Il matrimonio di Paolo cornuto e schiavo patentato. Dominato dall'amante di sua moglie.

di
genere
corna

LE NOZZE


La luce soffusa dell’abat-jour proiettava ombre lunghe sulle pareti damascate della lussuosa suite romana. L’aria profumava di lavanda e champagne appena stappato, ma per Paolo quell’atmosfera era diventata ormai un incubo. Si scostò lentamente, sedendosi sul bordo del letto con la schiena curva, le mani che tremavano appena premute sulle ginocchia.


Il silenzio che seguì fu tagliente. Lucia non si mosse, rimase stesa tra le lenzuola di seta, lo sguardo fisso al soffitto. Poi, con una lentezza metodica che faceva presagire il peggio, si mise a sedere e si tirò su la spallina della camicia da notte.
«Ancora, Paolo?» la sua voce era un sussurro gelido che tagliava il buio, lo sguardo schifato verso il suo pene morto.
«Lucia, ti prego... è il periodo, lo sai. Lo stress, il lavoro...»


«Il lavoro non c’entra niente!» esplose lei, balzando in piedi. La rabbia le accese il volto, trasformando la delusione in un incendio. «Siamo in un albergo da mille euro a notte, abbiamo tutto quello che dovremmo desiderare, e io sono qui a fissare il vuoto come un’idiota. Di nuovo. Il tuo cazzetto morto, come sempre, come fossi un cesso»
«Mi dispiace, io ci provo, ma più mi sento sotto pressione e peggio è...»
«Sotto pressione?» Lucia rise, una risata amara che rimbombò nella stanza elegante. «Io non posso accettare una relazione in bianco. Non sono una santa e non sono la tua infermiera. Ho bisogno di sentirmi desiderata, di sentire che sono viva. Voglio essere scopata come si deve»


Si avvicinò a lui, sovrastandolo. Paolo non riusciva a incrociare il suo sguardo.
«Vuoi sapere la verità?» proseguì lei, la voce che ora tremava per la foga. «Vuoi sapere come faccio a non impazzire? Continuo a vedermi con Pasquale. Sì, il mio ex. Con lui non devo dare spiegazioni, non devo aspettare i tuoi tempi e, soprattutto, non resto mai a metà. Lui sa cosa fare, e io ne ho bisogno.»
Paolo sollevò il capo, svuotato. «Lo stai facendo davvero?»
Lucia afferrò la borsa sulla poltrona con un gesto brusco. «Certo che lo faccio. Perché mentre tu cerchi scuse, io cerco vita. E stanotte, in questo posto bellissimo, mi sento più sola che mai. Non voglio lasciarti, ti sposerò, ma non posso rinunciare al sesso, non me la sento.»


Al loro banchetto nuziale il tintinnio dei calici di cristallo rimbombava nella sala, ma per Lucia era il suono di una ghigliottina che scendeva a rallentatore. Paolo sorrideva ai parenti, la mano poggiata sulla spalla di lei con la possessività ingenua di chi crede di aver finalmente "vinto" un premio. Lucia, invece, fissava il posto vuoto accanto a suo cugino, quello che aveva chiesto di riservare per Pasquale. «È un matrimonio, non un circo, Lucia. Certe presenze sono... inopportune», aveva sentenziato sua suocera, la signora Matilde, con quella voce che pareva affilata dal marmo. La donna sedeva ora a capotavola, lo sguardo vigile di chi ha appena sventato uno scandalo pubblico, ignorando deliberatamente il fatto che il "segreto" di Lucia era il segreto più chiacchierato del paese.




Paolo pensava alla prima volta che aveva accettato questa situazione, il tragitto dal ristorante verso la zona di periferia era stato riempito da un silenzio imbarazzante. Paolo teneva le mani salde sul volante della macchina, lo sguardo fisso sull’asfalto, mentre il profumo costoso di Lucia sembrava irritarlo. Quando accostò sotto il palazzo di Pasquale, lei non disse una parola: si ritoccò il rossetto allo specchietto, gli lanciò un’occhiata carica di fredda impazienza e scese.


