Naja diario vintage iii puntata (una giornata come tutte)

di
genere
gay

Mercoledì.
L'aria in caserma è diventata una morsa. Non è più il chiuso delle mura, è l'odore dei corpi: quel sentore di sudore acido, di pelle scaldata dalla rissa e di un’eccitazione brutale che satura il corridoio. Sento la mia pelle reagire, un brivido che è per metà terrore e per metà un richiamo viscerale, torbido, che non riesco a soffocare.
Ciro mi aspettava davanti all’ufficio. Si è appoggiato allo stipite, bloccandomi il passaggio, e ha iniziato a guardarmi con quegli occhi che sembrano leggerti dentro. Poi, con una lentezza studiata, ha chiuso il pugno e ha iniziato a mimare l'atto della masturbazione, muovendo la mano avanti e indietro con un ritmo osceno, metodico. Il mio respiro si è spezzato. Quel gesto, così esplicito e volgare, ha richiamato alla memoria la pressione di un corpo immenso, il peso di chi non chiede il permesso.
Si è chinato verso di me, l'odore di fumo stantio e di maschio dominante che mi invadeva le narici.
«Guagliò, stasera vedi di prepararti bbuono», ha sibilato. «Stasera è mercoledì. E 'o mercoledì notte viene 'O Animale».
A quel nome, il basso ventre mi è andato a fuoco. Ho ancora addosso il ricordo della sua potenza, la sensazione di essere stato sopraffatto, schiacciato da quella forza che la prima volta mi ha lasciato senza fiato e con la carne dolente.
«No, Ciro... vi prego...» ho sussurrato, ma la mia voce era un lamento che tradiva la mia stessa resistenza. «Mi fa ancora male tutto... lasciatemi stare».
Lui ha riso, un suono rauco che mi ha fatto vibrare le ossa. Mi ha artigliato il colletto della divisa, incollandomi al suo petto. «E secondo te a quello importa se ti fa male? Quello gode se urli, signurì. Sa già come farti piegare... e sa che, nonostante i pianti, la scorsa volta non volevi che smettesse».
Scrivo mentre il sole scompare. Il dolore della scorsa volta pulsa ancora, ma il pensiero di quel gigante che varca la soglia mi fa tremare le mani di un'attesa inconfessabile.


Ciro mi ha inchiodato allo stipite, il suo corpo che preme contro il mio, emanando quel calore animale che mi mozza il fiato. Mi ha scosso con una violenza che cercava il mio terrore, ma ha trovato qualcosa di più profondo, una vergogna che brucia e che, inspiegabilmente, si nutre della sua brutalità.
«Stasera non hai scelta, guagliò», ha sibilato, il fiato pesante di tabacco che mi invadeva le narici. «O ti metti a pecora come hai fatto con noi, o quello ti spezza le costole prima di prendersi quello che vuole. Tanto quello ti spacca comunque, hai capito? Inutile che fai la verginella».
Mi ha stretto il mento, costringendomi a guardare il vuoto dei suoi occhi. «A questo punto, ti conviene farlo bbuono. Ti conviene fargli sentire quanto sei troia, perché se lo fai godere, se ti offri come si deve, è meglio pe' mme, è meglio pe' tte e pure pe' 'O Animale. Facci fare bella figura, 'o sentite? Stasera lui deve scopare, e tu sei l'unica femmina brava che teniamo in questa caserma di merda».
Quella parola, femmina, è risuonata dentro di me come un marchio a fuoco. Una parte di me urla per l'umiliazione, ma quella radice malata e oscura che ho scoperto di avere ha vibrato di un’eccitazione intollerabile. L'idea di essere la sua femmina, la preda designata per quel gigante che non conosce pietà, mi ha fatto mancare le gambe. Quanto posso scendere ancora più in basso? Quanto posso godere di questo annientamento?
Ho ancora addosso il ricordo della scorsa volta, il dolore che si trasformava in una sottomissione totale, e ora quella sofferenza mi sembra l'unico modo per sentirmi davvero posseduto.
Sono qui, nel buio dell'ufficio, e conto i secondi. Il terrore di essere distrutto si intreccia a un desiderio morboso di sentire quel passo pesante, di essere preso e ridotto a nulla da chi non deve nemmeno chiedere il permesso.



