Naja diario vintage v puntata (ultimi mesi)
di
Qulottone
genere
dominazione
"L’aria in camerata sembra improvvisamente troppo ferma, ora che i 'nonni' hanno firmato il congedo e se ne sono andati. Mi mancano. Mi manca quel rituale quotidiano, essere scopato ogni giorno che scandiva il tempo meglio del contrappello. Senza di loro, questo mese di astinenza è diventato un’agonia silenziosa che mi scava dentro. Mentre siedo sulla branda, fisso i nuovi arrivati del battaglione: reclute con le divise ancora rigide e lo sguardo incerto. Il desiderio preme sotto la pelle, alimentato dal ricordo di chi c’era prima e dalla speranza che, tra questi nuovi soldati, qualcuno sappia prendersi quello spazio che è rimasto vuoto troppo a lungo.
Due dei nuovi arrivati del battaglione non sono ragazzi qualunque. Vengono dai cantieri della malavita, si vede da come si muovono: hanno il fisico nervoso, asciutto, forgiato dal cemento e dai carichi pesanti. Hanno il viso truce, segnato dal sole e da una vita che non ha regalato niente, e quando parlano il loro dialetto napoletano taglia l'aria come una lama.
Io mi vergogno anche solo a incrociare i loro occhi, temo che possano leggere la mia fame di un mese. Ma stasera, nell'umidità dei bagni della caserma, tra il vapore delle docce e il rimbombo delle piastrelle scheggiate, è successo qualcosa.
Ero davanti allo specchio opaco a sciacquarmi il viso, quando ho sentito il rumore degli scarponi alle mie spalle. Erano propio loro due. Si sono fermati troppo vicini, e uno, con voce bassa e quel tono minaccioso che mi fa vibrare il sangue, ha detto: 'Uè, che faje tutto solo cca dinto? Te serve 'na mano?'. Il cuore mi è salito in gola, mentre lo specchio rifletteva i loro volti duri e quel desiderio che, all'improvviso, non sembrava più soltanto mio.
"Caro diario, la situazione è precipitata in un istante. Non erano lì per lavarsi; sapevano già tutto di me. Forse i 'nonni' prima di andarsene avevano lasciato detto qualcosa, o forse è solo che gente come loro, abituata alla vita dura dei cantieri, certe cose le annusa nell'aria.
Si sono messi ai lati, chiudendomi contro il lavandino. Quello più alto, con una cicatrice sullo zigomo e le mani spesse, ha sputato a terra e mi ha fissato con quegli occhi truci: 'Uè, biondino... 'e parlate d' 'e nonni songo arrivate pure a nuje. Diceno ca ccà dinto ce sta 'na bella troia ca aspetta sulo a nuje. Sî tu, o no?'
Io ho sentito le gambe mancarmi. Ho provato a scuotere la testa, con un filo di voce che mi è uscito strozzato: 'No... vi sbagliate... io non...'
Ma l'altro, quello più tarchiato, mi ha bloccato il braccio con una morsa di ferro. 'Nun pazzia' cu nuje, ca nun tengo pacienza. Te vide comm'e sî debole? Parle proprio comm'a nu ricchiuncello. Nuje avimmo bisogno 'e sfugà, e tu sî proprio 'o tipo giusto.'
Le loro minacce sono sicure, senza appello. Non c'era cattiveria gratuita, solo la fredda determinazione di chi è abituato a prendersi ciò che vuole. Quello con la cicatrice mi ha preso per la nuca, spingendomi con forza verso l'ultima cabina dei bagni, quella col chiavistello rotto. 'Vien'accà, mo t'appruov'io... vedimmo se sî bbona comm'e diceno.'
Mentre la porta si chiude alle nostre spalle col suo rimbombo di legno, ho capito che il mese di astinenza è finito. E nonostante la paura, quel senso di debolezza totale davanti alla loro forza bruta mi ha fatto eccitare in un modo che non potevo nascondere."
"Caro diario, l’aria in quella cabina è diventata un muro di fumo e feromoni. Quello alto mi ha sbattuto in ginocchio con una violenza che mi ha mozzato il fiato, le sue mani incrostate di polvere mi hanno artigliato i capelli.
'Uè, guarda 'a bionda... addora 'e femmena, chisto se mette 'o prufumo p' 'a naja', ha sibilato con un ghigno truce, mentre l'odore aspro del suo sudore e del testosterone mi schiacciava i sensi. Mi ha tirato fuori il suo membro venoso, scuro, una corda di muscoli tesa che mi premeva sulle labbra. 'O siente l'odore d' 'o maschio, ricchiù? Ma mo te facimmo addurà comm'a nuje. Arape 'a vocca, muovete!'
Non appena ho schiuso le labbra con un gemito debole, mi ha invaso con una forza bruta. Sentivo il duro delle sue dita graffiarmi le guance mentre spingeva con foga animale. Poi, con un’imprecazione gutturale — 'Mannaggia 'a miseria, quanto sî bbona... te pozzo scassà!' — ha sussultato. Ho sentito il suo seme bollente e denso esplodermi in gola, un fiotto salato e pesante che mi ha riempito fino a soffocarmi. 'Inghiotti, troia, nun ne perdere manco 'na goccia!', ha ringhiato mentre mi costringeva a deglutire tutto quel calore amaro.
Appena si è scostato, è entrato Sasa, massiccio e sporco di grasso, con l'odore di cuoio e corpo surriscaldato che mi toglieva l'ossigeno. Mi ha dato uno schiaffo secco sulla faccia per farmi alzare lo sguardo sul suo membro violaceo e prepotente. 'Gennà, chista tiene 'na vocca ca pare 'na purtiera aperta! Uè, biondino, mo tocca a me... vedimmo se sî degno d' 'o fierro mio'.
Mi ha afferrato con le mani pesanti, obbligandomi a spalancare la bocca mentre l'altro fuori rideva fumando. Mi ha posseduto con una rapidità feroce, imprecando contro la mia debolezza finché anche il suo carico non è fluito, denso e abbondante, mescolandosi al seme del compagno.
"Sasa m’ha girato di scatto, schiacciandomi il petto contro le piastrelle umide e gelide del cesso. Ero ormai completamente nudo, esposto e tremante, con le gambe che mi sbattevano tra loro mentre il mio respiro usciva sottile, umile, spezzato. È rimasto un istante in silenzio, fissando con un odio profondo la mia pelle bianca segnata dai vecchi lividi e dalle cicatrici della battitura lasciate dai 'nonni' prima di andarsene.
'Uè, guarda ccà...' ha sibilato con una voce carica di disgusto, indicando i segni dei vecchi abusi sulla mia carne nuda. 'Chista è già tutta marchiata. T'hanno proprio usato comm'a nu straccio, eh biondì? Me faje schifo.'
'Proprio 'na troia serva usata...' ha aggiunto Sasa, sputando a terra proprio vicino ai miei piedi. Le sue mani da muratore, ruvide come carta vetrata e indurite da anni di cantiere, mi hanno afferrato le natiche con la forza bruta delle mani da lavoratore, una morsa che mi ha tolto il fiato. Sentivo l'odore aspro del loro sudore mischiarsi a quello forte e stantio dei loro membri maschili poco puliti e al tanfo dolciastro e nauseante che saliva dalla latrina.
'S-sì... mi piaceva essere battuto...' ho risposto con la mia voce da finocchio, e nonostante la paura, non sono riuscito a nascondere un fremito di piacere che mi percorreva la schiena. Gennaro l'ha notato e ha sputato di nuovo, stavolta sulla mia schiena. 'Guarda 'o lurido... gode pure. Te piace ca te schifammo, eh?'
