Pierpaolo volontario per poveri migranti accetta di farsi scopare violentemente da dei ragazzi neri

di
genere
dominazione

Il dolore non era un lampo, ma un peso sordo che risaliva dalle gambe fino alla nuca. Pierpaolo era ancora a terra, raggomitolato sul pavimento di cemento con lo sperma colloso di quei due tra le chiappe, quando sentì il rumore della fibbia di Bakary chiudersi con uno scatto metallico.
«Domani torni qui. Stessa ora,» disse Souleymane. Non era una domanda. Si stava ripulendo il cazzo sulle sue chiappe con un gesto lento, quasi annoiato. Pierpaolo non rispose, fissando una crepa nel cemento. «Hai capito o no?» Bakary gli diede una pedata leggera sul fianco, quanto bastava per farlo sussultare. «Se non ti vediamo, veniamo noi a cercarti. Sappiamo dove dormi, volontario di merda.»
I due si scambiarono un'occhiata rapida, poi uscirono. Il rumore dei loro passi sulle scale di ferro risuonò come una liberazione. Pierpaolo rimase solo con l’odore di sesso selvatico e l’umidità del seminterrato che sembrava mangiargli la pelle.


«Io... pensavo voleste parlare dei turni nei campi,» aveva farfugliato Pierpaolo dopo aver accettato di andare nel seminterrato, sentendo il muro freddo contro le scapole.
Souleymane aveva riso, un suono gutturale. «Parlare? Guarda mio cazzo come è duro. Non voglio parlare, voglio sborrare. Hai capito?» Fece un passo avanti, invadendo il suo spazio. «Tu sei qui per aiutare, no? Lo dici sempre in riunioni. "Sono a vostra disposizione". Ecco. Siamo pieni di rabbia, Pierpaolo. O ci aiuti tu, o questa rabbia esplode fuori.»
Pierpaolo guardò i loro volti, l’eccitazione violenta nei loro occhi. Una logica malata iniziò a farsi strada nella sua mente terrorizzata: Se prendono me, non toccheranno nessun altro. È il mio compito. È il mio martirio. Con le dita che sembravano pezzi di ghiaccio, iniziò a slacciare i bottoni. Quando fu nudo, il silenzio nell'interrato divenne elettrico.


Non c’era stata dolcezza, solo attrito e forza bruta. Souleymane lo aveva sbattuto sul materasso logoro con una spinta che gli aveva mozzato il respiro. L’odore di muffa della gommapiuma gli riempiva i polmoni mentre veniva penetrato da Bakary.
Non c’erano parole, solo ordini secchi e grugniti. Veniva girato, piegato, usato come un pezzo di ricambio per una macchina che doveva sfogare una pressione accumulata in mesi di fatica e isolamento. Due round di una ferocia metodica, dove il sapore della violenza degli altri era l'unica realtà. Pierpaolo teneva gli occhi chiusi, cercando di sparire dentro se stesso, convincendosi che quello stupro fosse un atto di carità cristiana, mentre i loro corpi massicci lo copulavano ripetutamente.


Aveva visto passando quella lampadina che oscillava dal soffitto del seminterrato. Quando loro l’avevano chiamato, Pierpaolo era sceso nell'interrato sapendo bene cosa rischiasse. E quando aveva cercato di uscire «Perché hai quella faccia, Pierpà?» aveva esordito Bakary con un sorriso sghembo, sbarrando la porta. «Noi abbiamo le palle che scoppiano. Il sangue bolle. Tu lo sai perché sei qui.»

Mentre si rivestiva nell'oscurità del seminterrato davanti a quei due, Pierpaolo non sentiva solo il dolore nel suo culo rotto e sanguinante, ma un’estasi distorta. “Sono il loro parafulmine”, si ripeteva, mentre le mani gli tremavano così tanto da non riuscire a infilare la camicia. “Se non si sfogassero su di me, lo farebbero con una donna nel villaggio, o tra di loro con i coltelli.”
Questa bugia era l'unica cosa che lo teneva in piedi. Non era una vittima, era un salvatore. Un oggetto sacrificale che assorbiva la tossicità di quei campi di pomodori e di quella vita ai margini. Souleymane lo guardava dal fondo della stanza, appoggiato allo stipite della porta, pulendosi le unghie con un legnetto. La sua voce era bassa, priva della foga di poco prima, sostituita da una padronanza assoluta.
«Perché tremi ancora, Pierpà? Hai ancora paura di noi?» chiese Souleymane senza guardarlo. «No... io... sto bene,» sussurrò Pierpaolo, la voce che grattava in gola.
Bakary gli si parò davanti, costringendolo a incrociare il suo sguardo. «Tu non sta bene. Tu gode a fare la vittima, vero? Si vede da come chiudi occhi. Tu pensa di essere meglio di noi perché ci "lasci" fare. Ma sei solo troia! Ti piace cazzo nero.»


