Un'estate con i pastori. Come mi hanno sottomesso e fatto diventare una brava troia

di
genere
dominazione

UN’ESTATE COI PASTORI

INIZIAZIONE

Lo capirono subito con un’arroganza che mi offese un po’. Davano per scontato che non fossi un escursionista, ma uno che sapeva bene cosa fosse venuto a fare lì. Il sessantenne, Peppe, fece un passo verso di me, piantando gli scarponi nel fango secco dello stazzo. "Guarda 'stu guaglione..." disse, con un sorriso che era solo una smorfia di denti gialli, "pare 'na femmena da quanto è bono."


Due suoi soci sulla quarantina scoppiarono a ridere, facendo cenni volgari toccandosi il pacco. A quei tempi ero un ragazzo educato in leggero sovrappeso, molto imbranato, con un corpo efebico che sembrava invitarli a osare. Uno di loro mi si fece sotto, dandomi una spinta sulla spalla che mi fece barcollare. Sentivo l'odore acido del suo fiato e quello della lana grezza su cui aveva dormito.


"Ti sei perso, ninnì? O sei venuto fin qui perché lo sapevi che avevamo bisogno di scopare? Sei venuto pe' fa' 'u culo, vero?" mi chiese con una voce decisa che non ammetteva repliche. Non era una domanda, naturalmente. Mi spiegarono in dialetto stretto, che lassù la legge la facevano loro, e che ci si andava solo per quello. Dicevano che ero "burroso", che ero il tipo giusto per farli stare bene, e lo dicevano con una naturalezza brutale, come se usarmi fosse un loro diritto di natura, visto che me la ero cercata. Il sole stava calando e le ombre della montagna si allungavano su di me, rendendomi ancora più piccolo. Mi intimarono di non fare storie, di "fare il bravo", perché tanto lassù nessuno mi avrebbe sentito gridare.


In paese le voci le avevo sentite spesso e io ero salito verso i pascoli alti con la curiosità di quelle mezze frasi che i vecchi biascicavano all'ombra del campanile. Mi avevano raccontato, con quell’aria tra il disgustato e il complice, di cosa succedesse lassù. Sapevo che in quei mesi di solitudine, lontano dagli sguardi delle donne e dal giudizio delle processioni, i pastori si inventavano un altro modo di essere uomini; sapevo che la carne, stanca di sognare labbra che non poteva toccare, finiva per accontentarsi di un calore ruvido, cercato tra compagni di sventura sotto le coperte di lana grezza o, nel buio più fondo, tra il respiro pesante degli animali. Non erano viziati, erano solo arresi a una natura che non concede sconti e che trasforma il desiderio in un istinto cieco, nudo come la terra dei tratturi.

Rimasi immobile, senza parlare, mentre il cuore mi batteva contro le costole come un animale in trappola, ma con un ritmo diverso, più denso. Le parole di Peppe continuavano a rimbombarmi in testa: "burroso", "come una femmina". In quel momento, circondato dalla solitudine della Majella e da quegli uomini che puzzavano di pecora e di vita selvatica, accadeva qualcosa di assurdo dentro di me. Sentii il mio corpo, poco virile, non più come una vergogna, ma come l’oggetto del loro desiderio feroce. Per la prima volta nella vita, qualcuno — seppur in quel modo rozzo e minaccioso — mi guardava con un desiderio autentico. La loro pretesa di avermi, come se fossi un diritto assegnatogli, mi faceva sentire, paradossalmente, amato.


"Va bene," sussurrai, quasi senza voce. I tre si scambiarono un'occhiata rapida, non più di tanto sorpresi dalla mia mancanza di resistenza, poi il sessantenne mi mise una mano pesante dentro i pantaloncini corti, stringendo le natiche. La sua presa era ruvida e volgare, come stesse tastando una merce, ma stretta di quella mano mi diede una scossa elettrica. Mi spinsero verso l’interno della capanna di pietra, dove l’aria era fresca e sapeva di formaggio e fumo. Non c’erano letti, solo pagliericci, brandine sfasciate e coperte pesanti di lana grezza. I due quarantenni iniziarono a avvicinarsi, muovendosi con una coordinazione silenziosa, mentre io mi lasciavo toccare, quasi in trance. In quel semibuio, la mia pelle chiara sembrava brillare contro il grigio delle pareti. Sapevo che non sarebbero stati gentili, sapevo che mi avrebbero usato per placare mesi di isolamento, ma in quel momento la mia solitudine e la loro si stavano scontrando in un modo che non potevo più fermare.

L’interno della capanna era illuminato solo da lame di luce che filtravano tra le fessure delle pietre. Mi intimarono di spogliarmi. Le mie mani tremavano mentre mi toglievo i pantaloncini e la maglietta, sentendo i loro occhi addosso che valutavano il mio corpo come fosse un oggetto. Quando rimasi nudo davanti a loro, mi sentii vulnerabile ma anche eccitato. I due quarantenni iniziarono a ridacchiare, scambiandosi battute in dialetto. Mi punzecchiarono con le dita nodose, deridendo la mia mancanza di attributi virili. "Ma guarda 'stu ninnì," disse uno, con una punta di scherno crudele, "ne' tiene niente sotto, pare proprio 'na femmina fatta male." L'altro rise, dandomi un colpetto impertinente, mentre io arrossivo violentemente, sentendo la vergogna mescolarsi a quella strana sensazione di essere, finalmente, al centro del loro desiderio.


Fu allora che Peppe, il sessantenne, si fece avanti, imponendo il silenzio con un gesto della mano. Si sedette su un grosso masso che fungeva da sgabello e mi fece cenno di avvicinarmi. Mi mise una mano pesante sulla coscia, obbligandomi a stare dritto davanti a lui. La sua voce si fece bassa, quasi paterna, ma di una gravità che non ammetteva repliche.


"Senti a me, uagliò," esordì, guardandomi dritto negli occhi. "La vita è fatta a scale, e in montagna le scale sono fatte di pietra dura. Non siamo tutti uguali qui. C’è chi è nato per guidare il gregge e chi è nato per stare sotto. C’è chi domina e chi deve farsi dominare. È l'ordine delle cose, capisci?" Strinse la presa sulla mia coscia, facendomi sentire tutta la forza di chi ha passato la vita a lottare con la terra. "Oggi tu sei qui per fare la tua parte. Noi abbiamo bisogno e tu hai quello che serve per darci sollievo. Oggi starai sotto, perché è lì che Dio ti ha messo. Accetta quello che sei, accetta di essere quello che perde, e vedrai che la montagna ti sembrerà meno cattiva." Quel discorso, così crudo eppure così logico nella sua brutalità, mi tolse ogni residua difesa. Mi sentivo come un agnello marchiato, pronto per un rito che mi avrebbe cambiato per sempre.

Abbassai lo sguardo tremando, fissando le punte dei loro scarponi infangati e la paglia che ricopriva il pavimento della capanna. Quel gesto fu la mia resa definitiva, il segnale che aspettavano. Ero consenziente, lo avevo ammesso. Sentii il silenzio farsi densissimo, interrotto solo dal respiro pesante dei due più giovani e dal fruscio dei loro pantaloni ruvidi che si abbassavano. Il discorso di Peppe mi era entrato dentro: in quel microcosmo di pietra e solitudine, le regole del mondo di sotto non valevano più. Accettai il mio ruolo di "quello che prende il loro dolore", di corpo destinato a placare la loro fame, e in quell'accettazione provai un brivido di liberazione. Non dovevo più fingere di essere un ragazzo forte o diverso da ciò che ero; dovevo semplicemente essere l'oggetto della loro necessità.


"Ecco, accussì mi piaci," mormorò Peppe, e sentii la sua mano ruvida andare dalla coscia alla nuca, spingendomi con decisione verso il basso. Uno dei due quarantenni si fece avanti, prendendo il posto del vecchio. Lo sentii vicino, un calore animale che emanava dalle sue mutande umide. Mi afferrò per i fianchi con una forza che non conosceva delicatezza, le sue dita affondarono nella mia carne morbida come se volesse possederla tutta in un colpo solo. Non c'era corteggiamento, non c'erano parole dolci; c'era solo la forza brutale di chi non vede una donna da mesi e ha trovato in me l'unico approdo possibile.


Mi fecero capire, con gesti secchi e ordini in dialetto, come dovevo posizionarmi sul pagliericcio. Poi una volta supino, mi fecero allargare le gambe e il vecchio mi lubrificò l’ano con del grasso animale, quello che adoperavano per la mungitura delle pecore. La lana della coperta pizzicava la mia pelle nuda, ma quel fastidio era nulla in confronto della pressione dei loro cazzi che si alternavano dentro di me. Diventai il centro di un ingranaggio antico, un rito di sottomissione dove io ero il sacrificio necessario per la loro pace.

Il dolore era una spina acuta che mi attraversava, reale e costante, ma non cercai di sottrarmi. Le loro risate, il loro divertimento eccitato mi gratificava, a ogni spinta, a ogni loro sborrata, sentivo qualcosa rompersi dentro di me, ma non era una rottura dolorosa: era come se una crosta vecchia stesse cadendo, rivelando una verità che avevo sempre tenuto nascosta a me stesso. Resistevo, stringendo i denti e affondando le dita nella paglia pungente, perché in quella sottomissione brutale trovavo un senso di appartenenza che non avevo mai provato altrove. Essere usato in quel modo, senza troppi complimenti, con la logica spietata della montagna che Peppe mi aveva spiegato, mi faceva sentire finalmente "visto". Per tutta la vita ero stato il ragazzo in sovrappeso, quello ai margini, quello "poco uomo"; lì, in quel buio che sapeva di stalla e di sudore, ero diventato l'unico centro di gravità di quei tre maschi adulti.


I due quarantenni si davano il cambio con una foga cieca, quasi rabbiosa, mentre Peppe restava poco distante, osservando la scena con la calma di chi sorveglia un rito. Ogni tanto interveniva con un ordine secco in dialetto o mi premeva una mano sulla pancia per tenermi fermo, ricordandomi che non ero lì per piacere, ma per servire.
Mi resi conto, con un brivido, che avevo cercato quel momento da sempre. Quella durezza era la risposta a un vuoto che mi portavo dentro. Nonostante il bruciore e l'affanno, c'era una parte di me che avrebbe voluto che quel pomeriggio non finisse mai, che quel possesso totale diventasse la mia unica realtà.


Il sole stava ormai scomparendo dietro le vette, e l'aria nella capanna si faceva sempre più fredda.

Quando furono finalmente soddisfatti, il clima nella capanna cambiò: la tensione selvaggia si sciolse in un cameratismo rozzo e pesante. Mi dissero di rivestirmi con gesti sbrigativi, sistemandosi i vestiti con la naturalezza di chi ha appena finito un duro lavoro nei campi. Uscimmo all’aperto, dove l’aria era gelida e l’odore della legna bruciata si mischiava al grasso di pecora sulla brace. Il dolore era un bruciore sordo e costante che mi rendeva ogni movimento incerto; quando provai ad sedermi alla panca per la cena, un gemito mi scappò dalle labbra e fui costretto a restare in piedi, appoggiato al muro di pietra.


