.
«Hai capito er biondino? Sei 'na troia nata, ma nun lo volevi ammette,» sghignazzò il Rospo, passandogli un braccio pesante attorno al collo. «Ma se proprio devi fa' 'sto mestiere, conviene che impari a farlo con chi tiene er cazzo che scotta. È 'a natura tua, Luigì, nun ce pòi scappà. È dovere tuo servì l'omini veri se sei fatto così. Cammina verso lo scheletro, va, che te famo vedè come se diverte er Padrone tuo.»

E poi era successo. Erano arrivati nel cuore dell'edificio e Luigino aveva scoperto la meraviglia proibita. Si era inginocchiato, aveva servito le loro erezioni imponenti con una devozione assoluta, finché lo sburro non lo aveva battezzato, sporcandogli il viso e i capelli.
Mentre si allontanavano verso la strada, Luigino rimase rannicchiato contro il pilastro, con il respiro che ancora fischiava nei polmoni. Ma non passarono che pochi istanti prima che il rumore dei loro stivali si fermasse. Il Mezza e il Rospo si erano scambiati un’occhiata complice e, quasi all’unisono, erano tornati indietro.
«Che fai, resti lì a fatte le radici, faccia de merda?» tuonò il Rospo, torreggiando di nuovo su di lui. Luigino alzò lo sguardo, il viso segnato dai resti bianchi del loro orgasmo che cominciavano a tirare sulla pelle.
Il Mezza si chinò, afferrandolo per il colletto della camicetta. «Hai visto che roba? Artro che quel moscio der bidello, eh? Hai visto che ce tenemo drento i carzoni, porco d**?» Il tono era una pressione fisica costante. «Ma scommetto che 'a voglia tua nun è ancora finita. Scommetto che voi sentì pure er resto, visto che sei 'na troia e che te piace sentì er sapore de chi comanda.»
Luigino tremava, ma la sua mente non riusciva a staccarsi dall'immagine di quella carne scura. «No... vi prego... lasciatemi andà...» mormorò, ma le sue mani si erano aggrappate alle braccia muscolose dei ragazzi.
«Ma se stai a morì dalla bramosia, biondo!» sghignazzò il Rospo, spingendolo di nuovo verso il fondo dell'edificio. «T’avemo fatto vede' come venimo, ma mica t’avemo fatto sentì come batte er cazzo de n'omo quando se diverte sur serio. È dovere tuo facce sfogà, è 'a natura che t'ha fatto troia apposta pe' noi. Nun vorrai mica lasciacce col sangue che ancora spigne?»
Lo spinsero contro una parete di mattoni forati. Il Mezza gli premette un avambraccio contro il petto. «Tocca qua, bastardo,» ordinò con una voce feroce. «Senti quanto scotta. Senti che potenza tiene er Padrone tuo, mica come quell'artro vecchiaccio rincoglionito a cui facevi le seghe.»
Luigino esitò, ma allungò le dita, toccando quella carne tesa. La meraviglia lo travolse: era calda, viva, dura come er marmo. Sentì il Mezza sussultare e il Rospo ridere alle sue spalle, mentre gli premeva il bacino contro il sedere.
«Vedi? Questo è quello che succede a chi c'ha er vizio drento ar sangue,» sussurrò il Mezza. «Te piace sentì quanto semo grossi? Te piace sentì che nun pòi andattene finché nun t'avemo sfonnato er gargarozzo? È 'a legge de borgata: er cazzo comanda e la troia serve. E tu sei 'a troia nostra.»
Luigino chiuse gli occhi, annuendo freneticamente. Se tutti sapevano quello che aveva fatto a scuola, allora tanto vale essere la latrina di chi comandava davvero.
«Allora mettite de novo giù, faccia de sburro,» comandò il Rospo, facendolo scivolare lungo la parete. «Che stavolta non ce fermamo finché non t’abbiamo insegnato per bene cosa significa servì quelli come noi. E stavolta lo sburro te lo devi meritì, Luigì. Devi lavorà sodo con quella bocca, molto meglio de come facevi cor bidello de merda. Suca, biondo, fa er dovere tuo fino in fondo!»