Pierpaolo scosse la testa freneticamente. «No, Bakary, io voglio solo che voi stiate... calmi. Che non ci siano problemi nel Villaggio.» Bakary scoppiò in una risata forzata, priva di gioia. «Tu non salva nessuno, piccolo uomo bianco. Tu serve solo a farci sentire che comandiamo noi, almeno qui sotto. Fuori, il padrone grida. Qui dentro, il padrone siamo noi e noi facciamo quello che vogliamo.» «Domani,» intervenne Souleymane, staccandosi dal muro e avvicinandosi a Pierpaolo fino a sentire l'odore della sua paura, «non venire con quella faccia da santo. Vieni qui sapendo che sei nostra puttana. Nient'altro che puttana per noi. Se provi a sentirti superiore perché ci "aiuti", ti spaccheremo la faccia prima di romperti il culo di nuovo.» Pierpaolo abbassò lo sguardo, annichilito.
«Capito?» ringhiò Souleymane, afferrandogli il mento e stringendo con forza.
«Capito,» rispose Pierpaolo, nascondendo l’eccitazione che quella situazione assurda e pericolosa gli stava regalando.


l secondo incontro non ebbe il sapore della novità, ma quello della consegna. Quando la porta dell'interrato si aprì, Pierpaolo era già lì. Era la puntualità del dovere, quella del condannato che aspetta l'esecuzione per far finire l'attesa. L’aria era ancora più stantia. Souleymane e Bakary entrarono senza salutare, portando con sé l’odore di terra bruciata e fumo di sigarette economiche. Non c’era traccia della tensione erotica del primo giorno; c’era solo una fredda, burocratica crudeltà.


«Guarda lui,» esordì Bakary, sputando in faccia a Pierpaolo. «È già pronto. Ti mancava il nostro cazzo, eh, volontario?» Pierpaolo cercò di sostenere lo sguardo, ma le parole gli morirono in gola. Il suo tentativo di apparire come un martire consapevole svanì sotto il peso del loro disprezzo. «Spogliati. Più veloce di ieri,» ordinò Souleymane. «Oggi non abbiamo tempo per le tue cazzate. Abbiamo lavorato dodici ore e siamo neri di rabbia. Serve che tu faccia il tuo lavoro bene.»


Mentre Pierpaolo si svestiva sotto i loro sguardi crudeli, Bakary iniziò a commentare il suo corpo con una volgarità clinica, riducendolo a pura materia. «Sembri una femmina. Souleymane, guarda quanto è frocio. Questo qui pensa di salvarci? Non sa nemmeno stare dritto.» Appena nudo, non gli fu concesso nemmeno di raggiungere il materasso. Souleymane lo afferrò per la nuca, costringendolo a inginocchiarsi sul cemento grezzo e polveroso.


«Il materasso è troppo comodo per uno come te oggi,» ringhiò. «Resta qui, sulle ginocchia. Vogliamo vedere quanto resisti prima di piangere.» L'aggressione che seguì fu priva di ogni coordinazione, un assalto simultaneo che mirava a spezzare la sua dignità prima ancora del suo corpo. Veniva spinto, deriso, usato come un contenitore per la loro frustrazione sociale. Bakary gli premeva il viso contro il muro ruvido, graffiandogli la guancia, mentre lo possedeva con una violenza che non cercava il piacere, ma la sottomissione totale.
«Dillo,» gli sussurrò Souleymane all'orecchio, mentre gli bloccava i polsi dietro la schiena con una sola mano. «Dì che sei la nostra roba. Dì che non sei un santo, che sei solo un buco per noi.» Pierpaolo, con la bocca piena di polvere e il sapore metallico del sangue dove si era morso il labbro, riuscì solo a emettere un lamento soffocato. «Dillo!» urlò Bakary, assestandogli un colpo secco sulle natiche.
«Sono... sono vostra roba,» biascicò Pierpaolo, sentendo l'ultima scintilla di amor proprio spegnersi nel buio di quel seminterrato.


Quando ebbero finito, per la seconda volta, lo lasciarono cadere sul cemento come un sacco vuoto. Souleymane si rivestì in fretta, guardandolo dall'alto con una smorfia di disgusto. «Domani porta del sapone,» disse freddamente. «Puzzi di paura e ci sporchi i vestiti. E vedi di non mancare, o verremo a prenderti in ufficio davanti a tutti i tuoi colleghi "buoni".» Pierpaolo rimase immobile, le ginocchia sbucciate e il corpo che bruciava, realizzando che il suo "sacrificio" non stava redimendo nessuno. Stava solo alimentando un mostro che ora lo possedeva completamente.