«Aspettami qui», ordinò, prima di chiudere la portiera con un colpo secco.
Paolo rimase lì, con il motore spento e il ticchettio del metallo che si raffreddava. Due ore. Centoventi minuti passati a fissare il portone di ferro, a contare le finestre illuminate e a immaginare l'inimmaginabile.
Quando il portone finalmente si riaprì, Lucia non era sola. Uscì ridendo, i capelli leggermente spettinati e un’andatura che non aveva più nulla della tensione di prima. Accanto a lei, Pasquale — una canotta bianca che metteva in mostra i tatuaggi e un’aria sfacciata — le teneva un braccio intorno alla vita. Arrivarono davanti alla macchina. Paolo abbassò il finestrino, con il cuore che gli batteva fin dentro le orecchie.
Pasquale si chinò, appoggiando le braccia muscolose sulla portiera e invadendo lo spazio di Paolo con un ghigno vittorioso. «Ammazza, Paoletto... ma ancora qua stai?» esordì, la voce roca e un accento romanesco marcatissimo. «M’ero quasi scordato che l’avevi portata tu. Piacere!»
Lucia ridacchiò, appoggiando la testa sulla spalla dell'ex. «Te l'avevo detto che era un tipo paziente, no?» Pasquale scoppiò a ridere, dando una pacca sulla carrozzeria della macchina. «Paziente? Ma questo è un santo! Ma come fai, aò? Io n'ce la farei mica. Guarda che perla che c'hai tra le mani...» Si voltò verso Lucia, dandole un bacio rumoroso sul collo e una pacca sul culo, poi tornò a fissare Paolo. «Comunque staje sereno, eh. Stasera ce l'ho messa tutta io pure per te. L’ho rigirata come un pedalino, m’è quasi venuto er crampo, ma alla fine l’ho accontentata come se deve. È annata a meta tre vorte, proprio come piace a lei.» Lucia si staccò da lui con un ultimo sguardo complice e aprì la portiera del passeggero. «Grazie della serata, Pasquà. Ci sentiamo domani.» «Certo vellé, quando vòi. Paoletto, occhio alle buche che questa sennò se smonta, che l'ho stancata per bene!» esclamò Pasquale con un ultimo gesto di scherno prima di rientrare nel portone. Lucia salì in macchina, si sistemò la gonna e sospirò di soddisfazione, ignorando il volto sbiancato di Paolo. «Adesso puoi andare», disse semplicemente. «Ho sonno.»


Sulla via del ritorno Paolo stringeva il volante così forte che le nocche erano diventate bianche, il respiro corto di chi ha appena subito un’umiliazione non indifferente. Lucia s sfilò i tacchi e piantò i piedi sul cruscotto con un’arroganza oscena. «Patti chiari, Paolo. Io non rinuncio a questa vita, né a Pasquale. Lui mi dà quello che tu non hai il coraggio nemmeno di pensare». Lui provò a ribattere, ma lei lo incenerì: «Taci. Pasquale si è espresso chiaramente. Io inizierò a portarmelo a casa nostra e tu farai finta di nulla. Sarai il mio fidanzato di facciata e quello che paga solo i conti miei e suoi». Paolo strinse il volante, il sudore freddo che gli imperlava la fronte. «Lucia, mi stai distruggendo...». «Ti sto salvando la pelle, idiota», sibilò lei con ferocia. «Pasquale non ha pazienza con chi si mette di traverso. Se provi a opporti o a fare colpi di testa, sai bene che fine fanno quelli che gli creano problemi. Non finirebbe con una valigia fuori dalla porta, ma con te in fondo a un canale». «Se accetti», concluse lei tornando gelida, «domani facciamo colazione insieme e non ne parliamo più. Altrimenti, prega che lui non decida di venirti a cercare per spiegarti meglio il concetto. E non osare mai più farmi quella faccia da funerale quando vado da lui». Paolo non rispose, schiacciato dal terrore e dalla vergogna. Continuò a guidare, mentre il sorriso di Lucia riflesso sul vetro sigillava una condanna senza appello.


Lo risvegliò dai suoi pensieri Lucrezia, la testimone e migliore amica di Lucia, che non riusciva a mandare giù nemmeno un sorso di vino. La sua insofferenza vibrava nell'aria come elettricità statica. Guardava Matilde con un disprezzo che non si curava di nascondere. «Tua madre è un stronza, Paolo», sibilò Lucrezia, approfittando di un momento di silenzio tra una portata e l'altra. «Pensa che basti non invitare una Pasquale per farlo smettere di esistere?». Paolo si schiarì la voce, a disagio. «Lucrezia, per favore. È il nostro giorno». «Il vostro giorno o quello della rivincita di quella stronza di tua madre?» ribatté Lucrezia, alzando la voce quel tanto che bastava per far voltare due invitati. Si chinò verso Lucia, che restava immobile nel suo abito di seta bianca. «Dillo, Lucia. Dillo a tuo marito che l’entusiasmo per questa unione finisce dove iniziano le sue... carenze. Pasquale avrebbe dovuto essere qui. Un vero uomo, si sa. Se devi sopportare questo banchetto, almeno tra un po’ avrai il tuo premio, un bel cazzo come si deve!».


