Frociaggine vintage. Scopato dai muratori di periferia

di
genere
prime esperienze

Frociaggine vintage. La mia prima volta negli anni ‘70


Il sole di marzo picchiava sull’asfalto crepato di Tor Marancia, quel tipo di caldo che non scalda ma ti fa sentire sporco. Marco, che avrà avuto vent’anni e stava ancora in terza media, camminava davanti a me con la sfacciataggine di chi la vita l'aveva già masticata tutta. Io, con la divisa dell'istituto maschile ancora addosso e la cartella che sbatteva sulla schiena, gli andavo dietro come un cagnolino.


«Daje, a pische’», sghignazzò lui, accendendosi una MS. «Che te ne frega dei preti e delle versioni de latino? Te faccio divertì oggi». Il cantiere era un ammasso di scheletri di cemento armato e tondini arrugginiti che puntavano al cielo grigio della periferia. L'aria sapeva di polvere di tufo e piscio. Appena scavalcata la recinzione, due ombre uscirono dal buio di una casupola di lamiera. Erano due uomini robusti con le canottiere sporche di calce e le facce bruciate dal sole e dal vino.


«A Marche’! Ma chi è ’sto passerotto che te sei portato appresso?», sbraitò il più grosso, un tipo con le braccia che parevano prosciutti. Marco fece un cenno col mento, fiero. «È un amico mio de scola. Je piace er cazzo!»


I due muratori si scambiarono un'occhiata che mi fece gelare il sangue. Quello più basso, con un dente d’oro che luccicava tra i baffi neri, si fece avanti trascinando gli scarponi. Si fermò a un palmo dal mio naso; puzzava di tabacco e sudore acido. «Ahò, guardalo com’è pulito», disse piantandosi le mani sui fianchi, poi, con un movimento lento e plateale, si indicò il cavallo dei pantaloni da lavoro, gonfi per il cazzo già duro.
«Senti ’n po’ qua, biondo», ringhiò il grosso, avvicinandosi pure lui. «Nun vorrai mica dimme che in quella scola de frati v'hanno insegnato solo a prega’? Falla finita de fa’ la signorina. Allunga ’na mano, senti che roba de marmo che c’avemo noi che faticamo. Daje, tocca 'st'acciaio, frocetto!»


Marco ridacchiava alle mie spalle, appoggiato a un pilastro. «Daje, nun fa’ l’offeso. Questi so’ amici, mica te sbranano. Faje vede’ che sai fa’». Il muratore col dente d'oro fece un passo ancora più vicino, invadendo tutto il mio spazio. «Che aspetti? Sbrighete, che nun c’avemo mica tutta la giornata da perde appresso a te. Tocca qua, senti che calore, senti la sostanza de un vero romano!»
Ero incastrato tra il loro fiato pesante e il muro grezzo. Le loro risate sguaiate rimbalzavano nel vuoto del palazzo in costruzione, mentre quella richiesta, urlata con la violenza di chi non conosce buone maniere, mi toglieva il respiro.

Il muratore col dente d’oro sputò un grumo di catarro a terra, proprio vicino alle mie scarpe lucide. «Ma guardalo, s’è fatto bianco come ’na pezza lavata. A Marchello, ma ’ndove l’hai pescato ’sto purcinella? Me pare ’na femminuccia scappata dar collegio delle suore.» Marco diede un tiro lungo alla sigaretta, godendosi la scena con un ghigno bastardo. «V’ho detto che è de quelli boni, de quelli che studiano. Ancora deve provà»


« Questo me sa che je serve l’invito», sghignazzò il grosso, quello coi braccioni, dandomi una spallata che mi fece barcollare contro un sacco di cemento. «Dico a te, biondo! Ma che t’hanno fatto a quella scola? Guarda come trema, pare ’na fraschetta ar vento. Sei ’na checca, ce lo sapemo. Te piace guarda’ er cazzo ma c’hai paura de toccallo, eh?» Il piccolo si sbottonò un bottone della patta logora, ridendo forte. «Daje, allunga ’sta mano, nun fa la schizzinosa. Senti qua che robba, mica so’ i libri de latino tua. Questa è carne vera, questa è rabbia de periferia!»


Io restavo immobile, col cuore che mi batteva in gola; con la mano stringevo delicatamente il pacco del grosso mentre le loro voci rimbombavano nel cemento nudo. All’improvviso, il grosso s’irrigidì. Le sue risate si trasformarono in un gemito strozzato, un suono gutturale che veniva dal profondo dello stomaco. Sgranò gli occhi, fissando il vuoto sopra la mia testa, mentre le mani spingevano sulla mia con forza.


«Oddio… aò…», sussurrò con la voce rotta. Sotto la mia mano, una macchia chiara e calda cominciò a espandersi rapida sul tessuto grigio dei suoi pantaloni, proprio all’altezza del cavallo, allargandosi in un cerchio umido che fumava leggermente nell'aria fredda del cantiere.