La sera seguente il fumo delle sigarette sfumava nell’aria ferma tra i container. Bakary e Souleymane erano i re della serata, seduti sui bidoni come se avessero appena svoltato la vita. Moussa e gli altri tre li guardavano con la bava alla bocca, sentendo l’odore della preda nell’aria. «Allora, che c’è? Perché voi due cammina come capi di Villaggio?» chiese Moussa, grattandosi la pancia nervosamente. Bakary scoppiò a ridere, una risata che sapeva di polvere e cattiveria. «Moussa, tu ancora usa mani per farti le seghe? Noi trovato di meglio. Noi trovato... il santo.»
Souleymane diede una gomitata a Bakary, ghignando. «Sì, il biondino della missione. Pierpaolo. Quello che dice "io capisce vostro dolore". Beh, ora capisce bene, molto bene. Lo abbiamo messo sotto, in buco di cemento. Due volte ieri, due volte oggi. Si beve tutto, quel frocio.»
«Cosa?» Moussa sgranò gli occhi, la voce che diventava rauca. «Il volontario? Ma lui... lui si lascia scopare?» «Lui dice che è "nostra roba"!» urlò Bakary, mimando un gesto volgare con le braccia che fece sbellicare il gruppo. «Lui sta lì, nudo su cemento, trema come capretto ma non scappa. Pensa che così noi non picchia altri. È proprio scemo! Più lui fa il bravo, più noi spinge forte. Ha il culo bianco che sembra una mozzarella, Moussa... ma dopo che passa Souleymane diventa rosso come pomodoro di campo!»


Le risate diventarono urla goliardiche. «Io bisogno di svuotare, Bakary!» sbottò un altro, agitandosi sul posto. «Palle esplode! Sangue bolle da un mese, io non ce la fa più!» Souleymane alzò una mano, facendo il segno dei soldi con le dita. «Calma, fratelli. Carne c’è per tutti, ma Pierpaolo è proprietà privata. Se volete venire in interrato a divertire, dovete dare qualcosa. Io vuole ricariche per telefono e soldi. Chi porta regalo, entra nel buco e scarica tutto.»
«Io porta liquore di nascosto!» esclamò Moussa, già pronto a correre. «Voglio vedere come piange il santo quando vede che siamo in quattro.»
«Lui non piange,» concluse Bakary con un sorriso gelido. «Lui chiude occhi e prega. Ma domani... domani lo facciamo pregare più forte. Portate quello che avete. Domani sera facciamo festa grande dentro quella carne bianca.»


L’interrato non era più un rifugio per il suo martirio, ma un mattatoio di dignità. Quando la porta cigolò, Pierpaolo non sentì due paia di passi, ma un calpestio confuso, accompagnato da risate sguaiate e dal puzzo di alcol economico. Oltre a Bakary e Souleymane, c’erano Moussa e altri due, con gli occhi lucidi di una fame che non aveva nulla di umano.


«Guarda qui, fratelli!» urlò Bakary, indicando Pierpaolo che cercava di coprirsi con le mani, nudo e tremante sul cemento. «Il nostro santo è già pronto per la messa!»
Moussa si fece avanti, sputando per terra vicino al viso di Pierpaolo. «Ma questo è un verme bianco! Souleymane, tu detto che era buono, ma sembra una femmina troia.»
«Non ti preoccupare, Moussa,» ridacchiò Souleymane, afferrando Pierpaolo per i capelli e tirandogli indietro la testa con una forza brutale. «Ora lui fa vedere come sa servire i suoi padroni. Vero, Pierpà? Di’ ciao ai tuoi nuovi amici.»
L’aggressione fu un caos di mani, insulti e spinte. Non c’era più ordine, solo un branco che voleva svuotarsi le palle. Lo costrinsero in ginocchio, mentre i commenti volgari sul suo corpo si mescolavano a risate feroci.
«Apri quella bocca, santo!» sbraitò Moussa, premendo con violenza. Non era una richiesta, era un ordine impartito con la brutalità di chi ha passato mesi a spaccarsi la schiena. Pierpaolo cercò di assecondarlo, ma la foga di Moussa era troppa: lo spinse così a fondo nella gola che l’uomo iniziò a tossire violentemente, i polmoni che bruciavano per la mancanza d’aria. Il conato fu inevitabile. Pierpaolo vomitò sul pavimento, piegato in due dai crampi.
Il seminterrato esplose in un boato di risate.
«Guarda! Il santo ci rifiuta!» urlò uno degli altri, tirandogli un colpo secco sulla schiena. «Che schifo, Pierpaolo! Sei proprio un dilettante, non sai fare niente!»
«Scusate... scusate, cercherò di fare meglio...» biascicò Pierpaolo tra un colpo di tosse e l’altro, le lacrime che gli rigavano il volto sporco. Nella sua mente distorta, il fallimento nel servirli lo addolorava più dell'abuso stesso. Si sentiva un peccatore che non riusciva a espiare abbastanza.