Matilde, sentendosi osservata, posò la forchetta con un rumore secco. Lucia alzò finalmente lo sguardo, incrociando quello della suocera: una sfida muta tra chi deteneva l'onore del nome e chi, nel letto di un altro, aveva già deciso di distruggerlo.


Il brusio della sala banchetti svanì per Paolo non appena Lucia gli si avvicinò all'orecchio. Il profumo di lei, solitamente inebriante, gli parve d’un tratto gelido.
«Paolo, basta con i brindisi,» sussurrò lei, con una freddezza che non ammetteva repliche. «Dobbiamo andare. Abbiamo un orario da rispettare per il check-in a Venezia e sai bene che Pasquale ci sta già aspettando in albergo.»
Paolo sbatté le palpebre, cercando di mantenere il sorriso di circostanza davanti ai parenti che li osservavano. «Ma Lucia... è il nostro banchetto. Mia madre voleva che aprissimo le danze con...»
«Tua madre ha già fatto abbastanza danni decidendo chi poteva sedersi a questa tavola,» lo interruppe lei, stringendogli il braccio con una forza che gli fece male. «Pasquale è molto irritabile, lo sai. Non tollera i ritardi e, credimi, per te è molto meglio non farlo arrabbiare. Se vogliamo che la serata proceda senza intoppi — o che proceda e basta — dobbiamo muoverci.» Lucrezia, seduta accanto a loro, accennò un sorriso sardonico dietro il calice di champagne, godendosi lo sguardo smarrito dello sposo.


Senza attendere una risposta, Lucia si alzò, lisciandosi l'abito bianco. Con un cenno regale e sbrigativo verso la tavolata ammutolita, troncò ogni possibile protesta della suocera. «Grazie a tutti, ma la nostra luna di miele non può aspettare. Venezia ci chiama.» I due uscirono dal ristorante mentre i camerieri restavano immobili con i vassoi in mano. Sotto la luce dei lampioni del parcheggio, Paolo camminava un passo indietro, già rassegnato all'idea che il suo ruolo in quella notte sarebbe stato poco più che quello di un ospite spettatore.


Pochi mesi prima il silenzio della villetta era stato squarciato dal grido della madre di Paolo, rientrata con le doppie chiavi perchè aveva perso l’aereo. Davanti ai suoi occhi, il salotto era un campo di battaglia: tappeti arrotolati, bottiglie di champagne vuote scaraventate contro i mobili e vestiti sparsi ovunque. Era corsa nella sua camera da letto, guidata dalla musica alta. La scena era ancora più brutale. Lucia e Pasquale erano stesi nudi tra le lenzuola di seta, circondati dal fumo acre di sigarette appena spente, il giradischi a palla. Paolo non c’era, finché la donna non volse lo sguardo verso la vetrata del terrazzo: suo figlio era chiuso fuori, nudo nel freddo della notte, premuto contro il vetro con lo sguardo svuotato di chi ha rinunciato alla propria dignità.


«Ma che vergogna è questa? In casa mia! Paolo! Ma che stai facendo?» urlò la donna, con le lacrime agli occhi e il petto che sobbalzava per lo sdegno.
Lucia non si scompose. Si mise a sedere con una calma atroce, scostandosi i capelli biondi dalle spalle. «Si calmi, signora. Non è il caso di fare queste sceneggiate», disse con una cattiveria che gelò la stanza. «Suo figlio è lì fuori perché è quello il suo posto: a guardare. Visto che come uomo è un fallimento totale e non riesce a darmi nulla, ha deciso di rendersi utile almeno come spettatore.»
La madre di Paolo arretrò, inorridita. «Tu sei un mostro... Paolo, apri quella porta! Vieni dentro!» «Paolo non apre proprio niente se non glielo dico io», riprese Lucia, alzando il tono. «Lui paga il prezzo per stare vicino a una come me. Se non le piace la verità, se ne vada pure, ma sappia che suo figlio ha accettato tutto pur di non perdermi. È lui che mi ha portato qui Pasquale, sa?»


Pasquale, che fino a quel momento era rimasto in silenzio a godersi lo spettacolo, si alzò lentamente dal letto. La sua mole occupava la stanza, rendendo l'aria irrespirabile. Si avvicinò alla donna, infilandosi gli slip con una lentezza studiata.
«Senti un po', signora...» esordì a bassa voce, con quel tono romanesco che ora suonava come una minaccia fisica. «Qua stamo a giocà tra grandi, capito? Nun se metta in mezzo che poi va a finì che qualcuno s'innervosisce. Paolo è un bravo ragazzo, sta imparando le regole de casa... e pure lei farebbe bene a imparalle. Ce metto un attimo a diventà cattivo se qualcuno me rovina er momento. ‘O vedi sto cazzo signo’?» seguitò tirandoselo di nuovo fuori. La madre di Paolo guardò il figlio attraverso il vetro: lui non accennava a reagire, sembrava una statua di marmo vinta dalla vergogna.

