Scopate in carcere ai miei tempi
di
Qulottone
genere
gay
VINTAGE (carcere)
L'afa del luglio 1978 trasforma la cella di Regina Coeli in un forno. L'aria è una coltre irrespirabile: il puzzo acido del sudore di quattro maschi in gabbia si mischia al tanfo dolciastro delle Nazionali Esportazione e a quello, più pungente e selvatico, del testosterone che bolle. Le pareti di pietra trasudano umidità, mentre in lontananza il rumore dei manganelli sulle sbarre scandisce il tempo di una prigionia senza fine.
Io sono nudo, con le ginocchia scorticate dal cemento lercio. Davanti a me, Er Pantera torreggia come un idolo di brutalità. Indossa solo una canotta a coste, una volta bianca ma ora ingiallita dal sudore vecchio sotto le ascelle e incrostata di grigio sul petto villoso. Si è calato le mutande fino alle caviglie: i bordi degli elastici sono slabbrati e il tessuto è segnato da vistose macchie color ambra, tracce di urina e sporcizia accumulate in giorni di cella senza cambi.
Vado sue e giù con la mano sul suo cazzo, un muscolo violaceo e bollente che pulsa di rabbia. La cappella, lucida di bava e umori, mi riempie la bocca mentre lui mi artiglia i capelli, spingendomi la testa con una forza che mi mozza il fiato.
Sulle brande, Er Secco e Lo Smilzo osservano la scena con gli occhi sgranati e le mani infilate dentro le mutande lercie, a toccarsi il cazzo. Si muovono con foga ritmica, ansimando l'odore del sesso e della sottomissione che satura la cella.
«Li mortacci sua, Pantera!» sghignazza Er Secco, accelerando il movimento dentro le braghe bucate. «Guarda 'sta troia come s'affoga... m'ha fatto venì n'eruzione drento le mutande, porco d*o! Daje, sfajela quella gola, faje sentì er fero!» Er Pantera mi dà uno strappo violento alla nuca, costringendomi ad andare più a fondo, finché il sapore acre e salmastro non mi invade la gola.
«Aò, moscio!» ringhia Er Pantera, la voce che è un raschio di ghiaia. «Che stai a dormì? Usa quella lingua de merda, leccame tutto er bordo della cappella, facce i cerchi sopra finché nun sento che me scoppia er core. Voglio sentì lo schiocco, porco d*o! Sputace sopra, bagnalo tutto che deve scivolà drento come l'olio!»
Ubbidisco, sentendo il calore del suo corpo che mi irradia il viso e il puzzo delle sue mutande sporche che mi riempie le narici.
«Guarda come je vanno l'occhi all'indietro!» urla Lo Smilzo, dandosi manate sulle cosce pelose mentre si manovra il pacco. «È 'na latrina, aspetta solo lo spurgo tuo! Faje assaggià tutta la cattiveria der Braccio Sesto, mannaggia la mignotta!»
Er Pantera spinge con un ritmo animale, fregandosene se mi manca l'aria. «Zitta e magna, troia!» sibila tra i denti, le vene del collo gonfie come corde. «Io so' n'omo e tu sei solo 'n cesso dove me devo svotà. Ingoia tutto, nun vojo manco 'na goccia su 'sti cenci de mutande che m'ha portato mamma, hai capito, brutta carogna?»
Il rumore metallico del manganello che striscia sulle sbarre fa sussultare tutti, ma nessuno si ferma. È la guardia di turno, un veterano col berretto storto e la divisa sudata che si poggia alla grata con un ghigno che sprizza disprezzo.
«Aò, ma che stamo a fa' er cinema?» sghignazza la guardia, sputando per terra nel corridoio. «Vedo che la sposetta s'è messa subito all'opera. D'altronde, Pantera, questa è 'na troia de professione, mica 'na dilettante. L'avemo raccolta sotto ar Ponte Garibaldi che se faceva sfonnà da quattro marocchini drento la polvere, tra le siringhe e lo schifo. È finita ar Braccio Sesto per atti osceni, ma me pare che qua drento ha trovato pane per i denti sua, mannaggia la miseria!»
