Frociaggine vintage. Scopato dal Matto del paese
di
Qulottone
genere
confessioni
Storia ambientata nella provincia degli anni ‘70
Il cielo sopra le Marche si è fatto plumbeo, una cappa di piombo che schiaccia il fumo degli incensi. Pierpaolo osserva la cassa di pino grezzo calare nel ventre della terra, ma la sua mente è altrove, prigioniera di un calore che non viene dal sole, ma dal ricordo di un’ossessione carnale mai sopita. Sotto quel legno nudo giace Rutilio, il Matto. Per il borgo era solo un’ombra sfigurata, ma per Pierpaolo era un abisso di desiderio e ferocia. Rivede Rutilio emergere dal nero dei boschi, l’odore di terra e muschio che gli colava dai pori, i muscoli delle braccia tesi come radici millenarie. Ora che la fossa viene colmata, Pierpaolo cerca sollievo, ma il corpo caldo di quell'uomo continua a bruciargli sottopelle.
Il ricordo lo trascina di nuovo in quella casupola di quel paese fantasma, dove l’aria era densa come resina. Non c’era pietà in Rutilio, solo una fame ancestrale. Pierpaolo chiude gli occhi e rivede quel corpo animale inarcarsi sopra di lui. Quando Rutilio si era aperto i pantaloni, la sua virilità era apparsa come un insulto alla grazia: un membro massiccio e scuro, una colonna di carne venosa e prepotente che pulsava di un sangue febbrile. Era uno strumento di dominio, osceno nella sua grandezza, un pezzo di carne cruda e turgida che prometteva di spaccare il mondo.
Pierpaolo sentiva ancora la paura di quel membro pesante, una presenza violenta che lo invadeva, lasciandolo senza fiato, mentre le vene del collo di Rutilio si gonfiavano come corde. Ricorda il calore di quel fiotto denso, una scia viscosa e bollente che gli imbrattava la schiena, facendolo vibrare di piacere.
Un colpo di vanga lo riporta al presente. Poco distante, un uomo del borgo lo fissa con un ghigno ironico. Non è pietà quella che legge nei suoi occhi, ma la consapevolezza di chi ha sempre saputo. Il segreto non era sepolto nei boschi; era il divertimento muto del paese, che trent'anni prima aveva ascoltato i gemiti e i rantoli provenienti dalla casupola senza mai intervenire.” El matto se fa el romano, se diverte!”
Il rombo dell'Ape 50 riaffiora nitido nella memoria. Agosto, il riverbero che deforma l’orizzonte. Rutilio inchioda davanti alla catapecchia, gli occhi accesi da una fame che morde le viscere. «Èccheci, Pì», gracchia, e la sua mano corre istintiva alla stoffa logora dei pantaloni, dove la sua dotazione smisurata già premeva per essere liberata, un rilievo brutale che non ammetteva dubbi.
Entrano nella penombra nella casupola abbandonata, al primo piano. L’afa si dirada per il fresco delle mura antiche. Pierpaolo muove i passi con la lentezza di chi sa di aver teso la trappola perfetta. Sfiora la nuca di Rutilio, sente il fremito muscolare di quella bestia pronta a scattare. Quando Pierpaolo si spoglia, restando nudo nella luce radente, il Matto emette un verso gutturale. Le mani di Rutilio, sporche e nodose, artigliano i propri fianchi mentre si sbottona, rivelando finalmente quella carne enorme e scura, un membro che pareva dotato di vita propria, rigido e fremente, pronto a consumare l'ennesimo piacere solitario.
Rutilio non osa, emette solo un verso gutturale che gli gratta la gola. La sua compostezza era crollata di colpo, lasciando spazio a un’urgenza cieca. Pierpaolo sentì il cuore battergli contro le costole, un tamburo di paura e vergogna che lo faceva tremare impercettibilmente. Voleva quel contatto, ma voleva anche che fosse un’aggressione, un atto inevitabile di cui non dover portare la responsabilità.
«Zitto!» sbraitò Rutilio, la voce trasformata in un grugnito primitivo. «N’hai da parlà così pulito... tu n’capisci che me stai a fa’!» poi la forza ebbe luogo. Con un movimento brusco, l’uomo afferrò la cintura dei pantaloni logori e la strappò via con una furia che fece saltare un bottone. Pierpaolo abbassò lo sguardo, fece la scena di coprirsi, di scappare, ma restò inchiodato dal fascino torbido di quella violenza imminente. Quando Rutilio si liberò dei panni, la sua nudità esplose nella penombra come una forza della natura distruttrice.