Sotto la spinta di quel comando, Luigino si lasciò scivolare di nuovo sul cemento, le ginocchia che sanguinavano tra la polvere e i detriti. Sentiva la pressione dei loro sguardi bruciargli addosso, un peso fisico che lo schiacciava più della loro forza. Ormai non cercava nemmeno più di opporre una resistenza di facciata; la consapevolezza di essere stato scoperto, di essere già marchiato come il vizioso che faceva le seghe al bidello, gli aveva tolto ogni via di fuga, regalandogli la libertà disperata di sprofondare nel fango.
«Guarda 'sta troia come s'abbassa subito, appena sente profumo de cazzo vero!» sghignazzò il Rospo, afferrandogli i capelli biondi e tirandogli la testa all'indietro per guardarlo negli occhi. «Altro che quel vecchio rincoglionito de scuola, eh? Qui trovi er marmo, bastardo, qui trovi chi te sfonna er culo!»
Luigino spalancò la bocca, accogliendo il Mezza con una fame che lo spaventava. Si dava da fare con una foga cieca, muovendo la testa con ritmo frenetico, mentre le sue mani piccole cercavano di contenere la grandezza del Rospo che fremeva accanto a lui. La volgarità dei loro discorsi gli riempiva le orecchie, stordendolo come un vino cattivo.
«Suca, Luigì! Suca come se dovessi tirà fuori l'anima!» ruggì il Mezza, le mani che gli premevano sulle tempie con una forza brutale. «È 'a natura tua, devi sta' giù ai piedi nostri! Sei nata troia e morirai troia sotto er cazzo de chi comanda in borgata!»
Luigino sentiva il sapore amaro della pelle e del sudore, ma quel gusto era diventato la sua droga. Più lo insultavano, più lo trattavano come una troia, più lui sentiva un'eccitazione malata salirgli dalle viscere. Era consapevole che ogni gemito che strappava loro, ogni spinta violenta che riceveva contro il palato, era la firma sulla sua definitiva schiavitù. Non sarebbe più tornato indietro; da quel giorno sarebbe stato l'ombra dei loro desideri, lo svuotapalle del quartiere.
«Ecco... ecco che spigne! Me stai a fa' impazzì, faccia da mignotta!» urlò il Rospo, ormai al limite. Il suo bacino batteva contro la guancia di Luigino con una cadenza selvaggia. «Mo' te battezzamo n'artra vorta, mo' te riempimo quella faccia da mignotta finché nun affoghi!»
L'argine si ruppe contemporaneamente. Il Mezza emise un verso animalesco, un grugnito che gli scosse tutto il corpo muscoloso, e iniziò a sburrare come un maiale al macello. Getti densi, bollenti e inarrestabili inondarono la gola di Luigino, che cercava di inghiottire tutto, terrorizzato all'idea di perderne anche solo una goccia. Nello stesso istante, il Rospo esplose con una violenza inaudita, innaffiandogli il viso e gli occhi con una scarica bianca e pesantissima.
«Oddio, guarda quanto ne esce! Sembri un maiale all'ingrasso, Luigì!» gridava il Rospo tra i sussulti, mentre continuava a spruzzargli lo sburro sulle palpebre, sulla bocca socchiusa, tra i capelli biondi che ormai erano una massa appiccicosa di umiliazione.
Luigino rimase lì, immobile, soffocato dal calore del loro seme e dalla ferocia del loro trionfo. Era sporco, distrutto, ridotto a uno straccio, eppure sentiva una pace torbida. Aveva accettato il suo dovere, aveva servito la natura violenta dei maschi dominanti. Mentre i due si ricomponevano ridendo e pulendosi alla meglio sulla sua camicetta, Luigino sapeva che la sua vita era finita tra quei pilastri, e che la sua nuova esistenza di troia di borgata era appena cominciata.


Dopo che il polverone si fu posato e l'odore acre del loro piacere ebbe saturato l’aria ferma tra i pilastri, il Mezza e il Rospo non lo lasciarono andare subito. Luigino era ancora a terra, rannicchiato tra i detriti, col fiato corto e lo sburro che gli colava lungo le guance e si impigliava tra i capelli biondi come una bava appiccicosa. Sentì di nuovo l’ombra dei due giganti oscurare la luce del pomeriggio.
Il Mezza si chinò su di lui, artigliandogli il mento con le dita sporche di grasso e stringendo finché Luigino non fu costretto a guardarlo dritto negli occhi, mentre il dolore della presa gli faceva salire le lacrime.