'E allora mo t'imparammo nuje che significa appartenere a chi fatica' ha ruggito Gennaro, accostando la punta incandescente della sua MS. 'Nun t'imparammo cu 'e mazzate comm'a chille, ca 'e lividi se ne vanno. Nuje te mettimm' 'a firma dint' 'a carne, accussì nun t'o scuorde maje cchiù ca sî 'na serva.'
'Statte fermo e nun fiatà, si no t'accido' ha intimato Ciro, schiacciandomi le spalle contro il muro. Ho sentito il fuoco delle due sigarette affondare contemporaneamente nella carne tenera delle natiche, proprio sopra le vecchie cicatrici. Il dolore è stato un lampo accecante, ma sono rimasto immobile, quasi estasiato dalla mia totale sottomissione, soffocando il grido nel sapore amaro dello sperma che mi impastava ancora la gola. L'odore di pelle bruciata è salito subito, fondendosi con l'odore persistente dei loro cazzi e lo schifo della latrina.
'Ecco fatto' ha concluso Gennaro, staccando la brace e guardando con soddisfazione i due marchi rossi che pulsavano sulla mia nudità. 'Mo sî 'a nostra. E si qualcheduno te tocca, 'o facimm' passà 'o guaio. Mo va' a dormire, e vide 'e nun te lavà 'o sapore d' 'a sburrata nuostra d' 'a vocca.'
Mi hanno dato uno schiaffo sbrigativo e sono usciti ridendo, lasciandomi lì nudo a tremare nel buio della cabina, marchiato a fuoco e finalmente sottomesso a dei veri uomini.
"Caro diario, la notte successiva è stata ancora più cupa. Nel buio della camerata, l’aria sotto le coperte era diventata irrespirabile, satura dell'odore dei loro piedi stanchi dopo la marcia e di quel sudore acido da muratori che gli impregnava la pelle. Gennaro e Ciro si sono infilati nella mia branda, schiacciandomi con la loro forza bruta.
Ero rannicchiato ai loro piedi, nudo e umile, col viso premuto contro la loro carne dura. Mentre leccavo con devozione i loro testicoli gonfi e i loro cazzi nervosi e poco puliti, sentivo sotto la lingua il sapore forte e selvaggio della pelle che mi riempiva le narici, un odore di maschio che non si lava da giorni. Gennaro mi ha afferrato i capelli con le sue mani ruvide, tirandomi la testa all'indietro con violenza.
'Uè, biondì, stamme a senti' bbuono', ha sibilato col suo dialetto roco. 'Da mo in poi, tu sî 'a serva nostra. Ogni notte, prima d' 'o contrappello e dopo 'o silenzio, tu sî 'a nostra. Hai capito?'
Ho provato a rispondere, ma la voce mi è uscita sottile: 'S-sì... sono la vostra serva...'.
Un colpo secco, uno schiaffo che mi ha fatto rimbombare l'orecchio e girare la faccia. 'Nun t'aggio ssentito! Ripeti forte, troia!' ha ruggito Ciro, mentre l’altro mi premeva il suo membro maschile contro la guancia per zittirmi.
'Sono la vostra troia serva, farò tutto quello che volete!' ho ripetuto tra le lacrime, sentendo il sapore aspro dei loro cazzi che mi impastava la bocca.
'Brava guagliona', ha ridacchiato Gennaro, tirando fuori la solita MS. 'E siccome sî 'na serva ca tene bisogno 'e s'arricordà chi è 'o padrone, mo te mettimm' 'ata targa.'
Ciro mi ha bloccato le braccia dietro la schiena, schiacciandomi la faccia contro il materasso che puzzava di polvere. Ho sentito il calore delle sigarette avvicinarsi di nuovo alle mie natiche, proprio accanto ai marchi della notte prima. Quando le braci hanno toccato la carne, l'odore di pelle bruciata è salito subito, fondendosi con l'odore dei loro piedi e dei loro cazzi che mi premevano addosso.
Ho soffocato il grido nel cuscino, mentre il sapore di quel sesso sporco mi invadeva la gola. 'Sì... marchiatemi... sono vostra...' ho sussurrato, annientato dal loro disprezzo e dalla loro prepotenza.
'Ecco fatto', ha detto Gennaro staccando la cicca. 'Mo tiene quattro firme. Domani sera portamm' 'o cafè e vide 'e tene' 'a vocca pulita, ca avimm' 'a faticà ancora.'
Mi hanno lasciato lì, tremante e marchiato a fuoco per la seconda volta, mentre tornavano alle loro brande ridendo tra loro.
Caro diario,
Il bruciore dei quattro marchi sulle natiche è un incendio fisso che mi morde la carne sotto la mimetica, ma non posso fermarmi. Sono nell'alloggio del Sergente Piras e il cuore mi batte in gola. Piras mi piace da morire: è basso, muscoloso, con quelle spalle larghe che sembrano fatte di granito. Mi piace la sua assertività, il modo in cui mi guarda dall'alto, come se fossi un oggetto di sua proprietà.
In questo momento lui se ne sta seduto sulla sedia con la canotta bianca tirata su sulla pancia muscolosa e gli slip calati sotto le ginocchia, con le gambe larghe. Io sono in ginocchio nudo tra le sue cosce possenti. Lo sto masturbando con la mano destra e tengo la punta del suo cazzo tra le labbra. È molto dotato, una verga dura, calda, che sa di sapone di caserma e di maschio vero. Mi perdo a guardare le vene che gli percorrono l'asta e la pelle scura del prepuzio; è una carne prepotente che mi riempie i sensi.
Lui mi fissa, la faccia dura, e parla con quel suo accento sardo secco che mi fa vibrare: 'Aschò, biondino... ho saputo che quei due napoletani, Nunzio e Sasà, ti hanno messo gli occhi addosso. Mi ricordi un ragazzo finocchio che stava qui l'anno scorso... uno che faceva sempre storie, che non voleva mai prenderlo fino in gola e ogni volta era una lagna.'
Sento un brivido di paura e desiderio. 'E... che fine ha fatto, Sergente?' sussurro con la mia solita voce sottile.
Piras fa una smorfia carica di cinismo, dando per scontato che un finocchio come me certe cose debba farle e basta, senza discutere. 'Lo hanno rispedito a casa a pezzi. Quelli del cantiere non hanno pazienza con chi fa i capricci. Se hanno deciso che sei la loro serva, ti conviene stare muto e subire. È meglio per la tua salute, mi hai capito?'
Non rispondo a parole. I miei occhi diventano lucidi e, invece di tirarmi indietro, affondo la bocca su quel cazzo magnifico, facendolo scivolare sempre più giù, dimostrando che io, a differenza dell'altro, non farò mai storie e lo prenderò tutto. Il mio silenzio e il mio sguardo sottomesso dicono tutto: io voglio questo destino.
Piras lascia andare un mezzo sorriso sghembo, sentendo la mia mano accelerare il ritmo. 'Eja... allora è vero. Tu sei diverso da quello. Ti piace che quegli animali ti usino come vogliono, eh? Ti eccita farti marchiare da quella gente?'
Arrossisco violentemente, ma invece di negare accentuo la suzione fino a toccare il fondo della gola, accogliendo tutta la sua lunghezza tra le lacrime. Il Sergente emette una risata roca, un grugnito di soddisfazione mentre sento i suoi muscoli tendersi sotto le mie dita.
'E allora meglio per te, biondino. Almeno così non avrai problemi. Se ti piace fare la loro troia, allora hai trovato i padroni giusti.'
Mi spinge la testa con forza contro il bacino mentre arriva al culmine, e io accolgo lo sperma caldo con devozione.