Il suo membro, un’asta di carne scura e furibonda, balzò fuori con una prepotenza oscena. Era enorme, sproporzionato, una massa turgida solcata da vene gonfie che parevano radici pronte a soffocare tutto. La pelle di quella verga era spessa, segnata da una vita di privazioni e istinti repressi, e la sua testa violacea e umida pulsava al ritmo del respiro affannato del Matto. «Guarda!» ruggì Rutilio, afferrandosi con una mano callosa la propria dote mostruosa, scuotendola verso il ragazzo come una minaccia. «Guarda che m’hai fatto! Me scoppia er sangue dentro, me pare che me s’apre la pelle!» Pierpaolo indietreggiò d'istinto finché la schiena non toccò la pietra gelida della parete. Si sentiva piccolo, fragile, un’offerta sacrificale davanti a quel dio silvestre e brutale. La vergogna gli imporporava le guance, ma il brivido che gli percorreva la colonna vertebrale era un invito muto.
Rutilio gli fu addosso in un istante. L’odore di selvatico e di sudore acido lo investì come un’ondata. L’uomo gli afferrò le braccia con dita che sembravano morse d'acciaio, premendo quella carne bollente e pesantissima contro il ventre liscio di Pierpaolo. Il contrasto era intollerabile: la pelle di seta del ragazzo veniva schiacciata, sporcata dalla ruvidità di quel membro gigantesco che premeva per trovare un varco.
«Adesso t’appicco er foco, Pì!» ansimò Rutilio contro il suo collo, i denti ingialliti che sfioravano la pelle bianca. «Te rovino... te faccio sentì come batte ’n animale!»
Pierpaolo chiuse gli occhi, abbandonando ogni resistenza. Voleva essere sopraffatto, voleva che quella bestialità cruda cancellasse ogni traccia della sua purezza cittadina, trascinandolo nel fango caldo di quel desiderio innominabile.
Rutilio scivolò a terra con un tonfo sordo, la schiena scorticata contro la pietra, mentre il petto sussultava in spasmi violenti. Era una carcassa svuotata, un animale che aveva appena spurgato cinquant'anni di fame nera. Pierpaolo restò in ginocchio davanti a lui, il sapore di quel seme selvatico e denso ancora caldo tra le labbra, una scia biancastra che gli colava dall'angolo della bocca sporcando la pelle di porcellana.
«M’hai ucciso, Pì...» rantolò il Matto, gli occhi persi nel vuoto, mentre la sua virilità enorme, ancora scura e lucida di saliva, giaceva abbattuta tra le sue cosce come un tronco schiantato dal fulmine. «M’hai svuotato l’ossa... n’è rimasto gnente de me.»
Pierpaolo non rispose. Sentiva il sapore acre, quasi metallico, di quell'uomo primitivo risalirgli nelle narici, un odore di vita e di marciume che lo faceva sentire, per la prima volta, vivo e dannato al tempo stesso. La vergogna lo pungeva come un ago, ma il desiderio di sentirsi ancora sporcare, di farsi usare da quel corpo che puzzava di terra, era un veleno che correva più veloce del sangue.
Rutilio allungò una mano tremante, afferrando il braccio del ragazzo con una forza che lasciava già il segno. Lo tirò a sé con un grugnito di comando. «Vvi’ qua... n’hai finito. Te sento che tremi come ’na fronna. Vuoi che te spacco, eh? Vuoi sentì quanto peso?» Il Matto lo trascinò verso la paglia marcia nell'angolo della stanza. Con un gesto rude, gli voltò le spalle, premendogli il viso contro il legno vecchio del pavimento. Pierpaolo sentì il peso brutale del corpo di Rutilio schiacciargli i polmoni, il calore della sua pancia pelosa contro la schiena nuda. E poi, di nuovo, sentì quella carne prepotente risvegliarsi, un cuneo di muscoli e sangue che premeva con ferocia tra le sue natiche, cercando un varco con la spietatezza di chi non ha mai conosciuto la carezza, ma solo la penetrazione.
«Tieniti forte, angelo mio...» soffiò Rutilio, la voce ridotta a un sibilo d'odio e d'amore. «Che mo’ te faccio sentì come scava er Matto.» Il silenzio del borgo deserto fu lacerato da un grido soffocato, mentre la casa di pietra sembrava gemere sotto i colpi di quell'unione violenta, suggellando un patto che nemmeno la morte, trent'anni dopo, avrebbe potuto sciogliere.
Il riflesso della vanga che affonda a ritmo nella terra smuove l’ultimo ricordo, il più brutale. Pierpaolo sente un crampo allo stomaco: non è solo memoria, è un dolore fantasma che gli riapre la carne.
Rivede Rutilio che lo scaraventa sulla paglia marcia. L’uomo si era liberato di tutto, rivelando quella bestialità oscena che pareva non finire mai: un membro nero di sangue e di vene, una colonna di carne spessa come un polso che pulsava di una vita propria, sgraziata, violenta. Rutilio non aveva usato olio né preghiere; aveva sputato nel palmo di una mano callosa e si era lubrificato quel testone violaceo e rigonfio con un gesto rapido, lo sguardo fisso sul corpo bianco del ragazzo come un lupo sulla preda.
