Scopate in cantiere con operai calabresi. Vintage anni 80
di
Qulottone
genere
confessioni
CANTIERI
Il cielo sopra il cantiere non era aria, era piombo fuso che colava sui tetti della periferia. Camminavo rasente i muri, cercando di farmi ombra da solo, con la borsa dei libri ed il peso di una colpa che non sapevo nominare. Ogni fischio dai ponteggi era una frustata; sapevo cosa vedevano: "u rricchione", quello con la pelle troppo liscia e il passo che tradiva una natura sbagliata.
Rocco era già lì, piantato davanti al cancello arrugginito come un idolo di fango. La canottiera lorda di calce pareva sul punto di esplodere sotto la spinta di un petto che sapeva di pietra e fatica. Mi sovrastava, il suo sguardo era pieno di un desiderio che mi frugava addosso, cercandomi. Sputò il mozzicone della Nazionale, schiacciandolo col tacco come avrebbe fatto con me.
«Veni ccà, ricchiò. Muoviti, ca non tignu tempu a perderi,» ringhiò. La sua voce era un colpo che faceva vibrare lo stomaco, un misto di disgusto e un’urgenza che mi umiliava quanto mi eccitava. L’interno del sotterraneo era una oasi d’ombra. L’odore che immediatamente mi investì era l’odore dell’uomo che non deve chiedere scusa, un miscuglio di tabacco, sudore acido e polvere di cantiere. Sul tavolo, il vino era nero come sangue rappreso. Rocco ne versò un bicchiere e me lo piantò contro lo sterno con una mano ruvida, callosa, che prometteva dolore e possesso.
«Bivi. Chiudi l'occhi e cala stu velenu, ca ti serve mu ti sciogli ssa lingua di fimmina.»
Il vino mi bruciò la gola, un fuoco necessario per soffocare la vergogna che mi saliva al volto. «Ora levati i vestiti» ordinò, e i suoi occhi neri erano spilli che mi spogliavano già. Le mie dita tremavano sui bottoni, rendendomi ridicolo ai suoi occhi. Quando rimasi nudo, la mia pelle pallida sembrava un insulto in quella stanza di terra e ferro. Mi sentivo una creatura fragile, esposta al giudizio di una quercia che mi guardava con un desiderio che somigliava all'odio.
Rocco si calò i pantaloni con una furia sorda. La sua virilità emerse prepotente, scura e venata, un pezzo di vita cruda che non aveva nulla a che fare con le parole dei miei libri. Mi afferrò per la nuca; le sue dita si artigliarono ai miei capelli, obbligandomi a guardare l'abisso della mia stessa brama. «Guarda ccà, ricchiò. Chistu è un omo veru. Tu non sai nenti de' masculi,» sibilò, il fiato pesante di fumo sul mio viso. «Ora mpara. Mpara comu si rispetta un omo ca fatica. Non fari u fissa, usa ssa vocca e fammi scurdari ca si' sulu 'nu poveru finocchju.»
In quel silenzio rotto solo dal mio respiro spezzato, tra la paura della sottomissione e la scossa elettrica di quel contatto proibito, capii che non ci sarebbe stata dolcezza. Era un rito brutale, un battesimo in cui la mia dignità veniva sacrificata sull'altare di una fame che ci rendeva, per un istante atroce, ugualmente disperati.
Il vino nero mi martellava nelle tempie, un veleno aspro che offuscava la mia dignità. In quella violenza cercavo disperatamente il mio alibi: la forza bruta di Rocco era la mia sola assoluzione. Se ero schiacciato, se ero vittima, allora non ero io a desiderare quell'abisso. Mi aggrappavo alle sue mani come a catene benedette: finché sentivo il dolore della sua presa, potevo dirmi che non ero complice, che la mia anima restava, pur tra le macerie, incolpevole. Ma era una menzogna che marciva in bocca, una tensione che si scioglieva nel piacere proibito di aver finalmente smesso di lottare contro la mia natura.
Rocco mi sovrastava, un colosso di muscoli e peli che emanava un calore bestiale. Mi premette il palmo sporco di calce sulla nuca, spingendomi verso il basso con un disgusto così denso che pareva di poterlo toccare. Mi inarcai, nudo e miserabile contro le sue cosce muscolose, sentendo su di me non lo sguardo di un amante, ma quello di un macellaio davanti a una bestia infetta.
«Varda ccà, bottana,» sputò con una voce che vibrava di un odio sordo. «Non fari u schifignosu con ssa facci di madonna. Chista è carni di masculu, no i chiacchiere de' libbri tui. Muoviti, mpara comu si servi un omo ca fatica e tieni a bucca chiusa.»
Le sue dita callose si artigliarono ai miei capelli, dettando un ritmo violento che non cercava piacere, ma espulsione. Mi usava per svuotarsi di un istinto che lo terrorizzava, e io mi lasciavo usare, bevendo il calice della mia stessa umiliazione. Ogni suo grugnito era una pietra scagliata contro la mia schiena; ogni mio gesto era un chiodo piantato nella mia colpa. «Accussì, bravo finocchju... chiudi l'occhi e fatica,» sibilò, il respiro ridotto a un rantolo d'animale ferito. «Sentu u sangu ca vugghie... cazzo, muoviti, fammi scurdari chi si'!»
La tensione divenne un soffocamento. Rocco inarcò il busto, le vene del collo gonfie come radici impazzite, il volto contratto in una smorfia di dolore puro, come se il piacere fosse una ferita aperta. Poi, con un’imprecazione che sapeva di fiele e bestemmia, la sua diga crollò. Fu una scarica brutale, un fiotto caldo che mi colpì con la violenza di uno sputo. Mi inondò il viso, gli occhi, il collo, macchiando la mia pelle bianca con la prova irrimediabile del mio peccato. Restai immobile, col fiato mozzo, mentre lui si scostava immediatamente, colto da un conato di rigetto. Si appoggiò al muro ansimando, guardandomi come si guarda una macchia di sangue sul pavimento di casa propria: qualcosa da eliminare, qualcosa che faceva schifo.
Si ripulì con un gesto furioso, rivestendosi come se la sua pelle bruciasse al solo contatto con l’aria di quel prefabbricato. Il suo sguardo era tornato di pietra, un nero d’abisso che non ammetteva testimoni.
Mi afferrò la mascella con una forza che mi fece scricchiolare le ossa, costringendomi a guardare il suo disprezzo. «Ascunta bonu, cos’i nenti,» sibilò, e la sua voce era una lama arrugginita. «Chiddu ca succidìu ccà, mori ccà dintra. Tu non si' nenti, si' sulu 'na fogna dove ho buttato il veleno. Io sugnu un omo veru, tignu onore e famiglia. Si ti scappa 'na parola... io ti scanno e ti sutterro sutta u cemento d'u cantiere. U capisti?»
Annuii col cuore che batteva contro le costole come un uccello in gabbia, il sapore amaro del suo sburro e del mio tradimento ancora in gola. La vergogna mi marchiava più a fondo delle sue dita. Mi sentivo sporco, rotto, eppure incatenato a quel mostro che mi odiava perché lo costringevo a guardarsi allo specchio.
Rocco si strinse la cintura, sovrastandomi con la sua ombra massiccia. «Non ti cridiri di essiri speciale. Quando u sangu mi puncitìa, tu veni ccà e fai u servizio. Ti cerco io. E non provari a mancare, ca t'ammazzo di colpi. Tu si' u sfogo mio, nenti di più.»
Mi scaraventò la camicia in faccia come si tira uno straccio vecchio. «Vattinni. Lavati ssa facci prima mu esci, ca mi veni u vomito a guardarti. E non farti vidiri mai chiù cu ssa camminata di fimmina.»
Uscii nel grigio gelido della sera, sentendo lo sperma freddo seccarsi sulla pelle come una crosta di fango. Ero diventato il complice silenzioso del mio carceriere, l'ombra di un uomo che mi disprezzava per avergli dato l'unica cosa che entrambi bramavamo e che entrambi maledicevamo.
Il martedì successivo la pioggia batteva ritmica sulle lamiere del cantiere, un tambureggiare ossessivo che sembrava voler lavare via il fango dalle strade, ma non lo schifo che mi portavo dentro. Entrai nel seminterrato con il cuore che faceva a pugni con le costole e le due stecche di Marlboro strette sotto il braccio: il prezzo del mio silenzio o, forse, il canone d'affitto per il mio inferno. Spendere i soldi della paghetta per lui mi dava l'illusione di un potere, la misera bugia che fossi io a comprarlo, mentre in realtà stavo solo pagando le catene.
Rocco era un’ombra massiccia seduta su una cassetta di legno. Puliva le unghie con un coltellino, un gesto metodico che trasudava una violenza latente. Quando vide le sigarette, un lampo di bramosia rapace attraversò i suoi occhi neri.
«Bravo u studiente. Almenu capisti chi bbonu t'i fannu accattari i libbri,» grugnì, strappando il pacchetto con dita impazienti. Versò il vino nero, un liquido torbido che pareva fiele. «Bivi veloci, ca stasera u sangu mi vugghie e u pisu m'abbrucia. Non tignu pacienza d'aspettari i comodi tui.»
Si alzò, e la sua mole sembrò inghiottire la poca luce della lampadina nuda. Si sbottonò i pantaloni con una gestualità brutale, quasi d'offesa. La sua erezione si liberò prepotente, un pezzo di carne scura e tesa che pulsava d'una vita propria, ignorando il disprezzo che lui ostentava a parole. La mostrava come un’arma, godendo del mio sgomento. «Guarda ccà chi teni un omo veru. Tu sognatillu 'nu pezzu di carni accussì,» sibilò, ma sotto lo scherno c’era una nota di urgenza quasi dolorosa. Aveva bisogno di me come si ha bisogno di una droga che si odia.
