Storia di Elena e del marito cornuto ennesima avventura
di
Qulottone
genere
corna
Il cielo di Roma era plumbeo, un soffitto di cemento sopra il traffico del tardo pomeriggio. Mario aveva staccato solo mezz'ora prima, un colpo di fortuna che ora gli sembrava un presagio infausto. Salì le scale in silenzio, aprì la porta blindata e sentì subito quell'odore: un misto di sudore acido, tabacco scadente e sesso.
La porta della camera era spalancata.
Ernesto era sbracato sul materasso, al centro del letto che Mario aveva finito di pagare solo il mese prima. Era un uomo fatto di spigoli e nervi, una figura che sembrava uscita da un rione popolare dimenticato da Dio. La pelle era ambrata, tesa sopra muscoli lunghi e fibrosi, privi di grasso, come quelli di un cane da combattimento tenuto a catena. Aveva il petto solcato da una cicatrice sottile e braccia nodose, ricoperte di peli scuri che arrivavano fino alle dita lunghe e sporche.
Non si mosse. Rimase lì, nudo, con una gamba piegata che esibiva con spavalderia una dote oscena. Era una massa di carne scura, pesante, che riposava pigramente tra le cosce nerborute, un insulto biologico alla mediocrità di Mario. Elena gli stava accanto, nuda anche lei, rannicchiata contro quel fianco ossuto come se cercasse protezione da una tempesta.
«E che è, già de ritorno stamo?» la voce di Ernesto era un raschio di carta vetrata, un dialetto romano viscerale che sporcava l'aria. «Nun t'hanno insegnato a bussà, cornuto?»
Mario restò impalato, le chiavi che ancora tintinnavano nella mano sudata. «Elena... che significa questo?»
Sua moglie alzò lo sguardo. Non c’era traccia di rossore sulle sue guance, solo una strana luce di eccitazione mista a noia. «Significa che non capisci un cazzo, Mario. Come al solito. Sei arrivato prima per rompere i coglioni, ecco che significa.»
Ernesto fece un ghigno, rivelando denti forti e un'espressione di puro dominio. Si portò una mano al sesso, smuovendolo appena con un gesto di una volgarità disarmante, poi puntò l'altra mano verso Mario, come una pistola.
«Senti 'n po', mezza cartuccia,» ringhiò Ernesto, gli occhi piccoli e feroci fissi su quelli del marito. «Vedi d'annattene in cucina a farti 'n caffè e nun rompe er cazzo. Se sento n'antro lamento, me arzo, te pijo per er collo e te faccio scende le scale de faccia, hai capito? Sto a finì de sfonnatte la moje, nun me deconcentrà.»
Elena ridacchiò, un suono basso e gutturale, mentre passava le dita sulle vene in rilievo dell'avambraccio di Ernesto. «Vai di là, Mario. Sei ridicolo. Guarda che uomo ho messo nel tuo letto e impara cos’è la dignità, se ce la fai.»
Ernesto si tirò Elena più vicina, affondandole le dita nella carne del fianco con una forza che le strappò un piccolo gemito di piacere. «Ancora qua stai? Vòi vede come se fa? Guarda bene allora, guarda sto ferro che a te Dio s'è scordato de datte. E poi sparisci, prima che me s'alza la pressione e te pijo a carci.»
Mario sentì lo stomaco contrarsi. L'umiliazione era un sapore amaro in gola, ma la tensione nella stanza era così densa da togliere il fiato. Restò lì, inchiodato dal disprezzo di lei e dalla minacciosa, brutale virilità di lui.
Mario abbassò lo sguardo, incapace di reggere il confronto con quegli occhi piccoli e feroci. Ubbidì. Si voltò e trascinò i piedi fuori dalla camera, sentendo alle sue spalle la risata roca di Ernesto e il silenzio complice, quasi eccitato, di sua moglie.
Si chiuse in cucina. L’ambiente era rimasto quello della mattina: la tazzina del caffè nel lavandino, l'odore di sapone per i piatti. Si sedette sulla sedia di paglia, le mani che tremavano in modo convulso. Si sentiva un estraneo in casa propria, un intruso rimpicciolito dalla presenza di quel predatore che si stava godendo il suo letto e sua moglie.
Poi, iniziò.
Un colpo secco, violento, fece sussultare la parete che divideva la cucina dalla camera da letto. Poi un altro. E un altro ancora. Era un ritmo cadenzato, brutale, privo di qualsiasi dolcezza. Mario si alzò come ipnotizzato e accostò l'orecchio all'intonaco freddo.
«Aò, e allora? Che dovemo da fa, le belle statuine?» la voce di Ernesto esplose come una frustata, carica di un livore volgare. «Guarda che trave che c’hai dentro, guarda come te gonfia tutta, troia! Me senti? Me senti come te sfonno?»
«Sì... sì Ernesto... oddio...» il grido di Elena arrivò soffocato, ma carico di una brama sconcia che Mario non le aveva mai sentito addosso. «Ancora! Fammi male... aprimi tutta!»
«Te apro sì, vacca che nun sei artro! Te faccio sentì er ferro vero, mica quella miseria che c’ha quer poveraccio de là!» Ernesto imprecò pesantemente, il respiro era un ansimare roco e gutturale. «Me lo sento che sta a sentì tutto... me lo sento er core suo che batte de là dar muro! Godi, mignotta, godi mentre te trapasso er core!»
Mario scivolò lentamente a terra, con le spalle contro la parete che tremava sotto i colpi del nerboruto. Le parole di Ernesto erano sassi scagliati contro la sua dignità, ma paradossalmente, quel fango che gli veniva gettato addosso iniziò a bruciargli nelle vene.
Senza volerlo, quasi con orrore di se stesso, la sua mano andò alla cintola e scivolò dentro i pantaloni. Cercò la sua virilità, ma quello che trovò tra le dita lo fece quasi piangere di vergogna: un membro piccolo, rattrappito dalla paura e dall'inadeguatezza, una cosa ridicola se confrontata a quel "ferro" di cui Ernesto si vantava con tanta sfacciataggine.
«Guarda come te la sfonno sta fregna!» urlò ancora Ernesto, tra un colpo umido e l'altro. «Guarda come se la beve tutta, sta canna de piombo! Sei 'na troia, Elena! Dillo che sei 'na troia schifosa!»
«Sì... sono la tua troia... sborrami dentro... umiliami...»
Mario iniziò a muovere la mano, frenetico, mentre le lacrime gli rigavano il volto. Sentiva nelle dita la propria insufficienza biologica, la propria inferiorità rispetto a quel maschio brutale che stava prendendo possesso di tutto ciò che era suo. Ogni volgarità di Ernesto, ogni urlo di piacere di Elena, era un colpo di frusta che lo faceva eccitare in modo insano. Era lì, seduto sulle piastrelle fredde, a masturbarsi sulla propria rovina, ascoltando l'uomo che ammirava e temeva possedere la donna che non era mai stata davvero sua.