A quelle parole, Er Secco e Lo Smilzo esplodono in una risata sguaiata, accelerando il ritmo drento le mutande lercie. «Hai capito la cagnetta?» urla Er Secco tra un ansimo e l'altro. «Je piacciono i neri, eh? Ma qua drento ce sta er Pantera che te fa passà la voglia, porco d*o!»
Il Pantera, eccitato dal racconto della guardia e dagli insulti, mi afferra la nuca con una forza disumana. Le sue dita si piantano nel mio cuoio capelluto mentre il suo respiro diventa un ruggito animale.
«Ah, allora t'hanno trovata cor muso drento ar fango, eh?» sibila Er Pantera, la voce roca di piacere e rabbia. «Allora mo' magna tutto questo, che è roba de l'omo tuo! Nun te ne devi scordà manco 'na goccia, schifosa!»
Sento il suo sesso pulsare violentemente drento la mia gola, un calore che esplode all'improvviso. Er Pantera emette un grugnito di morte, un'imprecazione strozzata che fa tremare le pareti della cella. Lo sperma, denso e bollente, mi invade la bocca con un getto prepotente che mi mozza il fiato. Nonostante cerchi di ingoiare tutto, il liquido biancastro e salmastro mi cola dai lati delle labbra, scivolando sul mento e andando a bagnare il cemento sporco tra le mie ginocchia.
«Guarda come sbrodola!» urla la guardia, battendo il manganello sulla cella per l'eccitazione. «È proprio 'na discarica! Pantera, l'hai riempita come 'n sacco de farina, mannaggia er clero! Guarda che schifo che fa, pare 'na fontana de latte!»
Er Pantera si stacca di colpo, lasciandomi barcollante, col sapore acre della sua virilità che mi riempie ogni senso. Resta lì, a gambe larghe, guardando lo sperma che ancora mi cola dalle labbra con un disprezzo che nasconde il suo trionfo.
«Ecco, mo' pulisciti cor braccio e sta' zitta,» ordina Er Pantera, mentre Er Secco e lo Smilzo continuano a ridere fragorosamente dalle loro brande. «E ringrazia la guardia che t'ha ricordato chi sei: solo 'na troia da ponte che deve servì li padroni suoi.»
Il Pantera si scosta di un passo, guardandomi dall'alto mentre mi asciugo la bocca col dorso della mano, ma il disprezzo nei suoi occhi è solo l'inizio. Si guarda intorno, vede Er Secco e lo Smilzo con le bave alla bocca e le mani che vibrano drento le mutande luride, e poi lancia un'occhiata alla guardia che sta ancora appoggiata alle sbarre col manganello in mano.
«Aò, avete visto che roba?» ruggisce Er Pantera, con una risata che pare un terremoto. «Visto che sta troietta è abituata ai ponti der Tevere e ai marocchini, famoje sentì che l'aria de Regina Coeli è più pesante. Secco, Smì... sbrigateve, che m'ha sporcato tutto er pavimento e mo' tocca a voi finì er lavoro, mannaggia er clero!»
Er Secco è il primo a balzare giù dalla branda. È uno scheletro de nervi, con la canotta che puzza de fritto e le mutande così ingiallite che pareno fatte d'ambra. Si piazza davanti a me, tirando fuori un attrezzo lungo e storto, tutto venato.
«Daje, boccetta d'oro, facce vede se sei bona come dicheno!» ringhia Er Secco, afferrandomi per le orecchie e tirandomi la testa verso il suo sesso che puzza de selvatico. «Vòio vede' se sai ingoià pure la rabbia mia, porco d*o!»
Sento la sua carne nervosa che mi sbatte contro i denti, mentre lo Smilzo sta dietro di lui, già nudo, che si masturba con una foga cieca, aspettando il suo turno. La guardia fuori ride sguaiata, incitandoli come se fosse allo stadio.