Mi spogliai in un silenzio tombale. Non c’era più bisogno di ordini; la mia resa era diventata un automatismo, l'unica difesa contro il senso di colpa che mi soffocava. Mi inginocchiai nel polverume, investito dal suo odore di calce e maschio selvatico. Ero la troia, il secchio in cui svuotare la sua rabbia. Rocco mi serrò la nuca con una mano che pareva una tenaglia, mentre l'altra batteva nervosa sulla coscia, un tic di eccitazione che cercava di negare.
«Muoviti, cazzo!» ringhiò, la voce ridotta a un rasoio. «Chi fannu ssi labbra? Non fari u schifignosu cu' mia, u capisti?»
Provai a assecondare quella spinta cieca, ma il respiro mi mancò, la gola si chiuse in un rifiuto istintivo. Indietreggiai di un soffio, tossendo. Fu allora che la sua frustrazione esplose.
Sclack.
Il manrovescio mi investì la guancia con la forza di un mattone. La testa rimbalzò di lato, il sapore metallico del sangue mi invase la bocca istantaneamente.
«Chi fhai? Ti scanti?» sibilò Rocco, artigliandomi i capelli per raddrizzarmi il viso verso la sua oscenità. «Guarda ccà, finocchiu de nenti. Tu si' nudo, si' nente. Ringrazia a Dio ca ti fazzu sentiri un omo veru d'incostu. Ora apri ssa vocca e mangiatillu tutto, o ti sballo i denti unu a unu!»
Il dolore fu la mia epifania. In quegli insulti e in quel colpo, la tensione di una vita intera passata a fingere si spezzò. Non c'era più il bravo studente; c'era solo un corpo usato e un uomo che, nonostante il disgusto, non riusciva a staccarsi dalla mia bocca. Più lui mi insultava, chiamandomi "troia" e "cos'i nenti", più io affondavo in quella degradazione come in un letto di piume. Era l'unico posto in cui non dovevo più nascondermi. Mentre lui spingeva con una furia animale, obbligandomi a ricevere ogni centimetro della sua impellenza, percepii il suo corpo tradirlo: i suoi muscoli tremavano di una fame che la sua mente malediceva.
«Accussì... brava troia... ora sì ca t'imparasti u mestieri,» ansimò, e in quel grugnito di trionfo sentii tutto il suo fallimento d'uomo onorato, schiavo della bocca di un "finocchio" che pretendeva di disprezzare. Ero la sua vergogna, ed era per questo che non avrebbe mai potuto smettere.
L’Ape Piaggio 50 arrancava sulla Casilina, tra i palazzi di cemento scrostato e le insegne al neon sbiadite delle officine. Il motore a due tempi urlava, un ronzio metallico che riempiva la cabina angusta dove stavamo schiacciati l’uno contro l’altro. Rocco guidava con una spalla contro lo sportello, il gomito fuori dal finestrino e una Nazionale senza filtro piantata all'angolo della bocca. L’odore di miscela e tabacco mi soffocava, ma era il suo calore a paralizzarmi: il braccio muscoloso, sporco di polvere di cantiere, sfiorava il mio ogni volta che cambiava marcia.
«Guarda dritto, studiente. Non fari u fissa cu ssi occhi persi,» sibilò senza voltarsi, sputando un filo di fumo. «Stasera andiamo fino in fondo. T'u dissi. Vediamo se tieni u fegato di fare quello che dici, o se sei solo un coniglio vestito da signorino.»
Io stringevo le ginocchia, le nocche bianche. «Lo so, Rocco. Non scappo. Lo so cosa mi devi fare» Lui fece un mezzo ghigno, un lampo di denti bianchi nel buio della cabina. «Sì, lo so ca non scappi troia. Perché ti piace, vero? Ti piace farti sburrare in faccia da uno come me. Ti senti pulito quando ti riempio io.»
Ci fermammo in un cantiere fantasma vicino a Torrenova. Il capanno degli attrezzi era un buco di lamiera gelida che puzzava di gasolio e ferro arrugginito. La luce di una pila a gas appoggiata su un fustino di calce tagliava l’oscurità. Rocco non perse tempo in preamboli. Si sbottonò la cintura, i pantaloni di velluto pesante caddero alle caviglie sopra gli scarponi inzaccherati. Si sedette su una vecchia sedia di paglia sfondata, le gambe larghe, un monumento di virilità rozza e minacciosa.
«Veni ccà. Spogliati e mettiti sopra,» ordinò. La voce era un comando che non ammetteva repliche, carica di un disprezzo che serviva a coprire il suo stesso desiderio. «Fammi vedere quanto sei troia stasera.»
Mi sedetti a cavalcioni sulle sue cosce poderose, sentendo i suoi peli ispidi pungermi la pelle e la sua carne turgida, scura, che premeva con una violenza che mi mozzò il fiato. Quando mi spinse verso il basso, sentii un dolore acuto, un’invasione che mi fece inarcare la schiena e gemere contro la sua spalla.
«Zitto! Non fiatare, finocchio de nenti,» ringhiò Rocco, afferrandomi i fianchi con le mani callose, le dita che affondavano nella mia carne come artigli. «Guarda cosa mi fai fare... guarda come mi riduci.» Iniziò a spingere con un ritmo brutale, animalesco. La sedia di paglia scricchiolava a ogni affondo, un lamento che accompagnava il nostro respiro spezzato. La vergogna mi inondava: mi odiavo per come cercavo il suo cazzo, per come il mio corpo tradiva ogni mia morale assecondando quella forza distruttrice. Ma più lui mi insultava, più mi chiamava "schifoso" e "femmina", più io sentivo divampare un piacere perverso, una brama di essere posseduto da quel maschio feroce che mi prendeva come una cosa.
Rocco aveva gli occhi sbarrati, fissi nel vuoto sopra la mia spalla. Sudava, e il suo sudore sapeva di fatica e rabbia. «Troia... non vali niente!» biascicava tra i denti, mentre il suo piacere diventava una tortura che non riusciva più a governare. Sentivo la sua urgenza di sborrare crescere, un’onda di sangue e calore che ci travolgeva entrambi. In quel momento, nel silenzio di Roma Sud, tra le lamiere che vibravano sotto la pioggia sottile, capii che la sua crudeltà era il suo unico modo di amarmi senza morire di vergogna. Quando esplose dentro di me, fu un grido soffocato in dialetto, un’imprecazione che suonava come una resa. Restammo incastrati per qualche secondo, il suo cuore che martellava contro il mio petto bianco. Poi, con una spinta brusca, mi fece scivolare via.
Al ritorn l’Ape 50 riprese la Casilina in direzione centro, scoppiettando nel vuoto spettrale della notte romana. Il freddo entrava dagli spiragli della lamiera, gelandomi il seme di Rocco che ancora sentivo rapprendersi tra le cosce, un marchio appiccicoso che mi ricordava chi ero diventato. Lui guidava con una furia silenziosa, le mani nerborute strette sul manubrio, lo sguardo fisso sull’asfalto illuminato dai fari giallognoli. Il silenzio in cabina era una corda tesa pronta a spezzarsi. Sapevo che stava lottando con lo schifo che provava per se stesso, e che quel disgusto stava per rovesciarsi su di me, l'unico testimone della sua "caduta".
«Ascultami bbonu, ricchiu,» disse all'improvviso, senza voltarsi, la voce resa roca dal fumo e dall'orgasmo appena consumato. «Chiddu ca è successo stasera... chiddu ca t'ho fatto... non ti cridiri ca ti dà diritti sopra di mia. Tu resti 'na cosa. 'Nu sfogo. 'Na latrina dove butto lo sburro quando il sangue mi puncitìa.» Io guardavo fuori dal finestrino i palazzi popolari che sfilavano come giganti addormentati. «Lo so, Rocco. Non ho chiesto niente.»
Lui frenò di colpo vicino a una traversa buia di via Merulana, facendomi sobbalzare. Mi afferrò il mento con una mano che puzzava di benzina e di me, costringendomi a guardare i suoi occhi neri, carichi di una crudeltà lucida.
«No, tu non hai capito nenti,» sibilò, aumentando la pressione delle dita fino a farmi male. «Da domani le cose cambiano. Non mi basta più il cantiere una volta a settimana. Ora che t'ho imparato come si fa, quando mi gira, io ti cerco. E tu ti fai trovare. Non m'importa se hai da studiare, se hai le lezioni... se io tignu bbisognu, tu cali la testa e vieni.» Fece una pausa, il respiro pesante che mi investiva il viso. La richiesta aumentava, la schiavitù diventava totale. «E un'altra cosa,» aggiunse, e un mezzo ghigno di puro disprezzo gli increspò le labbra. «Stasera ho capito che ti piace farti trattare da femmina. E allora da ora in avanti facciamo così: ogni volta che veni, mi porti qualcosa. Sigarette bbone, soldi, quello che serve. Mi devi pagare il disturbo di dover toccare uno schifo come te per svuotarmi. Hai capito, rricchione?»
Il cuore mi sprofondò nello stomaco. Non era più solo sesso brutale; era un taglieggio dell'anima. Mi stava chiedendo di finanziare la mia stessa umiliazione, di pagare per l'onore di essere la sua "troia".
«Ho capito, Rocco, lo capisco, cercherò» sussurrai, sentendo le lacrime bruciare dietro le palpebre. «Bravo guaglione. Ora scendi e sparisci. E lavati bene, ca tieni ancora l'odore mio addosso e mi viene il vomito a sentirtelo vicino.»
Mi spinse fuori dalla cabina con un colpo di spalla. Restai sul marciapiede a guardare l'Ape che si allontanava, lasciando nell'aria l'odore acre della miscela. Ero solo, sporco e ora anche ricattato. Ma la cosa che mi faceva più orrore, mentre mi incamminavo verso il portone di casa, era la consapevolezza che avrei fatto tutto quello che mi aveva chiesto. Avrei rubato, avrei venduto i libri, avrei strisciato nel fango, pur di sentire ancora una volta la sua mano sulla nuca e la sua voce che mi annullava.