Mario era accovacciato sul pavimento della cucina, la fronte premuta contro il muro che vibrava sotto la spinta dei colpi di Ernesto. Ogni scossone era un insulto, ogni gemito di Elena una coltellata. Ma la sua mano continuava a muoversi, frenetica, sulle sue parti intime così ridicole, in un misto di agonia ed eccitazione che non riusciva a domare.
Dall'altra parte, Ernesto non mollava la presa. I suoi muscoli nerboruti, tesi come cavi d'acciaio, erano imperlati di sudore acido. Mentre affondava con ferocia, la sua mente tornava a quel pomeriggio in palestra, tra l'odore di gomma e di ferro. L'aveva puntata subito: Elena, con quel culo sodo e lo sguardo di chi cerca guai. Non aveva sprecato tempo con i complimenti.
«Aò, bionda,» le aveva sibilato mentre lei faceva finta di allenarsi, «inutile che fai la preziosa. Guarda che se continui a fissame così, te porto dentro lo spogliatoio e te scopo finché nun me preghi de smette.»
Lei non aveva fiatato. Aveva solo abbassato lo sguardo, morsa da un brivido che Ernesto aveva riconosciuto subito: la fame di un uomo che la trattasse come carne.
Ora, in quel letto che non era suo, Ernesto pregustava il seguito. Quel marito imbelle in cucina era una garanzia. Se stava zitto adesso, avrebbe continuato a stare zitto. Ernesto già si vedeva a scroccargli cene, soldi, a farsi mantenere il lusso di scopargli la moglie ogni volta che gli tirava il sangue. Era un investimento a lungo termine.
«Senti come te sto a sfonnà, troia!» esplose Ernesto, mentre il ritmo diventava insostenibile. «Lo senti sto ferro che te trapassa? Altro che quer moscio de tuo marito! Dillo, dillo che te sto a spacca' in due!»
Elena urlò, la voce roca di piacere e sottomissione. «Sì... sì! Ernesto, sono tua... fammi sentire tutto!»
Ernesto rise, un ghigno che gli scavava le guance magre. «Tua de chi? Tu sei 'na vacca de strada quando stai sotto de me! Guarda come te la bevi tutta, guarda che schifo che me stai a fa' fa'!»
La violenza dei colpi aumentò. Ernesto era quasi alla fine, sentiva la pressione montare nelle palle. «Mo vengo... mo te riempio de sborra pure le orecchie! E quer poveraccio de là se starà a strofinà quer cazzetto de gomma che se ritrova! Dillo! Dillo che t'ho trombato l'anima!»
«Sì! Ernesto! Tutto... dammi tutto!»
Ernesto lanciò un urlo animalesco, svuotandosi con una foga brutale, mentre Mario, dall'altra parte del muro, raggiungeva il culmine della sua umiliazione, bagnandosi le dita con un seme che ai suoi occhi pareva acqua, schiacciato dal fantasma di quel gigante nerboruto che si era preso tutto.
Il silenzio che seguì l'amplesso fu spezzato solo dal respiro pesante di Ernesto, un suono animale che rimbombava nel corridoio. Mario era ancora a terra in cucina, rannicchiato contro il frigo, quando la porta venne spalancata da un calcio violento.
Ernesto era una visione d'incubo: nudo, la pelle olivastra lucida di sudore che metteva in risalto ogni fibra dei suoi muscoli nerboruti. Il suo sesso scuro pendeva ancora tra le cosce sode come un trofeo di guerra. Senza dire una parola, si avvicinò al frigorifero, lo aprì e ne tirò fuori un cetriolo lungo e nodoso. Lo guardò, lo rigirò tra le dita nodose e poi fissò Mario con un ghigno di puro sadismo.
«Aò, alzate, mezza cartuccia,» ringhiò Ernesto, afferrandolo per la nuca con una mano che sembrava una morsa. «Hai finito de fatte le pippe come 'n ragazzino? Viè de qua, che c'hai da pulì er disastro che ho fatto.»
Mario venne trascinato per il collo, inciampando sui propri piedi, fin dentro la camera da letto. L’odore di sesso era così denso da risultare irrespirabile. Elena era stesa sul letto, le gambe ancora spalancate e lo sguardo perso, con le cosce sporche dello sburro che Ernesto le aveva riversato dentro con furia.
«Mettiti in ginocchio, schiavo,» ordinò Ernesto, spingendolo con la faccia a pochi centimetri dalla fica di sua moglie. «Pulisci tutto. Usa la lingua, usa le mani, fa come te pare, ma nun vojo vede' più manco 'na goccia de lo sburro mio su 'sta troia. Deve tornà pulita pe' quando me va de ricasfacce sopra.»
Mario, annichilito dall'umiliazione e dall'odore acre del rivale, iniziò a ubbidire con movimenti tremanti. Ma Ernesto non aveva finito. Si posizionò dietro di lui, sovrastandolo con la sua figura magra e minacciosa.
«E siccome m'hai interrotto prima e m'hai fatto girà le palle,» sibilò Ernesto, la voce che vibrava di una cattiveria viscerale, «mo te faccio sentì io che vor dì avè quarcosa de serio dentro ar bucio de culo.»
Senza il minimo preavviso e senza alcuna pietà, Ernesto afferrò Mario per i fianchi e, con una spinta secca e brutale, gli conficcò il cetriolo nel retto. Mario lanciò un grido strozzato, un gemito di dolore puro mentre la verdura fredda e ruvida forzava la sua intimità.
«Zitto! Nun fiatà!» gli urlò Ernesto, tirandogli un manrovescio sulla nuca che lo fece quasi svenire. «Spigni de culo e pulisci quella fica, forza! Guarda come sei ridotto, a pulì lo sburro mio co' 'n cetriolo piantato ner buco de culo! Sei 'na barzelletta, Mario!»
Elena, dall'alto del materasso, guardava la scena con un sorriso crudele, gli occhi lucidi di un'eccitazione malata. «Guarda come scodinzola, Ernesto! Hai visto? Secondo me gli piace pure, a 'sto poveraccio!»
«Certo che je piace,» rispose Ernesto, spingendo ancora più a fondo il cetriolo con un colpo del palmo. «Questo è er posto tuo, Mario. Sotto de me e ai piedi de 'sta mignotta. E ringrazia che m'hai trovato de buon umore, perché se m'incazzo sul serio, er cetriolo è l'urtimo de' problemi tui.»
Mario, con le lacrime che gli bruciavano gli occhi e il cetriolo che gli dilaniava il bucio de culo a ogni movimento, finì di ripulire Elena. Quando ebbe terminato, Ernesto lo afferrò per i capelli con una violenza tale da costringerlo a guardare verso l’alto, proprio verso quella massa di carne scura e nerboruta che ancora pulsava davanti al suo viso.
«E mo che hai finito co' lei, vedi de pulì er padrone,» ordinò Ernesto con un tono che non ammetteva repliche. «Luccica tutto, Mario. Nun vojo sentì er sapore de lo sburro mio quando me la rimetto in tasca.»