"Aschò, biondino, ascolta bene" dice con quel suo accento sardo secco e autoritario. "Quelli del cantiere, Nunzio e Sasà, non sono mica froci come te, eja? Loro sono maschi veri. Hanno solo bisogno di svuotarsi le palle con una troia, e tu sei qui apposta. Un finocchio deve capire che il suo unico compito è pensare al benessere del cazzo del padrone."
Sento la sua mano che mi preme con forza la nuca di nuovo, spingendo la punta del suo glande umido tra le mie labbra. "Devi prenderlo tutto in gola senza fare storie. E ricordati che un finocchio deve imparare pure a ricevere il seme del maschio nel culo, per sentirsi ingravidato da chi comanda. È così che funziona, rassegnati."
Arrossisco violentemente, ma le sue parole mi colpiscono come schiaffi eccitanti. Annuisco umilmente e affondo la bocca sulla sua carne calda, accogliendo lo sperma bollente di Piras con una devozione che mi annienta.
Quando rientro in camerata, l'aria è densa dell'odore di piedi, sudore acido e dell'odore di cazzo stantio di chi ha faticato tutto il giorno. Nunzio e Sasà mi aspettano nell'ombra.
"Uè, biondì... vide 'e nun te mettere strane idee 'a capa" ringhia Nunzio, afferrandomi per i capelli con le sue mani da muratore, ruvide e pesanti. "Nuje nun simmo ricchiuni comm'a tte. Nuje tenimmo sulo 'e palle piene e tu sî 'a serva ca ce l'ha da svuotà. Hai capito? Tu devi penzà sulo a fance sta' bbuono a nuje."
Mi sbatte in ginocchio tra le sue cosce, tirando fuori il suo membro scuro e poco pulito. Non faccio storie. Apro la bocca e lo accolgo tutto, sentendo la punta che mi urta il fondo della gola mentre le lacrime mi appannano la vista. Nunzio ride sguaiato, spingendo con foga animalesca finché il suo sperma denso e amaro non mi invade, costringendomi a deglutire ogni goccia sotto il suo sguardo di disprezzo.
Poi tocca a Sasà. Mi prende la nuca con le sue dita callose, obbligandomi a leccare il suo cazzo massiccio e sporco. Sento l'odore forte della sua pelle e della latrina, ma resto immobile, sottomesso, mentre lui mi usa la bocca con prepotenza, imprecando in napoletano.
"Overo è 'na troia serva... guarda comm'o piglia tutto" ansima Sasà, prima di liberare anche lui il suo carico caldo e pesante nella mia gola.
Stasera non mi marchiano, ma il loro disprezzo brucia più del fuoco. Mi lasciano lì, nudo e tremante, col sapore del loro sesso sporco che mi scende giù, consapevole che per loro non sono un uomo, ma solo un buco da usare per il loro benessere.
Caro diario,
Il Sergente Piras è rimasto in mimetica, la giacca d’ordinanza ancora addosso, ma con i pantaloni e gli slip abbassati ai piedi, incastrati tra gli anfibi. Io sono supino, completamente nudo e a cosce spalancate sulla sua branda, esposto alla sua ispezione crudele. Mi penetra lentamente, con una metodicità che mi toglie il fiato; la sua verga è un cazzo enorme, caldo, che mi apre con una prepotenza calma.
Mentre si muove dentro di me, le sue mani callose e dure da sardo mi afferrano i fianchi, premendo con forza sulla carne bianca. Mi guarda dall'alto, serioso, senza un briciolo di dolcezza. 'Aschò, biondino, guardati bbuono...' dice con quel suo accento tagliente. 'Stai qui nudo e sembri proprio una femmina, una troia fatta apposta per essere presa. Hai questi fianchi larghi e questi capezzoli troppo gonfi e morbidi per un soldato... e questo pene minuscolo, quasi sparisce tra le cosce. Non hai nemmeno un pelo addosso, sei liscio come una ragazzina.'
Io resto immobile, umile, incassando ogni spinta e ogni parola carica di verità. Piras non scherza, lo dice sul serio: sono un errore della natura, un finocchio che in questa caserma di maschi violenti ha un solo compito. 'Devi essere orgoglioso di far godere uomini come Nunzio e Sasà, che passano la giornata a faticare e non hanno altro modo per sfogarsi' ansima, mentre il ritmo del cazzo si fa più serrato. 'Il tuo unico dovere è il benessere del cazzo del padrone. Devi sentirti ingravidato dal loro sperma, capito?'
Accolgo la sua virilità fino in fondo, con gli occhi lucidi fissi nei suoi. Quando arriva al culmine, sento il suo getto bollente inondarmi dentro, un calore denso che mi marchia l'anima. Appena ha finito, Piras si stacca da me senza una parola di conforto. Con un gesto rapido e asciutto si tira su le brache, sistema la cinta della mimetica e si ricompone perfettamente, come se nulla fosse successo.
'Mo rivestiti e sparisci' mi ordina, dandomi un colpetto secco sulla nuca. 'Vai in camerata, che Nunzio e Sasà hanno le palle cariche e stasera non avranno pazienza con una serva che fa storie.'
Mi rivesto tremando, sentendo ancora il peso della sua verga dentro di me, consapevole che la mia notte è appena iniziata e che i due muratori mi stanno già aspettando.
Il contrappello è passato da poco e l’aria in camerata è una cappa di sudore acido e fumo di MS. Nunzio e Sasà mi hanno trascinato nell'angolo più buio, sbattendomi a pecora sulla branda. Sono nudo, esposto, con i miei fianchi larghi che tremano e quel cazzetto minuscolo che sparisce tra le cosce lisce, senza nessun pelo.
Nunzio mi monta con la furia di chi deve solo svuotarsi le palle dopo una giornata di cantiere. Mentre mi possiede con colpi secchi e brutali, mi afferra i capezzoli gonfi con le sue mani da muratore e me li spreme con una cattiveria che mi strappa le lacrime. 'Guarda 'sta troia serva... t'abbiamo fatto 'e zizze comm'a 'na femmena' ringhia con quel suo dialetto roco. 'O vide quanto sî debole? Tiene 'o cazzetto ca pare quello di un neonato.'
Dall'altro lato, Sasà non sta a guardare. Mi pianta le unghie spezzate e sporche nei fianchi, stringendo la carne morbida finché non sento il bruciore del sangue che inizia a rigarmi la pelle. 'Guarda comm'e ballano 'sti fianchi... pareno doje budini' ride sguaiato, dandomi manate sulla carne viva. 'Sî proprio 'na troia usata, biondì. Te piace ca te schifammo? Te piace ca te facimmo male?'
La tensione in me è insopportabile: mi vergogno da morire per le loro sconcezze, per come ridicolizzano la mia mancanza di virilità, eppure il mio corpo risponde con un godimento malato a ogni loro insulto. Quando Nunzio arriva al culmine e mi inonda dentro con un getto di sperma bollente, seguito subito dopo dal carico pesante di Sasà, sento il mio ventre tendersi.
Il momento più crudo è quando si staccano e mi lasciano lì, immobile e sottomesso. Sento lo sperma denso e amaro che inizia a colare tra le cosce, mischiandosi al sangue dei graffi sui fianchi e al sudore della naja. Mi sento davvero ingravidato dalla loro prepotenza, marchiato dentro dal loro seme e fuori dai loro insulti.
'Vide comm'o perde... nun ne tiene manco un poco dentro' sghignazza Nunzio, ripulendosi sulla mimetica sporca. 'Mo resta accussì, ca devi addurà 'e nuje e de' cazzi nuostri fino a dimane.'
Mi lasciano a quattro zampe, col respiro spezzato e il sapore della loro crudeltà nei sensi, mentre il loro seme continua a colare lentamente sul lenzuolo, segnando la mia definitiva sottomissione.