«Guarda 'sta discarica come lavora!» urla la guardia, battendo il ferro sulle sbarre. «Daje Secco, svotaje tutto drento, faje sentì er sapore de la galera!»
Er Secco emette un sibilo tra i denti marci, si irrigidisce tutto e, con un'imprecazione che squarcia il silenzio del braccio, mi esplode sul viso. Lo sperma è denso, giallastro, e mi colpisce sulla guancia e sull'occhio, appiccicandosi subito alla pelle calda.
«Tiè, beccate 'sta scarica, cagnaccia!» urla Er Secco, scansandosi appena in tempo per far posto allo Smilzo.
Lo Smilzo non aspetta manco un secondo. Si mette a gambe larghe, dandomi degli schiaffi sul viso col suo membro già pronto. «A me nun me serve la bocca, me basta la faccia tua da schiaffi!» sbraita lo Smilzo, venendo quasi subito con una serie di fiotti violenti che mi centrano in pieno la fronte e il naso, colando giù fino a mischiarsi con quello del Secco e del Pantera.
Sento l'odore acre, nauseante di tre uomini diversi che mi copre il volto. Lo sperma mi cola drento gli occhi, mi impasta le ciglia e scivola giù verso il mento in filamenti biancastri e caldi.
«Mamma mia che schifo che fai!» ride Er Pantera, guardando il mio viso ridotto a una maschera di umori corporali. «Guarda che troia, pare che t'hanno intonacato la faccia cor latte annacquato, mannaggia la mignotta!»
La guardia si scosta dalle sbarre, pulendosi la bava dall'angolo della bocca. «Aò, m'è quasi venuta voglia pure a me, ma me tocca finì er giro de ronda. Pantera, lasciala lì a marcì così, che almeno se ricorda de chi è proprietà, porco d*o!»
Resto in ginocchio, cieco da un occhio per lo sperma che brucia, col puzzo di tre maschi eccitati che mi soffoca e le risate dei miei carcerieri che rimbombano come frustate drento la cella.
La mattina dopo il ferro delle sbarre sembra più freddo, e l’odore di quel seme rappreso sulla faccia, che ho cercato di grattare via con l’acqua gelida del lavandino, mi è rimasto appiccicato drento le narici. Mi trascinano nell’ufficio del Maresciallo, un buco di stanza che puzza di cera per pavimenti, sigari Tosca e carte vecchie.
L’ufficiale sta seduto dietro una scrivania di legno massiccio, con la divisa impeccabile che stride col mio corpo ammaccato e i segni dei morsi e delle mani del Pantera che mi spuntano dal colletto. Mi guarda come se fossi uno scarafaggio finito nel suo caffè.
«Aò, ma che t'hanno fatto? Pare che t'ha passato sopra n'autotreno de la nettezza urbana,» esordisce con un ghigno che non nasconde il disprezzo. Si accende un sigaro, espirando il fumo dritto in faccia a me. «M'hanno riferito della festicciola de stanotte. Er Pantera e l'altri s'erano proprio messi d'impegno, eh? Mannaggia la miseria, che schifo che me fate...»
Si alza in piedi, girandomi intorno come un lupo. Mi guarda le ginocchia scorticate e le labbra gonfie.
«Senti 'n po', boccetta d'oro... nun sta a piagne e nun me guarda' con quegli occhi da triglia,» ringhia l'ufficiale in un romanesco autoritario e gelido. «Te l'ho detto pure l'altra vorta: uno che se fa sfonnà sotto i ponti der Tevere dai marocchini, drento qua nun po' pretende er trattamento de favore. Sei un frocio, e i froci drento ar Braccio Sesto servono a quello. È la natura, porco d*o!»
Si appoggia con le mani sulla scrivania, fissandomi dritto negli occhi con una cattiveria istituzionalizzata.