Marco scoppiò a ridere, una risata sguaiata che fece eco tra i pilastri. «Ammazza, Oh! Guardalo! L’hai fatto sborrà solo a guardatte, pische’! Ce lo sapevo che je piacevi a sti majali!» Il muratore respirava affannato, con la macchia che ormai gli colava lungo la gamba. Mi guardò con un misto di cattiveria e stordimento. «Visto che hai fatto, mezza tacca? M’hai fatto sballà senza manco sfiorame. Sei proprio ’na troia de ragazzino.» Incurante della macchia che gli inzuppava i pantaloni, si appoggiò a una betoniera spenta tirando un sospiro di soddisfazione lurida.


L'altro, intanto, si stava già sbottonando con gesti lenti, godendosi la mia faccia terrorizzata. Marco buttò la cicca a terra e la schiacciò con la punta dello stivale, poi mi mise un braccio intorno al collo, stringendo forte, come se volesse presentarmi a una fiera. «Ma lo sapete che ’sto pischello è er più fedele de tutti?» disse Marco, rivolgendosi ai due con un sorrisetto complice. «A scola, mentre er prete ce spiega la vita de’ santi o ’e guerre puniche, io sto lì, nell’urtimo banco. Me sbottono er pantalone sotto ar legno e comincio a dacce dentro, piano piano, senza fa’ rumore.»
I due muratori scoppiarono in una risata roca, mentre il fumo delle loro sigarette mi finiva dritto negli occhi.


«E lui? Che fa er frocetto?» chiese quello col dente d'oro, grattandosi la pancia nuda sotto la canottiera. «Lui?» Marco mi diede uno scossone, costringendomi a guardarlo. «Lui nun se perde un movimento. Sta lì fermo, co’ la penna in mano che trema, e me guarda de sbieco. Se incanta proprio. Gli piace vede’ la mano mia che lavora sotto ar banco. È ’na checca silenziosa, de quelle che godono cor fiato sospeso per paura che er professore s'accorga de quanto è maiale.»


Il muratore grosso si tirò giù la zip con uno scatto metallico che risuonò nel vuoto del cantiere. «Allora vor dì che oggi è er giorno fortunato tua, biondo. Se te piace guarda’ Marco che fa er solitario, pensa che spettacolo vedè noi che lo famo sul serio. Daje, mettite comodo e lavora de mano! E apri bene quegli occhietti da cerbiatto, che mo’ te facemo vede’ come godono i maschi veri.»


Marco mi spinse in avanti, verso di loro, con una manata secca sulla schiena. «Vedi d'imparà quarcosa, che i libri nun te servono a gnente qui fuori.»
Il muratore col dente d’oro mi spinse con forza verso Marco, che se ne stava appoggiato a un pilastro col petto in fuori, aspettando la sua parte di divertimento. «Daje, pische’», sghignazzò il grosso, «faje vede’ se hai imparato la lezione sotto ar banco o se sei solo capace a guardà».
Marco mi guardò dall’alto in basso, con quel sorriso sprezzante di chi sa di avere il potere assoluto. Si sbottonò i pantaloni con calma, lasciandoli cadere quel tanto che bastava. «Sbrighete», ordinò a bassa voce, «che mo' c'è er pubblico».


Allungai la mano, le dita che mi tremavano in modo incontrollabile. Quando lo toccai, sentii il calore della sua pelle contro il freddo del cemento che ci circondava. L’avevo desiderato tante volte ma ora… Cominciai a muovere la mano, seguendo il ritmo che gli avevo visto tenere tante volte in classe. Marco chiuse gli occhi e buttò la testa all'indietro, mentre i due muratori intorno a noi facevano il tifo con commenti pesanti e risate sguaiate. «Guarda come ci sa fare la puttanella», urlò quello più basso, dandosi una pacca sulla coscia.


In pochi minuti, Marco ebbe un sussulto violento, un gemito gli morì in gola e si svuotò completamente, sborrando nella polvere del cantiere ai nostri piedi. Rimase un attimo senza fiato, poi mi diede uno scappellotto quasi affettuoso, ma brutale. «Bravo er biondo. T’ho addestrato bene». Ma non ebbi il tempo di respirare. Il muratore col dente d'oro mi afferrò per la nuca, costringendomi a girarmi verso di lui. Aveva già i pantaloni aperti e un'espressione carica di urgenza volgare.


«Aò, e mo’ tocca a me», ringhiò, l’alito pesante di vino e tabacco a un centimetro dal mio viso. «Vedi de mettece lo stesso impegno, che io nun so’ un ragazzino de scola. Famme gode' come se deve, se no da qui nun te ne vai». Mentre Marco si ricomponeva ridendo, mi ritrovai di nuovo a dover assecondare quel rituale sporco, sotto lo sguardo divertito degli uomini e il sole che calava dietro i palazzi in costruzione.