Il martedì successivo il cielo sulla Casilina era un livido violaceo, gonfio di una pioggia che non si decideva a cadere. Scesi dall'autobus con le gambe di vetro, stringendo in tasca le Marlboro e ventimila lire rubate a mia madre. Ogni passo verso il cantiere era un tradimento che mi scavava un vuoto dentro. Rocco non era solo. Accanto alla sua Ape c’erano due uomini fatti di pietra. «Veni ccà, troia,» ringhiò Rocco, guardando i soldi indifferente. «Pochi sugnu. I soldi tuoi pagano solo il mio silenzio. Ma a mia servono sordi veri. E visto ca sei 'nu ricchione, ora ti rendi utile a chi fatica.» Ci presentò con un cenno: Mastru Turi e 'u Smilzo. Avevano le mani sporche di calce e gli occhi carichi di una fame che pareva quasi voler chiedere scusa. Pagarono Rocco, scambiandosi banconote stropicciate come si paga un pedaggio necessario.
Scesi in un seminterrato con loro e la violenza esplose, ma era un’irruenza che cercava conforto. Mastru Turi mi prese per primo, schiacciandomi contro il muro.
«Pardonami, ricchiu...» sibilò tra i denti, mentre mi possedeva con una rabbia che pareva pianto. «È ca a vita è amara e stasera non capisco nenti... mi servi tu mu non impazzisco.» «Va bene così, signor Turi,» sussurrai, accogliendo il suo cazzo duro. «Lo so. È naturale. Sono qui per lei»
Poi toccò a 'u Smilzo, che mi inondò col suo sburro caldo mentre mi colpiva con piccoli schiaffi ritmati. «Sei fatta apposta mu ti pigli i cazzi nostri, femminiello...»
«Lo capisco, Smilzo,» risposi io, diventando pura spugna per la loro rabbia. «Il maschio è fatto così.»
Rocco era rimasto sulla porta, osservando tutto. Vedere quegli uomini su di me, sentire l'odore del sesso e della fatica, lo aveva eccitato in modo brutale, una bramosia scura che gli deformava i lineamenti. Non appena i due risalirono, lui non perse tempo. Mi schiacciò contro il muro di mattoni forati con la furia di chi deve spegnere un incendio doloso. Non c’era danza, non c’era respiro: solo il suono sordo delle sue palle contro le mie chiappe, lo sciacquio del cazzo nel culo. Era una sveltina feroce, alimentata dalla visione di me posseduto dagli altri; finì in un attimo, con un'imprecazione strozzata tra i denti che pareva più un insulto che un piacere. Si staccò subito, quasi avesse toccato ferro rovente, lasciandomi scivolare a terra, nudo e umiliato, tra il fango e gli avanzi del sesso degli altri.
Si riallacciò i pantaloni con una foga rabbiosa, poi si accese una Marlboro. La fiamma dell’accendino illuminò i suoi occhi neri, carichi di un disprezzo che gli serviva come scusa. «Varda ccà come sei ridotto, troia. Pari ’na bbestia macellata,» esordì, la voce roca di fiele. «U munnu è semplice: ci su’ i masculi e ci su’ i fimmine. Mascolo è chi dà, chi si svuota mu non impazzisce. E tu hai scelto di stare sutta. Ti senti vivo solo quando qualcuno ti schiaccia le ossa.» Si chinò, afferrandomi i capelli con una morsa di ferro. «Quelli di prima... erano masculi veri. Si sono svuotati le palle dentro di te come si piscia in un fosso. Per loro sei solo 'na latrina di passaggio. Un cesso dove hanno scaricato il veleno mu non scoppiano. Ma ricordatillo bbonu: chi subisce appartiene a chi lo prende. Tu sarai sempre quello che aspetta nel buio per farsi sburrare addosso la rabbia del mondo.»
Gettò il mozzicone acceso vicino alla mia gamba e uscì sbattendo la porta di lamiera. Rimasi solo con l’odore del fumo e il sapore del seme degli altri in bocca. Mi rialzai a fatica, sentendo il dolore come un battesimo. Aveva ragione. Ero la loro valvola di sfogo, il punto di scarico necessario perché loro potessero restare "uomini d'onore". Accettai quel ruolo con una pace terribile: ero il femminiello del cantiere, e la mia passività era la mia forza.
Ormai l'afa di giugno era diventata un muro di cemento e sudore. L'odore della soppressata piccante e del vino nero si mescolava a quello acido dei corpi sfiniti dalla fatica. Erano in otto, seduti su assi di ponteggio traballanti: Rocco, Mastru Turi, 'u Smilzo, il gigante 'u Toro e altri quattro della stessa risma, tutti con le canottiere sporche o a petto nudo, lucidi e bellissimi come bestie al sole.
Il vino girava nelle tazze di plastica, versato a fiumi dalle damigiane. La goliardia era diventata cattiva, una festa di maschi con un frocetto potevano calpestare per sentirsi vivi. «Ma varda sta troia come mi guarda...» ruggì 'u Toro, versandomi un goccio di vino rosso sulla testa. «Ti piace l'odore d'u maschio, eh? Ti fa venire l'acquolina in bocca, ricchione di mmerda!» Le risate esplosero come colpi di fucile. Rocco mi diede uno scappellotto sulla nuca, facendomi finire la faccia quasi nel piatto. «È 'nu vizioso, ve l'ho detto. Più lo tratti male, più scodinzola come 'na cagna in calore.»
«E allora vediamola ssa carne di signurinu,» sbraitò 'u Smilzo, allungando una mano callosa e pizzicandomi un capezzolo attraverso la stoffa con una forza che mi fece sobbalzare. «C'è troppo caldo pe' ssi pezze. Spogliati, fammi vidiri ssi minne di fimmina ca tieni!»
Non me lo feci ripetere. Con le dita che mi tremavano per un'eccitazione che mi toglieva il fiato, iniziai a denudarmi e mostrai fiero i miei capezzoli gonfi da signorina adolescente. Sotto i loro sguardi feroci, nudo, una macchia bianca e vulnerabile in mezzo a quel cerchio di carne nera e cattiva. «Mamma mia... varda che culo ca tieni, pare fattu apposta pe’ scopare,» sibilò Mastru Turi, allungando una mano sporca di calce per serrarmi una natica in una morsa brutale. «È morbido, Rocco... troppo morbido pe' stare in un cantiere.»
In un attimo, sedici mani furono su di me. Un groviglio di dita nodose, unte di grasso e tabacco, che esploravano ogni centimetro della mia pelle. Mi tiravano i capezzoli finché non gemevo, mi passavano le palme ruvide sulle natiche, stringendo, schiaffeggiando, segnando la carne bianca con impronte di fango e dita rosse, dita raspose andavano e venivano nel mio culo. «Dillo, ricchione! Dillo ca sei 'na troia e ca ne vuoi di cazzi stasera!» mi urlò uno dei nuovi, spingendomi la testa verso il basso mentre un altro mi afferrava per i fianchi con una violenza che mi fece inarcare la schiena.
«Sì... sono una troia...» ansimai, e il mio respiro era rotto dai loro tocchi incessanti. Sentivo il calore dei loro corpi, l'alito che puzzava di vino e la loro eccitazione che cresceva, diventando una minaccia fisica, palpabile.
«Varda come gli tira... varda come gode a farsi toccare da noi,» ridacchiò 'u Smilzo, dandomi un colpo secco sulle natiche che risuonò nel vuoto del seminterrato. «Sei 'nu purtuso senza fondo, studiente... stasera ti sfasciamo bbonu bbonu.»
Rocco osservava la scena col bicchiere in mano, la faccia deformata da un ghigno di possesso e bramosia. «Avete fame, compagni miei? E allora mangiate... ca a troia è apparecchiata pe' tutti.»
L'aria era diventata irrespirabile. La goliardia stava cedendo il passo a un'urgenza collettiva, una fame di branco che non avrebbe fatto prigionieri. Non sapevo chi sarebbe stato il primo, o se mi avrebbero preso tutti insieme, ma mentre le loro mani continuavano a tormentarmi, sentivo che l'incendio era ormai fuori controllo.
L’aria era una lastra di metallo rovente, l’ombra solo dietro il bandone dell’officina.
Rocco fece un cenno verso quel punto, che creava un angolo riparato ma aperto al vento caldo della Casilina. «Portatelo darrere u bandone. Uno alla volta, ca a troia tieni posto pe' tutti.» Il primo fu 'u Toro. Un colosso che puzzava di bitume e sudore stallino. Mi afferrò le braccia con una morsa che mi tolse il fiato, ma i suoi occhi cercavano i miei con un rispetto ancestrale. «Non sacciu... pari troppo tènneru, ricchione. Mi parìa malfattu mu ti sfasciamo così...» mormorò in un calabrese roco, quasi scusandosi per quella stazza che mi sovrastava. Gli accarezzai il petto bagnato, sentendo i peli ispidi. «Non aver paura, Toro. È naturale. Sei un maschio e io una troia hai bisogno di questo. Io sono qui per accoglierti.»
A quelle parole la sua esitazione crollò. Mi girò di scatto, schiacciandomi contro il bandone rovente. «E allora tieni, ricchione! Teni ssu sango ca mi vugghi!» ruggì, possedendomi con colpi pesanti che scuotevano l'intera lamiera.
Poi arrivò 'u Smilzo. Puzzava di gasolio e tabacco trinciato. Era nervoso, le mani magre che tremavano. «Io tignu troppa rabbia in corpo, studiente... ti fazzu mali pe' davvero, m'abbrucia u cori,» disse quasi vergognandosi di quella cattiveria necessaria. «Sfoga tutto su di me, Smilzo. La tua rabbia è il mio piacere. È il tuo diritto di uomo usarmi per stare meglio,» gli risposi. Lui ringhiò e mi prese con una ferocia elettrica, tirandomi i capelli e inondandomi col suo sburro caldo mentre sibilava insulti che il vento portava via.