Mario, ormai svuotato di ogni briciolo di dignità, aprì la bocca. Mentre compiva quell'ultimo atto di sottomissione, sentendo il sapore acre e prepotente dell'uomo che lo stava dominando, Ernesto si accese una sigaretta stropicciata, aspirando a fondo e guardando il soffitto con aria di chi ha già pianificato tutto.
«Senti 'n po', quattr’occhi,» disse Ernesto, espirando il fumo dritto in faccia a Mario. «M’hanno sfrattato dar buco dove stavo. E visto che qui me trovo bene e la signora gradisce er trattamento... ho deciso che da oggi vengo a vive qui. Trasloco stasera stessa.»
Mario sgranò gli occhi, interrompendo per un attimo il suo compito, ma Ernesto gli premette il sesso contro la lingua con un colpo d'anca secco.
«Nun t'ho detto de fermate, continua a lavorà,» ringhiò. «E vedi d'ascoltà bene le regole, perché se sgarri te sbatto fuori io a carci. Regola numero uno: questa camera è mia e de Elena. Tu dormi in cucina, sur tappeto o dove cazzo te pare, basta che nun me stai tra i piedi. Regola numero due: tutto quello che guadagni cor lavoro tuo de merda, lo posi sur tavolo. Io decido quanto te serve pe' magnà, er resto serve a me pe' divertimme e pe' portà la mignotta tua a cena fori.»
Elena, che nel frattempo si era accesa una sigaretta anche lei, ridacchiò stesa sul letto, incrociando le gambe lunghe. «Mi sembra giusto, Ernesto. In fondo, qualcuno deve pur pagare per il disturbo che ti dai a soddisfarmi.»
«Appunto,» continuò Ernesto col suo ghigno malvagio. «Regola numero tre: quando io e lei stamo a scopà, tu devi sta' qui, in ginocchio, a guardà e a imparà come se fa. E se me serve 'na mano, o se me serve che me pulisci er bucio de culo, te devi move prima ancora che te lo chiedo. Hai capito bene, schiavo? Da oggi io so' er re de 'sta casa, e tu sei er cane che me porta le pantofole e me pulisce l'attrezzo.»
Mario, soffocato dal cetriolo e dalla presenza brutale di Ernesto, non poté fare altro che emettere un suono strozzato di assenso, continuando a pulire l'arma del suo aguzzino mentre il suo vecchio mondo svaniva definitivamente nel fumo della sigaretta di un estraneo.
Elena aspirò una boccata di fumo, osservando Mario umiliato ai piedi del letto. Vedere il marito ridotto a uno straccio, con l'attrezzo di Ernesto in bocca e quel cetriolo piantato nel bucio de culo, le scatenava dentro un calore insopportabile. Si sentiva finalmente viva. Immaginava già le settimane a venire: le notti passate a urlare sotto il peso di Ernesto, i soldi di Mario spesi in vestiti succinti e cene di lusso, e la libertà di essere la troia di un uomo vero senza dover rendere conto a nessuno.
«Oddio, Ernesto... solo a sentirti parlare mi viene da bagnarmi tutta di nuovo,» sussurrò lei, passandosi una mano tra i capelli spettinati. «Però c'è un problema. C'è quella vecchia strega di sua madre che abita al piano di sopra. Se sente le mie urla o vede te che entri ed esci, rompe i coglioni ogni cinque minuti. È una vipera, chiamerà la polizia o si metterà a bussare alla porta come una matta.»
Mario, sentendo nominare sua madre, staccò la bocca dal sesso di Ernesto e provò a biascicare qualcosa, con la voce rotta dal pianto e dal dolore fisico. «E-Elena, per favore... mia madre no... ha settant'anni, non potete...»
Non riuscì a finire la frase. Ernesto, con un movimento fulmineo, gli mollò uno schiaffone a mano aperta che rimbombò nella stanza come uno sparo. La testa di Mario rimbalzò di lato, il cetriolo si mosse brutalmente nel suo retto facendolo sussultare per la fitta.
«Zitto, verme! T'ho detto che devi solo lavorà de bocca, mica de lingua pe' parlà!» rugghì Ernesto, stringendo i pugni nodosi. Poi si voltò verso Elena, e il suo ghigno si fece ancora più sinistro. «La vecchia de sopra, eh? Nun te preoccupà, bionda. C’ho già pensato io a come sistemà la situazione.»
Ernesto si chinò su Mario, afferrandolo per le orecchie e tirandogli la testa all'indietro.
«Domani, er fijo de papà qui presente va de sopra dalla madre,» disse Ernesto in un romanesco che trasudava minaccia. «E je dice che s’è preso 'n inquilino, un cugino lontano che lo aiuta coi lavori. Anzi, je dice che se s’azzarda a scende o a rompe er cazzo, lui la sbatte in un ospizio de quelli de periferia, de quelli dove te lasciano a morì de fame tra le formiche. E se lei nun ce crede, ce vado io de sopra a spiegaje bene come funziona er monno oggi.»
Fissò Mario dritto negli occhi, sputandogli quasi addosso. «Hai capito, schiavo? Domani vai su e la fai sta' zitta per sempre. Se sento solo 'n lamento da quer soffitto, giuro che te prendo a carci e te faccio volà dalla finestra insieme a lei. Chiaro er concetto?»
Mario annuì freneticamente, tremando come una foglia, mentre Elena scoppiava in una risata sfacciata, godendo nel vedere il potere di Ernesto estendersi su ogni angolo della loro vita.
Il mese era passato in un lampo di terrore e sottomissione. Mario non viveva in cantina, ma era lì che finiva ogni volta che Ernesto fischiava. Quello scantinato umido, pieno di vecchi mobili e polvere, era diventato il suo mattatoio personale. Sopra, in casa, Elena rideva e brindava con Ernesto, mentre lui veniva spedito giù a "pagare il pizzo" in natura per conto del padrone.
I due egiziani, Ahmed e Samir, lo stavano aspettando. Erano sporchi, con le canottiere macchiate di sudore e l'alito che puzzava di fumo e aglio. Non appena Mario aveva richiuso la porta ferrata dietro di sé, lo avevano aggredito come lupi.
«Vieni qua, pezzo di merda,» sibilò Ahmed con un accento gutturale e distorto. «Ernesto dice che tu oggi deve stare molto zitto e prendere tutto.»
Lo avevano sbattuto sopra una pila di vecchi pneumatici. Samir lo teneva fermo per le braccia, tirandole così forte che Mario sentiva le articolazioni delle spalle gridare, mentre Ahmed gli strappava i pantaloni con un gesto violento. Mario sentì l'aria fredda della cantina sulla pelle, e poi subito il calore brutale di Ahmed che gli si premeva contro.
«Guarda questo,» rise Samir, sputando in faccia a Mario mentre gli schiacciava la guancia contro la gomma sporca. «Lui piange come donna, ma bucio di culo è già aperto. Tuo amico Ernesto dice che noi deve svotare palle bene, perché noi lavora tanto e noi è poveri.»