«Vojo esse' chiaro: se fiati, se provi a scrive' 'na domandina o se vai a frigna' dar cappellano, io me giro dall'altra parte e lascio la cella aperta per tutto er corridoio. Hai capito bene?» Mi punta l'indice al petto, schiacciando forte. «Te lo meriti, perché sei 'na vergogna pe' la razza umana. Ma visto come stanno le cose, te conviene sta' zitto e subì senza fiatà. Tanto lo so che sotto sotto te piace, che sei 'na troia affamata e che er latte der Pantera t'ha nutrito bene stanotte, mannaggia er clero!»
Si risede, prendendo un faldone e ignorandomi, come se fossi già un morto che cammina.
«Mo' levati dai cojoni e torna drento la gabbia tua. E vedi de nun sporca' i corridoi, che m'hanno detto che sbrodolavi come 'na fontana rotta. Sparisce!»
Torno verso la cella scortato dalla guardia di ieri sera, che mi dà una manata sul sedere ridendo. So che ad aspettarmi c'è di nuovo il Pantera, e che le parole dell'ufficiale hanno appena firmato la mia condanna definitiva.
Il corridoio del Braccio Sesto sembra un tunnel senza fine. La guardia che mi scorta mi spinge con la punta del manganello proprio sulla schiena, proprio dove mi fa più male.
«Daje, cammina, boccetta de velluto!» sghignazza la guardia mentre arriviamo davanti alla sbarra. «Er Maresciallo t’ha dato er permesso de soggiorno, eh? Mo’ vedi de fatte valè, che er Pantera c’ha l’agenda piena pe’ te, mannaggia er clero!»
Il Pantera mi sbatte la testa contro il ferro della branda, facendomi vedere le stelle, poi mi afferra per il mento, costringendomi a guardare le sue mutande incrostate di sporco e urina.
«Senti bene, boccetta de velluto,» ringhia Er Pantera, la voce che vibra de comando e cattiveria, «perché da oggi le regole so' scritte cor sangue mio. Io so' l'unico padrone de 'sta gola: quando vengo io, tu te devi ingoià pure l'anima. Nun vojo vede' manco 'na goccia fori dalle labbra tua, te devi beve tutto er latte mio come se fosse l'acqua santa drento ar deserto, porco d*o!»
Er Secco e lo Smilzo scalpitano sulle brande, con le mani che se movono frenetiche drento le braghe lercie, ma Er Pantera gli lancia un'occhiata che li gela sul posto.
«Voi due stateve bboni,» ruggisce il Pantera verso i compagni di cella. «Potete usalla come 'n cesso, potete sfonnalla quanto ve pare, ma la sborra vostra su 'sta faccia deve finì. Solo io je entro drento le viscere. Voi je sborrate drento l'occhi, sulle guance, drento i capelli... la dovete intonacà de schifo, ma drento ce sto solo io, mannaggia la mignotta!»
La guardia, appoggiata alle sbarre col manganello che penzola, sghignazza sputando per terra. «Hai capito, troietta? Er Pantera è geloso della gola tua! Ma pe' noi artri va bene lo stesso, ce basta vedette affogà drento allo sperma nostro mentre te coprimo de fango, porco d*o!»
«Daje, Pantera, faccela lavorà allora!» urla Er Secco, tirando fuori l'attrezzo storto e venoso, già lucido di bava. «Io vojo vedè se la lingua sua è bbona a ripulimme tutto er sesso prima de sborraje drento le narici!»
Er Pantera mi preme la faccia contro il tessuto ingiallito delle sue mutande, proprio dove l'odore di maschio è più forte e nauseante. «Hai sentito, schifosa? Comincia a pulì 'sti cenci corla lingua. Lecca pure er piscio vecchio, che te deve venì la nausea prima de pija' er premio mio. E guai se sputi quando te riempio la gola, che te faccio affogà drento ar bugiolo, mannaggia er clero!»