«Tiè, pija ’sta rabbia!» aveva ringhiato il Matto, afferrandogli le natiche con dita che affondavano come artigli nel marmo. Pierpaolo ricorda lo schianto. Senza preavviso, Rutilio aveva spinto con tutto il peso dei suoi settanta chili di muscoli forgiati nei boschi. La punta massiccia aveva forzato l'ingresso con un suono umido e atroce, uno strappo che aveva fatto mancare il respiro a Pierpaolo. Era stato come essere invaso da un palo di quercia arroventato. Rutilio ruggiva, un suono che non aveva nulla di umano, mentre affondava quella verga smisurata fino alla radice, sentendo le ossa del bacino del ragazzo scricchiolare sotto la pressione. Il ritmo era diventato un martellamento cieco. Ogni spinta era un urto che gli faceva sbattere la faccia contro la polvere, mentre quel membro pesante e nodoso lo raschiava dentro, reclamando ogni centimetro di visceri con una ferocia che sapeva di terra e di fango. Pierpaolo sentiva il calore dei testicoli enormi e pesanti dell'uomo battere contro le sue chiappe a ogni colpo, un ritmo ossessivo che marcava il tempo della sua sottomissione.
«Sputalo er sangue, Pì! Sentime tutto!» urlava il Matto, con la voce rotta da una furia cieca che non lasciava spazio alla pietà, mentre il peso del suo corpo schiacciava ogni residuo di resistenza. Poi, il culmine di quella violenza. Un ultimo sussulto, un silenzio improvviso che pesava più delle urla, e Pierpaolo era rimasto lì, rannicchiato nella polvere, sotto di lui, svuotato di ogni forza e segnato da un'invasione che gli aveva cambiato per sempre la percezione di se stesso. Sentiva il gelo della terra infiltrarsi nelle ferite, mentre quell’uomo gli regalava un dolore mai rimarginato del tutto.
Al cimitero, Pierpaolo abbassa lo sguardo sulle sue scarpe lucide, ora sporche di quella stessa terra che sembra chiamarlo. Sente ancora quel senso di lacerazione interiore, quella sensazione di essere stato spezzato in due che non lo abbandonerà mai, nemmeno ora che il suo aguzzino è pronto per essere calato nella fossa. Il ricordo si riverbera nel presente con una violenza fisica, quasi tattile. Pierpaolo sposta lo sguardo dalla bara alla terra smossa, e per un istante l'odore dell'humus umido si fonde con quello stallatico e primordiale di Rutilio.
Rivede l'istante finale in quella penombra soffocante. Il Matto non si era staccato, non subito. Dopo la prima scarica, la sua verga enorme, ancora turgida e venosa come un muscolo impazzito, era rimasta incastrata dentro di lui, una presenza massiccia che non accennava a sgonfiarsi. Rutilio aveva emesso un grugnito rauco, una sorta di fame che rinasceva dalle ceneri della prima, e aveva ripreso a spingere con una foga ancora più disperata.
Pierpaolo ricorda il rumore della carne che sbatteva contro la carne, un suono umido e ritmato che pareva rimbombare contro le pareti di pietra. Le mani di Rutilio, grandi come badili e incrostate di terra secca, gli artigliavano i fianchi, sollevandolo quasi da terra per permettere a quel membro nero e pulsante di affondare ancora più a fondo, fino a fargli sentire il peso dei testicoli pesanti che lo colpivano con regolarità brutale.
«Ancora... ancora, Pì! Nun me basta mai!» ansimava il Matto, la bava che gli colava sulla nuca del ragazzo, mentre la sua dote smisurata lo ricolmava per la seconda volta. Era stata una piena di piacere bollente, un getto denso e infinito che sembrava volerlo annegare dall'interno, marchiandolo con il seme di un uomo che non aveva mai conosciuto il limite.
Al funerale, un colpo di tosse secca lo risveglia. È un vecchio del borgo, poco distante, che sta masticando un pezzo di radice scura, spezzandola con i pochi denti rimasti. Il rumore dello schianto di quella fibra legnosa è identico allo scricchiolio del tavolo sotto il peso di Rutilio.
Pierpaolo sente un calore viscerale salirgli al volto. La vergogna lo brucia, ma è quel senso di sottomissione totale a farlo tremare ancora. Guarda la fossa quasi colma e sente che, insieme a quel corpo animale, sta seppellendo la parte più segreta e sporca di se stesso. Ma mentre si volta per andarsene, avverte sulla schiena lo sguardo degli altri villani: occhi vitrei, antichi, che sembrano pesare esattamente come le mani del Matto. Sapevano. Hanno sempre saputo.
Quando finalmente il Matto si scostò, barcollando verso una sedia come se avesse corso per chilometri, Pierpaolo si voltò lentamente. Nonostante la ruvidezza del trattamento, i suoi occhi non mostravano risentimento, ma una strana forma di gratitudine per quella verità carnale che gli era stata scaraventata addosso.