Ahmed non usò alcuna precauzione. Afferrò Mario per i fianchi, le sue dita nodose che affondavano nella carne come ganci, e con una spinta animalesca si aprì la strada dentro di lui. Mario lanciò un urlo strozzato che morì contro lo pneumatico. La sensazione fu quella di essere lacerato da un palo di legno rovente.
«Zitto! Tu sta zitto!» ringhiò Ahmed, sferrandogli un colpo secco sulla schiena. «Tu solo oggetto. Tu serve per sburrare. Muovi quel culo, muovilo!»
Mentre Ahmed spingeva con una cadenza furiosa e disordinata, Samir si posizionò davanti al viso di Mario. Con un ghigno, tirò fuori il suo sesso scuro e venoso, schiaffeggiandoglielo sulle labbra.
«Dai, mangia. Ernesto dice che tu è bravo a pulire. Pulisce anche me, forza.»
Mario era schiacciato tra i due, un sandwich di carne e umiliazione. Il dolore nel bucio de culo era insopportabile; Ahmed non aveva pietà, lo usava con la stessa delicatezza con cui si spacca una pietra. Ogni colpo gli faceva sobbalzare le viscere, mentre Samir gli afferrava i capelli per costringerlo a spalancare la bocca.
La mente di Mario volò a quando Ernesto glielo aveva imposto: «Senti 'n po', questi so' ragazzi de strada, c'hanno le palle gonfie de sburro e nun c'hanno i soldi per le mignotte. Te vai giù, te metti a pecora e te fai sfonnà finché nun so' contenti. Se provi a dì de no, te rompo le gambe e ce mando pure tua madre in cantina, hai capito?»
«Sì... sì...» rantolava Mario, mentre le lacrime gli rigavano il volto sporco di grasso.
«Guarda come scopa, Ahmed! Questo è proprio una troia!» esclamò Samir, aumentando la violenza della presa sulla sua nuca.
Ahmed diede un'ultima serie di colpi rapidi e profondi, grugnendo come un maiale al macello. Mario sentì lo sburro bollente inondarlo internamente, un calore che sapeva di sconfitta totale. Ahmed si ritrasse con un suono umido, lasciandolo ricadere esausto sulle gomme, mentre Samir prendeva il suo posto per finire il lavoro. Per loro non era sesso, era uno scarico di tensioni, un modo per marcare il territorio su quel "moscio" che il loro capo gli aveva regalato. Mario restò lì, tremante e violato, sapendo che tra poco avrebbe dovuto risalire e pulire anche Ernesto.
Mario risalì le scale della cantina trascinandosi come un’ombra, con le gambe che gli tremavano e il bruciore nel bucio de culo che gli ricordava a ogni passo la violenza dei due egiziani. Si pulì alla meglio il viso con la manica della camicia sporca, sperando di potersi rintanare in cucina senza farsi vedere, ma dal piano di sopra giungevano rumori che non lasciavano spazio a dubbi.
Voci maschili, risate roche e quel suono ritmico, osceno, di carne che sbatte contro carne.
Arrivato davanti alla camera da letto, Mario vide che la porta non era del tutto chiusa. Si avvicinò alla fessura, col cuore che martellava contro le costole per il terrore. Quello che vide lo lasciò senza fiato.
Elena era a quattro zampe al centro del letto, completamente nuda, i capelli biondi che le frustavano il viso a ogni scossa. Dietro di lei, Ernesto la teneva per i fianchi con le sue mani nodose e nerborute, spingendo con una ferocia metodica. Davanti a lei, un uomo massiccio, con una cicatrice che gli attraversava lo zigomo e uno sguardo freddo come il ghiaccio, le faceva usare la bocca senza alcuna pietà.
Ernesto glielo aveva presentato qualche giorno prima come "il Capo", un latitante potente cercato da mezza Europa che aveva bisogno di un posto sicuro dove stare. Elena, invece di spaventarsi, era rimasta folgorata. Per lei, Ernesto era il suo signore, e se lui diceva che dovevano ospitare un criminale e servirlo in quel modo, lei lo faceva con una bramosia che rasentava la follia. Era totalmente schiava del carisma brutale di Ernesto.
«Visto che roba, sor Ciro?» ansimò Ernesto in un romanesco sporco, senza smettere di colpire Elena. «Te l’avevo detto che 'sta mignotta sapeva er fatto suo. È robba de qualità, mica come le zozze che trovi in giro.»
L’altro uomo grugnì, afferrando Elena per la mascella e costringendola a guardarlo negli occhi mentre la usava. Elena emise un suono strozzato, un misto di soffocamento e piacere estremo, lo sguardo adorante fisso su Ernesto.
«È brava, Ernesto. È molto brava,» rispose il latitante con voce piatta.
Mario spostò lo sguardo sul comodino e il sangue gli si gelò nelle vene. Accanto alla lampada accesa c'era una pistola nera, lucida, una semiautomatica che sembrava urlare pericolo. Era l'arma del latitante, appoggiata lì con la stessa naturalezza con cui si posano le chiavi di casa.
«Aò, bionda,» ruggì Ernesto, dando uno schiaffone sulle chiappe di Elena che lasciò il segno rosso delle dita sulla pelle chiara. «Dillo a Ciro quanto te piace quando te sfonnamo in due. Dillo che sei contenta che è venuto a trovacce!»
«Sì... sì! Ernesto, sono felice... fate di me quello che volete!» urlò lei, la voce rotta e sottomessa. «Mario è di là... è una nullità... voi siete i miei padroni!»
Mario, dalla fessura, sentì una fitta di terrore puro. La presenza di quella pistola cambiava tutto. Non era più solo un gioco di umiliazione e corna; ora c'era in ballo la vita. Eppure, nonostante la paura che gli faceva mancare l'aria, non riusciva a staccare gli occhi da quella scena, dal corpo di sua moglie posseduto con tanta violenza da quei due predatori, mentre lui, con lo sburro degli spacciatori ancora addosso, restava il testimone invisibile e patetico della propria fine.
Ernesto si accorse di un movimento nel corridoio. «Aò, Mario! Lo so che stai a guardà dar buco della serratura, verme! Viè qua dentro, che mo Ciro te deve spiegà bene come devi da pulì pure lui!»
Mario entrò nella stanza con le spalle curve, lo sguardo fisso sul pavimento lucido e il bruciore nel bucio de culo che lo faceva camminare in modo scomposto. La visione di quella pistola sul comodino lo terrorizzava, ma era lo sguardo di Ciro a dargli il colpo di grazia. Il latitante si staccò dal viso di Elena, pulendosi la bocca con il dorso della mano, e fissò Mario con un disgusto così profondo da sembrare odio puro.
Ernesto continuava a spingere dentro Elena, ridendo come un pazzo. «Visto, Ciro? È tornato er puliscicazzi! S’è fatto sfonnà dai ragazzi giù in cantina e mo è venuto a vede' se serve 'na mano qui.»