«Se lui non è buono per Moussa, allora prova con me!» intervenne un altro, spingendo via il compagno e prendendo il suo posto con ancora più aggressività. «Pulisciti la bocca e lavora, schiavo. Voglio vedere se impari in fretta.»
Lo costrinsero a bere il loro piscio, in una sorta di parodia macabra dell’eucarestia. Ogni volta che Pierpaolo sussultava o mostrava segni di cedimento, piovevano insulti e schiaffi umilianti.


«Ti piace il sapore del nero, eh?» infierì Bakary, osservando la scena con le braccia incrociate e un ghigno di trionfo. «Questo è quello che succede a chi viene qui a fare il superiore. Ora sei solo il nostro secchio della spazzatura.»
Pierpaolo, completamente annichilito, continuava a scusarsi a bassa voce, cercando di assecondare ogni nuova richiesta, ogni nuova umiliazione, convinto che quel vomito e quel dolore fossero il prezzo necessario per la sua "missione".


La notte nell’interrato si trasformò in un tunnel senza fine, dove il tempo era scandito solo dal rumore della pioggia di insulti e dai colpi sordi sulla carne. Pierpaolo era ormai in una pozza di sperma, bava e piscio. Ogni volta che tossiva o che il suo corpo reagiva con un conato, il branco esplodeva in una gioia feroce, una goliardia malata che lo riduceva a meno di un animale.
«Guarda, Souleymane! Il santo chiede scusa perché non sa ingoiare!» urlò Moussa, tirandogli un orecchio fino a farlo gridare. «Sei un fallimento, Pierpà! Noi lavora nei campi, noi raccoglie pomodori sotto sole che spacca testa, e tu non sai nemmeno tenere ferma la gola?»


Pierpaolo, rannicchiato sulle ginocchia sbucciate, cercava di pulirsi il mento con il dorso della mano tremante. «Scusate... io... ora riprovo... voglio essere bravo per voi...» mormorò con un filo di voce, gli occhi vitrei che fissavanoi grossi cazzi che si alternavano. Nella sua mente, il dolore fisico era diventato un rumore bianco; ciò che lo straziava era la sensazione di non essere all'altezza del loro bisogno, di fallire nel suo assurdo compito di "contenitore" della loro rabbia.


«Ah, vuoi riprovare? Allora tieni questa!» intervenne il quarto ragazzo, un giovane dai muscoli tesi che non aveva ancora parlato. Lo afferrò per le spalle, voltandolo con uno strattone che gli fece schioccare le vertebre. «Apri bene. Se vomiti ancora, ti facciamo mangiare la polvere del pavimento.»


Ogni volta che il riflesso faringeo lo tradiva, le risate ripartivano, più forti.
«Sembri una fontana rotta!» sbraitò Bakary, versandogli un goccio di quel liquore economico sulla testa nuda. «Beve, santo! Beve tutto! Questo è il nostro regalo per te.»
L’alcol bruciò negli occhi di Pierpaolo e si mescolò al sapore amaro che già aveva in bocca. Tossì di nuovo, il petto scosso dai brividi, mentre cercava disperatamente di assecondare l'ennesima penetrazione orale, spingendosi oltre il limite del soffocamento per dimostrare la sua "devozione".


Quando anche l'ultima ondata di violenza goliardica si esaurì, il gruppo iniziò a staccarsi da lui con la stessa indifferenza con cui si abbandona un attrezzo da lavoro rotto. «Basta così per stasera,» disse Souleymane, rivestendosi con calma olimpica mentre gli altri continuavano a sbeffeggiare il corpo immobile di Pierpaolo. «È troppo scarso. Domani deve studiare come si fa, o chiamiamo anche quelli del secondo container.»
«Sì, Pierpà,» aggiunse Moussa, dandogli un ultimo buffetto umiliante sulla guancia sporca. «Allenati stasera con una banana. Domani vogliamo un servizio da professionista, non da dilettante che vomita ogni due minuti. Hai capito, troia del villaggio?» Pierpaolo non rispose. Rimase steso sul cemento, le membra che sembravano non appartenergli più, ascoltando il suono dei loro passi che salivano le scale. Nella penombra, una lacrima solitaria scavò un solco pulito nel fango sul suo viso. Non piangeva per l'abuso, ma per la vergogna di essere stato "poco bravo" ai loro occhi.

qulottone@gmail.com. graditi commenti
scritto il
2026-03-06
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