Si rialzò con calma, ignorando i segni rossi sulle braccia e sui fianchi. Si avvicinò all'uomo, che ora sedeva con la testa tra le mani, sopraffatto da quello che aveva fatto. Pierpaolo si inginocchiò di nuovo tra le sue gambe aperte. Il membro del Matto, ancora sporco e segnato dallo sforzo, pendeva stanco.
Con un gesto di estrema dolcezza che contrastava con la brutalità di poco prima, Pierpaolo lo prese tra le mani. Usò le labbra e la lingua per ripulirlo meticolosamente, risalendo lungo la pelle rugosa con baci lenti e carezze umide, eliminando ogni traccia di quell'unione frenetica. Era il suo modo per ringraziarlo di avergli mostrato quel lato oscuro e genuino della sua natura.
Il Matto alzò lo sguardo, visibilmente commosso e ancora un po' incredulo, vedendo il ragazzo di città prendersi cura della sua parte più selvaggia con tale dedizione.
«Pì...» mormorò appena, questa volta senza alcuna minaccia nella voce. «Nisciuno m'ha mai trattato così. Pare quasi che m'hai benedetto.»
L’Ape 50 scendeva lungo i tornanti sterrati, sobbalzando su ogni buca. Il rumore del motore era un lamento metallico che riempiva il vuoto della valle, mentre l'aria della sera iniziava finalmente a rinfrescare il sudore rappreso sulle loro pelli. Il Matto guidava con le mani strette sul manubrio, lo sguardo fisso sulla strada, quasi avesse paura di voltarsi.
Fu Pierpaolo a rompere il silenzio, seduto scomodo sul sedile stretto, sentendo ancora il bruciore dell'attrito sui fianchi. «Ti è piaciuto?» chiese, la voce ferma nonostante gli scossoni. Il Matto non rispose subito. Sputò fuori dal finestrino, una macchia scura che sparì nella polvere. «T’ho fatto male, Pì. Lo so che t’ho trattato come ‘na bestia de macello», gracchiò senza guardarlo. «A la città vostra certe cose n’se fa, vero? Me guardi come se fossi un mostro, adesso?»
Pierpaolo accennò un sorriso stanco, osservando il profilo rugoso dell’uomo illuminato dagli ultimi riflessi arancioni del sole. «Non sei un mostro. Sei solo un uomo che aveva voglia. E io sono un ragazzo a cui piace aiutare, te l'ho detto. Siamo pari» Il Matto rallentò davanti a un incrocio deserto, facendo girare il mezzo con una manovra brusca. «Voja...» ripeté, masticando la parola come se fosse amara. «Io c’ho ‘na voja che n’finisce mai, Pì. Cinquant’anni de nebbia c’ho dentro la capoccia. Tu m’hai dato ‘na cosa che n’capisco. Me pare de avé rubato in chiesa.»
Si voltò un istante, e per la prima volta i suoi occhi non erano feroci, ma smarriti, quasi lucidi. «Ma se lo racconti... se vai a ridi co’ li compagni tua de quello che m’hai fatto co’ la bocca e lu culo... io me butto sotto a ‘n fosso. Giuralo, Pì. Giuralo su la luce de ‘stu sole che more.»
«Te l'ho già giurato,» rispose Pierpaolo, posandogli una mano sporca di polvere sull'avambraccio muscoloso. «Quello che è successo lassù rimane tra quelle pietre. Per il resto del mondo, siamo solo due che sono andati a fare un giro in montagna.»
Il Matto annuì lentamente, lasciando che la tensione gli abbandonasse le spalle. Accelerò di nuovo, puntando verso le luci lontane del paese abitato, mentre l'oscurità inghiottiva definitivamente il borgo fantasma alle loro spalle.
L’Ape ad un tratto sterzò bruscamente, uscendo dalla carreggiata principale per infilarsi in una radura nascosta da una cortina di rovi e querce nane. Il motore si spense con un singulto metallico, lasciando spazio solo al ticchettio del metallo caldo e al respiro pesante dell’uomo. Il buio stava calando rapido, ma il calore residuo della giornata ristagnava ancora nell'abitacolo.
Il Matto si voltò verso Pierpaolo, gli occhi piccoli e lucidi come quelli di un animale selvatico che ha assaggiato il sangue e non riesce a smettere. Le sue mani grandi artigliarono il manubrio. «Pì... n'ho finita la foia...» gracchiò in un dialetto che pareva un lamento. «Me pare che m'hai stregato. Ce n'ho ancora, ce n'ho troppa... me scoppia er sangue ne le vene.»