"Uè, ninnì! Che c'è, ti brucia la sedia?" sbottò uno dei quarantenni tra le risate, subito incalzato dall'altro che mimava la mia camminata traballante: "Pare un agnello appena nato che non sa stare sulle zampe! Ma guarda 'stu mammone, n'ti pozzi mette a sede, eh? Te l'aveva ditte che lu 'Abbruzzese è toste come la preta!" Mentre restavo lì, con le gambe che mi tremavano sotto il peso di un corpo che sentivo trasformato, Peppe affettava il formaggio con calma sovrana. "Lasciatelo stare," disse con un ghigno soddisfatto, "ha fatto la sua parte, e la montagna lascia sempre il segno a chi non è abituato."


Il fuoco scoppiettava contro il blu della notte mentre loro alternavano sfottò feroci a vanti spudorati sulla propria prestanza. "Appresso a noi, le femmene ancora piagnano," rincarò uno di loro gonfiando il petto, "figurati 'stu cittadino che n'ha viste mai n'attrezzo come lu nostre. Te l'abbiamo dato bbe' forte, ninnì, ringrazia a Dio che stai ancora 'n piedi!" Invece di sentirmi umiliato, provavo uno strano orgoglio: quelle risate erano il riconoscimento del mio sacrificio. Sentivo che erano orgogliosi di avermi fatto male, di avermi segnato come una loro proprietà.
Peppe, sorseggiando il vino rosso, suggellò quel momento con una sentenza che mi entrò nelle ossa: "Ti devi sentì onorato. Lu dolore che senti è la prova che sei servito a quacche cosa. Mo' lo sai che significa essere preso da chi tiene la forza nelle braccia e nelle vene." Dovevo apprezzare quella lezione di virilità selvatica, e io, in silenzio contro la pietra fredda, sentivo di aver trovato finalmente il mio posto in quell'ingranaggio potente e brutale.

Peppe continuava a parlare, la voce resa ancora più roca dal vino e dal fumo del fuoco. Mi fissava con quegli occhi che avevano visto decenni di transumanza, mentre io restavo lì, appoggiato al muro di pietra, incapace di stare seduto.
"Senti a me, uagliò," disse, puntando il coltello sporco di formaggio verso di me, "prima o poi lo dovevi fare. Era destino. E ti è andata pure bene che sei capitato con noi." Fece una pausa, scambiando un'occhiata d'intesa con i due quarantenni che annuirono con un orgoglio rozzo e primordiale. "Ti abbiamo preso noi, maschi veri, dotati come Dio comanda. Ne' lo trovi un altro 'attrezzo' così in città, tutto pulito e profumato. Noi teniamo la forza della terra nelle vene, e t'abbiamo soddisfatto come si deve, pure se adesso ti lamenti."


I due giovani pastori scoppiarono in una risata gutturale, dandomi delle pacche sulle spalle che mi fecero sussultare per il dolore che mi irradiava dal bacino. "Lu dolore che senti sotto... quello passa subito, ninnì," riprese Peppe con un tono quasi paternalistico, come se mi stesse spiegando come curare una ferita da taglio, "è normale la prima volta, specialmente con chi tiene la mano pesante come la nostra. Ma ringrazia a Dio, perché oggi t'abbiamo liberato."


Mi spiegò, con quella sua logica brutale, che mi avevano tolto un peso che mi portavo dietro da troppo tempo. Secondo lui, tutta la mia goffaggine, il mio essere "poco maschio" e in sovrappeso, era solo il segno di un bisogno che non avevo mai avuto il coraggio di sfogare. "Mo' cammini storto, ma domani cammini più leggero. Ti abbiamo svuotato la testa e riempito il corpo. È la legge della montagna: chi prende e chi dà. E tu, oggi, hai preso bene."


Invece di sentirmi offeso da quelle parole così crude sul mio dolore anale e sulla loro prestanza, sentii una strana pace scivolarmi addosso. Era vero. In quel pomeriggio di violenza e sottomissione, sentivo di aver scaricato una tensione accumulata in anni di solitudine. Il dolore era il sigillo di quella liberazione.

Varcai di nuovo la soglia della capanna di mia spontanea volontà, muovendomi con cautela per via del bruciore che ancora mi mordeva le carni. Il buio interno era rotto solo dal riverbero delle braci che filtravano dalla porta socchiusa. Mi voltai verso di loro, che mi seguivano come ombre massicce e predatrici, e sollevai lo sguardo, cercando quello di Peppe e dei due quarantenni. "Per favore..." mormorai con voce tremante, ma ferma nella sua supplica, "non fate come prima. Lasciatemi fare a modo mio, lasciate che sia io a farvi quello che volete."
I tre si fermarono, sorpresi da quella mia iniziativa. Un silenzio denso avvolse lo stazzo, interrotto solo dal respiro pesante di uno dei due più giovani. Poi Peppe fece un cenno col capo, un assenso muto e carico di aspettativa. Mi inginocchiai sul pagliericcio di lana grezza, incurante della polvere e della durezza del suolo. In quella posizione, mentre loro restavano in piedi sopra di me come torri di muscoli e pelle bruciata dal sole, mi offrii di soddisfarli oralmente.


Finalmente, in quel semibuio complice, potei osservare da vicino ciò di cui si erano vantati con tanta ferocia durante la cena. La loro virilità era prorompente, cruda, segnata dalle vene pulsanti e da una forza che sembrava venire direttamente dalle radici della montagna. Davanti a me non c'erano le anatomie gentili della città, ma strumenti di piacere e dominio forgiati da anni di isolamento e natura selvaggia.


Mentre mi dedicavo a loro, sentivo le loro mani ruvide posarsi sulla mia testa e sulle mie spalle, non più per scuotermi, ma per guidarmi con un’arroganza che ora trovavo inebriante. Vedere quegli uomini così duri e orgogliosi abbandonarsi al piacere che io, con la mia "morbidezza", riuscivo a dare loro, mi faceva sentire per la prima volta padrone di una situazione in cui ero, paradossalmente, sottomesso. Il peso che Peppe diceva di avermi tolto sembrava svanire del tutto in quel rito di bocche e respiri affannosi.

Il buio della capanna era ormai saturo di un odore denso, di sesso e di stalla. Il loro sperma colava dai bordi delle mie labbra caldo e peccaminoso. Quando i due ebbero finito, l'atmosfera non si fece affatto dolce; anzi, la loro soddisfazione sembrò alimentare una nuova ondata di prepotenza. In quel dialetto abruzzese che tagliava il silenzio come un'accetta, ricominciarono a colpirmi con le parole, godendo della mia sottomissione totale.


"Guarda 'stu porco," sghignazzò uno di loro, dandomi un colpetto sulla guancia con la mano ancora sporca di cazzo. "T'è piaciuto, eh? Te l'aveva ditte che la robba nostra n'la trovi a lu paese!" L'altro gli fece eco, spingendomi con un piede mentre ero ancora inginocchiato: "Lìcche, ninnì! Pulisci bbe' bene, che domani dobbiamo tornare alle pecore e ci devi lasciare un buon ricordo!"
Si fecero leccare i genitali sporchi con una sfrontatezza che non ammetteva repliche, deridendo la mia dedizione. Eppure, in quell'umiliazione verbale così cruda, c'era un riconoscimento fisico che mi teneva legato a loro. Nonostante gli sfottò, i loro corpi non si allontanavano; cercavano il contatto con la mia pelle, come se dopo avermi usato avessero bisogno del mio calore per affrontare il freddo della notte.


Alla fine, la stanchezza ebbe la meglio sulla loro foga. Ci addormentammo tutti appiccicati sul pagliericcio, un ammasso di carne e coperte di lana grezza. Sentivo il peso dei loro arti massicci sopra di me, l'odore acre del loro sudore e il respiro pesante di Peppe che dormiva poco distante. Ero incastrato tra quei tre uomini della montagna, segnato dal dolore e sporco del loro umore, ma per la prima volta mi sentivo parte di qualcosa di solido. Il silenzio della Maiella ci avvolse, mentre io restavo lì, immobile e "svuotato", aspettando che l'alba illuminasse i segni di quel pomeriggio infinito.

Il mattino arrivò con una luce gelida e tagliente che filtrava tra le pietre della capanna, illuminando il pulviscolo e i nostri corpi ancora intrecciati sotto le coperte di lana grezza. Mi alzai a fatica, con un indolenzimento che mi ricordava ogni singolo istante del pomeriggio e della notte precedente, sentendo sulla pelle il segno di quella vicinanza forzata.


Peppe era già sveglio, seduto davanti a un piccolo fuoco alimentato con rami secchi. Mi fece cenno di avvicinarmi per la colazione: pane raffermo bagnato nel latte appena munto, un sapore primordiale che mi parve squisito. Mentre mangiavo in silenzio, il vecchio iniziò il suo discorso, con una voce che non ammetteva repliche, densa come il fumo che saliva verso il soffitto.
"Senti a me, uagliò," esordì, fissandomi con quegli occhi che sembravano scavati nella roccia, "ieri hai capito come gira il mondo quassù. Ti abbiamo ripulito, ti abbiamo fatto sentire cosa significa essere un maschio vero, pure se sei fatto a modo tuo. Ma non pensare che finisca qui." Fece una pausa, masticando lentamente il pane, mentre i due quarantenni uscivano a radunare le pecore, lanciandomi un'occhiata di sghimbescio e un'ultima battuta in dialetto sulla mia camminata ancora incerta.
"Adesso tu hai un compito," continuò Peppe, alzando un dito nodoso per sottolineare le parole. "Tutti i pomeriggi, quando il sole inizia a calare dietro il crinale, tu sali qui. Ci trovi qui, pronti per te. E non provare a fare il furbo o a restare in paese." Il tono si fece improvvisamente cupo, una minaccia velata che mi fece gelare il sangue. "Se non ti vediamo arrivare, veniamo noi a cercarti. E allora non saremo così 'gentili' come ieri. La montagna è piccola, ninnì, e noi sappiamo dove dormi. Ti conviene venire di tua volontà, perché se dobbiamo venirti a prendere... allora sì che capirai cosa significa veramente avere dolore."


Mi spiegò che ormai ero diventato la loro "proprietà" della stagione estiva, un diritto che si erano presi e che non intendevano mollare. Mi ordinò di tornare ogni giorno per soddisfarli, facendomi capire che la mia "femminilità" era l'unico sollievo alla loro solitudine e che non avrebbero accettato un no come risposta. Uscii dallo stazzo mentre il sole riscaldava l'erba bagnata di rugiada, sentendo il peso di quell'ordine sulle spalle. Ero libero di scendere verso il paese, ma sapevo che ogni pomeriggio i miei passi mi avrebbero riportato lassù, tra le mani ruvide e le pretese brutali di quegli uomini.