«Hai capito bene come funziona adesso, biondo? O te lo devo scrive cor sangue?» gli sussurrò il Mezza con una voce gelida che sapeva di minaccia e di catrame. «Da oggi tu sei roba nostra. Sei 'na troia de borgata, e le troie nun c'hanno voce. Quello che è successo qui drento muore qui drento, ma ricordate che se provi a raccontà mezza parola a quarche spione, o se fai er difficile quando te cerchiamo, la faccenda finisce che te sotterriamo sotto 'sto cemento.»
Il Rospo, alle sue spalle, sputò a terra un grumo di catarro e diede un calcio distratto a un barattolo di vernice, producendo un rumore metallico che fece sussultare Luigino come un colpo di frusta.
«Semo stati fin troppo boni oggi, Luigì, te s’è data 'na lezione che manco er bidello tuo poteva immaginà,» sghignazzò il Rospo, torreggiando su di lui con le gambe divaricate. «Però nun te scordà che sappiamo dove abiti, sappiamo dove va tu' madre a fa' la spesa. Quando passiamo cor motorino e fischiame, tu devi sta' pronto. Niente scuse, niente 'me fa male er culo'. Tu ce devi sta' sempre a pecora, hai capito, pezzo de merda?»
Luigino non rispose, ma dentro di sé sentiva una vibrazione cupa. La paura lo soffocava, eppure l'idea di essere diventato la loro proprietà, di essere stato marchiato dal loro seme e dalle loro parole oscene, gli dava un senso di appartenenza che non aveva mai provato. Era una schiavitù che desiderava, un modo per smettere di essere Luigino e diventare solo un buco, uno svuotapalle, un oggetto nelle mani di chi era forte e violento.
Il Mezza gli diede un buffetto sulla guancia, uno schiaffo secco che fece risuonare la carne ancora bagnata di sburro, lasciandolo stordito e umiliato davanti alla loro prepotenza.
«Sei 'na brava cagnetta, se fai come dicemo noi. Te teniamo sotto l'ala nostra, così nessuno t'abbuffa de botte per quello che facevi a scola... a parte noi, s'intende,» concluse il Mezza con un ghigno brutale.
Soddisfatti del terrore e della bramosia malata che leggevano nei suoi occhi, i due si alzarono, rinfoderando i loro cazzi con noncuranza e sistemandosi i jeans a zampa. Si scambiarono una risata sguaiata, una pacca sulla spalla e, senza degnarlo di un ultimo sguardo, iniziarono a incamminarsi verso l'uscita dello scheletro.
Il rumore dei loro stivali sui calcinacci si fece sempre più lontano, accompagnato dal fischio del Rospo che intonava una canzone di quegli anni, allegra e stonata, che strideva con l'orrore del posto. Luigino rimase solo nel silenzio soffocante del palazzo, con la faccia sporca e il cuore che batteva al ritmo della sua rovina. Era prigioniero, marchiato a vita, eppure, mentre cercava di ripulirsi alla meglio con la camicetta, sapeva che avrebbe vissuto ogni istante aspettando solo il momento in cui quel fischio lo avrebbe richiamato al suo lurido dovere.


Era passato un mese da quel pomeriggio allo scheletro, un mese di fischi strozzati sotto la finestra e corse col cuore in gola verso la marana, col terrore di essere visto e la brama di finire di nuovo sotto di loro. Stavolta il Mezza non c’era, e il Rospo sembrava aver accumulato una cattiveria ancora più densa, una rabbia da capobranco che doveva scaricare su qualcuno che non potesse reagire. Aveva buttato un plaid vecchio e lurido, incrostato di macchie innominabili, al centro di una stanza senza finestre dove l’odore di piscio e polvere ti s’attaccava ai polmoni.
«Mettite giù, frocio. E sbrigate pure, che nun c’ho tempo da perde con n’infame come te,» aveva ordinato il Rospo, senza nemmeno guardarlo, con la voce che vibrava di un disprezzo bestiale.
Luigino aveva ubbidito subito. Le mani gli tremavano così tanto che quasi non riusciva a slacciarsi i pantaloni. Finì prono sul plaid, sentendo il cemento gelido pungere attraverso la lana. Il Rospo gli piombò addosso come un sacco di pietre, sollevandogli la maglietta fin sopra la testa per accecarlo. Luigino si sentì improvvisamente inerme, al buio, avvolto solo dal profumo di tabacco forte e sudore del suo aguzzino. Con uno strattone selvaggio, il Rospo gli calò i jeans e gli slip fino alle caviglie, esponendo la sua carne bianca e tremante.