Pierpaolo sentì una fitta acuta, un bruciore sordo e pulsante che gli risaliva lungo la schiena partendo dal basso, segno inequivocabile della brutalità subita tra le mura della stamberga. Ogni movimento gli costava uno sforzo, ma guardò l'uomo di cinquant'anni che gli stava di fronte: un ammasso di muscoli, solitudine e bisogni repressi che non sapeva come gestire se non con la forza.
«Va bene,» sussurrò Pierpaolo, la voce lagnucolosa da martire nonostante il dolore fisico. «Ti ho detto che non devi aver paura di me. Te lo dimostro ancora.»
Si voltò faticosamente sul sedile stretto, offrendosi di nuovo a quell'uomo che lo guardava con un misto di devozione e ferocia. Voleva che il Matto capisse che il suo corpo non era un’arma contro di lui, ma un porto sicuro dove sfogare quel "foco" che lo tormentava da una vita.
Il Matto non se lo fece ripetere. Con un verso strozzato, si avventò di nuovo su di lui, le mani ruvide che cercavano la carne con una foga cieca. Pierpaolo strinse i denti, chiudendo gli occhi mentre sentiva la penetrazione brutale riaprire le ferite recenti, ma non emise un lamento. Lasciò che l'uomo lo usasse ancora, con quella foga animale che non conosceva carezze, ma solo possesso.
In quel silenzio rotto solo dai sospiri del bosco, Pierpaolo accettò ogni colpo come un suggello al loro segreto, offrendo la propria sofferenza fisica come prova definitiva di una lealtà che il Matto non aveva mai ricevuto da nessun essere umano.
L’Ape 50 rientrò tra le prime case del paese quando ormai le lampadine gialle dei lampioni proiettavano ombre lunghe sul selciato. Il rumore del motore sembrava un sacrilegio in quel silenzio di provincia, dove le finestre erano già chiuse e l'odore della cena si mescolava a quello della polvere estiva.
Il Matto frenò bruscamente in un vicolo cieco, a pochi metri dalla piazza principale. Non spense il motore, che continuò a sussultare impaziente. Il suo volto, ora colpito dalla luce artificiale, era tornato a essere una maschera di rughe dure e sospetto. L'estasi della radura era svanita, lasciando il posto a una vergogna rabbiosa che gli cuoceva il sangue.
Pierpaolo, con il corpo che gli doleva a ogni minimo spostamento e i vestiti che gli aderivano addosso sporchi di sudore e umori, si voltò verso di lui. Sentiva un legame strano, una sorta di gratitudine per quella verità brutale che si erano scambiati. In un impeto di tenerezza cittadina, cercò di accorciare le distanze: allungò il viso verso quello dell'uomo, socchiudendo gli occhi per sfiorargli le labbra con un bacio.
Il Matto reagì come se fosse stato morso da una vipera.
Lo colpì con una spallata violenta, ricacciandolo contro la portiera di lamiera con un tonfo sordo. «Ma che ffa’?!» sbraitò, la voce strozzata che pareva un latrato. «Te sei ‘mpazzito, Pì? Te n’approfitti?!»
I suoi occhi erano diventati due fessure d'odio. Si pulì la bocca con il dorso della mano callosa, sputando a terra con disprezzo.
«Io n'so' come a te, hai capito?» ringhiò nel dialetto più cupo, puntandogli un dito nodoso contro il petto. «Io so' 'n omo! Tu m'hai servito per svuotà er sacco, come se fa co' le bestie o co' le troie de strada. M'hai fatto comodo e t'ho usato, ma n'te crede de esse' gnente per me!»
Pierpaolo rimase immobile, il respiro mozzo per il colpo e per la crudeltà di quelle parole. Il bruciore fisico non era nulla in confronto al gelo che emanava l'uomo in quel momento.
«Scenni!» ordinò il Matto, dando una manata al manubrio. «Scenni subbito e n’fatte più vede stasera. Tu sei bono solo a quello, a fàmme sfogà er foco. Per il resto, per me n’esisti. Vatte a lavà, che puzzi de me e me fai schifo.»
Pierpaolo scese dall'Ape con movimenti lenti, quasi intorpiditi. Appena i suoi piedi toccarono terra, il Matto ingranò la marcia con uno stridore di ingranaggi e ripartì a tutta velocità, lasciando dietro di sé solo una nuvola di fumo azzurrognolo e il silenzio tagliente della notte marchigiana.
Il mattino seguente, il sole bucava le imposte cadenti della casupola con la violenza di una lama incandescente. L’aria era già ferma, satura dell’odore di polvere smossa e di selvatico. Nonostante le parole d'odio della sera prima, il richiamo di quella carne giovane e compiacente aveva riportato il Matto lassù, nel silenzio complice del borgo fantasma.