Stamattina il risveglio è stato un tormento. I graffi di Sasà sui fianchi bruciano a contatto con la divisa e le quattro bruciature sulle natiche pulsano a ogni passo, ma sono già nell'alloggio del Sergente Piras. Lui è nudo come me, seduto sul bordo della branda, una massa di muscoli bruni e compatti che emana un odore di sapone e pelle calda. Mi ha ordinato di montargli sopra, e ora sto andando su e giù con il sedere sul suo cazzo, accogliendo quella verga enorme che mi riempie e mi scuote fin dentro le viscere.
Piras mi fissa con la solita espressione seriosa, le mani callose piantate sulle mie cosce per guidare il ritmo. 'Aschò, biondino, ascolta bene' dice con quel suo accento sardo che non ammette repliche. 'Stavo pensando che per le sedute del mattino potrei far intervenire un altro sergente, un mio amico. Due cazzi sono meglio di uno per una troia come te, eja?'
Sento un brivido di puro terrore mischiato a una debolezza infinita. 'Sergente... vi prego...' mi lamento con la mia voce da finocchio, mentre i miei fianchi larghi ondeggiano sotto il suo peso. 'È troppo... prenderne due al mattino e poi subire Nunzio e Sasà la sera... non ce la faccio...'
In un istante, gli occhi di Piras si accendono di una furia fredda. Mi afferra per le braccia con una stretta che mi mozza il fiato e mi blocca il movimento. 'Eja? E chi sei tu per decidere cosa è troppo?' ringhia, la faccia a pochi centimetri dalla mia. 'Ti ho già detto che sei solo una troia serva, sei qui solo per il benessere del cazzo del padrone. Se provi a fare ancora storie, ci saranno conseguenze che non ti piaceranno, mi hai capito? Ti sbatto in cella di rigore e ci mando pure quelli del cantiere a trovarti.'
Tremo violentemente, annichilito dalla sua assertività. 'S-sì, padrone... scusatemi... farò tutto quello che volete' sussurro tra le lacrime, sentendo quanto il mio pene minuscolo sia patetico davanti alla sua virilità.
Lui mi fa segno di togliermi con un gesto brusco. Mi spinge in ginocchio sul pavimento, tra le sue gambe larghe. Mi infilo il suo cazzo molto dotato in bocca, disperato, cercando di farmi perdonare con la lingua, leccando i testicoli pesanti e risalendo lungo l'asta venosa che sa di maschio. Piras mi afferra i capelli e inizia a spingere con foga, incurante del mio strozzarmi, finché non sento il suo muscolo tendersi.
Con un grugnito di soddisfazione, mi inonda la gola con un getto di sperma bollente e abbondante. 'Ecco, bevi e impara a stare zitta' dice, mentre io deglutisco ogni goccia di quel calore amaro, sentendo il suo seme che mi scende giù come il marchio definitivo della mia schiavitù.
Il terrore mi ha mangiato l’anima per tutto il giorno. Nunzio e Sasà hanno saputo della mia lamentela con Piras e, appena le luci della camerata si sono spente, l'incubo è ricominciato. L’aria puzza di piedi, sudore acido e del fumo denso delle loro sigarette. Non hanno detto una parola all'inizio: Nunzio mi ha solo afferrato per i capelli e mi ha sbattuto a pecora sulla branda con una violenza che mi ha fatto vedere le stelle.
"Uè, biondì... aggio saputo ca te lament' p' 'o cazzo d' 'o sargente" ha sibilato Nunzio vicino al mio orecchio, la voce roca di disprezzo. "Ti pare ca simmo troppi? Mo t'imparammo nuje quanta ne può purtà 'na troia serva comm'a tte."
Mi hanno scopato velocemente, con una rabbia secca, animalesca. Nunzio mi teneva i fianchi larghi bloccati con le sue mani da muratore, mentre Sasà mi premeva la faccia contro il materasso lordo. Sentivo i loro cazzi poco puliti entrarmi dentro a turno, rapidi, senza pietà per il mio dolore, mentre il mio cazzetto spariva schiacciato contro le lenzuola. Ogni spinta era un insulto alla mia poca virilità, alla mia pelle liscia e senza nessun pelo.
Appena hanno finito di svuotarsi, lasciandomi il loro sperma amaro a colare tra le cosce, non mi hanno permesso di muovermi. "Statte fermo, biondì, ca mo te passamm' 'a voglia 'e pazzia'" ha ringhiato Sasà.
Ho sentito il calore delle sigarette avvicinarsi. Due punte incandescenti che hanno cercato spazio tra i vecchi marchi, affondando nella carne delle natiche. Il dolore è stato un urlo soffocato in gola, un morso di fuoco che si mischiava al sapore del loro sudore e dell'odore di cazzo che mi ammorbava i sensi. Mi hanno marchiato ancora, punendo la mia debolezza con altre bruciature che ora pulsano insieme al seme che perdo lentamente.
"Mo tiene 'a firma d' 'o cantiere pure overo" ha ridacchiato Nunzio, pulendosi le mani ruvide sulla mia schiena nuda. "Domani vai dal sargente e di' ca ne vuò ancora di più, hai capito, troia?"
Mi hanno lasciato lì, nudo e tremante, con l'odore di pelle bruciata che sale dalla latrina e il corpo che brucia di vergogna e di un piacere che mi distrugge.
Caro diario,
Il buio del sotterraneo è squarciato solo da una lampadina fioca che dondola, riflettendo l'umidità delle pareti che sanno di muffa e latrina. È il mio ultimo giorno, ma non c'è onore, solo la resa totale. Sono nudo, i miei fianchi larghi e i capezzoli gonfi sono segnati dai lividi violacei del frustino da cavallo che Nunzio agita ancora nell'aria. Piras è lì, in mimetica, col suo sguardo serioso e le gambe larghe, insieme al suo compare e a quei due tipi loschi che odorano di strada e di malavita.
Prima di iniziare il massacro finale, Piras mi afferra per i capelli, costringendomi a stare inginocchiato sul pavimento freddo. "Aschò, biondino, prima del congedo devi lavarti l'anima con la nostra" dice con quel suo accento sardo secco. A uno a uno, si sbottonano davanti alla mia faccia. Sento l'odore forte dei loro cazzi poco puliti, dei loro piedi e del sudore acido di chi ha faticato tutto il giorno.
Iniziano a pisciarmi in bocca, uno dopo l'altro. Il getto caldo e amaro dell'urina di Nunzio mi riempie la gola, poi quella di Sasà, e infine quella di Piras. Invece di ribellarmi, provo un piacere malato, una vertigine di sottomissione che mi fa vibrare il cazzetto minuscolo tra le cosce lisce. Bevo ogni goccia con devozione, sentendo il calore del loro scarto che mi scende giù, un rito che mi annienta e mi eccita fino alla follia.
Vedo nei loro occhi una sorta di disperazione primordiale; mi usano con una violenza che tradisce il loro bisogno animale di svuotarsi, di distruggere l'unica cosa "femmina" in quel deserto di cemento. Mi scopano senza limiti, a turno e contemporaneamente, con una foga che non ha nulla di umano. Nunzio mi pianta le mani da muratore nei fianchi fino a farmi uscire il sangue con le sue unghie spezzate, mentre Sasà mi preme la faccia contro il pavimento lordo di piscio.
'Guarda 'sta troia serva... s'è bevuta tutto' ringhia Nunzio tra un'imprecazione e l'altra. 'O vide quanto sî inutile? Solo a chisto servi.'
Quando arrivano tutti al culmine, il mio ventre si tende sotto il peso del loro sperma. È un fiume bollente e denso che mi inonda le viscere, un carico così pesante che sento il bisogno fisico di trattenerlo. Ma appena si staccano, il seme inizia a colare tra le cosce, mischiandosi all'urina e al sangue dei marchi. Quel fluido viscido che mi sporca è il mio unico ricordo della naja, la prova che sono stata la loro cosa.