Fu la volta di Mastru Turi, il vecchio. Il suo corpo era cuoio secco, puzzava di sigari economici e polvere di cemento. Si avvicinò con un’urgenza che pareva quasi una preghiera. «Sia benedittu... non pensava ca a ssa età tignìa ancora ssu fucu...»
«Nessun peccato, Turi. Ti sei spaccato la schiena per una vita, meriti questo riposo. Usami finché non senti più la fatica.» Lui emise un lamento basso e mi usò con una lentezza struggente, ritrovando vigore nella mia passività.
Il quarto fu Ciccio 'u Nero, un uomo basso e tarchiato con le mani che sapevano di terra fresca e grasso. «Mi parìa ca m'abbruciava u sango a guardarti... ma non è cosa d'uomini onesti...» mormorò con lo sguardo basso. «E’ naturale che vuoi sburrare, Ciccio. È la fatica che lo chiede. Lasciati andare, io sono qui solo per servire il tuo bisogno.» Lui si avventò con una fame improvvisa, quasi volesse scappare dalla sua stessa vergogna infilandosi dentro di me, finendo in un attimo con un rantolo di sollievo.
Il quinto fu Santo, un giovane con le nocche sbucciate e l'odore di birra calda. «Varda chi pelle... mi veni mu ti muzzico tutta... ma poi m'affronto,» disse con un sorriso amaro. «Non devi avere rispetto per la mia pelle, Santo. Usala. È fatta per essere segnata dalla tua forza. Mordimi pure, se ti serve a sentirmi meglio.»
Santo scatenò la sua foga giovane, lasciandomi i segni dei denti sulla spalla mentre si spingeva con un'irruenza che lo faceva quasi piangere per l'intensità.
Il sesto era un calabrese silenzioso, Peppe, che puzzava di sudore vecchio e calce. Non disse nulla finché non mi fu addosso. «Pari 'na fimmina... mi fannu mali i palle a vederti così,» sibilò con un tono che cercava una giustificazione. «Allora calmalo questo dolore, Peppe. Sono un ricchione di merda, non avere pietà. È la natura che ci ha messi così: tu per dare, io per ricevere.» Lui mi prese con una forza sorda, costante, come se stesse scavando una trincea, finendo con un lungo sospiro di gratitudine.
Il settimo fu Ntoni, che mi guardava con occhi torbidi di vino. «Ma comu fai a stare così? Non ti senti nenti?» chiese quasi sperando in una condanna. «Mi sento vivo perché voi mi usate, Ntoni. Non c'è colpa nel desiderio di un maschio. Prendi quello che ti serve, io sono felice di dartelo.» Ntoni si lasciò andare a un amplesso convulso, quasi rabbioso, svuotandosi con una violenza che cercava di cancellare la sua stessa esitazione.
Gli altri erano tornati alle damigiane, lasciando nel bandone solo il silenzio e l'odore del sesso. Rocco era rimasto ultimo, appoggiato al pilastro, osservando l'orizzonte mentre finiva la sua Marlboro. Quando Ntoni uscì, Rocco gettò il mozzicone. Entrò e mi trovò lì, un relitto bianco lordo di sburro e polvere di otto uomini diversi.
«Varda come sei ridotto... tutto lordo di sburro di quelli,» sussurrò, e nella sua voce c’era una bramosia che gli mozzava il fiato. «Ti sei fatta sfasciare da tutti e ancora mi guardi così.» «Sono felice, Rocco. È naturale. Ora tocca a te. Dimmi di chi sono.»
Lui non rispose con le parole, ma mi afferrò con una furia che voleva reclamare ogni centimetro della pelle che gli altri avevano appena segnato.
L’aria di giugno era diventata una fornace di sesso, sudore e fumi di vino nero. Ero un relitto, inginocchiato nel fango e nella polvere, segnato dalle manate di calce e dallo sburro che ancora mi colava addosso. Loro erano lì a un passo, appoggiati ai pilastri o seduti sulle damigiane, con i pantaloni sbottonati e il respiro pesante, a godersi lo spettacolo finale.
Rocco non ne poteva più. La vista di come i suoi compagni mi avevano ridotto, di come avevo accolto ogni colpo e ogni insulto, lo aveva reso una bestia. Si sbottonò con una furia cieca, l’uccello duro che pareva un pezzo di ferro rovente.
«Varda ssa troia... varda come aspetta a mia dopo ca s'ha pigliatu u sango di tutti!» ruggì Rocco, afferrandomi per i capelli e sbattendomi la faccia contro il bandone di lamiera che rimbombò come un tuono. Mi prese da dietro con una violenza che non aveva niente di umano, una spinta selvaggia che cercava di reclamare la sua proprietà sopra lo sburro degli altri. Ad ogni colpo, il branco intorno a noi esplodeva in un coro di bestemmie e incitazioni volgari, le voci impastate dal fumo e dall'alcol.
«Dacci forte, Rocco! Spaccala ssa troia di studiente!» urlò 'u Toro, sputando a terra. «Mannaja a ddu Diu, varda come s'u tira tutto... pare ca non tigni funnu, porca madonna!»
«È 'nu ricchione di razza, compà!» sbraitò 'u Smilzo, ridendo sguaiato mentre si toccava ancora. «Varda chi faccia di santa ca tieni mentre Rocco u pitta di sburro... Cristo latru, m'abbrucia u sango a guardarlo!»
Rocco imprecava tra i denti, il sudore che gli colava sulla schiena villosa. «Tieni... tieni ssu cazzo, troia! Dillo ca sei mia! Dillo ca sei 'na latrina!» «Sì, Rocco... sono tua... sono la vostra troia...» ansimavo io, incassando ogni affondo con un'estasi che mi annullava l'anima. «È naturale... fatemi quello che volete...»
Dopo essersi svuotato dentro di me con un ruggito che parve squarciare il cielo della Casilina, Rocco non si fermò. Mi afferrò per la nuca con una forza brutale, costringendomi a girarmi e a mettermi in ginocchio davanti a lui, mentre i sette intorno facevano cerchio, incitandolo con parole sempre più luride.
«E ora puliscilo bbonu, femminiello di mmerda!» sibilò Rocco, sbattendomi la virilità ancora turgida contro le labbra. «Fatti valere pure cu' ssa vocca, ca i compagni miei vogliono vidiri come lavori.»
«Grapa ssa vocca, ricchione!» urlò Mastru Turi, gli occhi torbidi di lussuria vecchia. «Fagli a doppietta! Facci vidiri come t'u mangi u sburro d'u capu, mannaja u sango d'a miseria!»
Iniziai a servirlo con una devozione febbrile, mentre le bestemmie degli altri mi piovevano addosso come pietre. Mi sentivo l'oggetto sacro della loro violenza goliardica, il punto in cui tutta la loro rabbia di maschi trovava pace. Rocco si godeva lo spettacolo dei suoi uomini che mi insultavano, finché, con un’ultima bestemmia strozzata, mi inondò la gola e il viso, lasciandomi strozzare dal suo calore.
«Varda ccà... l'ha pulito bbonu u studiente,» concluse 'u Toro con una risata rauca, mentre Rocco si rincasciava i pantaloni con disprezzo. «Stasera torniamo a casa leggeri, compà. Grazie a ssa troia ca Dio ci ha mandato.»
Rocco mi guardò dall'alto, sporco e tremante, ma con un barlume di orgoglio scuro negli occhi. «Hai capito ora chi comanda, ricchione? Ora sparisci, prima ca ti buttiamo giù d'u ponteggio.»
Mi rialzai in silenzio, sentendo il sapore di tutti loro in bocca e sulla pelle. Ero cenere, ero fango, ma ero finalmente intero.
Mi allontanai dallo scheletro di cemento mentre il sole calava sulla Casilina, trasformando il viola del cielo in un arancio malato. Dietro di me, le risate degli otto calabresi rimbombavano tra i pilastri nudi, mescolandosi al rumore metallico delle damigiane riposte e degli scarponi che pestavano il fango.
«Varda come cammina 'u ricchione! Pari 'na papara zoppa, mannaja u sango d'a miseria!» urlò 'u Toro, scatenando un nuovo coro di sghignazzi rauchi.
«Fa' bbonu u viaghju, troia! Non ti perdere ssu tesoro ca t'abbiamo lassato intra, porca madonna!» gli fece eco 'u Smilzo, mentre un fischio sguaiato tagliava l’aria calda di giugno.
Ogni passo era un martirio. Il dolore al culo era una lama di fuoco che mi trafiggeva a ogni movimento, un peso sordo e pulsante che mi ricordava la furia di Rocco e la pesantezza degli altri sette. Sentivo lo sburro che, ormai freddo, mi appiccicava l'interno delle cosce, impastandosi alla polvere del cantiere che mi aveva segnato la pelle. Mi sentivo letteralmente sfasciato, aperto, violato in ogni fibra.
Eppure, sotto quel dolore atroce, provavo una vergogna elettrica che mi faceva tremare le mani. Ero eccitatissimo. Il pensiero di essere stato l'altare di carne di quel branco, il ricordo delle loro sedici mani callose che mi artigliavano e delle loro bestemmie soffiate sul mio collo, mi faceva pulsare il sangue nelle vene con una forza malata.
Incappai nello sguardo di un passante alla fermata dell'autobus; abbassai subito gli occhi, terrorizzato che potesse leggere sul mio viso sporco di calce e di seme il resoconto di quell'ora d'inferno. Mi sentivo marchiato, trasformato. Ero lo studente che tornava a casa, ma dentro di me portavo il segreto pesante di otto uomini onesti che avevano scaricato in me il loro veleno per restare tali.
Salii sull'autobus e mi sedetti con cautela, stringendo i denti per non gridare quando il mio corpo toccò il sedile rigido. Mentre il mezzo partiva, guardai un'ultima volta lo scheletro del palazzo che svettava contro il tramonto. Sapevo che sarei tornato. Sapevo che quel dolore era l'unica cosa che mi faceva sentire davvero vivo, l'unico modo per essere, finalmente, la loro troia necessaria.