Il motoscafo privato attraccò al molo del Danieli con un rombo sordo, ma il silenzio che accolse Paolo e Lucia nella hall era ancora più inquietante. Il ritardo di un'ora pesava come un macigno; i canali di Venezia, solitamente romantici, sembravano ora vicoli bui pronti a tendere una trappola. Appena varcata la soglia della suite, l'atmosfera cambiò drasticamente. Pasquale non era a letto: era in piedi vicino alla finestra, la camicia sbottonata e un bicchiere di bourbon in mano. Il suo sguardo, nero e tagliente, si piantò su Paolo prima ancora che su Lucia.


«Un'ora,» esordì Pasquale, la voce bassa che vibrava di una rabbia trattenuta a stento. «Vi avevo dato un orario preciso. Ho passato sessanta minuti a fissare questo soffitto mentre voi giocavate a fare la famigliolina felice davanti a quella stronza di tua madre.»
«Pasquale, tesoro, c'era traffico sul ponte, e i saluti sono stati lunghi...» tentò di giustificarsi Lucia, avvicinandosi con un sorriso seducente che però vacillò di fronte alla furia dell'uomo. Pasquale ignorò Lucia e fece un passo deciso verso Paolo, che istintivamente indietreggiò contro la porta chiusa. «E tu?» ringhiò Pasquale, puntandogli un dito contro il petto. «Ti avevo avvertito che la mia pazienza ha un limite. Credi che siccome ora hai un anello al dito puoi permetterti di farmi aspettare? Sei qui solo perché io ho deciso che potevi sposarla, non dimenticarlo mai.»
Paolo, incapace di reggere il confronto, abbassò lo sguardo sul tappeto damascato, mentre Lucia, invece di difenderlo, osservava la scena con un misto di eccitazione e sdegno per la debolezza del marito. Pasquale afferrò Paolo per il colletto della camicia nuziale, scuotendolo appena. «Se succede di nuovo, questa luna di miele finisce prima ancora che tu possa toglierti le scarpe. Chiaro?»

Ma Pasquale non era soddisfatto del semplice silenzio. Il suo ego, alimentato dal ritardo e dal disprezzo per quel matrimonio di facciata, esigeva un tributo più fisico e degradante.


«Spogliati,» comandò, mentre faceva schioccare la cintura di cuoio tra le mani. Il suono secco rimbombò contro le pareti stuccate della suite. «Tutto. Non voglio vedere nemmeno un filo del tuo costoso abito da sposo.» Paolo, con le dita che tremavano in modo incontrollabile, obbedì sotto lo sguardo impassibile di Lucia. Lei si era sdraiata sul letto, sorreggendosi la testa con una mano, osservando la scena con una curiosità distaccata, come se stesse guardando un documentario sulla sottomissione. Quando Paolo rimase nudo e vulnerabile al centro della stanza, Pasquale lo afferrò per la nuca e lo spinse a faccia in giù contro il bordo del letto.
«Sessanta minuti di ritardo, Paolo. Sessanta colpi sarebbero troppi, non arriveresti alla fine,» ringhiò Pasquale, sovrastandolo. «Ma ne sentirai abbastanza da ricordarti per sempre il sapore della tua puntualità.»


Il primo colpo di cintura colpì la carne nuda con un rumore sordo e violento. Paolo sussultò, soffocando un gemito contro il materasso, mentre Lucia non batteva ciglio, anzi, invitava Pasquale a colpire più forte se il marito osava muoversi troppo. Ogni sculacciata era un marchio di possesso: Pasquale colpiva per punire il ritardo, ma soprattutto per rimarcare la superiorità fisica e sessuale che Paolo non avrebbe mai avuto. «Conta,» ordinò Pasquale tra un colpo e l’altro. «Voglio sentire la tua voce che tiene il tempo della mia rabbia.» Paolo, tra le lacrime e il bruciore acuto che gli incendiava la pelle, iniziò a contare a bassa voce, mentre sua moglie ridacchiava piano, accarezzando la schiena di Pasquale ogni volta che lui si fermava per riprendere fiato. Era una cerimonia d'iniziazione al contrario: non l'inizio di una vita insieme, ma la certificazione della sua totale irrilevanza.