Ciro non rise. Il suo volto rimase una maschera di ghiaccio. Si tirò su i pantaloni con calma, senza mai staccare gli occhi da Mario, poi parlò con quella cadenza napoletana bassa, tagliente, che faceva tremare le pareti.
«Ernesto, ma che me porti in casa? Ma chiste è 'na schifezza overo,» esordì Ciro, sputando per terra vicino ai piedi di Mario. «Chiste è 'na troia pe' negher, Ernesto. 'Nu lercio che se fa sfunnà da 'e nire in cantina e poi vene ccà sopra a guardà a nuje? Me fa schifo sulo a guardarlo 'nfaccia.»
Mario provò a balbettare una scusa, ma Ciro fece un passo avanti, sovrastandolo. L'odore del latitante era un misto di tabacco forte e polvere da sparo.
«Statte zitto, o' cess!» gli ringhiò contro Ciro. «Tu te faje sburrà dinto da 'e nire senza manco dicere 'na parola, te piace 'o cazzo niro, eh? Te faje rapì 'o pertuso da 'e peggio bestie d'o quartiere e poi pienze 'e stà dint'a casa addò stà Ciro? I' 'a gente comm'a te 'a scarico dint'a 'o sciume.»
Si girò verso il comodino, sfiorando con le dita la pistola nera. Mario sentì il cuore fermarsi.
«Ernesto, i' m'o dico overo,» continuò Ciro, tornando a guardare l'amico che intanto aveva dato un ultimo colpo violento a Elena. «Chiste me sporca l'aria. 'Nu rammollito che accetta 'o sburro d'e nire dinto 'o culo è 'na malatia. Nun 'o voglio dint'a casa addò dormo i'. Si m'o trovo n'ata vota annante mentre m'o cerco 'e sta' tranquillo, o' sparo 'mmiez 'a l'uocchie e facimm' 'a finì.»
Elena, ancora ansante e col corpo lucido, guardò Mario con lo stesso disprezzo di Ciro. «Hai sentito, schifoso? Fai schifo pure ai criminali veri. Ernesto, caccialo via, non lo voglio più vedere nemmeno io, mi rovina l'eccitazione con quella faccia da cane bastonato.»
Ernesto afferrò Mario per un orecchio, torcendolo fino a farlo cadere in ginocchio. «Hai sentito er Capo, Mario? Er cazzo nero t’ha dato alla testa? Ciro è n'omo d'onore, mica come te che te vendi er bucio de culo pe' du' spacciatori. Mo sparisci in cucina e nun te fa' vede' finché nun te chiamamo noi. E ringrazia Ciro che nun t'ha piantato 'na pallottola in testa solo pe' l'odore che emani.»
Mario scivolò via, strisciando lungo il muro, mentre Ciro riprendeva in mano la pistola, controllando il caricatore con un clic metallico che risuonò nella stanza come una sentenza di morte.
Il clima in casa era diventato irrespirabile, una miscela di umiliazione cronica e violenza gratuita. Mario non era più un uomo, nemmeno l'ombra di quello che era stato: era diventato ufficialmente il giocattolo della piazza di spaccio. Ernesto lo prestava ormai quotidianamente ai suoi contatti, neri giganteschi che lo usavano in cantina con una ferocia che lo aveva ridotto a un automa.
Ma c'era un problema estetico che irritava i nuovi "padroni". Quelli volevano una troia liscia, pulita, e i peli di Mario, duri e neri, sembravano resistere a ogni tentativo di depilazione chimica, ricrescendo subito come un insulto alla loro brama.
«Aò, Ernesto, ma che è 'sta robba?» imprecava Ernesto mentre fumava in camera. «Quelli se lamentano. Dicono che pare de scopà n'istrice. Me rovina er business, capito?»
Elena, seduta nuda davanti allo specchio mentre si truccava per Ciro, si voltò con un’espressione di puro disgusto. «Ma scusa, Ernesto... ma a che gli serve quel cosetto moscio che si ritrova? Tanto ormai è una troia per neri, no? Quel cazzetto non lo usa più da mesi, gli dà solo fastidio per pulirsi e per i peli. La soluzione è una sola: eviriamolo. Leviamogli tutto, così diventa liscio come una bambola e non ci pensiamo più.»
Ciro, che stava pulendo la sua pistola sul divano, alzò lo sguardo e fece un sorriso sinistro. Il suo accento napoletano tagliò l'aria come un rasoio.
«Uè, Elena... finalmente n'idea comm' 'o si deve,» disse Ciro posando l'arma. «Tanto chiste nun serve cchiù a niente. È 'na femmena mancata, s'ha da fernì 'o lavoro. I' tengo 'nu veterinario compiacente abbascio a Caserta. Uno che nun addimanda niente, taglia, cuce e mette 'a purpetta dint' 'o sacco. Fa sparì tutto cose.»
Mario, che stava pulendo il pavimento del corridoio, sentì quelle parole e gli cadde lo straccio di mano. Provò a scappare verso la porta, ma Ernesto fu più veloce. Con un balzo lo raggiunse e gli mollò un calcio nello stomaco che lo lasciò senza fiato.
«Ando' vai, principessa? Se va a fa' 'n viaggetto,» ringhiò Ernesto.
Lo legarono con del nastro isolante nero: polsi, caviglie e una striscia spessa sulla bocca per soffocare le urla. Lo caricarono nel bagagliaio della macchina di Ciro come un pezzo di carne da macello. Elena salì davanti, eccitata all'idea dell'intervento, mentre Ernesto si mise dietro a controllare il "pacco".
«Statt' zitto, Mario,» sibilò Ciro mentre metteva in moto. «Stammo jenn' a Caserta. 'O duttore è bravo, te fa diventà 'a troia perfetta pe' tutta l'Africa. Nun t'haje da preoccupà... 'o cazzetto nun te serve cchiù addò staje jenn' tu.»
La macchina partì verso l'autostrada. Mario, al buio nel bagagliaio, sentiva solo il rollio delle ruote e le risate di sua moglie che, tra un bacio a Ernesto e uno sguardo complice a Ciro, già pregustava la sua nuova forma di totale, definitiva inutilità maschile.
Il viaggio verso Caserta fu un concentrato di fango e umiliazione. Mario era incastrato sul sedile posteriore, con Ernesto che gli schiacciava il torace col gomito e Ciro che guidava come un ossesso, sfrecciando tra i campi di pomodori della provincia. Elena, seduta davanti, si voltava ogni minuto per ridere dei singhiozzi del marito, accarezzando la nuca di Ciro con una complicità che a Mario toglieva l'ultimo briciolo di respiro.
Arrivarono al casolare che era notte fonda. Il Norcino li aspettava davanti a un garage illuminato da una lampadina nuda che dondolava dal soffitto, proiettando ombre sinistre sul pavimento di cemento. L’uomo aveva un grembiule di gomma lordo di macchie scure e mani che sembravano badili.