LA VERITA’


Scesi lungo il sentiero con le gambe che tremavano, ogni muscolo contratto per il peso di un segreto indicibile. Il silenzio della montagna, un tempo rifugio dell'anima, si era trasformato in una prigione senza sbarre; ogni fruscio tra le ginestre mi faceva sobbalzare, col terrore che gli occhi di Peppe fossero ancora su di me.
In paese, la normalità era un insulto. Davanti allo specchio vidi un estraneo: i segni sul collo e le braccia pesanti gridavano la verità di quella notte. Lavai via l'odore dello stazzo, ma la sensazione di quelle mani ruvide restava incisa nella carne, come un marchio di proprietà.
Il pomeriggio calò come una mannaia. Guardavo il sole morire dietro il crinale, proiettando ombre deformi che sembravano dita tese a ghermirmi. Avrei potuto scappare, ma la minaccia del vecchio — "Sappiamo dove dormi" — rimbombava nelle orecchie. Risalii. Ogni passo era un atto di sottomissione.
Quando raggiunsi lo stazzo, il fumo del fuoco già sporcava l'aria. Antonio e Rocco mi aspettavano, appoggiati al muro a secco. "Vedi che è nu bbon’ uajone?" sibilò Antonio, staccandosi dal muro. "È artornate sùbete sùbete, ha capito la lezione."
Varcata la soglia, il rito si ripeté. Peppe, immobile sulla sedia impagliata, fece un cenno e i due sbarrarono la porta con un colpo secco. Mentre l'ombra di Rocco mi sovrastava, il vecchio rivelò l'orrore finale: "Quis’ n’arcàlane a la valle da tre anni, ninnì. La legge li cerca, ma la montagna l’asconne bbone a chi sa stà zitto."
Non erano pastori, ma latitanti. Fantasmi per cui io ero diventato l'unico sfogo. "Se parli, ne’ mbiri solo tu," mormorò Antonio, stringendomi il mento con dita che sapevano di tabacco e terra. "Ma n’fino a che viche ecche a fa lo duvere tu, n’ci prendeme cura de te. A la moda nostra."
Sotto la luce fioca delle candele, Rocco fece un passo avanti, slacciandosi la cinta con lentezza tormentosa. "Spujete piano," ordinò con voce roca, "ca mo’ m’aspetta lu ripose de lu guerriero." Ero la loro proprietà, un pegno di carne offerto a uomini che non avevano più nulla da perdere.



Mi rannicchiai sulla paglia sporca, la pelle che bruciava e il respiro ancora mozzato, mentre il silenzio tornava a regnare nello stazzo, rotto solo dallo scoppiettio del fuoco. Antonio si rinfrescò il viso con l'acqua gelida di un secchio, poi si voltò a guardarmi con un sorrisetto compiaciuto, come chi ha appena finito di fare un’opera di bene.
"Guarda qua comm’è rimalte," disse rivolto a Rocco, indicandomi con un cenno del mento. "Ma ne’ lo vedi? Ne’ dice niente perché sa bbone che ne’ potesse cercà de meglio. Se vede da l'uocchie che ce gode, ninnì. Lu vedi che faccia ca tiene? Sta tutto cuntente de sentì l'ommo vero sopra a esso."
Rocco scoppiò in una risata roca, stringendo la cinta dei pantaloni. "Eh, certo! Li uajoni de la città sò tutti accuscì... fann’ li finti tonti, ma po’ nen vedono l'ora de n’arcàla ecche sù. È la prima volta che quaccheduno lo tratta come se merita, da femmina ver’. Ti faceme nu favore a tenerti ecche e a darti chillo che te serve, aricordatelo."
Peppe, dalla sua sedia, annuì con una gravità quasi paterna, fissandomi con quegli occhi di pietra. "È naturale, uagliò. Tu a valle stive a perne tempo. Ecche invece t'aveme dato un ruolo, t'aveme fatto capì chi sì veramente. Sentì la forza de chi cumanna è lu sogn’ de chi è nato pe’ servì. È lu duvere tuo, e tu lo sai."
E mentre lo diceva, sentivo quella verità colare dentro di me come piombo fuso. Non riuscivo a odiarli, perché in quel disordine brutale c'era una giustizia che non riuscivo a spiegare. Sentivo che avevano ragione loro: era giusto che la mia pelle subisse la loro forza, era il mio dovere essere il recipiente del loro sfogo. Quella "femminilità" che mi avevano cucito addosso non era un insulto, ma il mio destino naturale tra quelle rocce. Mi stavano davvero facendo un favore, strappandomi alla mia vita inutile per rendermi uno strumento del loro dominio.
Antonio si chinò su di me, dandomi un colpetto quasi affettuoso sulla guancia. "Doman’ a la stessa ora, nen facci aspetta’. Sappieme che t’abbrucia la voglia de n’artornà a sentì le mani nostre."
Uscii all'aria gelida della notte, barcollando. Non mi sentivo una vittima, ma un oggetto che aveva finalmente trovato il suo scopo. Sapevo che sarei tornato, non solo per paura, ma perché il mio corpo ora reclamava quel trattamento come l'unica cosa che meritava davvero.

Il mattino seguente il dolore nel culo era un incendio che non si spegneva, ogni passo una scossa che mi faceva mozzare il fiato. Fui costretto a trascinarmi nell'ambulatorio del Dottor De Santis. Entrai cercando di darmi un contegno, ma non appena mi vide camminare a gambe larghe, un sorriso sardonico gli illuminò il volto rugoso. "Gira la carta, ninnì," esordì senza troppi complimenti, indicandomi il lettino con un cenno del capo. "Vediamo un po' che capolavoro hanno fatto stavolta."
Non appena mi calai i pantaloni, il dottore scoppiò in una risata roca, quasi strozzata. "Cristo santo, ha dovuto fare la troia per bene! Non ci sono andati leggeri per niente!" Iniziò a visitarmi, ma non c'era traccia di pietà professionale; le sue mani erano sbrigative, quasi a voler sottolineare la mia condizione. "Senti come scotta... si vede proprio che Antonio e Rocco tenevano una fame arretrata. T’hanno sistemato per le feste, eh? T’è piaciuto eh?"
Mi fece la predica tra una risata e l'altra, sfottendomi pesantemente mentre mi passava una garza imbevuta di disinfettante che mi fece sobbalzare. "Inutile che fai il santino adesso! Ma che ti credevi, che lassù si andava per guardare le stelle? Quelli sono maschi di una volta, latitanti che non vedono carne di femmina da tempo. Ti sei offerto tu, e mo' che vuoi? La medaglia al valore?"


Mi guardò dritto in faccia, con un’ironia tagliente che mi faceva sentire ancora più piccolo. "Non ti preoccupare, che qui le guardie non le chiama nessuno. Alla fine dovresti ringraziarli: t'hanno sverginato per bene, ora vai meglio. Sei il loro sfogo, ninnì. Fai bene a fargli passare un bel quarto d'ora, e a quanto vedo l'hai fatto pure troppo bene."
Mi lanciò un tubetto di pomata con un gesto di sufficienza. "Mettiti questa e vedi di rimetterti in sesto entro stasera. Non vorrai mica deluderli proprio ora che hanno preso il ritmo? Se ti lamenti, capaci che s'incazzano pure."


Uscii dall'ambulatorio con il culo che bruciava e le orecchie che fischiavano per le sue parole. Non ero offeso; anzi, lo scherno del dottore era la conferma finale. Ero nato per quello. Ero la proprietà della montagna, e il piacere di quegli uomini era l'unico motivo per cui valeva la pena soffrire. Il pomeriggio scivolò via come un presagio. Camminavo verso il bar della piazza, cercando di nascondere l'andatura incerta, ma l’aria era cambiata. Appena varcata la soglia, il silenzio si spezzò in una risata corale, di quelle che ti sferzano la schiena più di una frustata.


I miei amici erano tutti lì, seduti ai tavolini con le birre in mano. Non servì che aprissi bocca. Marco, quello che consideravo il mio migliore amico, si alzò dondolando sulla sedia e mi indicò con un ghigno che non gli avevo mai visto. "Ecco a lu ninnì! E’ vero che t'hanno fatto lo servizio completo lassù?" urlò, scatenando un’altra ondata di ilarità. "S’è saputo uajò! Quei due matti di Antonio e Rocco ne’ l’hanno tenuta chiusa la bocca. Stamattina è sceso un pastore a portà lu latte e ha detto che quelli si vantavano come galli nel pollaio. Dice che sei 'na femmina perfetta, che t'hanno sistemato a dovere!"
Diventai il loro zimbello in un istante. Mi piovevano addosso battute pesanti, allusioni oscene sulla mia "resistenza" e sulla fortuna che avevo avuto a incontrare "uomini veri" capaci di raddrizzarmi la schiena. Mi guardavano con un misto di scherno e una strana, torbida curiosità. "Ma almeno ti pagano, o lo fai per la gloria?" infierì un altro, dandomi una pacca sulla spalla. "Vedi di non farli aspettare, che quelli se s'incazzano scendono col fucile a riprenderti!"


La loro derisione, unita alle parole del dottore e alla violenza dello stazzo, chiudeva il cerchio. Se tutto il paese sapeva e rideva, allora la mia sottomissione era pubblica, ufficiale. Ero la "proprietà" dei latitanti e nessuno avrebbe mosso un dito per salvarmi; anzi, sembravano tutti convinti che quello fosse finalmente il mio posto.
"Sì, sì, ridete pure," pensai mentre uscivo dal bar sotto i loro fischi, "ma nessuno di voi sa cosa significa essere scelto da chi comanda davvero."
Guardai l'orologio. Il sole stava baciando la cima della montagna. Era ora di risalire. La pomata del dottore faceva effetto, ma il desiderio di sottomettermi di nuovo a quegli uomini, ora che ero stato marchiato davanti a tutti, era diventato un bisogno fisico, quasi un obbligo morale.

Arrivai allo stazzo che il sole era già un ricordo rosso sangue dietro le creste. Antonio e Rocco erano fuori, seduti su due massi, a fumare in silenzio come idoli di pietra che aspettavano il loro tributo. "Oh, eccola la ninnilla nostra," gracchiò Rocco, sputando a terra senza nemmeno guardarmi. "T’aveme fatto l'aspettanza. Ti sei messa la pomata che t’ha dato lu dottore?" Preso da un sussulto di dignità ferita, scoppiai. "Lo sanno tutti! Al bar mi hanno rinfacciato ogni cosa... Marco, gli altri... ridono di me! Avete parlato, vi siete vantati in paese! Mi schifano tutti, mi chiamano la 'femmina' vostra davanti a tutta la piazza!"