Dopo averlo fatto voltare arrivarono le cinghiate sui testicoli, che lasciarono Paolo senza fiato, tra le risate dei due. Poi Pasquale lanciò la cintura in un angolo e si infilò sotto le lenzuola accanto a Lucia, camminando sul corpo nudo e tremante dello sposo. «Non pensare di aver finito, sposino,» mormorò Pasquale, mentre Lucia si accoccolava contro il suo petto villoso. «Il dolore è solo l'inizio. Adesso devi renderti utile.»


Pasquale ordinò una cena sontuosa al servizio in camera: ostriche, champagne ghiacciato e tartufo. Quando il carrello arrivò alla porta, fu Paolo a dover andare ad aprire, coprendosi a malapena con un asciugamano minuscolo che Pasquale gli aveva tirato con disprezzo, stando ben attento a non farsi vedere dal cameriere ma sentendo comunque il brivido dell'umiliazione.
«Servici,» comandò Lucia, i suoi occhi brillavano di una luce crudele che Paolo non le aveva mai visto durante il corteggiamento. «E non versare una goccia di champagne sulle lenzuola, o Pasquale riprenderà la cintura.»
Nudo, con i segni della punizione che bruciavano a ogni passo, Paolo dovette inginocchiarsi accanto al letto. Con le mani ancora scosse dai brividi, aprì le ostriche e le porse prima a Pasquale e poi a sua moglie. Doveva restare lì, in attesa di ogni loro minimo desiderio, mentre i due mangiavano con appetito, scambiandosi baci carichi di passione proprio sopra la sua testa.


«Guarda come mangia un vero uomo, Paolo,» disse Pasquale, pulendosi la bocca con un tovagliolo di lino che poi gettò sulla faccia dello sposo. «E guarda come tua moglie si strofina ad un maschio. Forse, se farai il bravo cameriere per tutta la notte, ti permetterò di dormire ai piedi del letto, come un cane fedele. E ti farò bere il mio piscio» Lucia scoppiò in una risata cristallina, sorseggiando lo champagne che Paolo le reggeva con braccio teso e dolorante. Il banchetto di nozze era ormai un ricordo lontano; la sua vera vita matrimoniale era appena iniziata, ed era fatta di marmo freddo, obbedienza e il rumore della pelle che incontrava il cuoio.

Il marmo gelido del pavimento veneziano era nulla in confronto al fuoco che bruciava sulla pelle di Paolo, ma non gli era concesso nemmeno il lusso di lamentarsi. Accovacciato ai piedi del letto, nudo e con la cintura di Pasquale stretta tra i denti come un morso, doveva assistere a ogni istante della passione dei due amanti.
«Sputala e conta i miei respiri, schiavo,» ordinò Pasquale, mentre afferrava Lucia per i capelli con una foga che Paolo non aveva mai osato nemmeno immaginare.
La notte divenne un calvario di richieste degradanti. Ogni volta che il ritmo tra i due si faceva più intenso, Pasquale allungava un braccio e colpiva Paolo con la mano pesante sulla schiena o sul viso, solo per ricordargli la sua presenza. «Non chiudere gli occhi!» gli urlava Lucia tra un gemito e l'altro. «Guarda cosa sa fare un uomo che non ha bisogno del permesso di sua madre per prendersi quello che vuole! Guarda come riempio tua moglie, guarda!»


A metà notte, Pasquale si alzò dal letto, madido di sudore, e riprese la cintura. «Ti sei mosso, Paolo. Ti ho visto. Eri troppo a disagio.» Senza pietà, lo costrinse a mettersi a quattro zampe e fece piovere un’altra serie di colpi secchi e precisi sulle sue natiche e le cosce già livide. Paolo dovette ringraziare dopo ogni colpo, la voce rotta dal pianto e dall'umiliazione, mentre Lucia, dal letto, lo scherniva lanciandogli addosso i gusci vuoti delle ostriche. Poi lo fece girare e lo colpì di nuovo sui testicoli «tanto non ti servono!»

Ma la crudeltà di Pasquale non aveva ancora toccato il fondo. «Fermati,» ordinò l'amante, scostando le lenzuola. «Lucia è stanca, e io ho ancora voglia. Se vuoi davvero espiare il tuo ritardo e la tua inutilità come marito, devi pulire chi la soddisfa davvero.» Paolo leccava Pasquale tra le cosce, poi i testicoli ed infine il suo cazzo che diventava sempre più duro. Lucia rideva, passandogli le dita tra i capelli con una finta dolcezza che faceva più male delle sculacciate, mentre lo incitava a essere "meticoloso". Ogni volta che Paolo esitava per il disgusto o la stanchezza, la cintura di Pasquale fustigava la sua carne livida, costringendolo a riprendere quel compito disgustoso. «Guarda come obbedisce bene,» commentò Lucia, rivolta a Pasquale. «Forse è questo l'unico modo per renderlo un uomo utile: trattarlo come una bestia.»
Quando la notte fu quasi finita, Paolo giaceva a terra, svuotato di ogni briciolo di amor proprio, la pelle sanguinante, mentre i due amanti si addormentavano intrecciati.