«Ammazza che servizietto, biondo», fece quello col dente d’oro, tirando su la lampo con un rumore metallico che parve un verdetto. «Manco le professioniste sulla Salaria ce mettono ’sto garbo. Hai visto, Marchello? Sto pischello è ’na miniera d’oro.» Marco buttò la testa all’indietro, ridendo di gusto. «Ve l’avevo detto o no? Me guarda sempre in classe, s’è allenato co’ la fantasia. Mo’ s’è sporcato le mani... e pure la bocca.»


Il grosso si grattò la pancia sotto la canottiera, sputando a terra. «È giusto così, aò. Noi stamo qui a spaccace la schiena sotto ar sole per tirà su i palazzi dove questi ce vanno a vive e ce fanno i signorini. Almeno ’na soddisfazione ce la deve da’, no? È er minimo.»


«Bravo Sor Arvaro», rispose Marco, facendogli l’occhiolino. «È er diritto der lavoratore. Chi fatica magna, e chi ha studiato serve a tavola... o sotto ar tavolo.»
I due muratori scoppiarono in una risata roca, passandosi un’ultima sigaretta.
«Dico a te, passerotto», riprese quello basso, avvicinandosi e dandomi un pizzicotto sulla guancia che mi fece male. «Nun fa’ quella faccia da funerale. Dovresti esse orgoglioso: hai fatto gode’ due uomini veri, mica quelle mezze calzette che frequenti a scola. Mo’ sai che vuol dì esse utile a quarcosa de concreto.»
«Daje, nun lo spaventà troppo», sghignazzò il grosso. «Che sennò la prossima vorta nun ce torna. Perché ce torni, vero biondo? O preferisci che domani a scola sanno tutti che t’è piaciuto er sapore der cantiere?» Marco mi mise una mano pesante sulla nuca, stringendo le dita tra i miei capelli ordinati. «Ci torna, ci torna. Ormai ci ha preso gusto, s'è capito. Vero che te piace servì i compagni mia, pische’?»

«S-sì, Marco...» sussurrai, con la voce che mi usciva sottile, quasi strozzata. Tenni gli occhi bassi sulla polvere e gli schizzi del loro sperma, ma il cuore mi batteva così forte che temevo potessero sentirlo pure loro. «Vero è... non lo dico a nessuno. Giuro.» Il muratore col dente d’oro mi sollevò il mento col pollice calloso, sporco di malta secca. «E dillo bene, biondo. Te piace che semo stronzi, eh? Te piace sentì l’odore della fatica, mica quello de l’incenso.» Io deglutii a fatica, sentendo ancora il calore di quel contatto sulla pelle. «È... è diverso da scuola», mormorai, e nonostante il terrore, non riuscivo a staccare lo sguardo dalle sue braccia bruciate dal sole. «Lì sono tutti... composti. Voi siete... veri.»


Il grosso scoppiò in un'altra risata sguaiata, dandomi una pacca sulla spalla che mi fece barcollare. «Hai capito er pischello? Gli piace la carne arrostita, mica er bollito dei preti! Guarda come me fissa, Marchello. Questo c’ha più fame de noi.»
Marco mi strinse ancora più forte la nuca, avvicinando la bocca al mio orecchio. «Vedi come trema? È paura, sì, ma è pure che nun vede l'ora che lo riporto qui. Vero, bocconcino? Se t'avessimo fatto schifo saresti scappato subito, e invece stai ancora qua a guardà er Sor Arvaro come se fosse un dio.» Abbassai di nuovo lo sguardo, sentendo le guance bruciare, non solo per la vergogna.
«Portami ancora, Marco... se loro vogliono... io ci vengo.»
«Ammazza, s’è già affezionato!» urlò quello piccolo, divertito. «Daje, fuma e statte zitto. La prossima vorta famo le cose ancora più serie, visto che sei diventato così ubbidiente.»

Mentre ci incamminavamo verso la fermata della 160, con le luci dei lampioni che iniziavano a ronzare sopra le nostre teste, Marco mi teneva un braccio pesante sulle spalle. Camminava con quel dondolio da bullo, chiaramente eccitato dal potere che aveva appena esercitato.
«Allora, pische'», esordì, soffiando il fumo verso il cielo viola della periferia. «Hai visto come so' fatti i maschi de borgata? Mica come quei finocchietti che studiano con noi. Quelli so' omini de parola, ma se te sgarri, te spezzano. Hai capito, sì?»
«Sì, Marco... l’ho capito», risposi, cercando di rimettermi in ordine la camicia con le mani che ancora mi tremavano. Eppure, nonostante il freddo che iniziava a salire, sentivo addosso una strana elettricità.
«Comunque m’hanno detto che gli sei piaciuto», continuò lui, dandomi una gomitata complice. «Arvaro m'ha sussurrato che giovedì prossimo portano pure un amico loro, un muratore che viene da Primavalle. Un armadio a quattro ante, ancora più grezzo de loro. Gli ho detto che tu sarai pronto. Che dici, ce la fai a regge' quattro omini insieme?»
Io non risposi subito. Guardai le mie scarpe sporche di tufo e pensai a quel muratore col dente d'oro, a quanto era stato sbrigativo e violento, e a come quella violenza mi avesse fatto sentire vivo come mai in classe.
«Se ci sei tu, Marco... io vengo», mormorai, quasi sperando che non mi sentisse troppo chiaramente.
Lui scoppiò a ridere, una risata secca che risuonò nel silenzio della strada deserta. «Ma guarda questo! È diventato proprio 'na piccola schiava. Allora è deciso: giovedì salto l'ora di religione, te passo a prende' e torniamo lì. Però vedi de allenà bene quella boccuccia, perché quegli amici mia nun hanno pazienza. Chiaro?»
«Chiaro», risposi io, sentendo un brivido che non aveva niente a che fare col vento.
L'autobus apparve in fondo al viale, illuminando con i suoi fari gialli i palazzi in costruzione che ci lasciavamo alle spalle.