Il silenzio che seguì fu gelido. Antonio si alzò lentamente, buttando la sigaretta e schiacciandola con lo scarpone chiodato. Il suo volto, solitamente beffardo, si fece scuro come un temporale d'agosto. Fece tre passi e mi fu addosso, afferrandomi per i capelli con una furia che mi tolse il respiro. "E mo’ che vuò? La compassione?" ringhiò a pochi centimetri dal mio naso, l'alito che sapeva di vino e tabacco. "Ma ne’ lo vedi che sei nu moccicoso? Se la gente ride, ride perché sa che finalmente servi a quaccheduno! Ti lamenti pure? Ti faceme sentì l'ommo sopra la carne, ti damme un senso a ‘sta vita de fango che tieni, e tu aricali a valle a fa la vittima?"


Rocco si alzò a sua volta, avvicinandosi con la cinta già in mano, il volto contratto in una smorfia d'ira. "Ti lamenti de lo scherno? Mo’ ti damme noi un motivo bbuono pe’ strillà, accuscì la prossima volta che vai al bar tieni quacche cosa de ver’ da raccontà." Mi trascinarono dentro lo stazzo con una violenza che non ammetteva repliche. Peppe, dall'angolo, non disse una parola, limitandosi a un cenno di assenso con la testa. La mia "colpa" di essermi lamentato doveva essere lavata col dolore. "Mettetelo sotto," ordinò il vecchio con voce piatta. "Visto che tiene ancora la forza de chiacchierà, vede’ di fargli passà la voglia. Deve capì che la bocca la divì aprì solo pe’ fa’ bucchini, no pe’ lamentarsi de la sorte sua."
Mi gettarono sulla paglia e capii che la punizione sarebbe stata lunga e spietata. Non c'era spazio per i sentimenti o per la dignità: ero lì per subire, e ogni mio lamento non faceva che eccitare la loro voglia di dominarmi ancora di più.

L'aria nello stazzo era diventata irrespirabile, satura di fumo, odore di stalla e della rabbia cieca di Antonio e Rocco. Ogni frustata e ogni parola infame che mi vomitavano addosso per "punire" la mia lagnanza, invece di spegnermi, accendeva in me un fuoco perverso. Più mi trascinavano nel fango dell'umiliazione, più sentivo che le mie resistenze crollavano, sostituite da un desiderio torbido e prepotente.
"Guarda qua," sibilò Rocco, premendomi la faccia contro la paglia pungente, "ancora trema. Ma ne' trema de paura, Antonio... guarda come ci cerca. Questo è nu vizioso ver'."
Antonio rise, un suono sordo che mi fece vibrare le ossa. "E allora diamogli quello che cerca, visto che al bar dice che siamo diventati famosi." Ma la vera scossa arrivò quando sentii un passo pesante e strascicato avvicinarsi. Peppe, che fino a quel momento era rimasto un'ombra silenziosa a godersi lo spettacolo, si alzò dalla sua sedia impagliata. Il vecchio, il patriarca che si era sempre limitato a pretendere da me gesti servili e sbrigativi, stavolta aveva uno sguardo diverso. Una fame antica, risvegliata dalla mia sottomissione totale.


"Spostatevi," ordinò con una voce che non ammetteva repliche. I due latitanti si fecero da parte all'istante, con un rispetto quasi timoroso. Peppe si calò sopra di me. Sentii le sue mani nodose, dure come radici di quercia, afferrarmi i fianchi con una forza insospettabile per la sua età. Non voleva solo essere servito; stavolta voleva prendermi, voleva rivendicare il suo diritto primordiale su quella "proprietà" estiva.
"Tu si' robba mia, ninnì," ansimò al mio orecchio, la barba ruvida che mi graffiava la guancia. "Antonio e Rocco t'hanno solo preparato lu terreno. Ma la montagna sono io."
Quando mi possedette, fu un dolore diverso, più profondo e definitivo di quello degli altri due. Era una violenza solenne, un atto di possesso che chiudeva ogni via di fuga. E io, schiacciato tra la paglia e la sua carne vecchia e potente, sentii un'ondata di piacere atroce travolgermi. In quel momento capii: il dottore, gli amici al bar, le mie stesse lacrime... non contavano nulla. Ero lì, sotto il vecchio latitante, a compiere il mio unico e solo dovere.


"Ecco," mormorò Peppe mentre il suo respiro si faceva affannoso, "mo' lo sai chi è lu padrone ver'. E domani aritorne, e dopodomani pure. Perché senza de noi, tu ne' si' niente."


UNA NUOVA VITA

Al ritorno, appena varcai la soglia di casa, trovai mio padre ancora in piedi, al centro della cucina, con le mani nodose piantate sul tavolo di legno. Non servì una parola: lo sguardo che mi rivolse era quello di chi ha visto il proprio nome calpestato nel fango della piazza.


"Ti hanno visto," disse, e la sua voce era un sussurro rauco che faceva più male di un urlo. "Tutto il paese ride. Dicono che mio figlio sale alla montagna a farsi inculare come una troia da quei delinquenti, da quella feccia."
Sentii le gambe cedere, ma restai immobile. "Papà, io..."
"Zitto!" ruggì, facendo tremare i bicchieri sulla credenza. "Mi hanno tolto l'onore. Quei porci di merda... li ammazzo con le mie mani. Domani vado dai carabinieri, denuncio tutto. Devono marcire in galera per quello che ti hanno fatto. Nessuno tocca un figlio mio e la passa liscia."


"No, papà... non denunciare," mormorai con un coraggio disperato. "Non mi hanno costretto come credi tu."
"Che stai dicendo, ninnì?"
"Io... a me piacciono gli uomini," sputai fuori, la confessione che mi lacerava il petto. "Quello che è successo lassù... io lo volevo. Mi hanno fatto sentire quello che sono. Non sono come te, papà. Non sono un uomo come quelli che vuoi tu."
Il silenzio che seguì fu una voragine. Poi, il primo schiaffo mi investì come una sassata, ribaltandomi la testa di lato. Il sapore metallico del sangue mi invase subito la bocca.
"Vergogna della razza mia!" urlò, afferrandomi per il collo e trascinandomi verso lo specchio dell'ingresso. Mi costrinse a guardare il mio riflesso, il volto tumefatto e gli occhi lucidi. "Guarda che schifo che sei! Preferirei saperti morto sotto un camion che sapere che hai cercato quella sporcizia con piacere!"
Un altro colpo, stavolta sulla schiena già piagata, mi fece cadere in ginocchio. Mio padre sovrastava la mia miseria con tutto il peso della sua delusione. "Tu non sei mio figlio. Sei un errore della natura. Ti hanno rotto il culo? Bene! Spero che ti abbiano fatto sentire tutto il peso del tuo peccato."


Mentre mi colpiva ancora, punendo quella carne che aveva osato desiderare essere presa, io mi rannicchiai sul pavimento freddo. Paradossalmente, il suo odio era la conferma suprema: come il dottore, come gli amici al bar, anche mio padre stava suggellando il mio destino. Ero nato per essere sottomesso, per essere il destinatario della violenza e del disprezzo.
"Domani andrai dai carabinieri," sibilò lui, ansimando per la fatica e la rabbia. "Dirai che ti hanno rapito. Dirai che sei un uomo. O giuro su Dio che ti finisco io stesso in questa stanza."
Ma io, nel buio della mia anima, sapevo che la montagna mi stava già chiamando. Il piacere era ormai il mio unico padrone.

Il buio della stanza era denso, ma le pareti sottili della casetta estiva non riuscivano a trattenere il veleno che scorreva tra i miei genitori. Mi rannicchiai sul letto, il corpo ancora dolorante per i colpi di mio padre, ascoltando il riverbero delle loro voci nell’altra stanza. "È un malato, Maria! È un malato!" urlava lui, la voce soffocata dalla rabbia. "Mi ha guardato in faccia e ha detto che gli piace... che gli piacciono i maschi! Hai capito che vergogna ci ha buttato addosso?"
"Taci, per carità, taci..." supplicava mia madre tra i singhiozzi. "È solo un ragazzo, lo hanno spaventato, non sa quello che dice. Non andare dai carabinieri, distruggerai la sua vita e la nostra." La discussione andò avanti per ore, un circolo vizioso di insulti e pianti, finché la violenza delle parole non mutò improvvisamente ritmo. Il tono di mio padre si fece più basso, cupo, e i singhiozzi di mia madre si trasformarono in respiri affannosi. Cominciarono a fare l'amore con una foga brutale, quasi volessero lavare via l'onta con il sudore e il possesso.


Sentire l'uomo che mi aveva appena picchiato e rinnegato prendere mia madre con quella stessa forza prepotente non mi scatenò orrore, ma un brivido elettrico che mi percorse la schiena. Il suono della sua dominazione, la sottomissione di mia madre, il ritmo sordo dei corpi contro la testiera del letto... tutto questo nutriva il mio piacere segreto. Ero eccitato dalla loro carne, dal pensiero che quella forza che ora schiacciava lei era la stessa che mi aveva marchiato lassù allo stazzo. Mi sentivo parte di quella catena di violenza e desiderio.
Aspettai che il silenzio tornasse sovrano, interrotto solo dal respiro pesante di mio padre che finalmente dormiva, spossato dal suo stesso onore ferito.
Non potevo restare. La legge degli uomini, le denunce e la moralità di mio padre erano catene che non mi appartenevano più. Mi alzai piano, ignorando il bruciore alle gambe. Mi avvicinai alla finestra del piano terra e la aprii senza fare rumore. L'aria fresca della notte entrò nella stanza, portando con sé l'odore di resina e terra bagnata.
Scavalcai il davanzale con agilità, atterrando sull'erba umida. Non presi nulla con me. Non ne avevo bisogno. Il mio corpo era l'unica cosa che contava, ed era già pronto per essere restituito a chi sapeva come usarlo.


Mi incamminai verso il sentiero, lasciandomi alle spalle le luci fioche del paese. Mentre risalivo verso il crinale, nel silenzio della montagna, sapevo che non stavo scappando: stavo tornando a casa. Verso Antonio, verso Rocco e Peppe, verso il fumo del fuoco che mi avrebbe accolto non come un figlio, ma come una cosa.