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Il cielo sopra il cantiere non era aria, era piombo fuso che colava sui tetti della periferia. Camminavo rasente i muri, cercando di farmi ombra da solo, con la borsa dei libri ed il peso di una colpa che non sapevo nominare. Ogni fischio dai ponteggi era una frustata; sapevo cosa vedevano: "u rricchione", quello con la pelle troppo liscia e il passo che tradiva una natura sbagliata.
Rocco era già lì, piantato davanti al cancello arrugginito come un idolo di fango. La canottiera lorda di calce pareva sul punto di esplodere sotto la spinta di un petto che sapeva di pietra e fatica. Mi sovrastava, il suo sguardo era pieno di un desiderio che mi frugava addosso, cercandomi. Sputò il mozzicone della Nazionale, schiacciandolo col tacco come avrebbe fatto con me.
«Veni ccà, ricchiò. Muoviti, ca non tignu tempu a perderi,» ringhiò. La sua voce era un colpo che faceva vibrare lo stomaco, un misto di disgusto e un’urgenza che mi umiliava quanto mi eccitava. L’interno del sotterraneo era una oasi d’ombra. L’odore che immediatamente mi investì era l’odore dell’uomo che non deve chiedere scusa, un miscuglio di tabacco, sudore acido e polvere di cantiere. Sul tavolo, il vino era nero come sangue rappreso. Rocco ne versò un bicchiere e me lo piantò contro lo sterno con una mano ruvida, callosa, che prometteva dolore e possesso.
«Bivi. Chiudi l'occhi e cala stu velenu, ca ti serve mu ti sciogli ssa lingua di fimmina.»
Il vino mi bruciò la gola, un fuoco necessario per soffocare la vergogna che mi saliva al volto. «Ora levati i vestiti» ordinò, e i suoi occhi neri erano spilli che mi spogliavano già. Le mie dita tremavano sui bottoni, rendendomi ridicolo ai suoi occhi. Quando rimasi nudo, la mia pelle pallida sembrava un insulto in quella stanza di terra e ferro. Mi sentivo una creatura fragile, esposta al giudizio di una quercia che mi guardava con un desiderio che somigliava all'odio.
Rocco si calò i pantaloni con una furia sorda. La sua virilità emerse prepotente, scura e venata, un pezzo di vita cruda che non aveva nulla a che fare con le parole dei miei libri. Mi afferrò per la nuca; le sue dita si artigliarono ai miei capelli, obbligandomi a guardare l'abisso della mia stessa brama. «Guarda ccà, ricchiò. Chistu è un omo veru. Tu non sai nenti de' masculi,» sibilò, il fiato pesante di fumo sul mio viso. «Ora mpara. Mpara comu si rispetta un omo ca fatica. Non fari u fissa, usa ssa vocca e fammi scurdari ca si' sulu 'nu poveru finocchju.»
In quel silenzio rotto solo dal mio respiro spezzato, tra la paura della sottomissione e la scossa elettrica di quel contatto proibito, capii che non ci sarebbe stata dolcezza. Era un rito brutale, un battesimo in cui la mia dignità veniva sacrificata sull'altare di una fame che ci rendeva, per un istante atroce, ugualmente disperati.
Il vino nero mi martellava nelle tempie, un veleno aspro che offuscava la mia dignità. In quella violenza cercavo disperatamente il mio alibi: la forza bruta di Rocco era la mia sola assoluzione. Se ero schiacciato, se ero vittima, allora non ero io a desiderare quell'abisso. Mi aggrappavo alle sue mani come a catene benedette: finché sentivo il dolore della sua presa, potevo dirmi che non ero complice, che la mia anima restava, pur tra le macerie, incolpevole. Ma era una menzogna che marciva in bocca, una tensione che si scioglieva nel piacere proibito di aver finalmente smesso di lottare contro la mia natura.
Rocco mi sovrastava, un colosso di muscoli e peli che emanava un calore bestiale. Mi premette il palmo sporco di calce sulla nuca, spingendomi verso il basso con un disgusto così denso che pareva di poterlo toccare. Mi inarcai, nudo e miserabile contro le sue cosce muscolose, sentendo su di me non lo sguardo di un amante, ma quello di un macellaio davanti a una bestia infetta.
«Varda ccà, bottana,» sputò con una voce che vibrava di un odio sordo. «Non fari u schifignosu con ssa facci di madonna. Chista è carni di masculu, no i chiacchiere de' libbri tui. Muoviti, mpara comu si servi un omo ca fatica e tieni a bucca chiusa.»
Le sue dita callose si artigliarono ai miei capelli, dettando un ritmo violento che non cercava piacere, ma espulsione. Mi usava per svuotarsi di un istinto che lo terrorizzava, e io mi lasciavo usare, bevendo il calice della mia stessa umiliazione. Ogni suo grugnito era una pietra scagliata contro la mia schiena; ogni mio gesto era un chiodo piantato nella mia colpa. «Accussì, bravo finocchju... chiudi l'occhi e fatica,» sibilò, il respiro ridotto a un rantolo d'animale ferito. «Sentu u sangu ca vugghie... cazzo, muoviti, fammi scurdari chi si'!»
La tensione divenne un soffocamento. Rocco inarcò il busto, le vene del collo gonfie come radici impazzite, il volto contratto in una smorfia di dolore puro, come se il piacere fosse una ferita aperta. Poi, con un’imprecazione che sapeva di fiele e bestemmia, la sua diga crollò. Fu una scarica brutale, un fiotto caldo che mi colpì con la violenza di uno sputo. Mi inondò il viso, gli occhi, il collo, macchiando la mia pelle bianca con la prova irrimediabile del mio peccato. Restai immobile, col fiato mozzo, mentre lui si scostava immediatamente, colto da un conato di rigetto. Si appoggiò al muro ansimando, guardandomi come si guarda una macchia di sangue sul pavimento di casa propria: qualcosa da eliminare, qualcosa che faceva schifo.
Si ripulì con un gesto furioso, rivestendosi come se la sua pelle bruciasse al solo contatto con l’aria di quel prefabbricato. Il suo sguardo era tornato di pietra, un nero d’abisso che non ammetteva testimoni.
Mi afferrò la mascella con una forza che mi fece scricchiolare le ossa, costringendomi a guardare il suo disprezzo. «Ascunta bonu, cos’i nenti,» sibilò, e la sua voce era una lama arrugginita. «Chiddu ca succidìu ccà, mori ccà dintra. Tu non si' nenti, si' sulu 'na fogna dove ho buttato il veleno. Io sugnu un omo veru, tignu onore e famiglia. Si ti scappa 'na parola... io ti scanno e ti sutterro sutta u cemento d'u cantiere. U capisti?»
Annuii col cuore che batteva contro le costole come un uccello in gabbia, il sapore amaro del suo sburro e del mio tradimento ancora in gola. La vergogna mi marchiava più a fondo delle sue dita. Mi sentivo sporco, rotto, eppure incatenato a quel mostro che mi odiava perché lo costringevo a guardarsi allo specchio.
Rocco si strinse la cintura, sovrastandomi con la sua ombra massiccia. «Non ti cridiri di essiri speciale. Quando u sangu mi puncitìa, tu veni ccà e fai u servizio. Ti cerco io. E non provari a mancare, ca t'ammazzo di colpi. Tu si' u sfogo mio, nenti di più.»
Mi scaraventò la camicia in faccia come si tira uno straccio vecchio. «Vattinni. Lavati ssa facci prima mu esci, ca mi veni u vomito a guardarti. E non farti vidiri mai chiù cu ssa camminata di fimmina.»
Uscii nel grigio gelido della sera, sentendo lo sperma freddo seccarsi sulla pelle come una crosta di fango. Ero diventato il complice silenzioso del mio carceriere, l'ombra di un uomo che mi disprezzava per avergli dato l'unica cosa che entrambi bramavamo e che entrambi maledicevamo.
Il martedì successivo la pioggia batteva ritmica sulle lamiere del cantiere, un tambureggiare ossessivo che sembrava voler lavare via il fango dalle strade, ma non lo schifo che mi portavo dentro. Entrai nel seminterrato con il cuore che faceva a pugni con le costole e le due stecche di Marlboro strette sotto il braccio: il prezzo del mio silenzio o, forse, il canone d'affitto per il mio inferno. Spendere i soldi della paghetta per lui mi dava l'illusione di un potere, la misera bugia che fossi io a comprarlo, mentre in realtà stavo solo pagando le catene.
Rocco era un’ombra massiccia seduta su una cassetta di legno. Puliva le unghie con un coltellino, un gesto metodico che trasudava una violenza latente. Quando vide le sigarette, un lampo di bramosia rapace attraversò i suoi occhi neri.
«Bravo u studiente. Almenu capisti chi bbonu t'i fannu accattari i libbri,» grugnì, strappando il pacchetto con dita impazienti. Versò il vino nero, un liquido torbido che pareva fiele. «Bivi veloci, ca stasera u sangu mi vugghie e u pisu m'abbrucia. Non tignu pacienza d'aspettari i comodi tui.»
Si alzò, e la sua mole sembrò inghiottire la poca luce della lampadina nuda. Si sbottonò i pantaloni con una gestualità brutale, quasi d'offesa. La sua erezione si liberò prepotente, un pezzo di carne scura e tesa che pulsava d'una vita propria, ignorando il disprezzo che lui ostentava a parole. La mostrava come un’arma, godendo del mio sgomento. «Guarda ccà chi teni un omo veru. Tu sognatillu 'nu pezzu di carni accussì,» sibilò, ma sotto lo scherno c’era una nota di urgenza quasi dolorosa. Aveva bisogno di me come si ha bisogno di una droga che si odia.