Il portone di casa sbatté con un tonfo sordo che rimbombò nel corridoio vuoto. I miei genitori non sarebbero tornati prima di sera, e il silenzio dell'appartamento rendeva i passi di Marco sul marmo pesanti come colpi di martello. Non disse una parola; non ce n'era bisogno.


Appena entrati in camera, mi spinse sul letto con una violenza distratta, come se fossi un oggetto d'ingombro da spostare. Aveva ancora addosso l'odore di fumo e di quel cantiere, un odore che ormai mi si era piantato nel cervello. «Daje, sbrighete, spojate tutto!», sibilò, mentre si sbottonava i pantaloni con gesti rapidi e brutali. «Nun c'ho tempo da perde, che c'ho er motorino ar garage e po’ arrivà quarcuno».
Fu una cosa rapida, sporca, priva di qualsiasi carezza. Mi prese con la stessa foga volgare dei suoi amici muratori, ignorando i miei sussulti, trattandomi come poco più di un buco da riempire per sfogare un’urgenza nervosa. Il suo fiato sapeva di caffè amaro e tabacco, e le sue mani callose mi premevano le spalle contro il materasso, inchiodandomi alla mia debolezza. Non c’era affetto, solo possesso fisico, un esercizio di potere che lo faceva sentire padrone di tutto.


Dopo pochi minuti, si staccò da me con un grugnito di soddisfazione strozzata. Senza degnarmi di uno sguardo, si risedette sul bordo del letto, tirò su le braghe e chiuse la zip con quello scatto metallico che ormai conoscevo a memoria. Si sistemò la cinta, si passò una mano tra i capelli e si alzò. «Ci vediamo domani a scola, biondo. Vedi de nun fa’ er musone», disse con un ghigno sprezzante mentre usciva dalla stanza. Sentii la porta d’ingresso chiudersi di nuovo. Fine.


Rimasi lì, immobile tra le lenzuola stropicciate, con l’ano che ancora bruciava per la sua irruenza. Guardavo il soffitto bianco e, nonostante l’umiliazione, nonostante quel modo sbrigativo di usarmi e buttarmi via, sentivo un desiderio malato che mi stringeva lo stomaco. Quella sua volgarità mi attirava come un abisso: era l’unico momento in cui il mondo perfetto e noioso della mia famiglia spariva, sostituito dal peso reale e brutale di un uomo che non chiedeva permesso. Mi sentivo sporco, eppure non desideravo altro che tornasse indietro a rifarlo.

«Aò, biondo, ma che stai a senti' ancora sto frate?» sussurrò Marco, mentre il professore di religione parlava di peccato e di anima con una voce monocorde che conciliava il sonno di tutta la classe. Eravamo lì, all'ultimo banco, nell'angolo più buio dell'aula dell'istituto maschile. Marco si era sbracato sulla sedia, le gambe larghe e lo sguardo fisso verso la finestra che dava sul cortile di cemento. Sapevo che non stava pensando alle parabole.
«L'anima...» sghignazzò a bassa voce, dandomi una gomitata secca nelle costole. «L'unica cosa che conta è er corpo, e oggi er corpo tuo faticherà parecchio. Arvaro m'ha detto che quello de Primavalle, er compagno loro, s'è portato pure un fiasco de vino rosso. Dice che serve a scioglie la lingua a chi fa troppo il timido.»
Io sentivo il sudore freddo scendermi lungo la schiena, nonostante il gelo dell'aula. La mano di Marco, sotto il banco, cercò la mia e la strinse con una forza che mi fece quasi male. «Senti come tremi», mormorò con una cattiveria che mi faceva mancare il respiro. «Te stai già a immaginà la scena, eh? Tu in mezzo a noi quattro, tra la polvere e i mattoni. Te piace l'idea che quel gigante de Primavalle ti metta le mani addosso, dì la verità.»