Appena mi videro sbucare dal buio, Antonio e Rocco si scambiarono un’occhiata tra lo stupore e il disprezzo. Mi presero per le braccia come si fa con una bestia che è scappata dal recinto e poi torna spontaneamente al giogo, trascinandomi davanti a Peppe. Il vecchio non si mosse. Rimase seduto nell’ombra, la luce del fuoco che gli scavava solchi neri sul viso. Mi fissò per lunghi minuti, poi sputò tra la cenere e cominciò a parlare.
"Guarda qua che bel capolavoro," esordì Peppe, scuotendo la testa. "Sì n'arcasciute sùbete, eh? La mazzate de tate n't'è abbastate, o forse t'è piaciute talmente tanto ca n'ci stive a capì cchiù niente."
Si sporse in avanti, puntandomi l'indice nodoso contro il petto. "Ascolta bbone quillo che ti dico, ninnì, ca ecche la legge la facce io e n'ci sta pietà pe' nisciune. Se vuò stà ecche, t'hai da scurdà pure come ti chiami. Da mo' in poi tu si' solo 'na cosa che serve a nujatri. Ti devi stare zitto, pure se ti scorticano vivo: la vocca la devi aprì solo pe' faticà o pe' succhià u cazzo a chi ti cumanna. Ti devi susì prima de lu sole, hai da lavà le robbe sporche n'mmienzu a l'acqua gelata, hai da cucinà e hai da tené lo stazzo pulito come 'na casa de specchi. E quande li maschi tornano stanchi e n'ca...ti, tu devi stà pronti, a testa bassa, senza dì 'na parola, a fà la paranza e a farti coprì come dico io." Il vecchio fece un cenno col mento a Rocco, che già si stava avvicinando con gli occhi che luccicavano di eccitazione.
"E mo' n'perdere tempo," continuò Peppe, con un sorrisetto sardonico che gli scopriva i pochi denti rimasti. "Fa’ la femmina per bene. Càvechi le cazze e mettiti n'ginocchie, ca 'sti uajuni tenne da scaricà la raggia de la giornata. Famme vede' se si' bbone a servì o se t'aggiu da buttà n'mmienzu a li burroni come 'na pecora morta."
Mi ritrovai a terra, con le mani di Rocco che già mi afferravano con violenza, mentre le parole di Peppe mi entravano dentro come un marchio a fuoco. Non ero più un figlio, non ero più un uomo: ero solo carne destinata a subire, e in quel dialetto stretto, in quegli ordini brutali, sentivo che finalmente ero al mio posto. Mi ejaculavano felici nel culo ancora dolorante, mi piaceva, li amavo.

L’alba non portò luce, ma solo il gelo che mordeva le ossa. Non feci in tempo ad aprire gli occhi sulla paglia che uno scarpone mi colpì il fianco, togliendomi il respiro.
"Sùsete, ninnì! Lu sole sta a spuntà e tu ancora stai a fa’ li sogni d’oro?" urlò Antonio, torreggiando sopra di me. "Va’ a piglià l’acqua a la fonte e n’artornà senza li secchi pieni, ca tiene da lavà pure li panni n’sanguinati de la caccia de stanotte."
Uscii barcollando, col corpo che urlava per ogni movimento. L’acqua della fonte era un pezzo di ghiaccio che mi bruciava le mani, ma non osavo fermarmi. Quando tornai, Peppe era già seduto fuori, a guardare la valle che si svegliava sotto la nebbia.


"Vedi d'andà sùbete a lu focolare," mi disse il vecchio senza guardarmi. "Fà lu caffè, scalda lo pane e vedi de stà attento a nen scotta’ niente, ca se Rocco s'inc...a, t'abbrucia la faccia n'mmienzu a la cenere."
Passai la mattinata piegato in due, a pulire lo stazzo che puzzava di fumo, grasso e urina. Le mani mi sanguinavano per lo sfregamento contro la pietra e il sapone acido. Ogni volta che passavo vicino a loro, ricevevo uno schiaffo sulla nuca o una strizzata dolorosa, come se fossi un giocattolo di carne messo lì per ingannare la noia della latitanza.
"Guarda comm'è troia mentre lava," sghignazzò Rocco, seduto su un muretto a secco mentre puliva il coltello. "Pare proprio 'na sposa ver'. Antonio, guarda che cosce che tiene... stasera lo faceme faticà ancora de cchiù, ca me pare troppo riposate."
A mezzogiorno, mentre servivo loro il pasto magro a testa bassa, Peppe mi afferrò il mento con la mano callosa, costringendomi a guardarlo negli occhi.
"Ti piace, eh? Sentirti l'urtima ruota de lu carro," mormorò con una voce che sembrava un sortilegio. "Nen m'averne da dì le bugie, ninnì. Lu vedo come abbassi l'uocchie quande ti toccano. Tu si' nate pe' stà sotto a lu maschio, e la montagna ti sta a dà quello che lu paese ti negava. Fatica e soffri, ca è l'unica via pe' diventà la cosa che si' veramente."
E mentre pulivo i loro avanzi dal pavimento, sentivo che quella fatica bestiale era il mio unico scopo. Ero la loro serva, la loro ombra, e l’idea della notte che incombeva, con le sue inevitabili violenze, mi faceva tremare di una paura che assomigliava sempre di più a una torbida bramosia.

Il pomeriggio era ancora alto quando Peppe mi urlò di uscire dallo stazzo. Accanto a lui, seduto su un tronco, c’era un uomo mai visto prima: un pastore massiccio, con la faccia bruciata dal sole e gli occhi che sprizzavano una malizia antica. Si chiamava Gianni.
"Vini ecche, ninnì! Nen farti pregà," sibilò Peppe, indicando il terreno ai suoi piedi. Mi avvicinai a testa bassa, sentendo lo sguardo di quello sconosciuto addosso come una mano sporca.
"Gianni, guarda qua che bell’acquisto ca ficeme," esordì il vecchio con un’ironia atroce. "Dillo a lu pastore che devi fà ecche sopra. Ripetilo bbone, ca n’aggiu sentito."
Con la voce che mi tremava, iniziai a recitare la mia condanna davanti a quell'estraneo. "Devo stare zitto... devo faticare prima de lu sole... devo pulire lo schifo di tutti... e devo stare pronto quando il maschio chiama, senza dire mai di no."
Peppe scoppiò in una risata roca, dando una pacca sulla spalla a Gianni. "Hai sentito? È addestrata meglio de 'na cagna da punta. Ma n’è solo chiacchiere, sa’. Guarda che roba..." Con un gesto secco, Peppe mi ordinò: "Càvechi tutto. Fa’ vede’ a Gianni se t’aveme trattato bbone o se si’ ancora troppo maschio pe’ li gusti nostri."
Rimasi nudo sotto il sole crudo della montagna, esposto al loro scherno. Gianni si alzò, girandomi intorno con lentezza, soffermandosi sui segni che Antonio e Rocco mi avevano lasciato addosso il giorno prima.
"Ma quante è aggraziate..." mormorò Gianni, passandosi la lingua sulle labbra screpolate. "Pe’, ma questa pare proprio ’na femmina de quelle fine. Ne’ tenete paura che si rovina con tutto ’stu lavoro?" Poi, rivolgendosi direttamente al vecchio: "Senti, Pe’... a me m’abbisogna proprio de scaricà un po’ de tensione. Me lo faresti fà un giro? Ti pago lo disturbo, t’appuorte lo casce e lo vino bono domani."
Peppe mi guardò come si guarda una merce al mercato, con un distacco che mi fece gelare il sangue. "E va bbone, Gianni. Basta che ne’ me lo rompi troppo, ca stasera serve pure a Rocco. Dacci quaccosa mo’ e portatelo dintro."
Gianni allungò qualche banconota stropicciata nelle mani nodose di Peppe, che le intascò con un grugnito di soddisfazione. "Vacci, ninnì," ordinò il vecchio, indicando la porta dello stazzo con un cenno brutale. "Fallo contento, ca mo’ si’ proprietà de chiunque caccia li sordi o tiene lu comando. Fa’ lo dovere tuo."
Entrai nel buio della capanna, sentendo i passi pesanti di Gianni dietro di me e il rumore della sua cinta che già sferragliava.

Gianni entrò chiudendo la porta con un calcio, e in un attimo mi fu addosso. Non c'era traccia della lentezza di Peppe o dell’ironia di Antonio; in lui c’era solo una fame cieca, una virilità animale che non chiedeva permesso.
"Girati e sta' zitto," sibilò, afferrandomi per le spalle con mani che parevano tenaglie. Mi sbatté contro il tavolo di legno grezzo, facendomi sentire tutto il freddo della pietra sotto i piedi e il fuoco della sua irruenza dietro la schiena. Mi usò con una forza brutale, senza fiato, come se dovesse marchiare un territorio vergine. Ogni colpo era una scossa che mi faceva sbattere i denti, ma più mi sentivo annullato dalla sua mole, più quella sensazione di essere un oggetto prezioso per la sua rabbia si faceva strada nel mio sangue.
Appena finito, non mi lasciò andare. Mi rigirò con uno strappo, guardandomi con gli occhi lucidi di sudore. "Ma guarda qua che faccia de velluto... ancora ne' t'abbasta, eh?" sghignazzò in dialetto stretto. Senza darmi il tempo di respirare, mi spinse di nuovo a terra, sulla paglia sporca, e ricominciò con una violenza ancora più cupa, più profonda. Il dolore era diventato un rumore di fondo, coperto dal suono del suo respiro affannato e dai colpi sordi della sua carne contro la mia.
Quando finalmente si staccò, ansimando come un lupo dopo la caccia, si rivestì in fretta, sistemandosi la cinta con un orgoglio maschio che gli gonfiava il petto. Mi guardò mentre cercavo di rimettermi in sesto, tremante e sporco, con un sorriso di trionfo sulle labbra.
"Dillo, ninnì... lo vedi che differenza passa tra li uajoni de lo paese e un maschio de la montagna come me?" disse, dandomi un colpetto sprezzante sulla guancia. "Scommetto ca mo' ne' vedi l'ora ca n'arcale un'altra volta. Ti s'è visto da l'uocchie che ci godevi a farti trattà accuscì. Sei 'na femmina nata, e io t'ho dato quello che ti serviva pe' farti sentire viva."

Appena Gianni uscì dalla capanna, sistemandosi i pantaloni con quel ghigno di trionfo, si trovò davanti Antonio e Rocco, appena rientrati con le facce nere di chi ha camminato ore sotto al sole. Il silenzio che calò nello stazzo fu spezzato solo dal rumore metallico dei loro fucili appoggiati al muro.
"Pe', ma che sta a succède?" ruggì Antonio, scagliando a terra il cappello. "Chi è 'stu porco che esce dalla tana nostra?"
Peppe, senza scomporsi, fece tintinnare i soldi in tasca. "È Gianni. Ha pagato lo disturbo. Mo' la roba nostra frutta pure quaccosa, n've lamentate."
Ma Rocco non sentiva ragioni. Scavalcò il vecchio con un balzo e spalancò la porta della capanna. Io ero ancora a terra, rannicchiato nella paglia, cercando di coprire la mia vergogna con le braccia tremanti. Mi afferrò per i capelli, trascinandomi fuori nel fango, davanti a tutti.
"Ma guarda 'sta lercia!" urlò Rocco, dandomi una spinta che mi fece finire lungo disteso ai piedi di Antonio. "Ti sei fatta montare pure da lu primo che passa? Ma chi t'ha dato il permesso, eh? Ti piace proprio a farti rivoltare come 'na zappa da chiunque tiene du' sordi in mano?"
Antonio mi sferrò un calcio secco sulla spalla, facendomi rotolare nel polverone. "Si' proprio 'na troia de la montagna, ninnì! Noi ti teneme ecche, ti damme da mangià, e tu appena vedi un maschio forestiero spalanchi le cosce come se niente fosse? Ne' tieni manco l'onore de servì solo a chi ti cumanna!"