«Guarda che bella troietta che m’hanno regalato oggi,» ringhiò il Rospo, sputandosi sul palmo per poi schiaffeggiargli brutalmente le natiche. Il suono dello schiaffo rimbombò tra i pilastri, lasciando un bruciore che a Luigino parve un bacio elettrico. «Sei roba mia, Luigì. Sei solo un buco pe' quando c’ho le palle gonfie. Hai capito o te lo devo scrive in faccia, pezzo de merda?»
Senza aspettare, il Rospo si aprì la strada con una spinta secca, spietata, che parve volerlo spaccare in due. Luigino cacciò un urlo soffocato contro il plaid: il dolore era una lama incandescente, ma nella sua testa malata, quella violenza era la prova che il Rospo lo desiderava. Se mi fa così male, pensava Luigino cercando di giustificare quella bestialità, è perché è un uomo vero, è perché non sa controllarsi davanti a me.
Il Rospo lo stava letteralmente inchiodando al suolo, spingendo con colpi sordi e feroci che gli toglievano il respiro. Ogni spinta era un insulto alla sua dignità, ma per Luigino era l'unica forma d'amore che meritava.
«Rispondi, brutta cagna! Che sei? Dillo!» urlò il Rospo, afferrandogli i capelli attraverso la maglietta e tirando verso l'alto finché Luigino non sentì il collo scricchiolare.
«So'... so' 'a troia tua...» rantolò Luigino, mentre le lacrime gli rigavano il viso sporco di polvere. Voleva urlare che gli piaceva, che quell'umiliazione lo faceva sentire vivo, ma la vergogna gli strozzava le parole.
«Bravo. Così te vojo. Zitto e ubbidiente,» continuò il Rospo, aumentando il ritmo, diventando un animale che cercava solo lo sfregio finale. Lo schiacciava col suo peso muscoloso, facendogli sentire tutta la prepotenza di chi comanda. Il Rospo sentì l’orgasmo salirgli come un incendio. Si inarcò, piantando le dita nei fianchi di Luigino fino a lasciargli i lividi viola, e con un grugnito che pareva un ruggito di trionfo, lo sventrò con l'ultima, brutale spinta. Lo sburro partì a getti violenti, bollenti, allagandolo internamente con una forza che lo fece tremare tutto.
Il Rospo rimase immobile sopra di lui per qualche istante, il respiro rotto che gli soffiava sulla nuca. Quando si scostò, Luigino si sentì improvvisamente vuoto, gelato. Ma la fame di sottomissione non era sazia. Senza ordini, Luigino si girò carponi, col viso arrossato e i capelli scarmigliati. Si avvicinò alle ginocchia del ragazzo, che era rimasto seduto sui calcinacci a godersi lo spettacolo del suo schiavo.
Luigino fissò quel membro ancora turgido, sporco dei suoi umori. Con le mani che tremavano, lo afferrò, sentendo il calore pulsante di quella carne che lo aveva appena devastato. Senza esitare, aprì le labbra e iniziò a pulirlo con la lingua, con una devozione che rasentava la follia.
«Ma guarda questo...» sghignazzò il Rospo, incrociando le braccia. «Ma chi t'ha imparato, eh? Me pare che c'hai proprio 'a vocazione, Luigì. Sei proprio 'na cagna nata, manco te lo devo chiede e già stai lì a leccà er cazzo der padrone tuo.»
Luigino non rispondeva. Sentiva il sapore acre sulla lingua, ma invece di disgusto provava una meraviglia cupa. Voleva che il Rospo vedesse quanto era bravo, quanto era totalmente suo. Più il Rospo lo insultava, più Luigino si dava da fare, inebriato dall'idea che quel gigante prepotente dipendesse dalla sua bocca bagnata per sentirsi di nuovo un dio.
«Me sembri un cagnolino che aspetta l'osso,» continuò il Rospo, dandogli un colpetto col ginocchio sulla spalla per spingerlo più a fondo. «Puliscilo bbbene, frocio, che nun vojo sporcà i calzoni quando me li rimetto. Guarda come s'impegna... sei proprio 'no scarto de periferia, Luigì. Ma almeno servi a quarcosa: servi a famme sborrà come 'n maiale ogni vorta che me pare e piace.»