Abbassai la testa sul libro di testo, le guance in fiamme. «Zitto, Marco... il frate ci guarda», implorai, ma dentro di me l'immagine di quell'uomo enorme, ancora più rozzo di Arvaro, mi faceva battere il cuore in modo forsennato. «Ma che te guarda, quello sta a rimbambì», ribatté lui, allungando una mano a strofinarmi la nuca con un gesto che era a metà tra una carezza e una minaccia. «Pensa a oggi pomeriggio. Quando usciremo da qui, non sarai più er biondino della scuola dei preti. Sarai la troia del cantiere. Vedi de facce fa' bella figura, che se te comporti bene, stasera te riporto a casa io... e magari te do pure er resto.»


La campanella suonò all'improvviso, un rintocco elettrico che mi fece sobbalzare. Marco si alzò di scatto, tirandosi su la zip del giubbetto di pelle con un sorriso trionfante. «Daje, pische'. Annamo che la gloria t'aspetta.» Uscimmo dall'aula mentre gli altri compagni scherzavano tra loro, ignari di dove mi stesse portando Marco. Sapevo che oltre quel cancello c'erano Arvaro, il grosso e l'ombra minacciosa dell'uomo di Primavalle. E io, pur morendo di paura, non vedevo l'ora di essere di nuovo tra le loro mani sporche.

Il cantiere di Tor Marancia appariva ancora più spettrale sotto la luce cruda del primo pomeriggio. Marco frenò il motorino con una sbandata controllata, alzando una nuvola di polvere che mi finì dritto negli occhi. «Eccoli là, i lupi», sghignazzò Marco, facendomi cenno verso un pilastro di cemento grezzo.


Arvaro e il grosso erano seduti su una panca improvvisata con due mattoni forati e un'asse di legno. Ma tra loro c’era un terzo uomo. Era un gigante, una montagna di muscoli strizzati in una canottiera sporca di grasso e sudore che lasciava scoperte braccia tatuate con vecchie ancore sbiadite. Aveva i capelli cortissimi e una cicatrice che gli tagliava il sopracciglio, dandogli un’aria ferocissima.
«Aò, eccolo er biondino de Marco!» tuonò Arvaro, alzando il fiasco di vino. «Pische’, t'avemo portato un regalo de Primavalle. Questo se chiama Ruggero, e te dico solo che c'ha le mani che sembrano pale meccaniche.»
Ruggero non sorrise. Mi fissò con occhi piccoli e scuri, carichi di un disprezzo che mi fece gelare il sangue. Si alzò lentamente, sovrastandomi di almeno due teste. L’odore che emanava era un mix violento di asfalto, vino e mascolinità primitiva.
«Allora è questo er finocchietto che studia dai frati?» grugnì Ruggero, la voce profonda come un terremoto. Mi afferrò per il colletto della camicia bianca, sollevandomi quasi da terra. «Ma lo sai che a quelli come te, a Primavalle, j’infiliamo la testa ner secchio della calce? Te rendi conto de quanto sei schifoso?»
Io tremavo visibilmente, incapace di rispondere. Negli anni '70, essere omosessuali non era solo un peccato, era una condanna sociale, una malattia da estirpare con la violenza. Sapevo che se qualcuno ci avesse visto, la mia vita sarebbe finita: espulso da scuola, rinnegato dalla famiglia, finito in un ospedale psichiatrico o pestato a sangue in un vicolo.


«Daje Rugge’, nun lo ammazzà subito», intervenne Marco, godendosi lo spettacolo con le mani in tasca. «È de quelli che se vergognano, ma che sotto sotto godono a esse trattati male. È ’na checca che s’ha da addestrà.»


Ruggero mi scaraventò contro il muro grezzo, il cemento che mi graffiava la schiena attraverso la stoffa leggera. Si avvicinò così tanto che sentii il calore del suo corpo imponente. «M’hanno detto che sei bravo a usa’ la boccuccia», ringhiò, sbottonandosi la cinta di cuoio con uno scatto che parve una frustata. «Famme vede’ se è vero o se sei solo ’na delusione de ragazzino. E vedi de nun fa’ scherzi, perché se me mordi, giuro su Dio che t’ammazzo de botte e te butto in un fosso, e nessuno te viene a cerca’.» Arvaro e il grosso iniziarono a ridere sguaiatamente, incitandolo con commenti osceni in dialetto. Io ero lì, incastrato tra il terrore di essere scoperto e quell’attrazione morbosa per la loro forza bruta, per quegli uomini che rappresentavano tutto ciò che la società mi diceva di odiare, ma che io desideravo con una disperazione che mi toglieva il respiro.

Il silenzio del cantiere era rotto solo dal fruscio del vento tra i tondini di ferro e dalle risate grasse di Arvaro e del grosso, che si godevano la scena come se fossimo al cinema. Io restai immobile, con la schiena premuta contro il cemento gelido e grezzo che mi graffiava la nuca. Non riuscivo a spiccicare parola; il terrore di quegli anni, dove un sospetto di "diversità" poteva rovinarti la vita per sempre, mi chiudeva la gola come un cappio.