Il ricordo di quella libera uscita mi divora. L’aria era ferma, satura del puzzo di terra arsa e del metallo rovente della sua auto. 'O Animale non aveva pronunciato una parola, ma la sua presenza occupava ogni centimetro di spazio.
Quando si è spogliato tra l'erba alta, il terrore si è fuso a una fascinazione malata. Era una macchina di muscoli compatti, una magrezza feroce dove ogni vena appariva come un rilievo sulla pietra. Ma quando ha fatto scivolare i pantaloni, il mondo è sparito. Il suo cazzo era un'arma: sproporzionato, un’erezione scura e venata che pulsava di una forza primordiale.
«Guarda qua, signurì,» ha sibilato, afferrandolo con la mano nodosa e facendolo sussultare davanti ai miei occhi. «L’hai mai vista una cosa così? Questa è carne vera, non quella roba moscia che tenete in città. Ammiralo bbuono, perché stasera ti deve scassare.»
Mi fissava, aspettando che i miei occhi leggessero ogni venatura turgida. «Inginocchiati. Subito. Vediamo se sai servire 'o padrone come si deve.»
Mi sono arreso, le ginocchia nel fango secco. Sentire la consistenza di quella carne calda e nervosa contro le labbra è stato un urto. La pelle era ruvida, segnata da vene che sentivo nettamente sulla lingua, mentre il prepuzio scopriva una cappella larga e lucida.
«Usa quella lingua, non fare il timido. Voglio sentirti strozzare,» ordinava, premendo con la mano sulla mia nuca per spingermi più a fondo. Il sapore era selvaggio, un misto di sperma e urina che mi colava in gola. «Ecco, così... mangiatelo tutto.»
Poi mi ha girato con uno strattone violento, schiacciandomi sul cofano bollente. Le sue dita mi hanno allargato con una brutalità che mi ha fatto gridare, ma lui ha subito coperto il mio grido col suo peso.
«Adesso sta’ fermo e incassa, che stasera non ho pietà,» ha ringhiato prima di invadermi.
Non era una spinta, era un’esecuzione. Sentivo la tensione dei suoi addominali contro la mia schiena, ogni colpo era il rumore secco della carne che sbatteva contro la mia. Quel membro nervoso sembrava cercarmi le viscere, le vene turgide mi grattavano dentro in un piacere atroce che mi faceva scuotere la testa sul metallo rovente.
Ero una nullità, un pezzo di carne marchiato dalla sua mole magra e potente, finché non mi ha inondato con una violenza che mi ha lasciato tremante, sporco e, per la mia stessa vergogna, completamente suo.



Il buio della camerata è un sudario pesante. Sono disteso sulla mia branda, le lenzuola ruvide che grattano la pelle nuda sotto la divisa slacciata. Ogni muscolo è una corda tesa, vibrante. Non sono più in ufficio; qui, nel silenzio interrotto solo dal respiro pesante degli altri, l'attesa si fa viscerale.
Il senso di colpa prova a risalire, un rigurgito di dignità che mi sussurra quanto sia degradante ridursi così, ad aspettare il proprio carnefice come un cane aspetta il padrone. Cosa sono diventato? mi chiedo, mentre una lacrima fredda scivola verso l'orecchio. Ma è un pensiero debole, subito soffocato da quella fame scura che mi divora da dentro.
Tanto succederà. Tanto lui aprirà quella porta e si prenderà quello che è già suo. E allora, in questo abisso di sottomissione, la mia mente ha scelto: voglio che mi piaccia. Voglio sentire ogni venatura di quel cazzo enorme e nervoso che mi scava dentro, voglio che la sua magrezza feroce mi schiacci contro il materasso finché non rimarrà più nulla di me, se non l'odore del suo sperma e della mia resa.
Sento il basso ventre pulsare, un calore umido che tradisce ogni mio rimasuglio di morale. Voglio essere la sua femmina di stasera, l'unica capace di reggere l'urto della sua violenza senza spezzarsi, o forse spezzandosi proprio come piace a lui.
Poi, il suono.
Un passo pesante, deliberato, che fa tremare il pavimento del corridoio. Non è una camminata, è una marcia di possesso. Si ferma esattamente davanti alla mia porta. Sento lo scatto metallico della maniglia che si abbassa con una lentezza sadica. Il cuore mi esplode nel petto, in bilico tra il desiderio di sparire e l'urgenza di essere annientato.