Appena scesi, Ernesto trascinò Mario per i capelli dentro il locale. «Aò, Maestro! Eccolo qua er regalo,» esclamò Ernesto.
Il Norcino sputò un grumo di tabacco. «E facimm' 'o vedé, mannaggia 'o sanghe d' 'a miseria! Spuogliatelo, ca l'aggia studià bbuono.»
Ernesto afferrò i pantaloni di Mario e, con uno strappo brutale, lo lasciò nudo dalla vita in giù. Mario cercò di coprirsi con le mani, tremando, ma Ciro gli puntò la pistola alla tempia. «Lassa 'e mmane, o' cess! Facc' vedé che tieni sott' 'a 'sta panza.»
Mario rimase lì, con le gambe che gli battevano tra loro e i genitali esposti alla luce cruda della lampadina. Il Norcino si chinò, scrutando la carne tremante con un occhio clinico, quasi annoiato.
«Ma guardatelo,» sghignazzò Elena, avvicinandosi e indicando il sesso del marito con l'unghia laccata. «È questo il "maschio" con cui ho diviso il letto? Pare un baco da seta bagnato. Ernesto, ma non è quasi un peccato sprecare tempo per una robetta così misera?»
«Hai ragione, bionda,» rispose Ernesto, tirando un calcio leggero ma umiliante agli attributi di Mario. «Pare robba de scarto. Che dici, Maestro, che nce putimm' fà con 'sta miseria?»
Il Norcino si grattò la barba sporca, osservando Mario che cercava disperatamente di rimpicciolirsi. «Sentite a me, figli 'e puttana. putimm' jà con 'o bisturi, tagliamm' netto e in dieci minuti 'a troia è servita. Ma accussì nce perdimm' 'e sorde. Io tengo n'idea migliore. Ho già fatto 'stu mestiere pe' gente importante. Se facciamo 'o spettacuolo, nce abbuffamm' 'e sorde.»
«In che senso, professò?» chiese Ernesto incuriosito.
«In streaming o con pubblico privato,» spiegò il Norcino, sollevando una pesante tenaglia d'acciaio opaco chiamata Burdizzo. «Più c'è dolore e più 'e pervertiti cacciano 'e mazzoni de sorde. Se usamm' 'o bisturi, chiste sviene subito. Ma se usamm' 'sta pinza... chiste è 'o schiacciamento a friddo. Io stringo i funicoli senza tagliare la pelle. I nervi esplodono dinto. 'O dolore è 'na cosa che nun se può spiegà, è comm' a 'na purga d' 'o diavolo che dura n'ora. Più strilla, più 'a gente s'eccita e paga.»
Mario, col viso in fiamme, implorò i suoi aguzzini. «Elena... Ernesto... vi prego. Toglietemi tutto, fatemi diventare quello che volete, sarò la troia di chiunque... ma fatelo con un taglio netto. Non quello spettacolo, non quella pinza... vi scongiuro, usate l'anestesia!»
«Zitto, mignotta!» sbraitò Ernesto, colpendolo alla nuca. «Sempre er solito egoista! Er Maestro sta a cercà de svoltà la serata e tu pensi solo a quanto te fa male?»
«Ma davvero si sente il rumore?» chiese Elena, affascinata dall'attrezzo metallico.
«Tutto, signò. Se sente 'o 'crack' de' ghiandole che scoppiano,» confermò il Norcino con un ghigno. «Allora, che vulimm' fà? Bisturi pulito o Burdizzo con 'o show?»
Ciro guardò Ernesto e poi Elena. «Burdizzo, Maestro. Voglio vedé 'e vene d'o collo 'e 'sta mezza cartuccia che scoppiano mentre tu stringi 'e fierro. 'O sburro d'e nire l'ha abituato troppo bbuono, mo adda sentì 'o vero sapore d' 'o sacrificio.»
«E allora jamm' bbuono, mannaggia 'o porco d' 'o munno!» urlò il Norcino afferrando Mario e sbattendolo col ventre sul tavolo di zinco. «Lìgatelo stretto! Elena, accendi 'o telefono e chiama 'e contatti, ca mo accummencia 'a sinfonia e nce facimm' 'e sorde overo! Mario, arape 'e cosce, ca mo te faccio sentì 'o paradiso d' 'o dolore!»
Improvvisamente, la tensione nel garage sembrò spezzarsi. Ernesto scoppiò in una risata fragorosa, seguito a ruota da Ciro e dal Norcino. Anche Elena si unì al coro, piegandosi in due e indicando la faccia stravolta dal terrore di Mario.
«Ma guardalo! È diventato bianco come 'n cencio!» urlò Ernesto, mollando una pacca violenta sulla spalla di Mario che lo fece barcollare. «Aò, ma davvero pensavi che te schiacciavamo le palle così, a freddo? Mica semo macellai, Mario! Volevamo solo vede' fin dove arrivava la strizza de 'sta mignotta!»
Ciro gli diede un buffetto sulla guancia, quasi affettuoso nella sua brutalità. «Uè, scemo! Ma comm' faje a crederci? 'O Burdizzo se usa p' 'e bestie, tu sî 'na troia, ma pur sempre 'na troia umana. Aggio scherzato, guagliò, respira!»
Mario si lasciò sfuggire un singhiozzo di sollievo immenso. Le ginocchia gli cedettero e quasi crollò a terra. Pensava di essere salvo, che tutto quel cinema fosse solo l'ultima, sadica prova di forza. «Grazie... grazie... lo sapevo che non potevate farlo...»
«E infatti mica lo facciamo col Burdizzo,» sibilò improvvisamente il Norcino, il cui volto era tornato di pietra.
Prima che Mario potesse capire, Ernesto e Ciro lo afferrarono per le ascelle e lo sollevarono di peso, sbattendolo sul tavolo di zinco. In un istante, cinghie di cuoio gli bloccarono polsi e caviglie. Elena intanto apriva la porta sul retro: una decina di uomini in abiti eleganti o tute anonime entrarono nel garage, con gli occhi lucidi e i telefoni già pronti.
«Dottò, facciamo 'sta punturina,» ordinò Ernesto.
Il Norcino iniettò un anestetico locale direttamente nello scroto di Mario. «Chiste serve solo a nun fatte svenì subito, mannaggia 'o porco! Voio che stai sveglio a guardà mentre te svuoto er sacco, così te godi lo spettacolo insieme ai signori che hanno pagato.»
Il Norcino afferrò il bisturi, la lama luccicava sotto la lampadina. Con un gesto rapido e preciso, incise la pelle dello scroto. Mario non sentiva dolore acuto grazie all'anestesia, ma sentiva la pressione, lo strappo, il calore del sangue che cominciava a colargli lungo l'interno delle cosce.
«Uè, guardate ccà!» urlò uno degli spettatori in dialetto stretto. «O' Norcino ha aperto 'o sacco! Guarda 'e nucelle comm' escono fora! Ernesto, ma chiste teneva 'e palle de 'na quaglia, mannaggia 'a miseria!»