Piras si tira su le brache con la solita calma glaciale. "Eja, ora sparisci. Portati a casa il sapore del nostro comando."
Resto lì, tremante e annientato nel fumo delle loro sigarette, consapevole che non sarò mai più un uomo libero, ma solo il contenitore del loro disprezzo.
qulottone@gmai.com
Due dei nuovi arrivati del battaglione non sono ragazzi qualunque. Vengono dai cantieri della malavita, si vede da come si muovono: hanno il fisico nervoso, asciutto, forgiato dal cemento e dai carichi pesanti. Hanno il viso truce, segnato dal sole e da una vita che non ha regalato niente, e quando parlano il loro dialetto napoletano taglia l'aria come una lama.
Io mi vergogno anche solo a incrociare i loro occhi, temo che possano leggere la mia fame di un mese. Ma stasera, nell'umidità dei bagni della caserma, tra il vapore delle docce e il rimbombo delle piastrelle scheggiate, è successo qualcosa.
Ero davanti allo specchio opaco a sciacquarmi il viso, quando ho sentito il rumore degli scarponi alle mie spalle. Erano propio loro due. Si sono fermati troppo vicini, e uno, con voce bassa e quel tono minaccioso che mi fa vibrare il sangue, ha detto: 'Uè, che faje tutto solo cca dinto? Te serve 'na mano?'. Il cuore mi è salito in gola, mentre lo specchio rifletteva i loro volti duri e quel desiderio che, all'improvviso, non sembrava più soltanto mio.
"Caro diario, la situazione è precipitata in un istante. Non erano lì per lavarsi; sapevano già tutto di me. Forse i 'nonni' prima di andarsene avevano lasciato detto qualcosa, o forse è solo che gente come loro, abituata alla vita dura dei cantieri, certe cose le annusa nell'aria.
Si sono messi ai lati, chiudendomi contro il lavandino. Quello più alto, con una cicatrice sullo zigomo e le mani spesse, ha sputato a terra e mi ha fissato con quegli occhi truci: 'Uè, biondino... 'e parlate d' 'e nonni songo arrivate pure a nuje. Diceno ca ccà dinto ce sta 'na bella troia ca aspetta sulo a nuje. Sî tu, o no?'
Io ho sentito le gambe mancarmi. Ho provato a scuotere la testa, con un filo di voce che mi è uscito strozzato: 'No... vi sbagliate... io non...'
Ma l'altro, quello più tarchiato, mi ha bloccato il braccio con una morsa di ferro. 'Nun pazzia' cu nuje, ca nun tengo pacienza. Te vide comm'e sî debole? Parle proprio comm'a nu ricchiuncello. Nuje avimmo bisogno 'e sfugà, e tu sî proprio 'o tipo giusto.'
Le loro minacce sono sicure, senza appello. Non c'era cattiveria gratuita, solo la fredda determinazione di chi è abituato a prendersi ciò che vuole. Quello con la cicatrice mi ha preso per la nuca, spingendomi con forza verso l'ultima cabina dei bagni, quella col chiavistello rotto. 'Vien'accà, mo t'appruov'io... vedimmo se sî bbona comm'e diceno.'
Mentre la porta si chiude alle nostre spalle col suo rimbombo di legno, ho capito che il mese di astinenza è finito. E nonostante la paura, quel senso di debolezza totale davanti alla loro forza bruta mi ha fatto eccitare in un modo che non potevo nascondere."
"Caro diario, l’aria in quella cabina è diventata un muro di fumo e feromoni. Quello alto mi ha sbattuto in ginocchio con una violenza che mi ha mozzato il fiato, le sue mani incrostate di polvere mi hanno artigliato i capelli.
'Uè, guarda 'a bionda... addora 'e femmena, chisto se mette 'o prufumo p' 'a naja', ha sibilato con un ghigno truce, mentre l'odore aspro del suo sudore e del testosterone mi schiacciava i sensi. Mi ha tirato fuori il suo membro venoso, scuro, una corda di muscoli tesa che mi premeva sulle labbra. 'O siente l'odore d' 'o maschio, ricchiù? Ma mo te facimmo addurà comm'a nuje. Arape 'a vocca, muovete!'
Non appena ho schiuso le labbra con un gemito debole, mi ha invaso con una forza bruta. Sentivo il duro delle sue dita graffiarmi le guance mentre spingeva con foga animale. Poi, con un’imprecazione gutturale — 'Mannaggia 'a miseria, quanto sî bbona... te pozzo scassà!' — ha sussultato. Ho sentito il suo seme bollente e denso esplodermi in gola, un fiotto salato e pesante che mi ha riempito fino a soffocarmi. 'Inghiotti, troia, nun ne perdere manco 'na goccia!', ha ringhiato mentre mi costringeva a deglutire tutto quel calore amaro.
Appena si è scostato, è entrato Sasa, massiccio e sporco di grasso, con l'odore di cuoio e corpo surriscaldato che mi toglieva l'ossigeno. Mi ha dato uno schiaffo secco sulla faccia per farmi alzare lo sguardo sul suo membro violaceo e prepotente. 'Gennà, chista tiene 'na vocca ca pare 'na purtiera aperta! Uè, biondino, mo tocca a me... vedimmo se sî degno d' 'o fierro mio'.
Mi ha afferrato con le mani pesanti, obbligandomi a spalancare la bocca mentre l'altro fuori rideva fumando. Mi ha posseduto con una rapidità feroce, imprecando contro la mia debolezza finché anche il suo carico non è fluito, denso e abbondante, mescolandosi al seme del compagno.
"Sasa m’ha girato di scatto, schiacciandomi il petto contro le piastrelle umide e gelide del cesso. Ero ormai completamente nudo, esposto e tremante, con le gambe che mi sbattevano tra loro mentre il mio respiro usciva sottile, umile, spezzato. È rimasto un istante in silenzio, fissando con un odio profondo la mia pelle bianca segnata dai vecchi lividi e dalle cicatrici della battitura lasciate dai 'nonni' prima di andarsene.
'Uè, guarda ccà...' ha sibilato con una voce carica di disgusto, indicando i segni dei vecchi abusi sulla mia carne nuda. 'Chista è già tutta marchiata. T'hanno proprio usato comm'a nu straccio, eh biondì? Me faje schifo.'
'Proprio 'na troia serva usata...' ha aggiunto Sasa, sputando a terra proprio vicino ai miei piedi. Le sue mani da muratore, ruvide come carta vetrata e indurite da anni di cantiere, mi hanno afferrato le natiche con la forza bruta delle mani da lavoratore, una morsa che mi ha tolto il fiato. Sentivo l'odore aspro del loro sudore mischiarsi a quello forte e stantio dei loro membri maschili poco puliti e al tanfo dolciastro e nauseante che saliva dalla latrina.
'S-sì... mi piaceva essere battuto...' ho risposto con la mia voce da finocchio, e nonostante la paura, non sono riuscito a nascondere un fremito di piacere che mi percorreva la schiena. Gennaro l'ha notato e ha sputato di nuovo, stavolta sulla mia schiena. 'Guarda 'o lurido... gode pure. Te piace ca te schifammo, eh?'
'E allora mo t'imparammo nuje che significa appartenere a chi fatica' ha ruggito Gennaro, accostando la punta incandescente della sua MS. 'Nun t'imparammo cu 'e mazzate comm'a chille, ca 'e lividi se ne vanno. Nuje te mettimm' 'a firma dint' 'a carne, accussì nun t'o scuorde maje cchiù ca sî 'na serva.'