Il buio della camerata viene squarciato dalla luce violenta del corridoio. Le ombre di Ciro e Pasquale si allungano sulla mia branda come artigli.
«Ma guardatelo! Pasquà, vieni a vedé 'o signurino!» urla Ciro, la voce che trasuda un disprezzo che mi eccita e mi annienta allo stesso tempo. Mi sento nudo sotto i loro sguardi, nonostante la divisa ancora addosso. «Dice ca tiene paura, chiagnucola comm’a 'na criatura, ma guarda 'a faccia... tene 'na fame dinto all'uocchie ca pare 'na cagna rimasta a digiuno pe' sette giorni!»
Pasquale compare alle sue spalle, l'odore di grasso motore che emana si mescola al puzzo di fumo di Ciro. Mi squadra, soffermandosi sul mio petto che sale e scende frenetico. «È overo, Ciro. Chisto nun tene paura d’'o dolore... chisto aspetta sulo 'o momento ca 'O Animale 'o spacca 'o mazzo n'ata vota. Guarda comm'è bagnato d'o sudore sulo a penzarci, 'o vizioso!»
Ciro fa un passo avanti, il suo fiato caldo mi investe mentre mi dà un buffetto umiliante sulla guancia, un gesto che mi riduce a un animale da monta. «Si' proprio 'na troia, guagliò. Inutile ca faje 'o santarello. Stanotte 'O Animale te fa faticà overo... e tu non vedi l'ora, vero?» Mi afferra il mento, le dita che affondano nella carne, costringendomi a guardare la mia stessa rovina riflessa nei suoi occhi. «Dillo, 'merd! Dillo ca t'è piaciuto quando quello t'ha portato in campagna e t'ha rivoltato comm’a 'na calzetta! Dillo ca rivuò quel ferro venoso dinto 'a gola!»
Le lacrime scottano, ma è il calore che ho tra le gambe a tradirmi definitivamente. La vergogna è un veleno dolcissimo. «Sì...» sussurro, e in quel "sì" c'è tutta la mia resa, il desiderio malato di essere di nuovo posseduto da quel mostro magro e potente.
«'O sentite? 'O sentite?» sghignazza Pasquale, dandomi una pacca brutale sulla schiena che mi fa sussultare. «Stasera 'o spettacolo è assicurato. Preparati, signurì, ca stanotte 'O Animale nun te lassa manco ll'anema. E noi staremo lì a vedé quanto si' brava a pijallo senza fiatare.»
Mentre ridono e si sistemano ai lati della porta come spettatori paganti, il rumore di un passo pesante e cadenzato inizia a risuonare nel corridoio. Il metallo degli scarponi di 'O Animale batte sul pavimento, un rintocco funebre per la mia dignità.