Luigino era rannicchiato sul bancone da falegname del Dandi, tra i trucioli di legno che gli pungevano la pelle nuda e il sapore amaro del seme che ancora gli impastava la gola, un retrogusto di tabacco e mascolinità ruda che lo riportava prepotentemente a una settimana prima. Tutto era precipitato in quel pomeriggio all'ombra dei pilastri incompiuti del palazzone, quando i quattro lo avevano circondato come lupi su una preda, trascinandolo nel buio di una stanza senza finestre dove er Rospo e er Mezza, insieme a er Dandi e allo Smilzo, lo fissavano con una bramosia che non lasciava spazio alla pietà. Luigino era stato gettato prono su un plaid lurido, la maglietta sollevata sugli occhi per accecarlo e lasciarlo in balia del loro piacere bestiale. «Guarda che bel bocconcino v’avemo preparato oggi,» sghignazzava er Rospo dandogli un calcio sul fianco per farlo abbassare ancora di più, «è 'na troia de quelle rare, de quelle che nun dicheno mai de no, p***** d**!» Er Dandi si sbottonava i pantaloni con una calma che faceva più paura delle grida, torreggiando sopra di lui. «Aò, ma è vero che te piace? Rispondi, biondo! Dillo davanti a tutti che sei 'na cagna, mannaggia a Cristo!» gli aveva ordinato, e Luigino, con le ginocchia che affondavano nei calcinacci, aveva accettato quella verità come un comandamento divino. Sapeva che quegli uomini, duri e sporchi di fatica, avevano bisogno di lui per sentirsi liberi, per scaricare quella rabbia che la vita di borgata gli metteva in corpo, e lui si sentiva quasi fiero di essere il loro sfogo naturale. «Sì... me piace... so’... so’ la troia vostra! Vi prego... sburrateme drento tutti!» In quel momento lo Smilzo lo aveva penetrato con un urto così violento da sollevarlo da terra, dando inizio a una giostra di carne, insulti e bestemmie che avevano squarciato il silenzio della periferia. «Tiè, pija questa! Senti come spigne 'n omo vero, faccia de merda, p***** la M******!» sbraitava er Dandi mentre lo possedeva brutalmente, alternandosi con gli altri in un massacro ritmato. «De chi è questo buco? De chi è, bastardo? Dillo che sei 'na troia!» gridava er Rospo schiaffeggiandogli le natiche fino a renderle viola, finché er Dandi non lo aveva lacerato profondamente con l'ultimo getto di seme bollente. «Mo te lascio er ricordo mio, così impari a fa' er vizioso, mignotta de D**!» grugnì l'uomo prima di lasciarlo svenuto nello sporco. Erano seguiti i giorni dell'infamia e del dolore muto; nell'ambulatorio asettico, mentre il dottore gli puliva le ferite interne con l'alcol urlando alla madre che lo avevano ridotto a uno straccio sventrato, Luigino aveva fissato il soffitto con una devozione cieca. Non avrebbe mai fatto la spia, perché tradire loro significava tradire la legge del più forte, l'unica che avesse senso. «So’ stato io, mamma. Volevo fallo. So’ stato consenziente, nun m'ha toccato nessuno, m'hai capito? Mannaggia er D**!» aveva ripetuto con voce piatta, difendendo il diritto di quegli uomini di usarlo a piacimento. Ma il veleno era già in circolo e il richiamo del sangue era diventato un'ossessione. Così, appena le gambe avevano ripreso a reggerlo, Luigino era scappato di casa per cercare l'uomo che lo aveva posseduto per ultimo. Si era presentato alla bottega del Dandi, vicino alla ferrovia, guardando il falegname piallare il legno con la canottiera appiccicata ai muscoli della schiena. Quando l'uomo si accorse dell'ombra del ragazzino, un ghigno di trionfo gli attraversò la faccia incolta. «Guarda un po' chi s'aritrova. Allora nun t'è bastato lo sfonnamento dell'artra vorta, eh? Te sei venuto a pija' er resto, troietta de Cristo?» gli disse, calando la serranda con un boato metallico che sanciva la sua definitiva schiavitù. Lo sbatté sopra il bancone, tra la segatura fresca, e lo penetrò di colpo, riaprendo ogni ferita con una ferocia che sapeva di possesso assoluto. «Senti come spigne er Dandi, senti che robba, p***** d**! Sei 'na cagna, Luigì, la cagna mia!» urlava l'uomo mentre lo scoppava con una forza che sembrava volerlo spaccare in due. Luigino s'inarcava contro la morsa di ferro del banco, fiero di essere la vittima di quella forza bruta, e quando er Dandi si svuotò dentro di lui con un ruggito di piacere, il corpo del ragazzino ebbe un sussulto involontario. Un fiotto di liquido bagnò il legno scuro del bancone, il segno fisico che la sua natura aveva finalmente accettato il comando della bestia. Er Dandi guardò quella traccia lucida e scoppiò a ridere mentre si rinfoderava. «Ammazza, pure er principino ha gradito stavolta, mignotta la M******. Te sei bagnato tutto, eh? Mo pulisci tutto cor muso e vattene, che domani te vojo rivede' qua a servì er Padrone tuo come è giusto che sia.»