"Non è colpa mia, Pe' m'ha detto..." provai a sussurrare con la voce rotta dal pianto.
"Zitta!" sbraitò Antonio, colpendomi di nuovo. "Tu n'hai da dì niente! Ti dovevi rifiutà, dovevi schutà in faccia a 'stu cafone! Ma a te t'abbrucia la voglia, eh? Sei 'na femmina senza ritegno, ti faresti usare pure dalle pecore e li cani."
Peppe assisteva alla scena con un sorriso amaro, godendosi la mia umiliazione. "L'avete vista bbone, uajoni? Questa n'è 'na vittima. Questa è 'na femminella scatenata. S'è saputa vendere bbone, Gianni dice ca ci ha goduto talmente tanto ca n'ci credeva manco esso."
Rocco si sfilò la cinta, la stessa che mi aveva segnato la pelle la notte prima, ma stavolta i suoi occhi non brillavano di desiderio, ma di una rabbia gelosa e punitiva. "Mo' ti faceme passà noi la voglia de fà la gatta morta con gli estranei. Visto che ti piace tanto faticà, stasera ti faceme vedè noi come si serve un padrone ver'. Ti faceme pentì d'essere nata."
Mi trascinarono di nuovo verso il palo dello stazzo, pronti a trasformare la mia carne nel prezzo della loro rabbia, mentre io, nel profondo del mio spirito spezzato, accettavo quegli insulti come l'unica verità possibile della mia nuova vita.

Il sole stava calando, tingendo di un rosso sangue le pietre dello stazzo, mentre Antonio e Rocco mi trascinavano al centro dello spiazzo, proprio davanti a Peppe e a Gianni, che si era riacceso la pipa godendosi lo spettacolo.
"Guarda bbone, Gianni," sghignazzò Antonio, costringendomi a restare carponi nel fango e nella polvere. "Guarda che fine fa la troia che ne' porta rispetto a li padroni suoi. Ti pensavi ca era festa? Mo' ti faceme sentì noi la vera musica."
Rocco fece fischiare la cinta nell'aria, un suono secco che mi fece sobbalzare il cuore in gola. "Ti piace farti usare da tutti, eh? Ti senti 'na regina a farti rivoltà le budella da ogni forestiero?" Un colpo violentissimo mi investì la schiena, facendomi cacciare un urlo che rimbombò tra i burroni.
"Zitto!" ruggì Antonio, colpendomi con un manrovescio sulla bocca. "Le femmine come te n'hanne da strillà, hanne da ringrazià e basta."
Peppe, dalla sua sedia, diede un colpo di tosse e sputò per terra. "Dategliene un'altra per conto mio," disse con una crudeltà calma. "Ca questa s'è creduta d'essere la padrona de lo stazzo perché Gianni ci ha dato du' sordi. Arcordagli chi è che cumanna ecche sopra."
Rocco non se lo fece ripetere. La cinta continuò a cadere con un ritmo implacabile, segnandomi la carne già piagata. Gianni assisteva divertito, dandomi ogni tanto un colpetto con la punta dello scarpone mentre passavo sotto i colpi. "Eh, Pe', tenevi ragione... questa tiene la pelle tosta," commentò il pastore con brutale ironia. "Guarda comm'abbassa la testa, pare proprio ca ci prova gusto a farsi castigà."
E la cosa più atroce, quella che mi bruciava dentro più delle sferzate, era che Gianni aveva ragione. In quella punizione esemplare, davanti agli occhi sprezzanti di quegli uomini, io trovavo la mia macabra pace. Sentire il disprezzo di Antonio, la gelosia violenta di Rocco e le risate di Peppe mi confermava che non ero più niente se non un oggetto del loro potere. Ero la loro proprietà, un pezzo di carne da usare e punire a piacimento.
Quando finalmente finirono, lasciandomi tremante e sanguinante ai loro piedi, Antonio mi afferrò per i capelli, sollevandomi il viso verso Gianni. "Mo' chiedi scusa a lu pastore per lo schifo che sei, e poi va' dintro a pulì li piatti. E vedi de camminà dritta, ca stasera n'abbiamo ancora finito con te."
Mi trascinai verso la capanna sotto le loro risate corali, sentendo ogni muscolo strappato, ma con la consapevolezza che ormai quel fango era la mia sola dignità.

Il sole era ormai sceso dietro le creste del Gran Sasso, lasciando lo stazzo in un’ombra livida. Gianni si pulì la bocca con la manica della camicia, guardando Peppe con gli occhi piccoli e furbi di chi sa di avere il coltello dalla parte del manico.
"Senti a me, Pe’," esordì Gianni, indicandomi con il mento mentre io tremavo ancora per le sferzate. "Tu tieni li buffi (debiti) fino a lu cuollo. Li sordi de prima n’abbastano manco pe’ lu tabacco. Faceme ’na cosa fatta bbona: io ti do diece pecore de quelle pesanti, e tu me dai a ‘stu ninnì."
Peppe sgranò gli occhi, calcolando subito il valore del gregge. "Diece pecore? Ma chisto fatica, Gianni... pulisce, cucina..."
"Ma che fatica e fatica!" lo interruppe Gianni con una risata sguaiata. "Voi lo state a scassà pe’ niente. ‘Sta carne è troppo fina pe’ portà le legne o pulì lo schifo de le bestie. A me m’abbisogna solo pe’ sfogà la voglia mia e de li uajoni che faticano a lu pascolo con me. Lo teneme solo pe’ quello. Niente fatica, solo piaceri nostri."
Peppe guardò verso la stalla, poi verso di me, come se stesse pesando un sacco di grano. I debiti pesavano più della pietà. "E va bbone. Pigliatelo. Diece pecore, però... e m’attoccane pure quattre agnelli a Pasqua."
"Affare fatto," rispose Gianni, allungando la mano nodosa per suggellare il patto.
Antonio e Rocco, che fino a un attimo prima mi avevano colpito, rimasero in silenzio. La rabbia sembrava scivolata via, sostituita da una strana malinconia. Antonio si avvicinò, mi sollevò il mento con delicatezza inaspettata e sospirò.
"Peccato, ninnì," mormorò quasi in un soffio. "Ci avevamo fatto l’abitudine a tenerti ecche. Ci hai dato proprio del bbono... ne’ me lo scordo come tremavi sotto de me."
Rocco mi diede una pacca sulla spalla, meno violenta del solito. "Statte accorto con Gianni e li maschi suoi, ca quelli ne’ tengono garbo. Però vedi de fargli godè come hai fatto con noi, ca sei ‘na creatura nata pe’ chisto."
Gianni mi afferrò per il braccio, dandomi uno strappo deciso. "Andiamo, ninnì. Mo’ scendeme a valle. Da stasera ne’ devi fa’ più niente, devi solo stà pronto e muto quando arrivano li padroni tuoi."
Mentre venivo trascinato via verso il buio del sentiero, sentii Peppe che già contava le pecore immaginarie, mentre il calore dell'umiliazione si trasformava nel gelo di una nuova, definitiva schiavitù.

Il sentiero verso valle era stretto e ripido, illuminato solo da una luna pallida che faceva sembrare i sassi d’argento. Gianni camminava davanti a me, tenendomi stretto per il polso come si tiene una corda corta a una bestia selvatica. Il rumore dei suoi scarponi era l'unico suono, finché non tornò a parlare con quella voce roca che sapeva di tabacco e autorità.
"Ne’ fa’ quella faccia spaventata, ninnì," disse senza voltarsi. "Ne’ sei lo primo e ne’ sarai l’ultimo. Prima de te tenevo un altro uajone, Gianluca. Era comm'a te, forse pure più secco."
Fece una pausa, ridacchiando tra sé. "All’inizio tirava calci, piangeva... poi ha capito che la vita è cchiù dolce se n'abbassi la testa. È diventato talmente bravo a servì che, dopo un anno, è stato esso stesso a chiedermi de facci lo 'servizio'. S’è fatto castrare da uno che sapeva dove mette le mani."
Mi gelò il sangue. Sentivo il suo sguardo addosso anche se mi dava le spalle.
"Dopo la cura, è cambiato tutto," continuò Gianni con tono sognante. "La pelle gli è diventata liscia come la seta, la voce si è fatta sottile... e gli sono cresciute pure le tette, piccole e tonde che pareva 'na verginella. Era morbido, dolce... una delizia per me e per li compagni miei. Io lo preferivo accuscì, era proprio 'na femmina a tutti gli effetti, senza li grilli per la testa dei maschi."
Si fermò di colpo e mi piantò gli occhi in faccia, stringendomi il mento con forza. "Pensaci, ninnì. Se fai la brava e ti lasci acconcià come dico io, la fatica sparisce del tutto. Diventi la regina dello stazzo mio, coccolata da tutti. Te lo vedi come saresti bbono con un par' de zizze e senza quella rabbia de maschio che ti bolle ancora dentro?"

Gianni si fece ancora più vicino, il volto ombreggiato dalla luna che lo faceva somigliare a un demone della montagna. Mi prese il mento, stringendo finché non sentii l'osso scricchiolare, e riprese a parlare con quel dialetto sporco, masticando le parole come se fossero tabacco forte.
"Statte a senti’, ninnì... tu mo’ pienze ca te vujje male, ma la verità è n’atra. Che te ne faje de quillo schifo che tieni mmieze alle cosce? Ti serve solo pe' farti abbottà de mazzate, pe' farti faticà comm'a 'na bestia 'mmeze alla neva. Se rimani maschio, sarai sempre 'nu nemico, 'nu cane da bastonà. Ma se te lasce fa'..."
Sogghignò, passandomi la mano sul petto con una lentezza che mi faceva mancare il respiro. "Se accetti lo curtiello davanti a li uajoni miei, se offri lo dolore tuo a chi ti tiene lo comando, allora diventi 'na cosa sacra. N’sarai cchiù 'nu servo, sarai lo tesoro nuostro. Ti faceme cresce li capille, ti damme li panni fini, e lo pietto tuo addiventa morbido e tonno comm'a chillo de 'na sposa."
Mi si incollò all'orecchio, il fiato pesante che mi bruciava sulla pelle: "Immagina lo silenzio de la radura, lo fuoco acceso, e li uajoni miei che ti guardano con la bava alla bocca mentre lo pastore appila lo ferro. Sentirai lo friddo de la lama, e poi quillo fuoco vivo che ti spacca in due... ma in quillo momento, ninnì, l'ultimo pezze de maschio more e tu nasci femmina pe' nnoje. Senza niente pe’ lo dolore, ca lo piacere cchiù gruosse è vederti cedè, sentì ca la capa tua si spezza 'mmeze a lo sangue. Ne' la vuò divantà la bambolina de velluto nostra? Ne' lo vuò che tutti sanno ca si' stata rifatta solo pe' lo sfizio nuostro?"