'Statte fermo e nun fiatà, si no t'accido' ha intimato Ciro, schiacciandomi le spalle contro il muro. Ho sentito il fuoco delle due sigarette affondare contemporaneamente nella carne tenera delle natiche, proprio sopra le vecchie cicatrici. Il dolore è stato un lampo accecante, ma sono rimasto immobile, quasi estasiato dalla mia totale sottomissione, soffocando il grido nel sapore amaro dello sperma che mi impastava ancora la gola. L'odore di pelle bruciata è salito subito, fondendosi con l'odore persistente dei loro cazzi e lo schifo della latrina.
'Ecco fatto' ha concluso Gennaro, staccando la brace e guardando con soddisfazione i due marchi rossi che pulsavano sulla mia nudità. 'Mo sî 'a nostra. E si qualcheduno te tocca, 'o facimm' passà 'o guaio. Mo va' a dormire, e vide 'e nun te lavà 'o sapore d' 'a sburrata nuostra d' 'a vocca.'
Mi hanno dato uno schiaffo sbrigativo e sono usciti ridendo, lasciandomi lì nudo a tremare nel buio della cabina, marchiato a fuoco e finalmente sottomesso a dei veri uomini.
"Caro diario, la notte successiva è stata ancora più cupa. Nel buio della camerata, l’aria sotto le coperte era diventata irrespirabile, satura dell'odore dei loro piedi stanchi dopo la marcia e di quel sudore acido da muratori che gli impregnava la pelle. Gennaro e Ciro si sono infilati nella mia branda, schiacciandomi con la loro forza bruta.
Ero rannicchiato ai loro piedi, nudo e umile, col viso premuto contro la loro carne dura. Mentre leccavo con devozione i loro testicoli gonfi e i loro cazzi nervosi e poco puliti, sentivo sotto la lingua il sapore forte e selvaggio della pelle che mi riempiva le narici, un odore di maschio che non si lava da giorni. Gennaro mi ha afferrato i capelli con le sue mani ruvide, tirandomi la testa all'indietro con violenza.
'Uè, biondì, stamme a senti' bbuono', ha sibilato col suo dialetto roco. 'Da mo in poi, tu sî 'a serva nostra. Ogni notte, prima d' 'o contrappello e dopo 'o silenzio, tu sî 'a nostra. Hai capito?'
Ho provato a rispondere, ma la voce mi è uscita sottile: 'S-sì... sono la vostra serva...'.
Un colpo secco, uno schiaffo che mi ha fatto rimbombare l'orecchio e girare la faccia. 'Nun t'aggio ssentito! Ripeti forte, troia!' ha ruggito Ciro, mentre l’altro mi premeva il suo membro maschile contro la guancia per zittirmi.
'Sono la vostra troia serva, farò tutto quello che volete!' ho ripetuto tra le lacrime, sentendo il sapore aspro dei loro cazzi che mi impastava la bocca.
'Brava guagliona', ha ridacchiato Gennaro, tirando fuori la solita MS. 'E siccome sî 'na serva ca tene bisogno 'e s'arricordà chi è 'o padrone, mo te mettimm' 'ata targa.'
Ciro mi ha bloccato le braccia dietro la schiena, schiacciandomi la faccia contro il materasso che puzzava di polvere. Ho sentito il calore delle sigarette avvicinarsi di nuovo alle mie natiche, proprio accanto ai marchi della notte prima. Quando le braci hanno toccato la carne, l'odore di pelle bruciata è salito subito, fondendosi con l'odore dei loro piedi e dei loro cazzi che mi premevano addosso.
Ho soffocato il grido nel cuscino, mentre il sapore di quel sesso sporco mi invadeva la gola. 'Sì... marchiatemi... sono vostra...' ho sussurrato, annientato dal loro disprezzo e dalla loro prepotenza.
'Ecco fatto', ha detto Gennaro staccando la cicca. 'Mo tiene quattro firme. Domani sera portamm' 'o cafè e vide 'e tene' 'a vocca pulita, ca avimm' 'a faticà ancora.'
Mi hanno lasciato lì, tremante e marchiato a fuoco per la seconda volta, mentre tornavano alle loro brande ridendo tra loro.
Caro diario,
Il bruciore dei quattro marchi sulle natiche è un incendio fisso che mi morde la carne sotto la mimetica, ma non posso fermarmi. Sono nell'alloggio del Sergente Piras e il cuore mi batte in gola. Piras mi piace da morire: è basso, muscoloso, con quelle spalle larghe che sembrano fatte di granito. Mi piace la sua assertività, il modo in cui mi guarda dall'alto, come se fossi un oggetto di sua proprietà.
In questo momento lui se ne sta seduto sulla sedia con la canotta bianca tirata su sulla pancia muscolosa e gli slip calati sotto le ginocchia, con le gambe larghe. Io sono in ginocchio nudo tra le sue cosce possenti. Lo sto masturbando con la mano destra e tengo la punta del suo cazzo tra le labbra. È molto dotato, una verga dura, calda, che sa di sapone di caserma e di maschio vero. Mi perdo a guardare le vene che gli percorrono l'asta e la pelle scura del prepuzio; è una carne prepotente che mi riempie i sensi.
Lui mi fissa, la faccia dura, e parla con quel suo accento sardo secco che mi fa vibrare: 'Aschò, biondino... ho saputo che quei due napoletani, Nunzio e Sasà, ti hanno messo gli occhi addosso. Mi ricordi un ragazzo finocchio che stava qui l'anno scorso... uno che faceva sempre storie, che non voleva mai prenderlo fino in gola e ogni volta era una lagna.'
Sento un brivido di paura e desiderio. 'E... che fine ha fatto, Sergente?' sussurro con la mia solita voce sottile.
Piras fa una smorfia carica di cinismo, dando per scontato che un finocchio come me certe cose debba farle e basta, senza discutere. 'Lo hanno rispedito a casa a pezzi. Quelli del cantiere non hanno pazienza con chi fa i capricci. Se hanno deciso che sei la loro serva, ti conviene stare muto e subire. È meglio per la tua salute, mi hai capito?'
Non rispondo a parole. I miei occhi diventano lucidi e, invece di tirarmi indietro, affondo la bocca su quel cazzo magnifico, facendolo scivolare sempre più giù, dimostrando che io, a differenza dell'altro, non farò mai storie e lo prenderò tutto. Il mio silenzio e il mio sguardo sottomesso dicono tutto: io voglio questo destino.
Piras lascia andare un mezzo sorriso sghembo, sentendo la mia mano accelerare il ritmo. 'Eja... allora è vero. Tu sei diverso da quello. Ti piace che quegli animali ti usino come vogliono, eh? Ti eccita farti marchiare da quella gente?'
Arrossisco violentemente, ma invece di negare accentuo la suzione fino a toccare il fondo della gola, accogliendo tutta la sua lunghezza tra le lacrime. Il Sergente emette una risata roca, un grugnito di soddisfazione mentre sento i suoi muscoli tendersi sotto le mie dita.
'E allora meglio per te, biondino. Almeno così non avrai problemi. Se ti piace fare la loro troia, allora hai trovato i padroni giusti.'
Mi spinge la testa con forza contro il bacino mentre arriva al culmine, e io accolgo lo sperma caldo con devozione.
"Aschò, biondino, ascolta bene" dice con quel suo accento sardo secco e autoritario. "Quelli del cantiere, Nunzio e Sasà, non sono mica froci come te, eja? Loro sono maschi veri. Hanno solo bisogno di svuotarsi le palle con una troia, e tu sei qui apposta. Un finocchio deve capire che il suo unico compito è pensare al benessere del cazzo del padrone."
Sento la sua mano che mi preme con forza la nuca di nuovo, spingendo la punta del suo glande umido tra le mie labbra. "Devi prenderlo tutto in gola senza fare storie. E ricordati che un finocchio deve imparare pure a ricevere il seme del maschio nel culo, per sentirsi ingravidato da chi comanda. È così che funziona, rassegnati."