Mi calo col muso sulle sue mutande sporche, sentendo le risate dello Smilzo che già si prepara a colpirmi sul viso. In questa cella del '78, la mia vita è diventata un banchetto d'umiliazioni dove io sono l'unica portata.
qulottone@gmail.com
L'afa del luglio 1978 trasforma la cella di Regina Coeli in un forno. L'aria è una coltre irrespirabile: il puzzo acido del sudore di quattro maschi in gabbia si mischia al tanfo dolciastro delle Nazionali Esportazione e a quello, più pungente e selvatico, del testosterone che bolle. Le pareti di pietra trasudano umidità, mentre in lontananza il rumore dei manganelli sulle sbarre scandisce il tempo di una prigionia senza fine.
Io sono nudo, con le ginocchia scorticate dal cemento lercio. Davanti a me, Er Pantera torreggia come un idolo di brutalità. Indossa solo una canotta a coste, una volta bianca ma ora ingiallita dal sudore vecchio sotto le ascelle e incrostata di grigio sul petto villoso. Si è calato le mutande fino alle caviglie: i bordi degli elastici sono slabbrati e il tessuto è segnato da vistose macchie color ambra, tracce di urina e sporcizia accumulate in giorni di cella senza cambi.
Vado sue e giù con la mano sul suo cazzo, un muscolo violaceo e bollente che pulsa di rabbia. La cappella, lucida di bava e umori, mi riempie la bocca mentre lui mi artiglia i capelli, spingendomi la testa con una forza che mi mozza il fiato.
Sulle brande, Er Secco e Lo Smilzo osservano la scena con gli occhi sgranati e le mani infilate dentro le mutande lercie, a toccarsi il cazzo. Si muovono con foga ritmica, ansimando l'odore del sesso e della sottomissione che satura la cella.
«Li mortacci sua, Pantera!» sghignazza Er Secco, accelerando il movimento dentro le braghe bucate. «Guarda 'sta troia come s'affoga... m'ha fatto venì n'eruzione drento le mutande, porco d*o! Daje, sfajela quella gola, faje sentì er fero!» Er Pantera mi dà uno strappo violento alla nuca, costringendomi ad andare più a fondo, finché il sapore acre e salmastro non mi invade la gola.
«Aò, moscio!» ringhia Er Pantera, la voce che è un raschio di ghiaia. «Che stai a dormì? Usa quella lingua de merda, leccame tutto er bordo della cappella, facce i cerchi sopra finché nun sento che me scoppia er core. Voglio sentì lo schiocco, porco d*o! Sputace sopra, bagnalo tutto che deve scivolà drento come l'olio!»
Ubbidisco, sentendo il calore del suo corpo che mi irradia il viso e il puzzo delle sue mutande sporche che mi riempie le narici.
«Guarda come je vanno l'occhi all'indietro!» urla Lo Smilzo, dandosi manate sulle cosce pelose mentre si manovra il pacco. «È 'na latrina, aspetta solo lo spurgo tuo! Faje assaggià tutta la cattiveria der Braccio Sesto, mannaggia la mignotta!»
Er Pantera spinge con un ritmo animale, fregandosene se mi manca l'aria. «Zitta e magna, troia!» sibila tra i denti, le vene del collo gonfie come corde. «Io so' n'omo e tu sei solo 'n cesso dove me devo svotà. Ingoia tutto, nun vojo manco 'na goccia su 'sti cenci de mutande che m'ha portato mamma, hai capito, brutta carogna?»
Il rumore metallico del manganello che striscia sulle sbarre fa sussultare tutti, ma nessuno si ferma. È la guardia di turno, un veterano col berretto storto e la divisa sudata che si poggia alla grata con un ghigno che sprizza disprezzo.
«Aò, ma che stamo a fa' er cinema?» sghignazza la guardia, sputando per terra nel corridoio. «Vedo che la sposetta s'è messa subito all'opera. D'altronde, Pantera, questa è 'na troia de professione, mica 'na dilettante. L'avemo raccolta sotto ar Ponte Garibaldi che se faceva sfonnà da quattro marocchini drento la polvere, tra le siringhe e lo schifo. È finita ar Braccio Sesto per atti osceni, ma me pare che qua drento ha trovato pane per i denti sua, mannaggia la miseria!»