«E mo le buttiamo ai gatti!» rispose Ernesto, mentre il Norcino recideva i funicoli spermatici con un suono umido di forbici chirurgiche. Mario guardava inebetito i suoi stessi testicoli finire in una bacinella d'acciaio con un rintocco metallico.
«Ecco fatto, 'a borsa è vacante,» disse il Norcino, ricucendo alla meglio la ferita.
Ma il pubblico non era soddisfatto. Un uomo corpulento in prima fila sputò per terra. «Ma che è 'sta monnezza? Avete tolto 'e palle e avete lasciato 'o picciolo? Ma che troia è senza 'o buco pulito? Ernesto, aggio pagato mille euro pe' vedé 'na castrazione vera, mica 'na mezza misura!»
«Tiene ragione!» gridò un altro. «Levate 'a bananina! Vogliamo 'o piattino pulito, vogliamo 'a mignotta liscia!»
Elena si avvicinò al tavolo, guardando tra le gambe di Mario con un’espressione di disgusto supremo. «In effetti, Ernesto... ora che non ha più le palle, quel cosetto lì sembra ancora più ridicolo. Sembra un rimasuglio inutile. Maestro, che dice? Possiamo procedere con l’asportazione totale?»
Ciro guardò il Norcino e fece un cenno col capo. «Norcì, 'o pubblico ha deciso. Facimm' 'o lavoro completo. Taglia pure 'o piccirillo. Facimm' 'o pertuso pe' piscià e nun ne parlamm' cchiù.»
Mario cominciò a scuotere la testa freneticamente, la bava alla bocca. «No... no! Avevate detto... l'accordo era...»
«L'accordo è cambiato, troia!» urlò Ernesto, premendogli uno straccio sulla bocca per soffocare le urla.
Il Norcino riafferrò il bisturi e una pinza emostatica. «E allora jamm' bbuono, mannaggia 'o sanghe d' 'a miseria! Mo te levo pure 'o pensiero 'e pìscià in piedi. Signù, preparate 'e telecamere, ca mo 'o Norcino affetta 'o salame!»
La lama affondò alla base del pene di Mario. Il sangue schizzò sul camice del Norcino mentre la carne veniva recisa centimetro dopo centimetro. Gli spettatori urlavano incitamenti volgari, mentre Mario, nel silenzio della sua agonia, sentiva il suo ultimo legame col genere umano cadere nel secchio insieme al resto.
Il silenzio nel garage era rotto solo dal ronzio della lampadina e dal respiro affannato di Mario. Il Norcino aveva finito: aveva ricucito con punti rozzi e rapidi quel che restava della sua mascolinità, trasformando il suo inguine in una cicatrice piatta, liscia, aliena. Il sangue colava ancora un po’, ma la medicazione stretta e l'anestesia residua rendevano tutto un formicolio sordo e pulsante.
Mario rimase immobile sul tavolo di zinco, le cinghie che ancora gli stringevano i polsi. Si sentiva leggero. Incredibilmente, non provava l'orrore che si era aspettato. Sentiva che un peso enorme, quello di dover essere "uomo" in un mondo di predatori, era stato rimosso insieme a quel pezzo di carne sanguinante nel secchio.
Ma poi, accadde qualcosa di inaspettato. Il dolore si mescolò a un calore viscerale che non partiva più dal davanti, ma si irradiava tutto dal profondo del suo ano.
Ernesto si avvicinò, accendendosi una sigaretta e guardando il lavoro del Norcino con soddisfazione. «Vedi come sei diventato pulito, Mario? Mo sì che sei 'na troia fatta bene. Pare che sei nato così.»
Mario sentì quelle parole e un brivido violento gli percorse la schiena. Non aveva più l'uccello, non sentiva più quella spinta maschile che lo aveva tormentato per una vita, ma l'ano... l'ano gli pulsava. Sentiva un desiderio viscerale, una voragine che chiedeva di essere riempita, una brama che lo faceva vergognare profondamente ma che era più forte di lui. Desiderava che Ernesto, o Ciro, o chiunque di quei pervertiti lo prendesse lì, in quel momento, per sancire il suo nuovo stato.
«Uè, guarda 'a faccia 'e 'stu lercio,» esclamò Ciro, notando lo sguardo perso e le narici dilatate di Mario. «Nun tiene cchiù niente 'mmiezo 'e cosce e già sta a cercà 'o cazzo. Mannaggia 'o sanghe de chi t'è mmuorto, Mario, si' overo 'na mignotta nata!»
«Ma davvero?» Elena si avvicinò, chinandosi su di lui e sfiorandogli il petto con le unghie. «Senti come gli batte il cuore. Ernesto, guarda... non ha più nulla, ma guarda come sculetta sul tavolo. Gli piace. Gli piace essere stato svuotato.»
Mario chiuse gli occhi, soffocando un gemito. Si vergognava come un cane, sentiva lo schifo per se stesso colargli dentro come veleno, eppure quel desiderio posteriore era diventato l'unico centro del suo universo. Senza più il "davanti", tutta la sua sessualità si era concentrata in quel pertuso che gli egiziani avevano già ampiamente preparato.
«Aò, Maestro, hai visto?» rise Ernesto, dando una pacca sulla pancia di Mario. «Questo nun aspetta altro che tornà in cantina. Mo che è liscio, chissà come se divertono i ragazzi.»
«Mannaggia 'o porco d'o munno!» esclamò il Norcino, pulendo il bisturi. «Chiste è 'o miracolo d' 'o Burdizzo e d' 'o bisturi! L'ammo fatto femmena dinto 'a capa primma ancora che dinto 'e carne!»
Mario non disse nulla, ma mentre lo slegavano, il suo primo istinto non fu quello di coprirsi, ma quello di inarcare la schiena, offrendo inconsciamente quel vuoto che ora definiva la sua intera esistenza. Era una vergogna totale, assoluta, ma in quel dolore pulsante, Mario aveva trovato la sua definitiva, mostruosa identità.
Erano passati solo due giorni dall'operazione a Caserta, ma la mutazione di Mario era completa, non solo nella carne, ma nella psiche. La ferita tra le gambe pulsava sotto le bende sporche, un dolore sordo che però fungeva da miccia per una smania nuova, una fame viscerale che non riusciva più a controllare. Si era rifugiato dietro un fittone di rovi e cespugli nei pressi del casolare, lontano dagli occhi di Ernesto e Ciro, ma non dal suo nuovo destino.
Accanto a lui, eccitato dall'odore del sangue e delle secrezioni della ferita, c'era il cane corso del Norcino: una bestia di sessanta chili di muscoli neri, con gli occhi iniettati di sangue e il fiato pesante che puzzava di carne cruda.
Mario si era messo a pecora nel fango, le natiche bianche che spiccavano nel buio della vegetazione. Non aveva più nulla davanti, nessuna distrazione maschile; era solo un buco, un vuoto che implorava di essere colmato. Quando sentì la zampa pesante del cane poggiarsi sulla sua schiena e gli artigli conficcarsi nella pelle, un brivido di terrore e piacere malato lo scosse fin nel midollo.