Ruggero fece un passo avanti, invadendo completamente il mio spazio. Era un muro di carne e stoffa sporca. Mi afferrò i capelli con una mano enorme, tirando indietro la testa finché non sentii i muscoli del collo tendersi allo spasmo.
«Guarda ’n po’ come trema la signorina», ringhiò, l’alito pesante di vino rosso che mi investiva la faccia. «Che c’hai paura, eh? Te l'hanno detto a scola che quelli come te finiscono all'inferno? Beh, l'inferno è questo, pische', e oggi er diavolo so' io.»
Marco, appoggiato a un pilastro a pochi metri, accese una sigaretta e sputò fumo verso di noi. «Daje Rugge’, nun perde tempo co’ le prediche. Questo sta a morì de voglia, guarda che occhi che c’ha. È ’na checca che aspetta solo de esse scopata.»
Ruggero emise un grugnito di disprezzo e, con un gesto secco e sbrigativo, mi costrinse a scendere in ginocchio sulla polvere e sui calcinacci. Il dolore acuto delle pietre che mi bucavano la pelle dei pantaloni buoni quasi mi fece gridare, ma rimasi muto. Sentivo lo sguardo di tutti e quattro addosso: Arvaro che sogghignava, il grosso che si toccava con impazienza, e Marco, il mio compagno di banco, che mi fissava con un'intensità crudele, godendosi ogni istante della mia degradazione.
«Ecco, questo è er posto tuo», disse Ruggero, sbottonandosi con una lentezza calcolata per farmi pesare ogni secondo. «In ginocchio davanti a chi fatica. E vedi de nun sbajà un movimento, perché se sento un dente o se me fai innervosì, te giuro che te frantumo quella faccina da angioletto.»
Ero lì, nel fango di una periferia che non faceva sconti, a servire quegli uomini che mi odiavano e mi desideravano allo stesso tempo. E mentre le loro volgarità in romanesco diventavano un rumore di fondo, sentivo quel desiderio malato e prepotente divamparmi dentro: l'attrazione per quella forza bruta che mi schiacciava, l'unica cosa che mi facesse sentire reale in un mondo di ipocrisie.

Ruggero mi teneva inchiodato con la sua mole, le sue mani callose e sporche di calce che mi premevano le spalle contro il muro di forati. Mentre mi usava con quella fretta brutale tipica di chi non riconosce all'altro alcuna dignità, Marco restava a pochi passi, godendosi ogni mio sussulto.


«Guarda ’n po’ come se lo beve, er Sor Ruggero», sghignazzò Marco, soffiando il fumo della MS dritto verso di me. «Vedi che faccia da schiava che c’ha? Dice tanto che è un signorino, ma guarda come sta bene in mezzo alla polvere. È er destino suo, Rugge’, è nato per sta’ sotto ai piedi de chi comanda.»
Ruggero emise un grugnito di pura ferocia animale, stringendomi i capelli così forte da farmi lacrimare gli occhi. «È ’na robba che nun se po’ guardà», sputò l’uomo di Primavalle, «ma ammazza se è ubbidiente. Me sa che a forza de studia’ s’è scordato che vuol dì esse omo, e mo’ s’è rassegnato a fa’ la vita della cagna».


In quegli anni, le sue parole non erano solo insulti: erano la sentenza di un'intera società che ci voleva invisibili o morti. Eppure, nonostante il dolore dei calcinacci sotto le ginocchia e l'umiliazione delle risate di Marco, sentivo quel desiderio oscuro che mi avvolgeva, l'attrazione per quel mondo violento che mi strappava dalla mia vita ordinata e mi faceva sentire, paradossalmente, parte di qualcosa di reale.
Appena Ruggero si staccò da me con un ultimo spintone che mi fece finire con la faccia nella polvere, Arvaro e il grosso si fecero avanti, calpestando le macerie con i loro scarponi pesanti.


«Aò, e mo’ nun vorrai mica lasciallo così, a metà?» sbraitò Arvaro, sbottonandosi con una foga impaziente. «Ruggero s’è preso er meglio, ma io e er Socio nun volemo mica resta’ a guarda’. Daje, biondo, rimescolate e mettite comodo, che la fila è lunga e er sole sta a calà.»
Il grosso mi afferrò per un braccio, tirandomi su senza troppi complimenti. «Datti ’na mossa, passerotto. Fa’ vede’ che sei un professionista, mica ’na dilettante de periferia. Ruggero t’ha solo scaldato, mo’ tocca a noi facce senti’ che sai fa’ sul serio.»
Marco si mise a ridere più forte, incrociando le braccia al petto. «Sbrighete, che se fai tardi poi me tocca riportatte a casa col buio e mamma tua se preoccupa. Faje vede' quanto sei bravo a ubbidì a tutti e tre, se no giovedì prossimo te lascio a casa a studia' er latino.»