Il rimbombo degli scarponi di 'O Animale si ferma sulla soglia. La sua sagoma, magra e nervosa, taglia la luce del corridoio come una scure. Sento il cuore martellare contro le costole: un battito è puro terrore, l'istinto di fuggire dalla finestra e sparire nel buio; il battito successivo è un'eccitazione densa, un calore che mi preme nel basso ventre chiedendo solo di essere posseduto dalla sua furia.
Ciro e Pasquale restano lì, appostati come avvoltoi, i loro sorrisi sporchi che mi scavano la pelle. La vergogna mi mozza il fiato; vorrei coprirmi, sparire sotto le coperte ruvide per non far vedere loro quanto la mia carne stia già tradendo la mia stessa paura.
Ma 'O Animale non si muove subito. Resta a fissarmi, sfilandosi la cintura con una lentezza metodica. Il rumore del cuoio che scivola tra i passanti è l'unico suono nella stanza. Poi, senza staccare gli occhi dai miei, ringhia verso la porta.
«Fuore. Tutti e due.»
La sua voce è un graffio nel silenzio, bassa e assoluta. Ciro prova a ridacchiare, cercando di restare per godersi lo spettacolo, ma 'O Animale fa un mezzo passo avanti, le vene delle braccia che si gonfiano come radici pronte a spezzare le ossa. «Ho detto fuore. Stasera 'o signurino è cosa mia. Nun voglio testimoni mentre 'o rompo.»
I due si scambiano un'occhiata, il sorriso che si spegne davanti a quella furia gelida. Battono in ritirata, chiudendo la porta con un colpo secco che rimbomba come una sentenza.
Siamo rimasti soli. Il silenzio ora è saturo del suo odore: terra, tabacco e quella ferocia maschia che mi ha segnato sul cofano dell'auto. Mi sento mancare. Vorrei implorarlo di fermarsi, ma la mia bocca resta socchiusa, pronta solo a ricevere il suo comando.
Lui si avvicina alla branda, la cintura stretta in mano. «Allora, signurì...» sibila, sovrastandomi con la sua magrezza potente. «Hai sentito che hanno detto i compagni tuoi? Dicono che ti è piaciuto 'o ferro mio in gola. Dicono che sei 'na troia devota.»
Mi afferra i capelli, tirandomi la testa indietro finché non sento il collo tendersi, esponendo la gola. «Guarda qua,» ordina, indicando il rigonfiamento violento che preme contro i suoi pantaloni. «Guarda cosa ti aspetta. Vuoi fare la brava o devo farti piangere prima di prenderti?»


Mi afferra per la nuca e mi spinge la faccia contro quella carne scura e turgida che pulsa fuori dai pantaloni. Il suo cazzo è un blocco di muscoli e vene che sanno di urina e di maschio selvaggio. Cerco di prenderlo, di assecondarlo, ma la sua lunghezza è una violenza che mi percuote la gola.
Sento il rigurgito salirmi al petto. Mi stacco tossendo, con le lacrime che mi annebbiano la vista. «No... vi prego... non ce la faccio...»
Lo sguardo di 'O Animale si accende di una furia gelida. Mi molla uno schiaffo secco che mi fa rintronare la testa contro il ferro della branda. «Chiudi quella bocca e fatte 'o servizio, ’merd!» ringhia, afferrandomi di nuovo i capelli con una forza che sembra volermi strappare lo scalpo. «Lo vedi questo? Deve sparire tutto dinto 'a gola tua. Non me ne fotte se vomiti, stanotte impari chi è 'o padrone.»
Ci riprovo, tremante, ma il mio corpo si ribella ancora. L'urto contro la base della mia gola è troppo forte, la sensazione delle sue vene che mi grattano il palato mi mozza il respiro. Mi scosto di nuovo, soffocando un conito, sporcandogli la coscia di saliva.
«Ah, allora vuoi fare la difficile?» La sua voce è un sussurro d'inferno. Mi ribalta sulla branda con una brutalità che mi svuota i polmoni e mi schiaccia la faccia contro il cuscino che puzza di muffa. Sento le sue dita nodose che mi artigliano le natiche, allargandomi senza alcuna cura.
«Guarda come tremi, signurì. Guarda come sei ridotto,» sibila mentre sento la punta di quel ferro rovente premere contro di me. «Adesso senti come entra tutto. E se osi muoverti, ti spacco le costole.»
La spinta è un’esecuzione. Non c’è preparazione, solo un’invasione totale che mi lacera e mi riempie fino alle viscere. Urlo nel cuscino, sentendo la sua magrezza feroce che mi schiaccia e il rumore ritmico, osceno, della sua carne che sbatte contro la mia. Ogni affondo è un rintocco di puro dolore che, lentamente, inizia a mutare.
Sento le sue vene turgide che mi raschiano dentro, cercando un fondo che non esiste, e in quel tormento sento divampare un'eccitazione che mi toglie il senno. È la sottomissione totale. È l'annientamento che cercavo. Mentre mi possiede con quella rabbia animale, sento un calore viscerale invadermi, un bisogno disperato di lui che rasenta la follia.
In quel momento, mentre mi usa come carne da macello, sento quasi di amarlo. Amo la sua ferocia, amo il modo in cui mi riduce a nulla.
«Ecco... così ti piace, vero?» sussurra al mio orecchio, la voce rotta da un ringhio di piacere mentre mi inonda con una violenza che mi lascia senza fiato. «Sei 'a troia mia, signurì. Non dimenticarlo mai.»
Resto immobile, tremante e sporco, mentre lui si riveste nel silenzio della camerata. Sento il suo odore addosso e, nonostante il dolore, vorrei solo che non se ne andasse mai.