Mi spogliai in un silenzio tombale. Non c’era più bisogno di ordini; la mia resa era diventata un automatismo, l'unica difesa contro il senso di colpa che mi soffocava. Mi inginocchiai nel polverume, investito dal suo odore di calce e maschio selvatico. Ero la troia, il secchio in cui svuotare la sua rabbia. Rocco mi serrò la nuca con una mano che pareva una tenaglia, mentre l'altra batteva nervosa sulla coscia, un tic di eccitazione che cercava di negare.
«Muoviti, cazzo!» ringhiò, la voce ridotta a un rasoio. «Chi fannu ssi labbra? Non fari u schifignosu cu' mia, u capisti?»
Provai a assecondare quella spinta cieca, ma il respiro mi mancò, la gola si chiuse in un rifiuto istintivo. Indietreggiai di un soffio, tossendo. Fu allora che la sua frustrazione esplose.
Sclack.
Il manrovescio mi investì la guancia con la forza di un mattone. La testa rimbalzò di lato, il sapore metallico del sangue mi invase la bocca istantaneamente.
«Chi fhai? Ti scanti?» sibilò Rocco, artigliandomi i capelli per raddrizzarmi il viso verso la sua oscenità. «Guarda ccà, finocchiu de nenti. Tu si' nudo, si' nente. Ringrazia a Dio ca ti fazzu sentiri un omo veru d'incostu. Ora apri ssa vocca e mangiatillu tutto, o ti sballo i denti unu a unu!»
Il dolore fu la mia epifania. In quegli insulti e in quel colpo, la tensione di una vita intera passata a fingere si spezzò. Non c'era più il bravo studente; c'era solo un corpo usato e un uomo che, nonostante il disgusto, non riusciva a staccarsi dalla mia bocca. Più lui mi insultava, chiamandomi "troia" e "cos'i nenti", più io affondavo in quella degradazione come in un letto di piume. Era l'unico posto in cui non dovevo più nascondermi. Mentre lui spingeva con una furia animale, obbligandomi a ricevere ogni centimetro della sua impellenza, percepii il suo corpo tradirlo: i suoi muscoli tremavano di una fame che la sua mente malediceva.
«Accussì... brava troia... ora sì ca t'imparasti u mestieri,» ansimò, e in quel grugnito di trionfo sentii tutto il suo fallimento d'uomo onorato, schiavo della bocca di un "finocchio" che pretendeva di disprezzare. Ero la sua vergogna, ed era per questo che non avrebbe mai potuto smettere.
L’Ape Piaggio 50 arrancava sulla Casilina, tra i palazzi di cemento scrostato e le insegne al neon sbiadite delle officine. Il motore a due tempi urlava, un ronzio metallico che riempiva la cabina angusta dove stavamo schiacciati l’uno contro l’altro. Rocco guidava con una spalla contro lo sportello, il gomito fuori dal finestrino e una Nazionale senza filtro piantata all'angolo della bocca. L’odore di miscela e tabacco mi soffocava, ma era il suo calore a paralizzarmi: il braccio muscoloso, sporco di polvere di cantiere, sfiorava il mio ogni volta che cambiava marcia.
«Guarda dritto, studiente. Non fari u fissa cu ssi occhi persi,» sibilò senza voltarsi, sputando un filo di fumo. «Stasera andiamo fino in fondo. T'u dissi. Vediamo se tieni u fegato di fare quello che dici, o se sei solo un coniglio vestito da signorino.»
Io stringevo le ginocchia, le nocche bianche. «Lo so, Rocco. Non scappo. Lo so cosa mi devi fare» Lui fece un mezzo ghigno, un lampo di denti bianchi nel buio della cabina. «Sì, lo so ca non scappi troia. Perché ti piace, vero? Ti piace farti sburrare in faccia da uno come me. Ti senti pulito quando ti riempio io.»
Ci fermammo in un cantiere fantasma vicino a Torrenova. Il capanno degli attrezzi era un buco di lamiera gelida che puzzava di gasolio e ferro arrugginito. La luce di una pila a gas appoggiata su un fustino di calce tagliava l’oscurità. Rocco non perse tempo in preamboli. Si sbottonò la cintura, i pantaloni di velluto pesante caddero alle caviglie sopra gli scarponi inzaccherati. Si sedette su una vecchia sedia di paglia sfondata, le gambe larghe, un monumento di virilità rozza e minacciosa.
«Veni ccà. Spogliati e mettiti sopra,» ordinò. La voce era un comando che non ammetteva repliche, carica di un disprezzo che serviva a coprire il suo stesso desiderio. «Fammi vedere quanto sei troia stasera.»
Mi sedetti a cavalcioni sulle sue cosce poderose, sentendo i suoi peli ispidi pungermi la pelle e la sua carne turgida, scura, che premeva con una violenza che mi mozzò il fiato. Quando mi spinse verso il basso, sentii un dolore acuto, un’invasione che mi fece inarcare la schiena e gemere contro la sua spalla.
«Zitto! Non fiatare, finocchio de nenti,» ringhiò Rocco, afferrandomi i fianchi con le mani callose, le dita che affondavano nella mia carne come artigli. «Guarda cosa mi fai fare... guarda come mi riduci.» Iniziò a spingere con un ritmo brutale, animalesco. La sedia di paglia scricchiolava a ogni affondo, un lamento che accompagnava il nostro respiro spezzato. La vergogna mi inondava: mi odiavo per come cercavo il suo cazzo, per come il mio corpo tradiva ogni mia morale assecondando quella forza distruttrice. Ma più lui mi insultava, più mi chiamava "schifoso" e "femmina", più io sentivo divampare un piacere perverso, una brama di essere posseduto da quel maschio feroce che mi prendeva come una cosa.
Rocco aveva gli occhi sbarrati, fissi nel vuoto sopra la mia spalla. Sudava, e il suo sudore sapeva di fatica e rabbia. «Troia... non vali niente!» biascicava tra i denti, mentre il suo piacere diventava una tortura che non riusciva più a governare. Sentivo la sua urgenza di sborrare crescere, un’onda di sangue e calore che ci travolgeva entrambi. In quel momento, nel silenzio di Roma Sud, tra le lamiere che vibravano sotto la pioggia sottile, capii che la sua crudeltà era il suo unico modo di amarmi senza morire di vergogna. Quando esplose dentro di me, fu un grido soffocato in dialetto, un’imprecazione che suonava come una resa. Restammo incastrati per qualche secondo, il suo cuore che martellava contro il mio petto bianco. Poi, con una spinta brusca, mi fece scivolare via.
Al ritorn l’Ape 50 riprese la Casilina in direzione centro, scoppiettando nel vuoto spettrale della notte romana. Il freddo entrava dagli spiragli della lamiera, gelandomi il seme di Rocco che ancora sentivo rapprendersi tra le cosce, un marchio appiccicoso che mi ricordava chi ero diventato. Lui guidava con una furia silenziosa, le mani nerborute strette sul manubrio, lo sguardo fisso sull’asfalto illuminato dai fari giallognoli. Il silenzio in cabina era una corda tesa pronta a spezzarsi. Sapevo che stava lottando con lo schifo che provava per se stesso, e che quel disgusto stava per rovesciarsi su di me, l'unico testimone della sua "caduta".
«Ascultami bbonu, ricchiu,» disse all'improvviso, senza voltarsi, la voce resa roca dal fumo e dall'orgasmo appena consumato. «Chiddu ca è successo stasera... chiddu ca t'ho fatto... non ti cridiri ca ti dà diritti sopra di mia. Tu resti 'na cosa. 'Nu sfogo. 'Na latrina dove butto lo sburro quando il sangue mi puncitìa.» Io guardavo fuori dal finestrino i palazzi popolari che sfilavano come giganti addormentati. «Lo so, Rocco. Non ho chiesto niente.»
Lui frenò di colpo vicino a una traversa buia di via Merulana, facendomi sobbalzare. Mi afferrò il mento con una mano che puzzava di benzina e di me, costringendomi a guardare i suoi occhi neri, carichi di una crudeltà lucida.
«No, tu non hai capito nenti,» sibilò, aumentando la pressione delle dita fino a farmi male. «Da domani le cose cambiano. Non mi basta più il cantiere una volta a settimana. Ora che t'ho imparato come si fa, quando mi gira, io ti cerco. E tu ti fai trovare. Non m'importa se hai da studiare, se hai le lezioni... se io tignu bbisognu, tu cali la testa e vieni.» Fece una pausa, il respiro pesante che mi investiva il viso. La richiesta aumentava, la schiavitù diventava totale. «E un'altra cosa,» aggiunse, e un mezzo ghigno di puro disprezzo gli increspò le labbra. «Stasera ho capito che ti piace farti trattare da femmina. E allora da ora in avanti facciamo così: ogni volta che veni, mi porti qualcosa. Sigarette bbone, soldi, quello che serve. Mi devi pagare il disturbo di dover toccare uno schifo come te per svuotarmi. Hai capito, rricchione?»
Il cuore mi sprofondò nello stomaco. Non era più solo sesso brutale; era un taglieggio dell'anima. Mi stava chiedendo di finanziare la mia stessa umiliazione, di pagare per l'onore di essere la sua "troia".
«Ho capito, Rocco, lo capisco, cercherò» sussurrai, sentendo le lacrime bruciare dietro le palpebre. «Bravo guaglione. Ora scendi e sparisci. E lavati bene, ca tieni ancora l'odore mio addosso e mi viene il vomito a sentirtelo vicino.»
Mi spinse fuori dalla cabina con un colpo di spalla. Restai sul marciapiede a guardare l'Ape che si allontanava, lasciando nell'aria l'odore acre della miscela. Ero solo, sporco e ora anche ricattato. Ma la cosa che mi faceva più orrore, mentre mi incamminavo verso il portone di casa, era la consapevolezza che avrei fatto tutto quello che mi aveva chiesto. Avrei rubato, avrei venduto i libri, avrei strisciato nel fango, pur di sentire ancora una volta la sua mano sulla nuca e la sua voce che mi annullava.