Arrossisco violentemente, ma le sue parole mi colpiscono come schiaffi eccitanti. Annuisco umilmente e affondo la bocca sulla sua carne calda, accogliendo lo sperma bollente di Piras con una devozione che mi annienta.
Quando rientro in camerata, l'aria è densa dell'odore di piedi, sudore acido e dell'odore di cazzo stantio di chi ha faticato tutto il giorno. Nunzio e Sasà mi aspettano nell'ombra.
"Uè, biondì... vide 'e nun te mettere strane idee 'a capa" ringhia Nunzio, afferrandomi per i capelli con le sue mani da muratore, ruvide e pesanti. "Nuje nun simmo ricchiuni comm'a tte. Nuje tenimmo sulo 'e palle piene e tu sî 'a serva ca ce l'ha da svuotà. Hai capito? Tu devi penzà sulo a fance sta' bbuono a nuje."
Mi sbatte in ginocchio tra le sue cosce, tirando fuori il suo membro scuro e poco pulito. Non faccio storie. Apro la bocca e lo accolgo tutto, sentendo la punta che mi urta il fondo della gola mentre le lacrime mi appannano la vista. Nunzio ride sguaiato, spingendo con foga animalesca finché il suo sperma denso e amaro non mi invade, costringendomi a deglutire ogni goccia sotto il suo sguardo di disprezzo.
Poi tocca a Sasà. Mi prende la nuca con le sue dita callose, obbligandomi a leccare il suo cazzo massiccio e sporco. Sento l'odore forte della sua pelle e della latrina, ma resto immobile, sottomesso, mentre lui mi usa la bocca con prepotenza, imprecando in napoletano.
"Overo è 'na troia serva... guarda comm'o piglia tutto" ansima Sasà, prima di liberare anche lui il suo carico caldo e pesante nella mia gola.
Stasera non mi marchiano, ma il loro disprezzo brucia più del fuoco. Mi lasciano lì, nudo e tremante, col sapore del loro sesso sporco che mi scende giù, consapevole che per loro non sono un uomo, ma solo un buco da usare per il loro benessere.
Caro diario,
Il Sergente Piras è rimasto in mimetica, la giacca d’ordinanza ancora addosso, ma con i pantaloni e gli slip abbassati ai piedi, incastrati tra gli anfibi. Io sono supino, completamente nudo e a cosce spalancate sulla sua branda, esposto alla sua ispezione crudele. Mi penetra lentamente, con una metodicità che mi toglie il fiato; la sua verga è un cazzo enorme, caldo, che mi apre con una prepotenza calma.
Mentre si muove dentro di me, le sue mani callose e dure da sardo mi afferrano i fianchi, premendo con forza sulla carne bianca. Mi guarda dall'alto, serioso, senza un briciolo di dolcezza. 'Aschò, biondino, guardati bbuono...' dice con quel suo accento tagliente. 'Stai qui nudo e sembri proprio una femmina, una troia fatta apposta per essere presa. Hai questi fianchi larghi e questi capezzoli troppo gonfi e morbidi per un soldato... e questo pene minuscolo, quasi sparisce tra le cosce. Non hai nemmeno un pelo addosso, sei liscio come una ragazzina.'
Io resto immobile, umile, incassando ogni spinta e ogni parola carica di verità. Piras non scherza, lo dice sul serio: sono un errore della natura, un finocchio che in questa caserma di maschi violenti ha un solo compito. 'Devi essere orgoglioso di far godere uomini come Nunzio e Sasà, che passano la giornata a faticare e non hanno altro modo per sfogarsi' ansima, mentre il ritmo del cazzo si fa più serrato. 'Il tuo unico dovere è il benessere del cazzo del padrone. Devi sentirti ingravidato dal loro sperma, capito?'
Accolgo la sua virilità fino in fondo, con gli occhi lucidi fissi nei suoi. Quando arriva al culmine, sento il suo getto bollente inondarmi dentro, un calore denso che mi marchia l'anima. Appena ha finito, Piras si stacca da me senza una parola di conforto. Con un gesto rapido e asciutto si tira su le brache, sistema la cinta della mimetica e si ricompone perfettamente, come se nulla fosse successo.
'Mo rivestiti e sparisci' mi ordina, dandomi un colpetto secco sulla nuca. 'Vai in camerata, che Nunzio e Sasà hanno le palle cariche e stasera non avranno pazienza con una serva che fa storie.'
Mi rivesto tremando, sentendo ancora il peso della sua verga dentro di me, consapevole che la mia notte è appena iniziata e che i due muratori mi stanno già aspettando.
Il contrappello è passato da poco e l’aria in camerata è una cappa di sudore acido e fumo di MS. Nunzio e Sasà mi hanno trascinato nell'angolo più buio, sbattendomi a pecora sulla branda. Sono nudo, esposto, con i miei fianchi larghi che tremano e quel cazzetto minuscolo che sparisce tra le cosce lisce, senza nessun pelo.
Nunzio mi monta con la furia di chi deve solo svuotarsi le palle dopo una giornata di cantiere. Mentre mi possiede con colpi secchi e brutali, mi afferra i capezzoli gonfi con le sue mani da muratore e me li spreme con una cattiveria che mi strappa le lacrime. 'Guarda 'sta troia serva... t'abbiamo fatto 'e zizze comm'a 'na femmena' ringhia con quel suo dialetto roco. 'O vide quanto sî debole? Tiene 'o cazzetto ca pare quello di un neonato.'
Dall'altro lato, Sasà non sta a guardare. Mi pianta le unghie spezzate e sporche nei fianchi, stringendo la carne morbida finché non sento il bruciore del sangue che inizia a rigarmi la pelle. 'Guarda comm'e ballano 'sti fianchi... pareno doje budini' ride sguaiato, dandomi manate sulla carne viva. 'Sî proprio 'na troia usata, biondì. Te piace ca te schifammo? Te piace ca te facimmo male?'
La tensione in me è insopportabile: mi vergogno da morire per le loro sconcezze, per come ridicolizzano la mia mancanza di virilità, eppure il mio corpo risponde con un godimento malato a ogni loro insulto. Quando Nunzio arriva al culmine e mi inonda dentro con un getto di sperma bollente, seguito subito dopo dal carico pesante di Sasà, sento il mio ventre tendersi.
Il momento più crudo è quando si staccano e mi lasciano lì, immobile e sottomesso. Sento lo sperma denso e amaro che inizia a colare tra le cosce, mischiandosi al sangue dei graffi sui fianchi e al sudore della naja. Mi sento davvero ingravidato dalla loro prepotenza, marchiato dentro dal loro seme e fuori dai loro insulti.
'Vide comm'o perde... nun ne tiene manco un poco dentro' sghignazza Nunzio, ripulendosi sulla mimetica sporca. 'Mo resta accussì, ca devi addurà 'e nuje e de' cazzi nuostri fino a dimane.'
Mi lasciano a quattro zampe, col respiro spezzato e il sapore della loro crudeltà nei sensi, mentre il loro seme continua a colare lentamente sul lenzuolo, segnando la mia definitiva sottomissione.
Stamattina il risveglio è stato un tormento. I graffi di Sasà sui fianchi bruciano a contatto con la divisa e le quattro bruciature sulle natiche pulsano a ogni passo, ma sono già nell'alloggio del Sergente Piras. Lui è nudo come me, seduto sul bordo della branda, una massa di muscoli bruni e compatti che emana un odore di sapone e pelle calda. Mi ha ordinato di montargli sopra, e ora sto andando su e giù con il sedere sul suo cazzo, accogliendo quella verga enorme che mi riempie e mi scuote fin dentro le viscere.