Arvaro ansimava, il volto paonazzo per lo sforzo e per il troppo vino rosso che gli appannava i riflessi. Nonostante la mia sottomissione, nonostante i suoi gesti violenti, il suo corpo sembrava tradirlo. La frustrazione gli scavò un solco di rabbia tra le sopracciglia e, all’improvviso, scaricò il suo fallimento su di me.
«Ma che cazzo fai, pische’? Manco questo sai fa’?» urlò, colpendomi con uno schiaffo secco sulla guancia che mi fece rimbombare la testa e mi lasciò il sapore del sangue in bocca. Gli altri esplosero in una risata sguaiata.
«Ammazza, Arva’, t’ha smontato er motore!» sghignazzò Ruggero, dandosi una pacca sulla coscia. «Te s’è ammosciato er coraggio davanti a ’na checchetta de scola?»


Arvaro mi diede un altro ceffone, più per vergogna che per cattiveria, poi sputò a terra e mi diede uno spintone verso Marco. «Tienitelo tu ’sto passerotto, me s’è levata la voglia. Me pare de toccà un pezzo de marmo gelato.»
Marco mi afferrò al volo, ma stavolta il suo tocco fu diverso. Mi strinse a sé con una forza che non era solo disprezzo. Mi sussurrò all’orecchio, mentre il suo fiato caldo mi solleticava il collo: «Vedi che succede a fa’ l’imbranato? Solo io so come prenderti, biondo». Mi fece voltare e mi baciò la schiena, in quel momento, tra le sue braccia sporche, mi sentii desiderato, protetto e maledetto allo stesso tempo. Ero il suo segreto, la sua proprietà, e quella consapevolezza mi fece tremare d'eccitazione.


Ma Arvaro, guardandoci, sentì di nuovo il sangue pompare nelle vene. La gelosia o forse solo la vista di Marco che mi possedeva con quel trasporto brutale lo risvegliò.
«Aò, levate, Marchello! M'è tornata la fame!» ruggì, scagliandosi di nuovo su di me e strappandomi dalle braccia del mio compagno. Stavolta non ci fu esitazione. Mi prese con una ferocia rinnovata, le mani che mi artigliavano i fianchi fino a lasciarmi i lividi. Pochi istanti dopo, un urlo gutturale, quasi un ruggito animale, squarciò il silenzio del cantiere. Arvaro ebbe un orgasmo violento, animalesco, che lo lasciò tremante e svuotato sopra dentro di me, mentre il suo respiro pesante mi bagnava la nuca. «Ecco... mo’ sì che sei diventata femmina», biascicò, staccandosi con un ghigno di trionfo, mentre Marco mi guardava con un misto di gelosia e sfida.

Ruggero, che fino a quel momento era rimasto a guardare Arvaro con un ghigno di sfida, si fece avanti scacciando gli altri con un braccio. «Aò, fate largo ai professionisti», tuonò, la voce che rimbombava contro i pilastri di cemento. Mi afferrò per le anche con le sue mani che sembravano tenaglie, voltandomi di scatto contro un muretto di mattoni forati ancora freschi di malta.
Quando sentii la sua stazza premere contro di me, capii che quello che era successo prima era stato solo un assaggio. Ruggero era un colosso, e il suo membro, enorme e nodoso come un tronco d’albero, sembrava voler squarciare la mia carne. Cercai di assecondarlo, di accoglierlo come avevo fatto con gli altri, ma il dolore fu una scossa elettrica che mi mozzò il fiato. Mi irrigidii involontariamente, emettendo un lamento soffocato.


«Ma che cazzo fai? Me pari ’n muro de tufo!» ruggì Ruggero, la rabbia che gli gonfiava le vene del collo. Mi diede una manata sulla nuca, spingendomi la faccia contro la polvere del mattone. «Rilassate, pische’, o te spacco in due come ’n ceppo!» Riprovo’ con una forza brutale, ignorando i miei sussulti. Il suo respiro era un rantolo animale che mi bagnava la schiena. Ma nonostante la sua violenza, la resistenza del mio ano lo mandava in bestia. «Aò, ma questo è stretto come ’na morsa!» imprecò, mentre Arvaro e Marco ridevano sguaiatamente alle sue spalle, prendendolo in giro per la sua foga inutile.


Quella derisione dei compagni fu la miccia. Ruggero esplose. Con un grugnito che non aveva più nulla di umano, un urlo gutturale che parve scuotere le fondamenta del cantiere, si sfogò con una violenza cieca. Sentii il suo seme caldo e prepotente schizzare con una forza incredibile tra le mie natiche, colandomi lungo le gambe e impastandosi alla polvere di cemento che mi copriva la pelle. Rimase un attimo immobile, ansimando come un toro dopo la monta, poi mi mollò con un disprezzo totale. «Ammazza che fatica... manco a tira’ su ’n pilastro ho sudato così», biascicò pulendosi alla meno peggio con uno straccio sporco di grasso.