L'uomo era di nuovo sopra Pierpaolo, una massa di muscoli grigi e sudore acido che lo schiacciava contro il pagliericcio infestato dagli acari. Non c'era traccia di tenerezza, solo una furia cieca, alimentata da una vergogna che si trasformava in rabbia fisica. Il Matto spingeva con colpi sordi e pesanti, le mani serrate intorno alle spalle del ragazzo come se volesse spezzargli le ossa. «Maledetto... maledetto si' tu e chi t'ha mandato!» imprecò nel dialetto più sporco, la voce ridotta a un grugnito di sofferenza. «Me consumi l'anima, Pì... me fai schifo e me fai morì!» Pierpaolo stringeva i denti, affondando il viso nel fieno secco per non gridare sotto quel peso brutale che gli straziava il corpo già dolente. Sentiva l'odio dell'uomo trasmettersi in ogni spinta, una punizione carnale che però accettava in silenzio, come un martirio necessario.
Poi, l'esplosione. Il Matto inarcò la schiena rugosa, le vene del collo gonfie come corde, e lanciò un urlo animalesco che rimbombò contro le pietre secche. Fu un orgasmo gigante, una liberazione violenta che parve svuotargli le viscere. Il seme caldo e denso spruzzò con forza, annaffiando le natiche e risalendo lungo la schiena di Pierpaolo in un getto disordinato e copioso.
L'uomo rimase sospeso per un istante, ansimando come una bestia ferita, mentre il liquido viscido colava lentamente sulla pelle arrossata del ragazzo, brillando sotto la luce cruda del mattino. Poi, con un ultimo insulto biascicato tra i denti, il Matto si staccò bruscamente, lasciando Pierpaolo immobile nel fieno, segnato dal possesso e dal disprezzo di un uomo che non sapeva come altro amare.
Il silenzio tornò a regnare nella casupola, interrotto solo dal frastuono lontano delle cicale che celebravano l'ennesima giornata di fuoco.
commenti graditi specialmente da chi ha vissuto quegli anni
qulottone@gmail.com
Il cielo sopra le Marche si è fatto plumbeo, una cappa di piombo che schiaccia il fumo degli incensi. Pierpaolo osserva la cassa di pino grezzo calare nel ventre della terra, ma la sua mente è altrove, prigioniera di un calore che non viene dal sole, ma dal ricordo di un’ossessione carnale mai sopita. Sotto quel legno nudo giace Rutilio, il Matto. Per il borgo era solo un’ombra sfigurata, ma per Pierpaolo era un abisso di desiderio e ferocia. Rivede Rutilio emergere dal nero dei boschi, l’odore di terra e muschio che gli colava dai pori, i muscoli delle braccia tesi come radici millenarie. Ora che la fossa viene colmata, Pierpaolo cerca sollievo, ma il corpo caldo di quell'uomo continua a bruciargli sottopelle.
Il ricordo lo trascina di nuovo in quella casupola di quel paese fantasma, dove l’aria era densa come resina. Non c’era pietà in Rutilio, solo una fame ancestrale. Pierpaolo chiude gli occhi e rivede quel corpo animale inarcarsi sopra di lui. Quando Rutilio si era aperto i pantaloni, la sua virilità era apparsa come un insulto alla grazia: un membro massiccio e scuro, una colonna di carne venosa e prepotente che pulsava di un sangue febbrile. Era uno strumento di dominio, osceno nella sua grandezza, un pezzo di carne cruda e turgida che prometteva di spaccare il mondo.
Pierpaolo sentiva ancora la paura di quel membro pesante, una presenza violenta che lo invadeva, lasciandolo senza fiato, mentre le vene del collo di Rutilio si gonfiavano come corde. Ricorda il calore di quel fiotto denso, una scia viscosa e bollente che gli imbrattava la schiena, facendolo vibrare di piacere.
Un colpo di vanga lo riporta al presente. Poco distante, un uomo del borgo lo fissa con un ghigno ironico. Non è pietà quella che legge nei suoi occhi, ma la consapevolezza di chi ha sempre saputo. Il segreto non era sepolto nei boschi; era il divertimento muto del paese, che trent'anni prima aveva ascoltato i gemiti e i rantoli provenienti dalla casupola senza mai intervenire.” El matto se fa el romano, se diverte!”
Il rombo dell'Ape 50 riaffiora nitido nella memoria. Agosto, il riverbero che deforma l’orizzonte. Rutilio inchioda davanti alla catapecchia, gli occhi accesi da una fame che morde le viscere. «Èccheci, Pì», gracchia, e la sua mano corre istintiva alla stoffa logora dei pantaloni, dove la sua dotazione smisurata già premeva per essere liberata, un rilievo brutale che non ammetteva dubbi.
Entrano nella penombra nella casupola abbandonata, al primo piano. L’afa si dirada per il fresco delle mura antiche. Pierpaolo muove i passi con la lentezza di chi sa di aver teso la trappola perfetta. Sfiora la nuca di Rutilio, sente il fremito muscolare di quella bestia pronta a scattare. Quando Pierpaolo si spoglia, restando nudo nella luce radente, il Matto emette un verso gutturale. Le mani di Rutilio, sporche e nodose, artigliano i propri fianchi mentre si sbottona, rivelando finalmente quella carne enorme e scura, un membro che pareva dotato di vita propria, rigido e fremente, pronto a consumare l'ennesimo piacere solitario.