L’alba livida su Venezia portò con sé una luce che non prometteva alcun riscatto per Paolo. Ancora nudo e tremante, con i segni violenti della cintura che gli bruciavano sulla schiena, ed i testicoli gonfi fu costretto a preparare il vassoio della colazione mentre i due amanti si risvegliavano con calma olimpica tra le lenzuola di seta.
Quando Paolo si avvicinò al letto con le mani che scuotevano i piattini di porcellana, Pasquale si mise a sedere, ignorando il dolore visibile sul volto dello sposo. Afferrò una tazza di caffè e, con una calma che faceva più paura delle urla della notte prima, iniziò a dettare le nuove condizioni della sua vita.


«Ascoltami bene, sposino, mentre cerchi di non far cadere quel vassoio,» esordì Pasquale, fissandolo negli occhi con gelida autorità. «Quella casa che hai sotto a tua madre Matilde, non serve a nulla. È un nido per una famigliolina che non esiste e che non esisterà mai. La venderai. Subito. E ci leviamo dai coglioni tua madre.»
Paolo provò ad aprire bocca, ma un ceffone secco di Pasquale lo mise a tacere.
«Ne prenderai un’altra dove dico io, lontano dalle gonne di tua madre e sotto il mio controllo diretto. Sarà il mio pied-à-terre, e tu pagherai il mutuo per il privilegio di vederci dentro.» Lucia, accanto a lui, sorseggiò il suo succo d'arancia con un sorriso radioso, accarezzando il ventre piatto sotto la camicia da notte.
«E c’è un’altra cosa che devi sapere per il tuo futuro da "capofamiglia",» continuò Pasquale, allungando una mano per dare un buffetto sprezzante sulla guancia di Paolo. «Tra poco ti faremo diventare padre. Ma non farti illusioni: il sangue sarà il mio, il vigore sarà il mio. Tu avrai solo l’onore di dare il tuo cognome e di mantenere mio figlio mentre io continuo a godermi tua moglie. È questo il tuo ruolo, ed è meglio che impari ad amarlo, se non vuoi che la cintura diventi la tua unica compagna quotidiana.»


Lucia scoppiò in una risata argentina, guardando il marito annientato. «Hai sentito, caro? Sarai un padre perfetto... un perfetto cornuto coglione.»

Ma Pasquale non aveva ancora finito; ogni parola del nuovo ordine doveva essere impressa nella carne, non solo nella mente.
— SCHIAFF! — La cinta colpì tra le cosce livide di Paolo, tra l’ano e le palle.
«Venderai quella casa, hai capito?» ringhiò Pasquale.
«S-sì, Pasquale... la venderò... grazie...» rispose Paolo tra i singhiozzi, come gli era stato ordinato.
— SCHIAFF! — Un altro colpo, più violento, sulla schiena.
«E ne prenderai una dove dico io, lontano da quella vecchia di tua madre. Rispondi!»
«Sì, padrone... lontano da mia madre... dove vuoi tu...» biascicò Paolo, con la faccia schiacciata contro il tappeto scuro.
Lucia, seduta sul letto, osservava la scena sorseggiando il suo drink, incitando Pasquale a non avere pietà. Pasquale fece ruotare la cinta intorno alla mano e sferrò un colpo ancora più basso, sull’uccello e la palla sinistra, lasciandolo senza fiato.
— SCHIAFF! —
«E la sera, quando io e Lucia saremo nel tuo letto, tu andrai alla baracca dei miei operai rumeni. Ti useranno come una femmina, Paolo. Ti piace l'idea?»
«No... vi prego...» osò sussurrare lui, ma un colpo immediato sul fianco lo fece urlare.
— SCHIAFF! —
«Ripeti quello che ho detto! Sarai la loro femmina!»
«Sì... sarò la loro femmina... servirò gli operai... grazie per questa lezione...» rantolò Paolo, ormai completamente spezzato.
— SCHIAFF! — L'ultimo colpo fu il più sordo.
«E tra nove mesi, quando nascerà mio figlio, tu gli darai il tuo nome e sorriderai nelle foto di famiglia, mentre io continuerò a possedere ogni centimetro di tua moglie davanti ai tuoi occhi. Dillo!»
«Sarò il padre di tuo figlio... manterrò la vostra famiglia... sono nulla rispetto a te...»
Pasquale rinfoderò la cintura nei passanti dei pantaloni e gli calpestò la mano con lo stivale. «Bravo sposino. Ora pulisci le tue lacrime dal pavimento. Abbiamo un treno da prendere e una vita di umiliazioni da iniziare.»