A quelle parole, Er Secco e Lo Smilzo esplodono in una risata sguaiata, accelerando il ritmo drento le mutande lercie. «Hai capito la cagnetta?» urla Er Secco tra un ansimo e l'altro. «Je piacciono i neri, eh? Ma qua drento ce sta er Pantera che te fa passà la voglia, porco d*o!»
Il Pantera, eccitato dal racconto della guardia e dagli insulti, mi afferra la nuca con una forza disumana. Le sue dita si piantano nel mio cuoio capelluto mentre il suo respiro diventa un ruggito animale.
«Ah, allora t'hanno trovata cor muso drento ar fango, eh?» sibila Er Pantera, la voce roca di piacere e rabbia. «Allora mo' magna tutto questo, che è roba de l'omo tuo! Nun te ne devi scordà manco 'na goccia, schifosa!»
Sento il suo sesso pulsare violentemente drento la mia gola, un calore che esplode all'improvviso. Er Pantera emette un grugnito di morte, un'imprecazione strozzata che fa tremare le pareti della cella. Lo sperma, denso e bollente, mi invade la bocca con un getto prepotente che mi mozza il fiato. Nonostante cerchi di ingoiare tutto, il liquido biancastro e salmastro mi cola dai lati delle labbra, scivolando sul mento e andando a bagnare il cemento sporco tra le mie ginocchia.
«Guarda come sbrodola!» urla la guardia, battendo il manganello sulla cella per l'eccitazione. «È proprio 'na discarica! Pantera, l'hai riempita come 'n sacco de farina, mannaggia er clero! Guarda che schifo che fa, pare 'na fontana de latte!»
Er Pantera si stacca di colpo, lasciandomi barcollante, col sapore acre della sua virilità che mi riempie ogni senso. Resta lì, a gambe larghe, guardando lo sperma che ancora mi cola dalle labbra con un disprezzo che nasconde il suo trionfo.
«Ecco, mo' pulisciti cor braccio e sta' zitta,» ordina Er Pantera, mentre Er Secco e lo Smilzo continuano a ridere fragorosamente dalle loro brande. «E ringrazia la guardia che t'ha ricordato chi sei: solo 'na troia da ponte che deve servì li padroni suoi.»
Il Pantera si scosta di un passo, guardandomi dall'alto mentre mi asciugo la bocca col dorso della mano, ma il disprezzo nei suoi occhi è solo l'inizio. Si guarda intorno, vede Er Secco e lo Smilzo con le bave alla bocca e le mani che vibrano drento le mutande luride, e poi lancia un'occhiata alla guardia che sta ancora appoggiata alle sbarre col manganello in mano.
«Aò, avete visto che roba?» ruggisce Er Pantera, con una risata che pare un terremoto. «Visto che sta troietta è abituata ai ponti der Tevere e ai marocchini, famoje sentì che l'aria de Regina Coeli è più pesante. Secco, Smì... sbrigateve, che m'ha sporcato tutto er pavimento e mo' tocca a voi finì er lavoro, mannaggia er clero!»
Er Secco è il primo a balzare giù dalla branda. È uno scheletro de nervi, con la canotta che puzza de fritto e le mutande così ingiallite che pareno fatte d'ambra. Si piazza davanti a me, tirando fuori un attrezzo lungo e storto, tutto venato.
«Daje, boccetta d'oro, facce vede se sei bona come dicheno!» ringhia Er Secco, afferrandomi per le orecchie e tirandomi la testa verso il suo sesso che puzza de selvatico. «Vòio vede' se sai ingoià pure la rabbia mia, porco d*o!»
Sento la sua carne nervosa che mi sbatte contro i denti, mentre lo Smilzo sta dietro di lui, già nudo, che si masturba con una foga cieca, aspettando il suo turno. La guardia fuori ride sguaiata, incitandoli come se fosse allo stadio.