Rutilio non osa, emette solo un verso gutturale che gli gratta la gola. La sua compostezza era crollata di colpo, lasciando spazio a un’urgenza cieca. Pierpaolo sentì il cuore battergli contro le costole, un tamburo di paura e vergogna che lo faceva tremare impercettibilmente. Voleva quel contatto, ma voleva anche che fosse un’aggressione, un atto inevitabile di cui non dover portare la responsabilità.
«Zitto!» sbraitò Rutilio, la voce trasformata in un grugnito primitivo. «N’hai da parlà così pulito... tu n’capisci che me stai a fa’!» poi la forza ebbe luogo. Con un movimento brusco, l’uomo afferrò la cintura dei pantaloni logori e la strappò via con una furia che fece saltare un bottone. Pierpaolo abbassò lo sguardo, fece la scena di coprirsi, di scappare, ma restò inchiodato dal fascino torbido di quella violenza imminente. Quando Rutilio si liberò dei panni, la sua nudità esplose nella penombra come una forza della natura distruttrice.
Il suo membro, un’asta di carne scura e furibonda, balzò fuori con una prepotenza oscena. Era enorme, sproporzionato, una massa turgida solcata da vene gonfie che parevano radici pronte a soffocare tutto. La pelle di quella verga era spessa, segnata da una vita di privazioni e istinti repressi, e la sua testa violacea e umida pulsava al ritmo del respiro affannato del Matto. «Guarda!» ruggì Rutilio, afferrandosi con una mano callosa la propria dote mostruosa, scuotendola verso il ragazzo come una minaccia. «Guarda che m’hai fatto! Me scoppia er sangue dentro, me pare che me s’apre la pelle!» Pierpaolo indietreggiò d'istinto finché la schiena non toccò la pietra gelida della parete. Si sentiva piccolo, fragile, un’offerta sacrificale davanti a quel dio silvestre e brutale. La vergogna gli imporporava le guance, ma il brivido che gli percorreva la colonna vertebrale era un invito muto.
Rutilio gli fu addosso in un istante. L’odore di selvatico e di sudore acido lo investì come un’ondata. L’uomo gli afferrò le braccia con dita che sembravano morse d'acciaio, premendo quella carne bollente e pesantissima contro il ventre liscio di Pierpaolo. Il contrasto era intollerabile: la pelle di seta del ragazzo veniva schiacciata, sporcata dalla ruvidità di quel membro gigantesco che premeva per trovare un varco.
«Adesso t’appicco er foco, Pì!» ansimò Rutilio contro il suo collo, i denti ingialliti che sfioravano la pelle bianca. «Te rovino... te faccio sentì come batte ’n animale!»
Pierpaolo chiuse gli occhi, abbandonando ogni resistenza. Voleva essere sopraffatto, voleva che quella bestialità cruda cancellasse ogni traccia della sua purezza cittadina, trascinandolo nel fango caldo di quel desiderio innominabile.
Rutilio scivolò a terra con un tonfo sordo, la schiena scorticata contro la pietra, mentre il petto sussultava in spasmi violenti. Era una carcassa svuotata, un animale che aveva appena spurgato cinquant'anni di fame nera. Pierpaolo restò in ginocchio davanti a lui, il sapore di quel seme selvatico e denso ancora caldo tra le labbra, una scia biancastra che gli colava dall'angolo della bocca sporcando la pelle di porcellana.
«M’hai ucciso, Pì...» rantolò il Matto, gli occhi persi nel vuoto, mentre la sua virilità enorme, ancora scura e lucida di saliva, giaceva abbattuta tra le sue cosce come un tronco schiantato dal fulmine. «M’hai svuotato l’ossa... n’è rimasto gnente de me.»
Pierpaolo non rispose. Sentiva il sapore acre, quasi metallico, di quell'uomo primitivo risalirgli nelle narici, un odore di vita e di marciume che lo faceva sentire, per la prima volta, vivo e dannato al tempo stesso. La vergogna lo pungeva come un ago, ma il desiderio di sentirsi ancora sporcare, di farsi usare da quel corpo che puzzava di terra, era un veleno che correva più veloce del sangue.