IL RITORNO A CASA

La luce fioca della baracca degli operai creava ombre lunghe sulle pareti di lamiera, mentre l'aria si faceva densa e irrespirabile. Non c'era spazio per i convenevoli: per i quattro operai, Paolo non era un uomo, ma un puro oggetto di sfogo, un vuoto a perdere inviato dal "capo" per ripulire i loro istinti dopo una giornata di fatica brutale.
«Adesso basta giocare, pupa. Ora noi svuota palle,» disse Andrei, mettendosi a sedere sul bordo della branda cigolante.
Il possesso fisico fu metodico e implacabile. Andrei fu il primo: afferrò Paolo per le spalle con le mani callose, costringendolo a subire la sua irruenza senza curarsi minimamente dei suoi gemiti. Per l'operaio era una questione di territorio; possedere il marito del padrone era il trofeo più alto. Quando ebbe finito, con un gesto secco, lo spinse via verso la branda di Bogdan.
Bogdan non perse tempo. Mentre il primo si ripuliva con uno straccio sporco, il secondo prendeva possesso di Paolo con una forza ancora maggiore. «Tu troppo stretto, sposino. Io apre te bene per miei fratelli,» ringhiò con il suo accento gutturale, mentre le sue mani segnate dal cemento stringevano i fianchi di Paolo fino a lasciargli i lividi delle dita sulla pelle bianca.
Fu poi il turno di Ionut e Mircea, che pretesero una sottomissione totale e simultanea, costringendo Paolo a dividersi tra le loro richieste opposte e violente, in un groviglio di membra e rudi imprecazioni in rumeno. L'odore di sudore e di cazzo dei loro corpi sovrastava ogni cosa, annullando la volontà dello sposo.
Ma non era finita. Come se non bastasse il primo giro, Andrei e Bogdan decisero di volere il "bis". «Tu ancora vivo? Bene, perché io non ancora soddisfatto,» disse Andrei ridendo, trascinando Paolo di nuovo sulla sua branda per un secondo round ancora più estenuante.
La branda metallica strideva ritmicamente contro il pavimento di cemento, un suono che torturava i nervi di Paolo quasi quanto il possesso fisico dei quattro. Venne passato dall'uno all'altro di nuovo come un secchio di malta in cantiere, senza sosta, finché i quattro non furono completamente svuotati e soddisfatti.
«Ecco, ora noi dorme bene,» concluse Mircea, dando un'ultima pacca sprezzante sul corpo inerte di Paolo. «Tu resta lì, sotto branda. Domani sera noi fa ancora, forse più lungo.» Paolo giaceva a terra, una sagoma nuda e distrutta tra i fumi della grappa e il silenzio pesante della baracca, consapevole che quella sarebbe stata la sua routine per ogni singola notte della sua nuova vita "coniugale".

Il silenzio spettrale dell'alba nella baracca fu squarciato dallo squillo improvviso e arrogante di un iPhone. Andrei, ancora disteso sulla branda con il torace nudo e madido di sudore, allungò un braccio muscoloso e afferrò il telefono. Un sorriso sornione gli illuminò il volto segnato dalla fatica quando vide il nome sul display.
«Sì, capo... Buon giorno,» rispose Andrei, la voce ancora roca per il fumo e per le grida della notte.
Dall'altro capo, la voce di Pasquale arrivò nitida, carica di un sadismo calmo. Era a letto, probabilmente con Lucia che ascoltava divertita contro il suo petto. «Allora, Andrei? Com'è andata la notte con il mio regalo di nozze? Lo avete trattato con il dovuto... rispetto?»
Andrei guardò in basso, verso il pavimento di cemento dove Paolo giaceva rannicchiato, nudo e coperto di lividi, incapace persino di alzare lo sguardo.
«Oh, capo... ragazzo è molto... collaborativo,» rispose Andrei ridendo, mentre faceva segno agli altri tre di fare silenzio per godersi la scena. «Noi svuotato tutto, capo. Io fatto due volte, anche Bogdan fatto bis. Lui è buona femmina, pelle molto bianca, ora un po' meno bianca dopo nostra festa.»
Pasquale scoppiò in una risata sonora che Paolo sentì chiaramente dall'altoparlante. «Bene, Andrei. Voglio i dettagli. È stato silenzioso o ha pianto come una ragazzina quando lo avete passato da una branda all'altra?»
«Lui pianto un po', poi capito che non serve,» continuò l'operaio con il suo accento gutturale, dando un calcio leggero ma sprezzante alla spalla di Paolo per farlo voltare. «Noi usato bene, capo. Ionut e Mircea molto contenti, dicono che domani sera vogliono fare di più. Lui pulito tutto con lingua, poi servito noi come schiavo vero.»
«Ottimo,» concluse Pasquale, il tono che tornava improvvisamente gelido e imperioso. «Ora rimandalo a casa. Deve prepararmi la colazione e pulire casa a Lucia prima che usciamo per vedere la nuova casa che comprerà oggi. E Andrei... assicurati che cammini male. Voglio che tutti capiscano chi è stato il suo vero padrone stanotte.» Andrei riattaccò e si alzò, sovrastando il corpo distrutto dello sposo. «Hai sentito capo, pupa? Ora tu va a casa a fare maritino. Ma non dimentica... stasera noi aspetta te qui. E stasera, io vuole che tu impara a ringraziare dopo ogni volta che noi finisce.»