"Pensarci?" Gianni sghignazzò, ma era una risata secca, senza allegria, che morì subito in un grugnito. Mi strinse il braccio così forte che sentii le dita affondare nei muscoli, obbligandomi a guardarlo dritto negli occhi torbidi.
"Ninnì, tu ancora ne' capisce come funziona la montagna," disse abbassando la voce, facendola diventare un sibilo pesante. "Qui ne' ci sta tempo pe' pensà. Tu credi ca t'ho accattato pe' farti faticà? Io tengo li muli pe' portà la legna e le pecore pe' fa' lo latte. Tu si' 'n'atra cosa."
Si fece ancora più vicino, il petto contro il mio, facendomi sentire quanto fosse massiccio e inamovibile. "Li uajoni miei sono lupi, stanno soli per mesi 'mmeze alle selve. Quando tornano allo stazzo, tengono 'na fame che ne' puoi capì. E io ne' voglio ca si scannano tra di loro o ca s'ammazzano pe' 'na gelosia de maschio. Se tu rimani accuscì, sei solo 'nu disturbo. Ma se diventi morbido, se ti faceme chillu servizietto... allora diventi la pace nostra. Diventi la femmina di tutti, e nessuno tiene cchiù motivo de farti male."
Mi diede uno scossone, facendomi barcollare. "È necessario, ninnì. Ne' puoi stà allo stazzo mio e tenerti ancora quella presunzione tra le gambe. È la regola nostra: chi serve lo piacere de lo padrone, deve esse' fatto a misura del piacere suo. Lo capisce o no? O t’acconci come dico io, o li uajoni ti usano talmente male ca lo curtiello dopo lo pregherai in ginocchio. Meglio ca lo faceme bbone, davanti a tutti, con l'onore di chi diventa la regina della montagna."
Mi guardò con una serietà brutale, facendomi capire che la mia "scelta" era solo un'illusione. "Mo' cammina, ca lo fuoco è già acceso e li ferri stanno a cocere."

"Gianni, per favore..." mormorai, cercando di tenere ferma la voce nonostante il tremito. "Non dico di no, lo sapete che ormai sono cosa vostra. Ma quella... quella è una cosa estrema. Tagliare la carne in quel modo, davanti a tutti... lasciatemi almeno un po' di tempo per abituarmi all'idea, vi prego."
Il silenzio che seguì fu più spaventoso delle grida di prima. Gianni si fermò di colpo, voltandosi lentamente. Le ombre del bosco rendevano i suoi lineamenti duri come la roccia della Maiella. In un istante, la finta calma sparì, sostituita da una furia cieca.
"Ragionare?" ruggì, afferrandomi per la gola e sollevandomi quasi da terra. "Tu vuoi ragionà con me? Ma chi cazzo ti credi d'essere, ninnì? Tu mo' non sei niente! Sei 'na pecorcella che ho comprato con li sordi miei, e le pecore non ragionano, le pecore subiscono e basta!"
Mi scaraventò a terra con una violenza tale che mi mancò il fiato. Prima che potessi riprendermi, sentii il peso del suo scarpone premere contro il mio petto, schiacciandomi nel fango.
"Ti ho parlato bbone, ti ho spiegato la grazia che ti volevo fa', e tu mi rispondi con l'educazione dei signorini di città?" sputò per terra, proprio vicino alla mia faccia. "Mo' ti faccio vedè io chi è lo padrone. La lezione te la do mo' stesso, così impari che la bocca la devi aprì solo pe' ringrazià o pe' servì."
Si sfilò la cinta con un gesto secco che fece schioccare la fibbia nell'aria. "Girati! Mettiti a quattro zampe e bacia la terra che calpesto!"
Mi colpì una, due, tre volte, con una rabbia che non cercava più il piacere, ma solo la sottomissione assoluta. Ogni colpo era un marchio di proprietà. "Qui comanda Gianni! Lo capisce? E quello che ho deciso, si fa stasera stessa! Se ti lamenti ancora, ti faccio castrà da un cane, non dal pastore!"
Ero distrutto, umiliato, ridotto a un soffio di dolore nel buio. Mentre mi trascinava di nuovo per i capelli verso la luce dei fuochi dello stazzo che ormai si vedevano tra gli alberi, sentii che l'ultima scintilla di resistenza si era spenta.

Il fumo acre del fuoco di legna verde mi riempì i polmoni prima ancora di vedere lo spiazzo. Appena uscimmo dal bosco, le grida sguaiate e il tintinnio dei bicchieri mi travolsero. Antonio e Rocco erano già lì, seduti su una panca con un fiasco di vino tra le gambe, a ridere con gli uomini di Gianni—una manciata di pastori bruciati dal sole e dal rancore, con gli occhi lucidi di vino cattivo e cattiveria pura.
"Eccolo lo sposo!" urlò uno di loro, alzandosi e barcollando verso di noi. "Pe' e l'altri ci hanno raccontato tutto, ninnì! Dicono che tieni la pelle fina come lo velluto, ma mo' ti faceme diventà velluto ovunque!"
Al centro dello stazzo, illuminato dalle fiamme che danzavano furibonde, c'era un tavolo di legno grezzo, incrostato di grasso e sangue vecchio. Accanto, un vecchio pastore con le mani deformate dall'artrite stava scaldando la punta di un coltello ricurvo sulla brace, con una calma che mi fece mancare il cuore.
Gianni mi afferrò per la nuca, spingendomi con una forza bruta verso il tavolo. "Guardate qua che bella faccia," ruggì ai suoi uomini, che iniziarono a circondarci come lupi. "Voleva ragionà, il signorino! Voleva tempo pe' capì! Ma mo' lo capisce subito..."
Con un gesto secco, mi strappò gli ultimi stracci di dosso e mi sbatté sul legno gelido. Quattro paia di mani nodose e pesanti mi afferrarono i polsi e le caviglie, schiacciandomi contro le assi. Sentivo l'odore del vino del loro fiato, le loro risate che mi entravano nelle orecchie come spilli.
"Tienetelo bbone!" comandò Gianni, posizionandosi tra le mie gambe spalancate, godendosi il mio terrore. "Voglio che sente tutto, voglio che l'urlo suo arrivi fino a lo paese! Forza, mastro, fa' vedè a 'stu maschio come si diventa la regina dello stazzo!"
Il vecchio col coltello si avvicinò lentamente. La lama arrossata dal fuoco brillava nel buio. Sentii la prima pressione del ferro rovente sulla carne, un dolore così acuto che il mondo scomparve in un lampo bianco, mentre intorno a me i maschi della montagna brindavano alla mia fine.

Il mastro si avvicinò con la lentezza di chi ha scuoiato mille capretti. La lama del coltello ricurvo, passata sulla brace finché non era diventata di un bluastro sinistro, mandava un calore che mi faceva mancare il respiro. Gianni mi teneva la testa schiacciata contro il legno, obbligandomi a guardare il cerchio di facce sudate e arrossate dal vino.
"Guarda mo', ninnì," sibilò Gianni, mentre Rocco e Antonio mi allargavano le gambe con una forza che mi faceva scricchiolare le anche. "Guarda come ti levame lo peccato di dosso."
Il mastro non usò garbo. Con la mano sinistra, callosa e ferma, afferrò lo scroto tirandolo verso l'esterno per tendere la pelle. Sentii il primo contatto: un taglio netto, orizzontale, che aprì la carne con un suono umido. Il dolore fu una scarica elettrica che mi attraversò la colonna vertebrale. Nonostante l'impegno, un urlo strozzato mi sfuggì dalle labbra: "Ah... ahh...!"
"Sentilo! Pare 'na gattina che cerca lo maschio!" sghignazzò un pastore lì vicino, sbottonandosi i pantaloni con un gesto rozzo. "Guarda qua, ninnì! Ti piace 'stu ferro? Mo' che ne' tieni cchiù lo tuo, dovrai imparà a farti piacere lo nuostro!"
Attorno a me, l'atmosfera si fece densa di una lussuria violenta. Gli uomini di Gianni, eccitati dal sangue e dalle mie grida, iniziarono a mostrare la loro virilità dura e impaziente, agitandola verso il mio viso. "Uarda che roba, ninnì! Chiste so' cazzi de montagna, mica quelle miserie de lo paese! Mo' ti faceme sentì noi come si gode a farsi arà lo solco!"
Il mastro intanto procedeva: con due dita infilate nella ferita, separò i tessuti fino a far guizzare fuori i testicoli, lucidi e tesi. Con un colpo secco di lama, recise i funicoli spermatici. Il sangue caldo mi colò sulle cosce, imbrattando le assi del tavolo. Emisi un altro gemito acuto, sussultando sotto le mani che mi inchiodavano.
"Ma guarda qua," urlò Antonio, ridendo forte mentre mi sputava sul petto. "Ne' tiene manco la forza de 'nu maschio! Già strilla come 'na troia di lusso! Fa' presto, mastro, ca teneme la voglia che ci abbrucia!"
Gianni mi accarezzò la fronte sudata, quasi con dolcezza malata, mentre il mastro accostava il ferro rovente ai vasi recisi per cauterizzare. L'odore di carne bruciata mi riempì le narici. "Ecco fatto," concluse il vecchio, ripulendo la lama sulla mia coscia. "Mo' è pulito. Mo' è roba vostra."
Mi lasciarono andare la presa, ma io restai immobile, svuotato, con il sesso che mi pulsava di un dolore atroce e nuovo. Gianni si sbottonò a sua volta, sovrastandomi con la sua mole. "Benvenuta allo stazzo, ninnì. Mo' comincia la festa vera."