Il sole picchiava senza sosta sul tetto di lamiera della bottega, ma dentro l’ombra si era fatta densa come l'olio bruciato dei motori. Erano passati mesi da quando il Dandi aveva portato quel primo blister di estrogeni e progesterone, rubato in una clinica della mutua. Luigino aveva iniziato con una pasticca al giorno, poi due, finché il trattamento non era diventato un rito collettivo: i quattro lo tenevano fermo mentre gli infilavano in bocca il mix di ormoni e bloccanti del testosterone, assicurandosi che inghiottisse tutto sotto i loro occhi.
Il cambiamento era stato lento ma inesorabile, una metamorfosi che il branco seguiva con la stessa cura che si dedica alla preparazione di un'auto da corsa. La pelle, prima arsa dal sole e ruvida di polvere, si era fatta lattea e liscia; i peli erano spariti, lasciando il posto a una morbidezza che faceva risaltare ogni venatura azzurrina sotto la superficie. La vita si era stretta progressivamente e il grasso si era spostato sui fianchi, che ora oscillavano a ogni passo con una grazia involontaria. Ma il miracolo che più eccitava i padroni era stato lo sviluppo del petto: sotto la canottiera di pizzo che er Mezza lo costringeva a portare, erano spuntate due tette vere, piccole e provocanti, sode come frutti acerbi che puntavano verso l'alto.
Er Dandi lo afferrò per i capelli biondi, ora lunghi fino alle spalle, e lo costrinse a guardare la sua immagine riflessa in uno specchio scheggiato appoggiato al bancone. «Guarda che capolavoro che t’avemo fatto, Luigì. Prima le pillole t'hanno ammorbidito la carne, poi t'abbiamo fatto cresce 'ste belle minnette a forza de ormoni, p***** d**! Mo’ me sembri 'na mignotta de quelle che stanno sulla Salaria, ma più bona perché sei roba nostra.»
Luigino ansimava, sentendo il calore degli ormoni che gli bruciava nel sangue, rendendo ogni fibra del suo corpo sensibile al minimo tocco. Non c'era più traccia del ragazzino di borgata; ora c’era una creatura nuova, plasmata dalla loro brama. «So’... so’ diventata come volevate voi... fateme quello che volete, padroni miei,» sussurrò, con la voce che si era fatta sottile e tremante.
Lo Smilzo si avvicinò, facendogli scorrere una mano ruvida sul petto nuovo, schiacciandogli il capezzolo tra le dita sporche finché Luigino non cacciò un gemito acuto. «Senti come strilla 'sta troietta! Prima l'ormoni t'hanno spento er cazzo e t'hanno fatto 'a pelle da femmina, ma manca ancora er tocco finale. Quel cosetto moscio che t'è rimasto là sotto nun serve più a gnente, è solo n'impaccio quando te volemo sfonnà come D** comanda, p***** la M******!»
Er Rospo entrò nella bottega sbattendo la serranda, con un ghigno che prometteva la fine del viaggio. «Ho parlato cor chirurgo de Torpignattara. Dice che dopo i mesi de cura ormonale che t'abbiamo fatto fa', er tessuto è pronto. Te taglia tutto, Luigì. Te leva er dente e te apre er canale davanti, 'na neovagina fatta apposta pe' noi, così finalmente potemo sborratte drento d'ogni parte. Che ne dici, mignotta? Voi diventà 'na femmina vera pe' li padroni tuoi?»
Luigino sentì un brivido di terrore mischiato a un'estasi malata. L'idea di finire sotto i ferri per essere "aperto", per perdere l'ultimo resto della sua mascolinità e diventare un puro contenitore per il loro piacere, lo faceva tremare di desiderio. Era la sua destinazione finale: la schiavitù totale della carne.