Il silenzio della camerata è un sudario pesante. Sono disteso nudo sulla branda, la pelle che scotta contro le lenzuola ruvide, mentre l'eco dei suoi passi si perde nel corridoio. Mi sento esposto, svuotato, eppure ogni fibra della mia carne vibra ancora del suo passaggio.
Chiudo gli occhi e il flashback mi travolge. Rivedo l'istante in cui è entrato: non ha perso tempo. Mi ha sbattuto contro il muro con un solo strattone, le dita nodose che artigliavano la stoffa della mia divisa. «Spogliati, signurì. Fammi vedé che tiene sotto 'sta robba pulita», aveva sibilato, mentre i suoi occhi mi scavavano con una fame che mi toglieva il respiro. Avevo ubbidito con le dita che tremavano, lasciando cadere ogni indumento, finché non ero rimasto nudo, offerto alla sua magrezza feroce. Mi aveva squadrato come si squadrano le bestie al mercato, indugiando col respiro sul mio petto che si alzava e abbassava frenetico.
Ora, in questo buio, sento i miei capezzoli gonfi e turgidi, irritati dai suoi morsi e dalla pressione dei suoi muscoli nervosi che mi hanno posseduto senza sosta. Pulsano di un dolore elettrico, un segnale continuo che mi ricorda ogni suo affondo, ogni parola rude.
Mi sollevo a fatica. Le gambe tremano ancora. Sento una sensazione calda e viscosa: lo sperma di 'O Animale cola tra le natiche e le cosce, una scia densa che mi marca come una proprietà. È il fluido del mio padrone, il sigillo di una sottomissione che ormai mi scorre nel sangue.
Porto la mano a raccogliere quella sostanza pesante sulle dita. La guardo, lucida nella penombra, e un brivido di eccitazione malata mi scuote di nuovo. Avvicino la mano alla bocca e assaggio quel sapore complesso: una dolcezza torbida che si mescola a una nota intensa di pesce e all'odore acre di maschio selvaggio. Mi impasta la lingua in un rito sacro e degradante. È il sapore di 'O Animale, l'unica cosa che mi fa sentire davvero vivo in questa caserma di merda.
Mi tocco piano, mescolando il suo sperma alle mie lacrime di devozione. Sono nudo, distrutto, marchiato, eppure non mi sono mai sentito così pienamente suo.