Il martedì successivo il cielo sulla Casilina era un livido violaceo, gonfio di una pioggia che non si decideva a cadere. Scesi dall'autobus con le gambe di vetro, stringendo in tasca le Marlboro e ventimila lire rubate a mia madre. Ogni passo verso il cantiere era un tradimento che mi scavava un vuoto dentro. Rocco non era solo. Accanto alla sua Ape c’erano due uomini fatti di pietra. «Veni ccà, troia,» ringhiò Rocco, guardando i soldi indifferente. «Pochi sugnu. I soldi tuoi pagano solo il mio silenzio. Ma a mia servono sordi veri. E visto ca sei 'nu ricchione, ora ti rendi utile a chi fatica.» Ci presentò con un cenno: Mastru Turi e 'u Smilzo. Avevano le mani sporche di calce e gli occhi carichi di una fame che pareva quasi voler chiedere scusa. Pagarono Rocco, scambiandosi banconote stropicciate come si paga un pedaggio necessario.
Scesi in un seminterrato con loro e la violenza esplose, ma era un’irruenza che cercava conforto. Mastru Turi mi prese per primo, schiacciandomi contro il muro.
«Pardonami, ricchiu...» sibilò tra i denti, mentre mi possedeva con una rabbia che pareva pianto. «È ca a vita è amara e stasera non capisco nenti... mi servi tu mu non impazzisco.» «Va bene così, signor Turi,» sussurrai, accogliendo il suo cazzo duro. «Lo so. È naturale. Sono qui per lei»
Poi toccò a 'u Smilzo, che mi inondò col suo sburro caldo mentre mi colpiva con piccoli schiaffi ritmati. «Sei fatta apposta mu ti pigli i cazzi nostri, femminiello...»
«Lo capisco, Smilzo,» risposi io, diventando pura spugna per la loro rabbia. «Il maschio è fatto così.»
Rocco era rimasto sulla porta, osservando tutto. Vedere quegli uomini su di me, sentire l'odore del sesso e della fatica, lo aveva eccitato in modo brutale, una bramosia scura che gli deformava i lineamenti. Non appena i due risalirono, lui non perse tempo. Mi schiacciò contro il muro di mattoni forati con la furia di chi deve spegnere un incendio doloso. Non c’era danza, non c’era respiro: solo il suono sordo delle sue palle contro le mie chiappe, lo sciacquio del cazzo nel culo. Era una sveltina feroce, alimentata dalla visione di me posseduto dagli altri; finì in un attimo, con un'imprecazione strozzata tra i denti che pareva più un insulto che un piacere. Si staccò subito, quasi avesse toccato ferro rovente, lasciandomi scivolare a terra, nudo e umiliato, tra il fango e gli avanzi del sesso degli altri.
Si riallacciò i pantaloni con una foga rabbiosa, poi si accese una Marlboro. La fiamma dell’accendino illuminò i suoi occhi neri, carichi di un disprezzo che gli serviva come scusa. «Varda ccà come sei ridotto, troia. Pari ’na bbestia macellata,» esordì, la voce roca di fiele. «U munnu è semplice: ci su’ i masculi e ci su’ i fimmine. Mascolo è chi dà, chi si svuota mu non impazzisce. E tu hai scelto di stare sutta. Ti senti vivo solo quando qualcuno ti schiaccia le ossa.» Si chinò, afferrandomi i capelli con una morsa di ferro. «Quelli di prima... erano masculi veri. Si sono svuotati le palle dentro di te come si piscia in un fosso. Per loro sei solo 'na latrina di passaggio. Un cesso dove hanno scaricato il veleno mu non scoppiano. Ma ricordatillo bbonu: chi subisce appartiene a chi lo prende. Tu sarai sempre quello che aspetta nel buio per farsi sburrare addosso la rabbia del mondo.»
Gettò il mozzicone acceso vicino alla mia gamba e uscì sbattendo la porta di lamiera. Rimasi solo con l’odore del fumo e il sapore del seme degli altri in bocca. Mi rialzai a fatica, sentendo il dolore come un battesimo. Aveva ragione. Ero la loro valvola di sfogo, il punto di scarico necessario perché loro potessero restare "uomini d'onore". Accettai quel ruolo con una pace terribile: ero il femminiello del cantiere, e la mia passività era la mia forza.
Ormai l'afa di giugno era diventata un muro di cemento e sudore. L'odore della soppressata piccante e del vino nero si mescolava a quello acido dei corpi sfiniti dalla fatica. Erano in otto, seduti su assi di ponteggio traballanti: Rocco, Mastru Turi, 'u Smilzo, il gigante 'u Toro e altri quattro della stessa risma, tutti con le canottiere sporche o a petto nudo, lucidi e bellissimi come bestie al sole.
Il vino girava nelle tazze di plastica, versato a fiumi dalle damigiane. La goliardia era diventata cattiva, una festa di maschi con un frocetto potevano calpestare per sentirsi vivi. «Ma varda sta troia come mi guarda...» ruggì 'u Toro, versandomi un goccio di vino rosso sulla testa. «Ti piace l'odore d'u maschio, eh? Ti fa venire l'acquolina in bocca, ricchione di mmerda!» Le risate esplosero come colpi di fucile. Rocco mi diede uno scappellotto sulla nuca, facendomi finire la faccia quasi nel piatto. «È 'nu vizioso, ve l'ho detto. Più lo tratti male, più scodinzola come 'na cagna in calore.»
«E allora vediamola ssa carne di signurinu,» sbraitò 'u Smilzo, allungando una mano callosa e pizzicandomi un capezzolo attraverso la stoffa con una forza che mi fece sobbalzare. «C'è troppo caldo pe' ssi pezze. Spogliati, fammi vidiri ssi minne di fimmina ca tieni!»
Non me lo feci ripetere. Con le dita che mi tremavano per un'eccitazione che mi toglieva il fiato, iniziai a denudarmi e mostrai fiero i miei capezzoli gonfi da signorina adolescente. Sotto i loro sguardi feroci, nudo, una macchia bianca e vulnerabile in mezzo a quel cerchio di carne nera e cattiva. «Mamma mia... varda che culo ca tieni, pare fattu apposta pe’ scopare,» sibilò Mastru Turi, allungando una mano sporca di calce per serrarmi una natica in una morsa brutale. «È morbido, Rocco... troppo morbido pe' stare in un cantiere.»
In un attimo, sedici mani furono su di me. Un groviglio di dita nodose, unte di grasso e tabacco, che esploravano ogni centimetro della mia pelle. Mi tiravano i capezzoli finché non gemevo, mi passavano le palme ruvide sulle natiche, stringendo, schiaffeggiando, segnando la carne bianca con impronte di fango e dita rosse, dita raspose andavano e venivano nel mio culo. «Dillo, ricchione! Dillo ca sei 'na troia e ca ne vuoi di cazzi stasera!» mi urlò uno dei nuovi, spingendomi la testa verso il basso mentre un altro mi afferrava per i fianchi con una violenza che mi fece inarcare la schiena.
«Sì... sono una troia...» ansimai, e il mio respiro era rotto dai loro tocchi incessanti. Sentivo il calore dei loro corpi, l'alito che puzzava di vino e la loro eccitazione che cresceva, diventando una minaccia fisica, palpabile.
«Varda come gli tira... varda come gode a farsi toccare da noi,» ridacchiò 'u Smilzo, dandomi un colpo secco sulle natiche che risuonò nel vuoto del seminterrato. «Sei 'nu purtuso senza fondo, studiente... stasera ti sfasciamo bbonu bbonu.»
Rocco osservava la scena col bicchiere in mano, la faccia deformata da un ghigno di possesso e bramosia. «Avete fame, compagni miei? E allora mangiate... ca a troia è apparecchiata pe' tutti.»
L'aria era diventata irrespirabile. La goliardia stava cedendo il passo a un'urgenza collettiva, una fame di branco che non avrebbe fatto prigionieri. Non sapevo chi sarebbe stato il primo, o se mi avrebbero preso tutti insieme, ma mentre le loro mani continuavano a tormentarmi, sentivo che l'incendio era ormai fuori controllo.
L’aria era una lastra di metallo rovente, l’ombra solo dietro il bandone dell’officina.
Rocco fece un cenno verso quel punto, che creava un angolo riparato ma aperto al vento caldo della Casilina. «Portatelo darrere u bandone. Uno alla volta, ca a troia tieni posto pe' tutti.» Il primo fu 'u Toro. Un colosso che puzzava di bitume e sudore stallino. Mi afferrò le braccia con una morsa che mi tolse il fiato, ma i suoi occhi cercavano i miei con un rispetto ancestrale. «Non sacciu... pari troppo tènneru, ricchione. Mi parìa malfattu mu ti sfasciamo così...» mormorò in un calabrese roco, quasi scusandosi per quella stazza che mi sovrastava. Gli accarezzai il petto bagnato, sentendo i peli ispidi. «Non aver paura, Toro. È naturale. Sei un maschio e io una troia hai bisogno di questo. Io sono qui per accoglierti.»
A quelle parole la sua esitazione crollò. Mi girò di scatto, schiacciandomi contro il bandone rovente. «E allora tieni, ricchione! Teni ssu sango ca mi vugghi!» ruggì, possedendomi con colpi pesanti che scuotevano l'intera lamiera.
Poi arrivò 'u Smilzo. Puzzava di gasolio e tabacco trinciato. Era nervoso, le mani magre che tremavano. «Io tignu troppa rabbia in corpo, studiente... ti fazzu mali pe' davvero, m'abbrucia u cori,» disse quasi vergognandosi di quella cattiveria necessaria. «Sfoga tutto su di me, Smilzo. La tua rabbia è il mio piacere. È il tuo diritto di uomo usarmi per stare meglio,» gli risposi. Lui ringhiò e mi prese con una ferocia elettrica, tirandomi i capelli e inondandomi col suo sburro caldo mentre sibilava insulti che il vento portava via.