Marco si avvicinò, guardando il disastro che Ruggero aveva lasciato su di me. Mi diede un calcetto scherzoso sulla scarpa. «Visto che roba, biondo? Ruggero t'ha battezzato per bene. Mo' sei pronto per annà in paradiso... o all'inferno con noi.»

Il sole era ormai un disco rosso sangue che affogava dietro i palazzoni di cemento, allungando ombre deformi tra le impalcature. Ruggero si rinfrescò la faccia con un sorso di vino dal fiasco, poi mi guardò dall'alto, come si guarda un attrezzo da lavoro ormai inservibile. «Daje, pische', la ricreazione è finita», sbraitò Arvaro, tirandosi su i calzoni sporchi di malta con uno strattone secco. «Sbrighete a ripulitte quella faccina de porcellana, che se te vede tu' madre così ce sbatte tutti ar fresco».


Io cercavo di rimettermi in sesto, le gambe che mi tremavano sotto il peso di quell'umiliazione che mi bruciava addosso, eppure sentivo ancora il calore della carne di Marco e la violenza di Ruggero scorrermi nelle vene. Ero sporco di polvere, sudore e dei loro umori, una macchia vivente nel grigio del cantiere.


Ruggero si avvicinò e mi diede una pacca sulla nuca così forte da farmi barcollare. «Vattene a studia' er latino, va', che pe' oggi hai faticato abbastanza. E vedi de sta' zitto, che se fiati co' qualcuno te veniamo a cercà fin drento ar confessionale».
Marco accese il motorino, il rumore del tubo di scappamento che rompeva il silenzio della periferia. Non mi guardò nemmeno in faccia; era tornato il bullo di sempre, quello che doveva farsi vedere duro davanti ai "grandi". «Sali, biondo, che m'hai fatto perde pure troppo tempo. Giovedì prossimo però vedi d'esse meno rigido, che Ruggero n'ha mica pazienza».


I tre uomini scoppiarono in un'ultima risata sguaiata, un coro di voci roche che mi marchiava come una proprietà privata. Mentre il motorino di Marco sfrecciava via tra le buche di Tor Marancia, vidi nello specchietto le sagome dei due muratori che tornavano a sedersi sui mattoni, padroni assoluti di quel regno di polvere e peccato.

Appena richiusa la porta di casa, il silenzio dell'appartamento mi investì come uno schiaffo. Mi infilai in bagno a fatica, serrando la chiave con un doppio scatto metallico. Davanti allo specchio, la luce al neon sopra il lavabo mi restituì un’immagine che faticavo a riconoscere: i capelli spettinati, un segno rossastro sulla guancia e la camicia buona, quella della scuola, ridotta a uno straccio sporco di polvere e sudore.


Mi fissai negli occhi, cercando di darmi un contegno, di trovare una giustificazione che tenesse in piedi i pezzi della mia vita "per bene". «L'ho fatto per Marco», mormorai a fior di labbra, mentre passavo un asciugamano bagnato sul collo per cancellare l'odore di Ruggero. «È il mio compagno di banco, non potevo lasciarlo solo con quei bruti. Se non l'avessi fatto, chissà cosa avrebbero fatto a lui. L'ho fatto per amicizia, per spirito di sacrificio. È una prova cristiana, ecco cos'è.»


Cercavo di convincermi che quella sottomissione fosse una sorta di missione caritatevole, un modo per proteggere Marco dalla cattiveria di quella gente di borgata. Ma mentre mi strofinavo la pelle fino a farla diventare rossa, sentii di nuovo il calore del seme di Arvaro e la pressione brutale di Ruggero, e un brivido che non era affatto di disgusto mi percorse la schiena.


«E poi... è colpa della situazione», continuai, alzando la voce come per zittire i miei pensieri. «La periferia... è un mondo violento, non puoi dire di no a certa gente. Se mi fossi opposto mi avrebbero ammazzato. È stata legittima difesa. Sì, è andata così. Non avevo scelta.» Ma mentre pronunciavo quelle scuse patetiche, le mie dita sfiorarono i lividi sulle anche, le impronte di Ruggero che mi avevano segnato come una bestia al macello. Chiusi gli occhi e, per un istante, rividi il ghigno di Marco mentre mi guardava soccombere.


«Lo faccio per studiare il mondo», dissi infine, con un tono quasi accademico, cercando l'ultima, disperata scusa. «Per capire la realtà degli ultimi, come dicono i libri di sociologia. È un'esperienza formativa. Giovedì prossimo ci tornerò solo per concludere l'osservazione. Solo per quello.» Aprii l'acqua fredda e mi sciacquai il viso, ma lo specchio continuava a riflettere la verità: un ragazzo che non vedeva l'ora che arrivasse giovedì per tornare a essere l'oggetto del desiderio e del disprezzo di quegli uomini.

commenti graditi specialmente da chi ha vissuto quegli anni. Così si cominciava a quei tempi.


qulottone@gmail.com

scritto il
2026-03-10
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