Il silenzio viene squarciato dal colpo secco della porta che si spalanca. 'O Animale è tornato. Non dice una parola, il suo respiro è un mantice di rabbia e fumo che riempie subito la stanza. Mi afferra per le caviglie e mi trascina con un unico strattone verso il bordo della branda, costringendomi a stare supino, con le gambe larghe, spalancate davanti alla sua furia.
Il suo cazzo è di nuovo fuori, un ferro venoso e scuro che non conosce stanchezza. Mi invade con una violenza che mi mozza il fiato, ma stavolta il suo ritmo è nervoso, interrotto. Non riesce a venire subito e questa resistenza lo manda fuori dai gangheri.
«Mannaggia 'a mmerd...» ringhia tra i denti, infierendo sul mio corpo con colpi che sembrano voler scardinare le mie ossa. Ogni spinta è accompagnata da una bestemmia roca, un insulto alla mia carne che non lo soddisfa abbastanza in fretta. Mi colpisce i fianchi con le mani nodose, lasciando impronte che diventeranno lividi neri entro mattina. «Muoviti, signurì! Famme venì o t'ammazzo stasera stessa!»
È rude, cattivo, privo di ogni briciolo di umanità, e io mi sento sprofondare in un’estasi malata. Mi piace. Mi piace il modo in cui mi insulta, il modo in cui le sue vene turgide mi grattano dentro mentre cerca il culmine. Più lui s’incattivisce, più io sento i miei capezzoli gonfi pulsare e il cuore esplodere di una devozione perversa.
Poi, con un’ultima imprecazione urlata contro il soffitto, il suo corpo si tende come una corda pronta a spezzarsi. Esplode dentro di me con una forza che mi fa inarcare la schiena, un’ondata calda e prepotente che mi riempie fino a farmi male.
Senza una parola, si stacca. Sento il rumore metallico della fibbia mentre si tira su i pantaloni e si sistema la divisa, come se non fosse successo nulla. La porta sbatte di nuovo e stavolta il silenzio è definitivo.
Resto lì, nudo, con le gambe ancora aperte e lo sperma che ricomincia a colare tra le natiche e le cosce, caldo e viscido. Mi porto le dita alla bocca, assaggiando di nuovo quel sapore di pesce e maschio selvaggio. Finalmente, nel buio della camerata, smetto di mentire a me stesso.
È questo che voglio. È questo che mi piace: essere una nullità nelle sue mani, essere la sua femmina, l'oggetto del suo sfogo. Sono irrimediabilmente suo.


Il silenzio torna a regnare nella camerata, ma stavolta è un silenzio che mi culla. Resto nudo, abbandonato sulla branda con le membra che pesano come piombo e la pelle che ancora scotta nei punti dove le sue mani nodose mi hanno artigliato. Sento lo sperma caldo che continua a colare tra le natiche e le cosce, un rivolo viscido che scivola lento sul materasso, e non faccio nulla per pulirmi. È il suo trofeo, e io sono il suo altare.
Chiudo gli occhi e un sorriso stanco, quasi impercettibile, mi increspa le labbra. Mi sento svuotato, ridotto a un oggetto, eppure provo una pienezza che non ha nome. Mi addormento così, cullato dal dolore sordo che mi pulsa dentro, orgoglioso di essere stato utile alla sua mascolinità feroce. Sono stato il suo sfogo, il corpo su cui ha scaricato la sua rabbia e le sue bestemmie, la "femmina" che ha saputo accogliere ogni centimetro del suo ferro venoso senza spezzarsi.
L’idea di averlo fatto sfogare, di aver placato per un attimo quella bestia magra e potente, mi dà un senso di scopo distorto e magnifico. Mi rannicchio su un fianco, inalando l’odore di maschio, di pesce e di tabacco che mi è rimasto sulla pelle e tra i capezzoli gonfi.
Sono sporco, umiliato e irrimediabilmente suo. E mentre il sonno mi prende, l'unico pensiero è che domani tutti vedranno nei miei occhi che porto dentro di me il seme del padrone.


qulottone@gmail.com
scritto il
2026-03-27
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