«Sì... vi prego... portateme da lui,» implorò Luigino, inginocchiandosi e abbracciando le gambe del Dandi. «Tagliateme, levateme tutto quello che me resta d'omo. Vojo esse 'na troia finita, vojo sentì er cazzo vostro che me sfonna pure davanti, mannaggia a Cristo! So' carne vostra, fateme come ve pare!»
Er Dandi scoppiò a ridere, una risata grassa che riempì la bottega. «Così me piaci, Luigì! Prima l'ormoni pe' l'anima e pe' le tette, mo' er cortello pe' facce er buco nuovo. Domani te portiamo a sfonnà er muro, e quando uscirai sarai la mignotta più bella della borgata, pronta a riceve' lo sburro de tutti noi ogni vorta che ce gira. Mo' mettite a pecora n'artra vorta, che festeggiamo l'addio a quel cosetto inutile, mignotta la M******!»
Il ritorno di suo padre dalla Germania fu come lo schianto di un fulmine a ciel sereno. Luigina, ormai trasformata, viveva in un limbo di vestagliette di seta e ormoni, ma nel profondo del suo cuore, sentiva che mancava ancora un tassello, l'approvazione finale della carne. Quando la porta sbatté e l'odore di tabacco estero e grappa economica invase l'ingresso, Luigina sentì un brivido che non era paura: era il presentimento che il destino stesse bussando alla porta.
Il vecchio, un uomo bruciato dal lavoro e dalla cattiveria, ci mise pochi secondi a capire. Quando vide Luigina in cucina, con le tette che premevano contro la camicetta e i fianchi larghi, gli occhi gli si iniettarono di sangue. La madre provò a mettersi in mezzo, urlando che era colpa sua, ma ricevette un manrovescio che la mandò a sbattere contro la credenza.
«Esci de casa! Vattene fori, p***** d**! Nun vojo vede' nessuno drento 'sta cucina!» urlò il vecchio con una voce che pareva un ruggito primordiale. La madre, terrorizzata, fu spinta fuori, lasciando Luigina sola con quella bestia inferocita.
Luigina non tentò di scappare. Mentre il padre l'afferrava per i lunghi capelli biondi trascinandola verso la camera da letto, un pensiero lucido e folle le attraversò la mente: È per questo che l'ho fatto. Tutto lo sfonnamento allo scheletro, i ferri der chirurgo, le pillole... tutto era un rito d'iniziazione pe' arriva' a lui. Voleva che fosse il suo sangue, la radice della sua vita, a battezzare quel corpo nuovo.
L'uomo la scaraventò sul letto matrimoniale e si sbottonò i pantaloni con mani che tremavano di rabbia e brama. «Che t'hanno fatto, eh? T'hanno trasformato in 'na mignotta? E allora mo' senti che significa er sangue tuo, p***** la M******!»
La penetrazione davanti fu un colpo di scure, ma Luigina, invece di chiudersi, inarcò la schiena verso di lui. Sentiva il peso del padre, l'odore acre del suo sudore, e provava un'esaltazione mistica. Godi, papà. Godi drento la troietta tua, pensava mentre il vecchio la sventrava senza pietà. Ogni spinta era un riconoscimento, ogni insulto era una conferma del suo valore come femmina di casa.
«Guardame, Luigì! Guarda chi è er Padrone vero! Sei 'na troia, la troia de tu' padre, mannaggia a Cristo!» urlava l'uomo. Luigina spalancò le gambe, offrendosi totalmente, col desiderio folle che quella neovagina potesse magicamente farsi utero. Sburrate drento, papà. Famme diventà madre de n’artro te, famme portà er seme tuo drento de me pe' sempre.
La furia del vecchio lo portò al limite in pochi istanti. Con una spinta disumana che parve volerla trapassare, esplose. Uno sgarbo di seme bollente allagò Luigina, ma lei lo stringeva forte, implorando col corpo che non finisse. E il miracolo della carne avvenne: il padre, eccitato dalla sottomissione assoluta della figlia, non si staccò. Il membro rimase turgido, alimentato da un desiderio che aveva superato l'odio.
Continuò a pompare, un ritmo frenetico, una danza macabra di sangue e sesso. Luigina rideva e piangeva contemporaneamente, inebriata dal calore che sentiva accumularsi dentro. «Ancora, papà... tutto... vojo tutto er seme tuo, p***** d**!» rantolava, offrendo il petto nuovo alle mani pesanti dell'uomo.