Piras mi fissa con la solita espressione seriosa, le mani callose piantate sulle mie cosce per guidare il ritmo. 'Aschò, biondino, ascolta bene' dice con quel suo accento sardo che non ammette repliche. 'Stavo pensando che per le sedute del mattino potrei far intervenire un altro sergente, un mio amico. Due cazzi sono meglio di uno per una troia come te, eja?'
Sento un brivido di puro terrore mischiato a una debolezza infinita. 'Sergente... vi prego...' mi lamento con la mia voce da finocchio, mentre i miei fianchi larghi ondeggiano sotto il suo peso. 'È troppo... prenderne due al mattino e poi subire Nunzio e Sasà la sera... non ce la faccio...'
In un istante, gli occhi di Piras si accendono di una furia fredda. Mi afferra per le braccia con una stretta che mi mozza il fiato e mi blocca il movimento. 'Eja? E chi sei tu per decidere cosa è troppo?' ringhia, la faccia a pochi centimetri dalla mia. 'Ti ho già detto che sei solo una troia serva, sei qui solo per il benessere del cazzo del padrone. Se provi a fare ancora storie, ci saranno conseguenze che non ti piaceranno, mi hai capito? Ti sbatto in cella di rigore e ci mando pure quelli del cantiere a trovarti.'
Tremo violentemente, annichilito dalla sua assertività. 'S-sì, padrone... scusatemi... farò tutto quello che volete' sussurro tra le lacrime, sentendo quanto il mio pene minuscolo sia patetico davanti alla sua virilità.
Lui mi fa segno di togliermi con un gesto brusco. Mi spinge in ginocchio sul pavimento, tra le sue gambe larghe. Mi infilo il suo cazzo molto dotato in bocca, disperato, cercando di farmi perdonare con la lingua, leccando i testicoli pesanti e risalendo lungo l'asta venosa che sa di maschio. Piras mi afferra i capelli e inizia a spingere con foga, incurante del mio strozzarmi, finché non sento il suo muscolo tendersi.
Con un grugnito di soddisfazione, mi inonda la gola con un getto di sperma bollente e abbondante. 'Ecco, bevi e impara a stare zitta' dice, mentre io deglutisco ogni goccia di quel calore amaro, sentendo il suo seme che mi scende giù come il marchio definitivo della mia schiavitù.
Il terrore mi ha mangiato l’anima per tutto il giorno. Nunzio e Sasà hanno saputo della mia lamentela con Piras e, appena le luci della camerata si sono spente, l'incubo è ricominciato. L’aria puzza di piedi, sudore acido e del fumo denso delle loro sigarette. Non hanno detto una parola all'inizio: Nunzio mi ha solo afferrato per i capelli e mi ha sbattuto a pecora sulla branda con una violenza che mi ha fatto vedere le stelle.
"Uè, biondì... aggio saputo ca te lament' p' 'o cazzo d' 'o sargente" ha sibilato Nunzio vicino al mio orecchio, la voce roca di disprezzo. "Ti pare ca simmo troppi? Mo t'imparammo nuje quanta ne può purtà 'na troia serva comm'a tte."
Mi hanno scopato velocemente, con una rabbia secca, animalesca. Nunzio mi teneva i fianchi larghi bloccati con le sue mani da muratore, mentre Sasà mi premeva la faccia contro il materasso lordo. Sentivo i loro cazzi poco puliti entrarmi dentro a turno, rapidi, senza pietà per il mio dolore, mentre il mio cazzetto spariva schiacciato contro le lenzuola. Ogni spinta era un insulto alla mia poca virilità, alla mia pelle liscia e senza nessun pelo.
Appena hanno finito di svuotarsi, lasciandomi il loro sperma amaro a colare tra le cosce, non mi hanno permesso di muovermi. "Statte fermo, biondì, ca mo te passamm' 'a voglia 'e pazzia'" ha ringhiato Sasà.
Ho sentito il calore delle sigarette avvicinarsi. Due punte incandescenti che hanno cercato spazio tra i vecchi marchi, affondando nella carne delle natiche. Il dolore è stato un urlo soffocato in gola, un morso di fuoco che si mischiava al sapore del loro sudore e dell'odore di cazzo che mi ammorbava i sensi. Mi hanno marchiato ancora, punendo la mia debolezza con altre bruciature che ora pulsano insieme al seme che perdo lentamente.
"Mo tiene 'a firma d' 'o cantiere pure overo" ha ridacchiato Nunzio, pulendosi le mani ruvide sulla mia schiena nuda. "Domani vai dal sargente e di' ca ne vuò ancora di più, hai capito, troia?"
Mi hanno lasciato lì, nudo e tremante, con l'odore di pelle bruciata che sale dalla latrina e il corpo che brucia di vergogna e di un piacere che mi distrugge.
Caro diario,
Il buio del sotterraneo è squarciato solo da una lampadina fioca che dondola, riflettendo l'umidità delle pareti che sanno di muffa e latrina. È il mio ultimo giorno, ma non c'è onore, solo la resa totale. Sono nudo, i miei fianchi larghi e i capezzoli gonfi sono segnati dai lividi violacei del frustino da cavallo che Nunzio agita ancora nell'aria. Piras è lì, in mimetica, col suo sguardo serioso e le gambe larghe, insieme al suo compare e a quei due tipi loschi che odorano di strada e di malavita.
Prima di iniziare il massacro finale, Piras mi afferra per i capelli, costringendomi a stare inginocchiato sul pavimento freddo. "Aschò, biondino, prima del congedo devi lavarti l'anima con la nostra" dice con quel suo accento sardo secco. A uno a uno, si sbottonano davanti alla mia faccia. Sento l'odore forte dei loro cazzi poco puliti, dei loro piedi e del sudore acido di chi ha faticato tutto il giorno.
Iniziano a pisciarmi in bocca, uno dopo l'altro. Il getto caldo e amaro dell'urina di Nunzio mi riempie la gola, poi quella di Sasà, e infine quella di Piras. Invece di ribellarmi, provo un piacere malato, una vertigine di sottomissione che mi fa vibrare il cazzetto minuscolo tra le cosce lisce. Bevo ogni goccia con devozione, sentendo il calore del loro scarto che mi scende giù, un rito che mi annienta e mi eccita fino alla follia.
Vedo nei loro occhi una sorta di disperazione primordiale; mi usano con una violenza che tradisce il loro bisogno animale di svuotarsi, di distruggere l'unica cosa "femmina" in quel deserto di cemento. Mi scopano senza limiti, a turno e contemporaneamente, con una foga che non ha nulla di umano. Nunzio mi pianta le mani da muratore nei fianchi fino a farmi uscire il sangue con le sue unghie spezzate, mentre Sasà mi preme la faccia contro il pavimento lordo di piscio.
'Guarda 'sta troia serva... s'è bevuta tutto' ringhia Nunzio tra un'imprecazione e l'altra. 'O vide quanto sî inutile? Solo a chisto servi.'
Quando arrivano tutti al culmine, il mio ventre si tende sotto il peso del loro sperma. È un fiume bollente e denso che mi inonda le viscere, un carico così pesante che sento il bisogno fisico di trattenerlo. Ma appena si staccano, il seme inizia a colare tra le cosce, mischiandosi all'urina e al sangue dei marchi. Quel fluido viscido che mi sporca è il mio unico ricordo della naja, la prova che sono stata la loro cosa.
Piras si tira su le brache con la solita calma glaciale. "Eja, ora sparisci. Portati a casa il sapore del nostro comando."
Resto lì, tremante e annientato nel fumo delle loro sigarette, consapevole che non sarò mai più un uomo libero, ma solo il contenitore del loro disprezzo.
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