«Guarda 'sta discarica come lavora!» urla la guardia, battendo il ferro sulle sbarre. «Daje Secco, svotaje tutto drento, faje sentì er sapore de la galera!»
Er Secco emette un sibilo tra i denti marci, si irrigidisce tutto e, con un'imprecazione che squarcia il silenzio del braccio, mi esplode sul viso. Lo sperma è denso, giallastro, e mi colpisce sulla guancia e sull'occhio, appiccicandosi subito alla pelle calda.
«Tiè, beccate 'sta scarica, cagnaccia!» urla Er Secco, scansandosi appena in tempo per far posto allo Smilzo.
Lo Smilzo non aspetta manco un secondo. Si mette a gambe larghe, dandomi degli schiaffi sul viso col suo membro già pronto. «A me nun me serve la bocca, me basta la faccia tua da schiaffi!» sbraita lo Smilzo, venendo quasi subito con una serie di fiotti violenti che mi centrano in pieno la fronte e il naso, colando giù fino a mischiarsi con quello del Secco e del Pantera.
Sento l'odore acre, nauseante di tre uomini diversi che mi copre il volto. Lo sperma mi cola drento gli occhi, mi impasta le ciglia e scivola giù verso il mento in filamenti biancastri e caldi.
«Mamma mia che schifo che fai!» ride Er Pantera, guardando il mio viso ridotto a una maschera di umori corporali. «Guarda che troia, pare che t'hanno intonacato la faccia cor latte annacquato, mannaggia la mignotta!»
La guardia si scosta dalle sbarre, pulendosi la bava dall'angolo della bocca. «Aò, m'è quasi venuta voglia pure a me, ma me tocca finì er giro de ronda. Pantera, lasciala lì a marcì così, che almeno se ricorda de chi è proprietà, porco d*o!»
Resto in ginocchio, cieco da un occhio per lo sperma che brucia, col puzzo di tre maschi eccitati che mi soffoca e le risate dei miei carcerieri che rimbombano come frustate drento la cella.
La mattina dopo il ferro delle sbarre sembra più freddo, e l’odore di quel seme rappreso sulla faccia, che ho cercato di grattare via con l’acqua gelida del lavandino, mi è rimasto appiccicato drento le narici. Mi trascinano nell’ufficio del Maresciallo, un buco di stanza che puzza di cera per pavimenti, sigari Tosca e carte vecchie.
L’ufficiale sta seduto dietro una scrivania di legno massiccio, con la divisa impeccabile che stride col mio corpo ammaccato e i segni dei morsi e delle mani del Pantera che mi spuntano dal colletto. Mi guarda come se fossi uno scarafaggio finito nel suo caffè.
«Aò, ma che t'hanno fatto? Pare che t'ha passato sopra n'autotreno de la nettezza urbana,» esordisce con un ghigno che non nasconde il disprezzo. Si accende un sigaro, espirando il fumo dritto in faccia a me. «M'hanno riferito della festicciola de stanotte. Er Pantera e l'altri s'erano proprio messi d'impegno, eh? Mannaggia la miseria, che schifo che me fate...»
Si alza in piedi, girandomi intorno come un lupo. Mi guarda le ginocchia scorticate e le labbra gonfie.
«Senti 'n po', boccetta d'oro... nun sta a piagne e nun me guarda' con quegli occhi da triglia,» ringhia l'ufficiale in un romanesco autoritario e gelido. «Te l'ho detto pure l'altra vorta: uno che se fa sfonnà sotto i ponti der Tevere dai marocchini, drento qua nun po' pretende er trattamento de favore. Sei un frocio, e i froci drento ar Braccio Sesto servono a quello. È la natura, porco d*o!»
Si appoggia con le mani sulla scrivania, fissandomi dritto negli occhi con una cattiveria istituzionalizzata.