In cucina, la luce del mattino illuminava una scena di domestica, crudele perfezione. Pasquale era seduto a capotavola, indossando solo i pantaloni della tuta, intento a leggere il giornale. Lucia, avvolta in una vestaglia di seta trasparente che non lasciava nulla all'immaginazione, sorseggiava il caffè appoggiata al bancone.
«Guarda chi è tornato,» esclamò Lucia, la voce carica di un sarcasmo che tagliò l'aria. «Il nostro "eroe" della notte. Com'era l'aria in periferia, Paolo? Sembri... provato. Andrei mi ha detto al telefono che sei stato un ospite squisito.»
Paolo non riuscì a rispondere; teneva lo sguardo fisso sulle piastrelle, incapace di reggere il confronto.


«Non restare lì a fare il palo, sposino,» intervenne Pasquale senza alzare gli occhi dal foglio. «Muoviti. Prepara la colazione, quella vera. Voglio uova, bacon e spremuta d'arancia. E vedi di non macchiare il pavimento, dopo tutto il lavoro che hai fatto stanotte per pulire quello di Andrei sarebbe un peccato sporcare il tuo, no?»
Mentre Paolo, con le mani che tremavano vistosamente, iniziava a rompere le uova nel tegamino, Pasquale si alzò e gli si portò alle spalle. Con una mossa repentina, gli sollevò la camicia sporca, rivelando la ragnatela di segni rossi e viola lasciati dal frustino e dalle mani rudi degli operai.


«Guarda qui, Lucia,» disse Pasquale ridendo, tracciando con l'indice un solco profondo su una piaga fresca. «I ragazzi ci sono andati giù pesanti. Hanno lasciato il segno della ditta. Ti fa male, sposino? O forse ti piace sentirti finalmente posseduto da uomini veri?»
Lucia si avvicinò, osservando il corpo martoriato del marito con una curiosità quasi scientifica. «Spero che tu abbia ancora energie, caro. Perché dopo colazione andiamo dal notaio. Devi firmare l'atto di vendita di questa casa. E vedi di stare dritto sulla sedia: non vorrei che il notaio pensasse che il mio maritino è un debole che non sa nemmeno stare seduto.»
Pasquale gli diede uno schiaffo d'incoraggiamento sulla nuca, facendogli quasi cadere la padella. «Sbrigati. E dopo aver servito noi, pulisci le mie scarpe da lavoro. Sono sporche di fango... proprio come te.»

«Perché mi guardi così, sposino?» chiese Lucia, notando i suoi occhi lucidi. «Ti dispiace che Pasquale faccia il lavoro che tu non sai fare? Dovresti ringraziarlo. Senza di lui, saresti solo un coglione nel letto di tua madre.» Pasquale si pulì la bocca con il tovagliolo e guardò l'orologio. «Basta chiacchiere. L'impotenza di Paolo ci è costata cara a Venezia, non voglio che ci faccia fare tardi anche dal notaio. Muoviti, pulisci quelle scarpe. Se non sai usare quello che hai tra le gambe, impara almeno a usare bene le mani per servire chi comanda qui.»


Paolo si inginocchiò ai piedi di Pasquale, prendendo la spazzola e il lucido. Ogni passata sulla pelle degli stivali di Pasquale era un atto di sottomissione al suo sostituto, l'uomo che Lucia amava davvero.


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scritto il
2026-03-04
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