«Vieni... vieni qui, bestia...» sussurrò Mario, la voce ridotta a un rantolo.
Il cane corso non si fece attendere. Con un grugnito animale, la bestia montò Mario, puntando le zampe anteriori sulle sue scapole e spingendo il bacino con una forza brutale. Il sesso del cane, una lama scarlatta e nodosa, forzò l'ingresso di Mario con la stessa delicatezza di un maglio.
Il dolore della penetrazione animale si mescolò alla ferita ancora fresca della castrazione, creando un cortocircuito sensoriale che fece sgranare gli occhi a Mario. Pensò a quanto fosse caduto in basso: da uomo a troia degli spacciatori, e ora a sfogo per una bestia nei cespugli. Ma la vergogna veniva sommersa da un'ondata di piacere posteriore così violenta che ogni pensiero logico spariva. Si sentiva una cagna, un pezzo di carne nato solo per ricevere quella violenza.
Il cane iniziò a spingere con colpi ritmici e pesanti, ogni stoccata sollevava Mario da terra, facendogli battere i denti. La smania di Mario era totale; inarcava la schiena, cercava quella spinta che gli trapassava le viscere. Senza più le palle e l'uccello, tutta la sua energia vitale era esplosa lì dietro.
«Sì... così... sfonnami tutto!» delirava Mario, mordendosi le dita per non urlare e non farsi sentire dal casolare.
La monta divenne frenetica. Il cane corso emetteva rantoli gutturali, la bava gli colava sulla schiena di Mario. La bestia sentiva il culmine vicino; il nodo alla base del suo sesso cominciò a gonfiarsi dentro Mario, incastrandolo, saldandolo a lui in un amplesso innaturale. Mario sentì le pareti interne tendersi fino quasi a lacerarsi, un senso di pienezza mostruosa che lo fece quasi svenire.
Poi, l'orgasmo del cane esplose. La bestia si irrigidì, le zampe anteriori che quasi schiacciavano il torace di Mario, e scaricò dentro di lui getti prepotenti e bollenti di seme animale. Mario sentì quel calore invadere il suo vuoto, mescolarsi al sangue dei punti di sutura, un’invasione totale che gli fece inarcare il collo in un grido strozzato.
Il cane rimase incastrato per qualche minuto, ansimando pesantemente contro la sua nuca. Mario, con la faccia nel fango e il corpo posseduto da una bestia, si sentì finalmente al suo posto. Era una troia svuotata, un contenitore per il piacere più sporco e degradante. Non c'era più traccia dell'uomo che era stato; restava solo quel desiderio malato che ora, nel silenzio della campagna casertana, aveva trovato il suo padrone più degno.
Mentre fuori, tra il fango e i rovi, Mario veniva ridotto a una latrina per animali, dentro il casolare l'aria era densa di fumo, sudore e un odore di sesso così forte da mozzare il fiato. Elena era il centro di un uragano di carne. Non era mai stata così viva: la castrazione del marito l'aveva eccitata oltre ogni limite, trasformandola in una predatrice insaziabile.
Ernesto e Ciro la stavano usando a turno e insieme, senza lasciarle un secondo per riprendere fiato. Elena era travolta dalla loro brutalità, godendo di ogni insulto e di ogni spinta che la schiacciava contro il materasso lurido.
«Uè, Ernesto, ma guarda 'sta cagna comm' abbocca!» ruggì Ciro, tenendo Elena per i capelli mentre lei lo serviva con una bramosia animalesca. «Chiste è 'o vero sesso, no 'a schifezza che faceva col marito moscio! Guarda 'e recchie comm' s'arrizzano!»
«Aò, Ciro, questa è 'na macchina da guerra!» rispose Ernesto, che intanto la possedeva da dietro con una foga cieca, i colpi che rimbombavano come schiaffi nel silenzio della stanza. «Mo che abbiamo ripulito casa da quel verme, possiamo diverticce sul serio. Dillo, Elena... dillo chi sono i tuoi padroni!»
«Siete voi... siete voi!» urlava Elena, la voce rotta dal piacere. «Siete i miei tori! Ernesto, sfonnami! Ciro, sburrami in faccia, fammi sentire che sono la vostra troia!»
L’eccitazione arrivò al primo culmine. Ernesto emise un grugnito rauco, afferrando Elena per i fianchi con una forza che le lasciò i lividi, e scaricò dentro di lei il primo fiotto bollente. Quasi contemporaneamente, Ciro le premette la testa contro il proprio sesso, inondandole il viso e la bocca con un getto prepotente.
«Ecco, mangia, mignotta!» imprecò Ciro in napoletano. «Chiste è 'o sapore d' 'e sorde che ci ha fatto guadagnà Mario stasera!»
Non fecero in tempo a staccarsi che la smania ripartì. Elena non era sazia; si pulì il viso con la mano e lanciò un’occhiata di fuoco ai due. «Già avete finito? Mi avete appena scaldata... Ernesto, pensavo fossi un uomo vero, non un ragazzino!»
«Ah, sì? Mo te faccio vede' io se so' 'n ragazzino!» ringhiò Ernesto, eccitato dalla provocazione. La rigirò come un calzino, sbattendola con la faccia sul cuscino.
Ripartirono per il secondo round, ancora più violento del primo. Ciro si posizionò dietro di lei insieme a Ernesto, usandola in ogni orifizio disponibile, in una danza di carne sporca e parole pesanti.
«Te piace, eh?» ansimava Ernesto, colpendo il sedere di Elena con manate ritmiche. «Te piace sapè che mentre noi te sfondiamo, tuo marito è là fuori a farsi sburrà dai cani? Sei 'na zozza, Elena, la peggio mignotta della provincia!»
«Sì! Sono la vostra zozza!» rispondeva lei, inarcando la schiena per accogliere ogni centimetro della loro prepotenza.
Il finale fu un'esplosione di violenza sensoriale. Ciro, arrivato alla seconda venuta, la sollevò quasi di peso, scaricandole addosso tutta la sua foga con un urlo viscerale: «Tieni! Chiste è pe' quanto sî bona, mannaggia 'o sanghe d' 'a miseria!»
Ernesto finì subito dopo, sommergendola con un ultimo, definitivo getto di seme che le colò lungo la schiena. Rimasero tutti e tre intrecciati sul letto, ansimanti, mentre l'odore del loro sesso dominava la stanza.
«Aò,» disse Ernesto accendendosi una sigaretta col respiro ancora corto. «Questa è stata la serata migliore della vita mia. Domani portiamo Mario in piazza dagli egiziani. Se stasera s'è allenato coi cani, domani sarà pronto per l'intero quartiere.»
Elena sorrise nell'oscurità, pulendosi col lenzuolo, già pregustando l'umiliazione finale del suo "nuovo" Mario.
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