Il mastro si fece da parte pulendosi le mani insanguinate sul grembiule, e il silenzio della montagna fu squarciato da un boato di risate feroci. Non c’era tempo per guarire, non c’era pietà per la carne martoriata. Gianni mi afferrò per i capelli, costringendomi a restare inginocchiato sul tavolo, con le gambe che tremavano come foglie al vento e il sangue che ancora gocciolava sulle assi.
"Avanti, uajoni!" urlò Gianni, accendendosi la pipa con un ghigno di trionfo. "Il banchetto è servito! Fate vedè a 'sta reginella come si saluta il nuovo padrone!"
Antonio fu il primo. Si avvicinò con un passo pesante, sbottonato e ansante. Mi afferrò la nuca con una mano callosa e mi spinse il suo sesso duro contro la bocca sporca di lacrime. "Ti lascio lo ricordo mio, ninnì," sghignazzò in abruzzese stretto, "così t'impari che la bocca tua serve solo a 'na cosa mo' che sotto sei liscio comm'a 'na palla de lardo!" Mi usò con una foga rabbiosa, incurante del mio dolore, mentre gli altri lo incitavano.
Subito dopo fu il turno di Rocco. Non aspettò nemmeno che Antonio finisse. Si posizionò dietro di me, forzando la mia schiena piagata. "Uarda qua che bella seduta che tiene mo'!" urlò agli altri. "Senza quillo peso mmieze alle cosce, s'apre che è un piacere!" Mi colpì con colpi secchi e brutali, facendomi sbattere i denti contro il legno, mentre io emettevo quegli urletti acuti che facevano impazzire di gioia la platea.
I tre uomini di Gianni, don Nicola, Peppino e lu Smilzo, si accalcarono intorno a me come lupi su una carcassa.
Don Nicola, un gigante con la barba incrostata di cibo, mi afferrò le braccia tirandole all'indietro fino a farmi scrocchiare le spalle. "Sentila come stride!" rideva, "Pare proprio 'na porcella al macello!"
Peppino mi sputava addosso vino cattivo mentre mi usava, umiliandomi con parole oscene: "Si' 'na femmina nata, ninnì! Ti s'è visto subito ca lo volevi lo curtiello!"
Lu Smilzo, il più giovane e viscido, si divertiva a colpirmi le natiche arrossate ogni volta che prendevo un colpo, incitandomi a ringraziarli.
Gianni, dalla sua sedia, osservava la scena con gli occhi lucidi di una lussuria scura. "Visto, ninnì? Mo' sei proprietà comune. Mo' sei la pace dello stazzo!"
Dopo un tempo che mi parve infinito, Antonio e Rocco si ricomposero, prendendo i loro fucili. "Pe', noi ce ne jamme," disse Antonio a Gianni, dandomi un'ultima pacca sprezzante sulla guancia. "Ti lasciame 'na merce bbona. Falla faticà solo con la bocca e con lo culo, ca per il resto ne' serve a niente."
I miei vecchi padroni sparirono nel buio della foresta, lasciandomi solo, nudo e mutilato, tra le mani di Gianni e dei suoi lupi affamati.

Nel buio della capanna, mentre la sua mano ruvida scivolava tra le mie cosce per godersi il "liscio" della ferita fresca, Gianni si bloccò. Sentii le sue dita tastare con un fastidio crescente, finché non trovò quel piccolo rimasuglio di carne, quel pene così minuto e umiliato che nella confusione del tavolo era passato quasi inosservato.
"Ma che è 'sta schifezza?" ruggì, scostando bruscamente le pelli. "Ancora tieni 'stu piricocco? Ma allora lo mastro ne' ha capito niente! Io ti voglio femmina pulita, mica a metà!"
Mi afferrò per i capelli, trascinandomi di nuovo fuori nel freddo della notte. "Mastro! Mastro, scendi ca lo lavoro è fatto a schifio!" urlò svegliando l'intero stazzo. Il vecchio pastore uscì dalla capanna accanto stropicciandosi gli occhi, ancora con il coltello alla cintura.
"Toglici pure 'stu rimasuglio," ordinò Gianni, sbattendomi stavolta direttamente a terra, sulla terra battuta, davanti agli occhi degli uomini che si affacciavano curiosi. "Falla finita una volta per tutte. Voglio lo buco, voglio la fessura comm'a 'na pecora pronta!"
Il mastro non disse una parola. Si chinò su di me, mentre Gianni mi teneva le gambe spalancate con la forza dei suoi stivali. Stavolta non ci fu cerimonia: un taglio rapido, circolare, profondo. Sentii la lama recidere alla base quel poco che restava di me. Poi, con una manovra brutale e sapiente, il vecchio incise la carne verso l'ano, creando un'apertura artificiale, una ferita aperta che doveva simulare il sesso di una donna.
Il dolore fu un urlo che mi morì in gola, un soffocamento bianco che mi fece svenire per qualche istante. Sentii solo il bruciore del ferro rovente che chiudeva i vasi sanguigni e il sangue che mi inzuppava i fianchi.
"Ecco mo'," grugnì il mastro rialzandosi. "Mo' ne' tiene proprio cchiù niente de maschio. È 'na fessura sola."
Gianni mi guardò con una soddisfazione quasi mistica. Mi sollevò tra le braccia, incurante del mio corpo ormai ridotto a un ammasso di dolore e sangue, e mi riportò nel letto. Mi sistemò accanto a sé, coprendomi con la lana pesante.
"Mo' sì," mormorò, abbracciandomi mentre il calore del suo corpo cercava di scacciare il freddo della mutilazione. "Mo' sei la sposa mia completa. Dormi, ninnì... domani ti svegli femmina per sempre."
Mi addormentai nello stordimento del trauma, sentendo il battito del suo cuore contro la mia schiena piagata, sapendo che al mio risveglio non avrei trovato nient'altro che il vuoto tra le gambe e il comando di un padrone.

UN ANNO DOPO

È passato un anno, e dello stordimento di quella notte di sangue è rimasto solo un ricordo sbiadito, sepolto sotto strati di abitudine e rassegnazione. Ormai, lo stazzo è il mio unico mondo e il dialetto dei miei padroni l’unica musica che conosco.
Il sole della Maiella picchia forte, ma io non fatico più con le pecore o con la legna. Il mio corpo è cambiato, proprio come aveva predetto Gianni. Senza più il vigore del maschio, la mia pelle si è fatta liscia e bianca, e sul petto sono spuntate due tette morbide, piccole ma sode, che ballano sotto la camicia di lino aperta che mi obbligano a portare.
"Ninnì! Moviti con quel vino, ca teneme la gola secca!" ruggisce lu Smilzo dall'ombra della tettoia, dove sta riposando insieme a don Nicola e Peppino.
Mi avvicino con il passo dondolante che ho imparato ad avere, sentendo il vuoto tra le gambe che ormai non mi fa più male, ma che pulsa di una strana aspettativa ogni volta che vedo i loro sguardi. Arrivo vicino a loro e mi inginocchio nel polverone, porgendo il fiasco con gli occhi bassi, come una brava cagna addestrata.
"Guarda qua che roba," sghignazza don Nicola, allungando una mano enorme e callosa per strizzarmi un seno con forza. "Ogni giorno che passa, addiventa sempre cchiù femmina. Gianni ha fatto proprio un bel lavoro con lo curtiello, eh?"
"Altroché," risponde Peppino, tirandomi a sé per i capelli e costringendomi a guardarlo mentre si sbottona con calma. "Vien’ecche, ninnì. Fa’ lo dovere tuo prima ca ricala lu padrone. Facci sentì quanto si' diventata brava a servì li maschi della montagna."
Mi lascio usare a turno, in quel silenzio rotto solo dai loro ansimi e dalle loro risate volgari in abruzzese. Non provo vergogna, solo una cupa soddisfazione nel vedere come le mie nuove forme li facciano impazzire. Sono la loro regina mutilata, l'oggetto che mette pace tra i lupi.
Quando Gianni arriva dal pascolo superiore, mi trova ancora lì, sporco e ansante ai piedi dei suoi uomini. Mi guarda con un orgoglio feroce, si avvicina e mi dà un colpetto sulla guancia col calcio della pipa.
"Brava la ninnì mia," mormora con quella voce che ancora mi fa tremare. "T’è piaciuto farti onorà dai uajoni? Arcordati ca stasera tocca a me, e ti vujje trovo pronta e profumata de sapone, ca t'aggi’a usà comm'a 'na sposa vera."
Sorrido appena, un sorriso spento e servile, sapendo che la mia vita è questa e che non vorrei essere in nessun altro posto al mondo.

È passato un anno, e la montagna mi ha mangiato l’anima insieme ai connotati. Il sole picchia sullo stazzo, ma io non porto più pesi; il mio unico lavoro è la carne mia, modellata dal coltello del mastro e dalla fame di Gianni. Sotto la camicetta di canapa sbottonata, le mie tette nuove, gonfie e morbide, ballano a ogni passo, attirando gli sguardi come mosche sul miele.


"Vien’ecche, ninnì! Cammina, ca teneme la gola secca e la voglia che n’aspetta!" ruggisce lu Smilzo, seduto sulla panca all’ombra con don Nicola e Peppino.
Mi avvicino col passo dondolante, le cosce lisce che sfregano dove una volta c’era il sesso di un uomo. Appena arrivo a portata, don Nicola mi afferra per la vita con una mano che pare una tenaglia e mi tira sulle sue ginocchia durissime.
"Uarda qua che roba fine..." bofonchia in dialetto, infilando la mano ruvida sotto la stoffa per strizzarmi un seno con una violenza che mi strappa un gemito acuto. "Pare proprio 'na ricottina fresca. Gianni t'ha rifatto bbone, eh? Te la senti la mano de lo maschio?"
Peppino, dall’altro lato, non sta a guardare. Mi afferra per i capelli e mi tira la testa all'indietro, esponendo la gola, mentre con l'altra mano scende a tastare selvaggiamente la fessura che il mastro mi ha scavato tra le gambe. "È umida, uajù! 'Sta troia sta già a aspettà lo carico!" sghignazza, infilando le dita sporche di terra e tabacco nella ferita mai del tutto guarita del mio orgoglio.
Mi toccano ovunque, con una volgarità animale, passandosi la voce e le mani come fossi un boccale di vino. Mi aprono le gambe davanti a tutti, commentando la cicatrice liscia e lo scolo del mio nuovo sesso artificiale. "Ti piace, ninnì? Ti piace sentirti spogliata e rivoltata da tre maschi contemporaneamente?" mi chiede lu Smilzo, dandomi un morso feroce sulla spalla mentre si sbottona.
Io emetto quegli urletti sottili che li mandano ai pazzi, strofinando il mio petto morbido contro le loro barbe incolte. In quel momento arriva Gianni dal pascolo. Si ferma a guardarmi mentre i suoi uomini mi usano e mi umiliano nel polverone dello stazzo. Si pulisce la pipa sulla manica e fa un cenno di approvazione.
"Falla faticà, uajù! Ca questa è nata pe' servì lo piacere nuostro," grida Gianni con un orgoglio feroce. "Ninnì, aricordati ca stasera tocca a me... e ti vujje cchiù aperta de 'na zappa, ca t'aggi'a fa' sentì chi è lo padrone ca t'ha creato!"
Abasso la testa, sentendo il calore del loro sputo e delle loro mani addosso, accettando con un brivido di piacere malato il mio destino di femmina rifatta della montagna.


scritto il
2026-03-03
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