Fu la volta di Mastru Turi, il vecchio. Il suo corpo era cuoio secco, puzzava di sigari economici e polvere di cemento. Si avvicinò con un’urgenza che pareva quasi una preghiera. «Sia benedittu... non pensava ca a ssa età tignìa ancora ssu fucu...»
«Nessun peccato, Turi. Ti sei spaccato la schiena per una vita, meriti questo riposo. Usami finché non senti più la fatica.» Lui emise un lamento basso e mi usò con una lentezza struggente, ritrovando vigore nella mia passività.
Il quarto fu Ciccio 'u Nero, un uomo basso e tarchiato con le mani che sapevano di terra fresca e grasso. «Mi parìa ca m'abbruciava u sango a guardarti... ma non è cosa d'uomini onesti...» mormorò con lo sguardo basso. «E’ naturale che vuoi sburrare, Ciccio. È la fatica che lo chiede. Lasciati andare, io sono qui solo per servire il tuo bisogno.» Lui si avventò con una fame improvvisa, quasi volesse scappare dalla sua stessa vergogna infilandosi dentro di me, finendo in un attimo con un rantolo di sollievo.
Il quinto fu Santo, un giovane con le nocche sbucciate e l'odore di birra calda. «Varda chi pelle... mi veni mu ti muzzico tutta... ma poi m'affronto,» disse con un sorriso amaro. «Non devi avere rispetto per la mia pelle, Santo. Usala. È fatta per essere segnata dalla tua forza. Mordimi pure, se ti serve a sentirmi meglio.»
Santo scatenò la sua foga giovane, lasciandomi i segni dei denti sulla spalla mentre si spingeva con un'irruenza che lo faceva quasi piangere per l'intensità.
Il sesto era un calabrese silenzioso, Peppe, che puzzava di sudore vecchio e calce. Non disse nulla finché non mi fu addosso. «Pari 'na fimmina... mi fannu mali i palle a vederti così,» sibilò con un tono che cercava una giustificazione. «Allora calmalo questo dolore, Peppe. Sono un ricchione di merda, non avere pietà. È la natura che ci ha messi così: tu per dare, io per ricevere.» Lui mi prese con una forza sorda, costante, come se stesse scavando una trincea, finendo con un lungo sospiro di gratitudine.
Il settimo fu Ntoni, che mi guardava con occhi torbidi di vino. «Ma comu fai a stare così? Non ti senti nenti?» chiese quasi sperando in una condanna. «Mi sento vivo perché voi mi usate, Ntoni. Non c'è colpa nel desiderio di un maschio. Prendi quello che ti serve, io sono felice di dartelo.» Ntoni si lasciò andare a un amplesso convulso, quasi rabbioso, svuotandosi con una violenza che cercava di cancellare la sua stessa esitazione.
Gli altri erano tornati alle damigiane, lasciando nel bandone solo il silenzio e l'odore del sesso. Rocco era rimasto ultimo, appoggiato al pilastro, osservando l'orizzonte mentre finiva la sua Marlboro. Quando Ntoni uscì, Rocco gettò il mozzicone. Entrò e mi trovò lì, un relitto bianco lordo di sburro e polvere di otto uomini diversi.
«Varda come sei ridotto... tutto lordo di sburro di quelli,» sussurrò, e nella sua voce c’era una bramosia che gli mozzava il fiato. «Ti sei fatta sfasciare da tutti e ancora mi guardi così.» «Sono felice, Rocco. È naturale. Ora tocca a te. Dimmi di chi sono.»
Lui non rispose con le parole, ma mi afferrò con una furia che voleva reclamare ogni centimetro della pelle che gli altri avevano appena segnato.
L’aria di giugno era diventata una fornace di sesso, sudore e fumi di vino nero. Ero un relitto, inginocchiato nel fango e nella polvere, segnato dalle manate di calce e dallo sburro che ancora mi colava addosso. Loro erano lì a un passo, appoggiati ai pilastri o seduti sulle damigiane, con i pantaloni sbottonati e il respiro pesante, a godersi lo spettacolo finale.
Rocco non ne poteva più. La vista di come i suoi compagni mi avevano ridotto, di come avevo accolto ogni colpo e ogni insulto, lo aveva reso una bestia. Si sbottonò con una furia cieca, l’uccello duro che pareva un pezzo di ferro rovente.
«Varda ssa troia... varda come aspetta a mia dopo ca s'ha pigliatu u sango di tutti!» ruggì Rocco, afferrandomi per i capelli e sbattendomi la faccia contro il bandone di lamiera che rimbombò come un tuono. Mi prese da dietro con una violenza che non aveva niente di umano, una spinta selvaggia che cercava di reclamare la sua proprietà sopra lo sburro degli altri. Ad ogni colpo, il branco intorno a noi esplodeva in un coro di bestemmie e incitazioni volgari, le voci impastate dal fumo e dall'alcol.
«Dacci forte, Rocco! Spaccala ssa troia di studiente!» urlò 'u Toro, sputando a terra. «Mannaja a ddu Diu, varda come s'u tira tutto... pare ca non tigni funnu, porca madonna!»
«È 'nu ricchione di razza, compà!» sbraitò 'u Smilzo, ridendo sguaiato mentre si toccava ancora. «Varda chi faccia di santa ca tieni mentre Rocco u pitta di sburro... Cristo latru, m'abbrucia u sango a guardarlo!»
Rocco imprecava tra i denti, il sudore che gli colava sulla schiena villosa. «Tieni... tieni ssu cazzo, troia! Dillo ca sei mia! Dillo ca sei 'na latrina!» «Sì, Rocco... sono tua... sono la vostra troia...» ansimavo io, incassando ogni affondo con un'estasi che mi annullava l'anima. «È naturale... fatemi quello che volete...»
Dopo essersi svuotato dentro di me con un ruggito che parve squarciare il cielo della Casilina, Rocco non si fermò. Mi afferrò per la nuca con una forza brutale, costringendomi a girarmi e a mettermi in ginocchio davanti a lui, mentre i sette intorno facevano cerchio, incitandolo con parole sempre più luride.
«E ora puliscilo bbonu, femminiello di mmerda!» sibilò Rocco, sbattendomi la virilità ancora turgida contro le labbra. «Fatti valere pure cu' ssa vocca, ca i compagni miei vogliono vidiri come lavori.»
«Grapa ssa vocca, ricchione!» urlò Mastru Turi, gli occhi torbidi di lussuria vecchia. «Fagli a doppietta! Facci vidiri come t'u mangi u sburro d'u capu, mannaja u sango d'a miseria!»
Iniziai a servirlo con una devozione febbrile, mentre le bestemmie degli altri mi piovevano addosso come pietre. Mi sentivo l'oggetto sacro della loro violenza goliardica, il punto in cui tutta la loro rabbia di maschi trovava pace. Rocco si godeva lo spettacolo dei suoi uomini che mi insultavano, finché, con un’ultima bestemmia strozzata, mi inondò la gola e il viso, lasciandomi strozzare dal suo calore.
«Varda ccà... l'ha pulito bbonu u studiente,» concluse 'u Toro con una risata rauca, mentre Rocco si rincasciava i pantaloni con disprezzo. «Stasera torniamo a casa leggeri, compà. Grazie a ssa troia ca Dio ci ha mandato.»
Rocco mi guardò dall'alto, sporco e tremante, ma con un barlume di orgoglio scuro negli occhi. «Hai capito ora chi comanda, ricchione? Ora sparisci, prima ca ti buttiamo giù d'u ponteggio.»
Mi rialzai in silenzio, sentendo il sapore di tutti loro in bocca e sulla pelle. Ero cenere, ero fango, ma ero finalmente intero.
Mi allontanai dallo scheletro di cemento mentre il sole calava sulla Casilina, trasformando il viola del cielo in un arancio malato. Dietro di me, le risate degli otto calabresi rimbombavano tra i pilastri nudi, mescolandosi al rumore metallico delle damigiane riposte e degli scarponi che pestavano il fango.
«Varda come cammina 'u ricchione! Pari 'na papara zoppa, mannaja u sango d'a miseria!» urlò 'u Toro, scatenando un nuovo coro di sghignazzi rauchi.
«Fa' bbonu u viaghju, troia! Non ti perdere ssu tesoro ca t'abbiamo lassato intra, porca madonna!» gli fece eco 'u Smilzo, mentre un fischio sguaiato tagliava l’aria calda di giugno.
Ogni passo era un martirio. Il dolore al culo era una lama di fuoco che mi trafiggeva a ogni movimento, un peso sordo e pulsante che mi ricordava la furia di Rocco e la pesantezza degli altri sette. Sentivo lo sburro che, ormai freddo, mi appiccicava l'interno delle cosce, impastandosi alla polvere del cantiere che mi aveva segnato la pelle. Mi sentivo letteralmente sfasciato, aperto, violato in ogni fibra.
Eppure, sotto quel dolore atroce, provavo una vergogna elettrica che mi faceva tremare le mani. Ero eccitatissimo. Il pensiero di essere stato l'altare di carne di quel branco, il ricordo delle loro sedici mani callose che mi artigliavano e delle loro bestemmie soffiate sul mio collo, mi faceva pulsare il sangue nelle vene con una forza malata.
Incappai nello sguardo di un passante alla fermata dell'autobus; abbassai subito gli occhi, terrorizzato che potesse leggere sul mio viso sporco di calce e di seme il resoconto di quell'ora d'inferno. Mi sentivo marchiato, trasformato. Ero lo studente che tornava a casa, ma dentro di me portavo il segreto pesante di otto uomini onesti che avevano scaricato in me il loro veleno per restare tali.
Salii sull'autobus e mi sedetti con cautela, stringendo i denti per non gridare quando il mio corpo toccò il sedile rigido. Mentre il mezzo partiva, guardai un'ultima volta lo scheletro del palazzo che svettava contro il tramonto. Sapevo che sarei tornato. Sapevo che quel dolore era l'unica cosa che mi faceva sentire davvero vivo, l'unico modo per essere, finalmente, la loro troia necessaria.
qulottone@gmail.com
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