E dopo pochi minuti, la seconda ondata arrivò, ancora più violenta. Un secondo fiotto di sburro si mischiò al primo, riempiendo Luigina fino all'orlo, facendola sentire finalmente completa, finalmente una donna consacrata dal suo stesso creatore. Il padre si alzò ansimando, guardandola con un misto di disgusto e trionfale arroganza, ma Luigina rimase lì, immobile, godendosi la sensazione di quel peso caldo nel ventre.
«Mo' pulite e statte zitta, p***** la M******. Sei 'na femmina mo', e le femmine drento 'sta casa servono solo a questo. Se fiati, t'ammazzo.»
Luigina lo guardò con occhi lucidi di devozione. «Sì, papà. So' 'a troia tua. So' er campo dove hai seminato. Nun dirò gnente a nessuno, lo giuro su D**, mignotta la M******.»
Il tempo a Torpignattara scorreva tra l’odore di fritto dei casamenti e il silenzio di certe stanze dove il destino si era compiuto. Luigina ormai non usciva quasi più se non per quegli "appuntamenti" che scandivano le sue ore, ma il fulcro della sua esistenza era racchiuso tra le mura di casa. Ogni sera, quando le ombre si allungavano sui tetti, Luigina sentiva il passo pesante del padre che tornava. Non c'erano più urla, solo una consuetudine brutale e silenziosa: lei allargava le gambe sul letto matrimoniale e lo accoglieva, sentendo quel sangue che la reclamava ogni volta con la stessa fame.
«Mettite bbona, Luigì, che oggi m'hanno fatto girà le palle in cantiere, p***** d**!» le diceva lui, sbottonandosi con la lentezza di chi si siede a tavola per un pasto dovuto. E lei ubbidiva, sentendo drento di sé quella strana gratitudine: in fondo lo sapeva, glielo doveva. Lui l'aveva creata due volte, prima come figlio e poi come femmina, e quel tributo di carne era l'unico modo per tenere in piedi quel simulacro di famiglia. Ormai erano come una coppia storta, uniti da un segreto che profumava di sburro e colpa.
I quattro dello "scheletro" la vedevano passare ogni tanto, la osservavano da lontano con un misto di orgoglio e distacco. Per loro, Luigina era l'opera d'arte finita, la prova che la loro legge era assoluta. La chiamavano ancora, qualche volta, ma il grosso del "lavoro" ora lo gestiva Abib.
Abib era un senegalese grosso come un armadio a quattro ante, con la pelle scura che sembrava assorbire tutta la luce della stanza e muscoli che parevano pietre di fiume. Era il suo uomo, il suo padrone ufficiale, quello che l’aveva presa sotto la sua ala dopo che il Dandi gliel'aveva presentata. Lui non faceva tante chiacchiere: viveva del corpo di lei, cedendola a pagamento per un paio di appuntamenti al giorno a gente che cercava quel sapore di "rifatto" misto a borgata.
«Valla a pulì, Luigì. C'è er cliente che aspetta drento l'artra stanza, mignotta la M******!» le ordinava Abib con la sua voce profonda, mentre contava i soldi sul tavolo della cucina. E Luigina andava, con i fianchi che oscillavano e le tette nuove che ballavano sotto la seta leggera, felice di essere lo strumento che permetteva al suo uomo di campare da signore.
Quando Abib la prendeva per sé, era una faccenda diversa. Era la forza della quercia che si abbatteva su di lei, un possesso che le faceva dimenticare pure come si chiamava. Lui la sbatteva con una potenza che la lasciava senza fiato, spesso davanti agli occhi del padre che restava a guardare dall'angolo della stanza, fumando in silenzio, accettando quel sodalizio tra maschi sulla pelle della figlia.
«Senti come gode 'sta mignotta bionda, p***** d**!» ruggiva Abib mentre la sventrava d’innanzi, «È 'na macchina da sborro, p***** la M******!»
E Luigina, tra le mani nere di Abib e lo sguardo torvo del padre, si sentiva finalmente intera. Era la troia di tutti e di nessuno, il campo di battaglia dove la forza degli uomini si sfogava ogni giorno. È la natura mia, pensava mentre sentiva l'ennesima scarica bollente riempirle il canale, so' nata pe' servì er Padrone, e de padroni mo' ce n'ho due.


scritto il
2026-04-08
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