«Vojo esse' chiaro: se fiati, se provi a scrive' 'na domandina o se vai a frigna' dar cappellano, io me giro dall'altra parte e lascio la cella aperta per tutto er corridoio. Hai capito bene?» Mi punta l'indice al petto, schiacciando forte. «Te lo meriti, perché sei 'na vergogna pe' la razza umana. Ma visto come stanno le cose, te conviene sta' zitto e subì senza fiatà. Tanto lo so che sotto sotto te piace, che sei 'na troia affamata e che er latte der Pantera t'ha nutrito bene stanotte, mannaggia er clero!»
Si risede, prendendo un faldone e ignorandomi, come se fossi già un morto che cammina.
«Mo' levati dai cojoni e torna drento la gabbia tua. E vedi de nun sporca' i corridoi, che m'hanno detto che sbrodolavi come 'na fontana rotta. Sparisce!»
Torno verso la cella scortato dalla guardia di ieri sera, che mi dà una manata sul sedere ridendo. So che ad aspettarmi c'è di nuovo il Pantera, e che le parole dell'ufficiale hanno appena firmato la mia condanna definitiva.
Il corridoio del Braccio Sesto sembra un tunnel senza fine. La guardia che mi scorta mi spinge con la punta del manganello proprio sulla schiena, proprio dove mi fa più male.
«Daje, cammina, boccetta de velluto!» sghignazza la guardia mentre arriviamo davanti alla sbarra. «Er Maresciallo t’ha dato er permesso de soggiorno, eh? Mo’ vedi de fatte valè, che er Pantera c’ha l’agenda piena pe’ te, mannaggia er clero!»
Il Pantera mi sbatte la testa contro il ferro della branda, facendomi vedere le stelle, poi mi afferra per il mento, costringendomi a guardare le sue mutande incrostate di sporco e urina.
«Senti bene, boccetta de velluto,» ringhia Er Pantera, la voce che vibra de comando e cattiveria, «perché da oggi le regole so' scritte cor sangue mio. Io so' l'unico padrone de 'sta gola: quando vengo io, tu te devi ingoià pure l'anima. Nun vojo vede' manco 'na goccia fori dalle labbra tua, te devi beve tutto er latte mio come se fosse l'acqua santa drento ar deserto, porco d*o!»
Er Secco e lo Smilzo scalpitano sulle brande, con le mani che se movono frenetiche drento le braghe lercie, ma Er Pantera gli lancia un'occhiata che li gela sul posto.
«Voi due stateve bboni,» ruggisce il Pantera verso i compagni di cella. «Potete usalla come 'n cesso, potete sfonnalla quanto ve pare, ma la sborra vostra su 'sta faccia deve finì. Solo io je entro drento le viscere. Voi je sborrate drento l'occhi, sulle guance, drento i capelli... la dovete intonacà de schifo, ma drento ce sto solo io, mannaggia la mignotta!»
La guardia, appoggiata alle sbarre col manganello che penzola, sghignazza sputando per terra. «Hai capito, troietta? Er Pantera è geloso della gola tua! Ma pe' noi artri va bene lo stesso, ce basta vedette affogà drento allo sperma nostro mentre te coprimo de fango, porco d*o!»
«Daje, Pantera, faccela lavorà allora!» urla Er Secco, tirando fuori l'attrezzo storto e venoso, già lucido di bava. «Io vojo vedè se la lingua sua è bbona a ripulimme tutto er sesso prima de sborraje drento le narici!»
Er Pantera mi preme la faccia contro il tessuto ingiallito delle sue mutande, proprio dove l'odore di maschio è più forte e nauseante. «Hai sentito, schifosa? Comincia a pulì 'sti cenci corla lingua. Lecca pure er piscio vecchio, che te deve venì la nausea prima de pija' er premio mio. E guai se sputi quando te riempio la gola, che te faccio affogà drento ar bugiolo, mannaggia er clero!»
Mi calo col muso sulle sue mutande sporche, sentendo le risate dello Smilzo che già si prepara a colpirmi sul viso. In questa cella del '78, la mia vita è diventata un banchetto d'umiliazioni dove io sono l'unica portata.
qulottone@gmail.com
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