Rutilio allungò una mano tremante, afferrando il braccio del ragazzo con una forza che lasciava già il segno. Lo tirò a sé con un grugnito di comando. «Vvi’ qua... n’hai finito. Te sento che tremi come ’na fronna. Vuoi che te spacco, eh? Vuoi sentì quanto peso?» Il Matto lo trascinò verso la paglia marcia nell'angolo della stanza. Con un gesto rude, gli voltò le spalle, premendogli il viso contro il legno vecchio del pavimento. Pierpaolo sentì il peso brutale del corpo di Rutilio schiacciargli i polmoni, il calore della sua pancia pelosa contro la schiena nuda. E poi, di nuovo, sentì quella carne prepotente risvegliarsi, un cuneo di muscoli e sangue che premeva con ferocia tra le sue natiche, cercando un varco con la spietatezza di chi non ha mai conosciuto la carezza, ma solo la penetrazione.
«Tieniti forte, angelo mio...» soffiò Rutilio, la voce ridotta a un sibilo d'odio e d'amore. «Che mo’ te faccio sentì come scava er Matto.» Il silenzio del borgo deserto fu lacerato da un grido soffocato, mentre la casa di pietra sembrava gemere sotto i colpi di quell'unione violenta, suggellando un patto che nemmeno la morte, trent'anni dopo, avrebbe potuto sciogliere.
Il riflesso della vanga che affonda a ritmo nella terra smuove l’ultimo ricordo, il più brutale. Pierpaolo sente un crampo allo stomaco: non è solo memoria, è un dolore fantasma che gli riapre la carne.
Rivede Rutilio che lo scaraventa sulla paglia marcia. L’uomo si era liberato di tutto, rivelando quella bestialità oscena che pareva non finire mai: un membro nero di sangue e di vene, una colonna di carne spessa come un polso che pulsava di una vita propria, sgraziata, violenta. Rutilio non aveva usato olio né preghiere; aveva sputato nel palmo di una mano callosa e si era lubrificato quel testone violaceo e rigonfio con un gesto rapido, lo sguardo fisso sul corpo bianco del ragazzo come un lupo sulla preda.
«Tiè, pija ’sta rabbia!» aveva ringhiato il Matto, afferrandogli le natiche con dita che affondavano come artigli nel marmo. Pierpaolo ricorda lo schianto. Senza preavviso, Rutilio aveva spinto con tutto il peso dei suoi settanta chili di muscoli forgiati nei boschi. La punta massiccia aveva forzato l'ingresso con un suono umido e atroce, uno strappo che aveva fatto mancare il respiro a Pierpaolo. Era stato come essere invaso da un palo di quercia arroventato. Rutilio ruggiva, un suono che non aveva nulla di umano, mentre affondava quella verga smisurata fino alla radice, sentendo le ossa del bacino del ragazzo scricchiolare sotto la pressione. Il ritmo era diventato un martellamento cieco. Ogni spinta era un urto che gli faceva sbattere la faccia contro la polvere, mentre quel membro pesante e nodoso lo raschiava dentro, reclamando ogni centimetro di visceri con una ferocia che sapeva di terra e di fango. Pierpaolo sentiva il calore dei testicoli enormi e pesanti dell'uomo battere contro le sue chiappe a ogni colpo, un ritmo ossessivo che marcava il tempo della sua sottomissione.
«Sputalo er sangue, Pì! Sentime tutto!» urlava il Matto, con la voce rotta da una furia cieca che non lasciava spazio alla pietà, mentre il peso del suo corpo schiacciava ogni residuo di resistenza. Poi, il culmine di quella violenza. Un ultimo sussulto, un silenzio improvviso che pesava più delle urla, e Pierpaolo era rimasto lì, rannicchiato nella polvere, sotto di lui, svuotato di ogni forza e segnato da un'invasione che gli aveva cambiato per sempre la percezione di se stesso. Sentiva il gelo della terra infiltrarsi nelle ferite, mentre quell’uomo gli regalava un dolore mai rimarginato del tutto.
Al cimitero, Pierpaolo abbassa lo sguardo sulle sue scarpe lucide, ora sporche di quella stessa terra che sembra chiamarlo. Sente ancora quel senso di lacerazione interiore, quella sensazione di essere stato spezzato in due che non lo abbandonerà mai, nemmeno ora che il suo aguzzino è pronto per essere calato nella fossa. Il ricordo si riverbera nel presente con una violenza fisica, quasi tattile. Pierpaolo sposta lo sguardo dalla bara alla terra smossa, e per un istante l'odore dell'humus umido si fonde con quello stallatico e primordiale di Rutilio.
Rivede l'istante finale in quella penombra soffocante. Il Matto non si era staccato, non subito. Dopo la prima scarica, la sua verga enorme, ancora turgida e venosa come un muscolo impazzito, era rimasta incastrata dentro di lui, una presenza massiccia che non accennava a sgonfiarsi. Rutilio aveva emesso un grugnito rauco, una sorta di fame che rinasceva dalle ceneri della prima, e aveva ripreso a spingere con una foga ancora più disperata.
Pierpaolo ricorda il rumore della carne che sbatteva contro la carne, un suono umido e ritmato che pareva rimbombare contro le pareti di pietra. Le mani di Rutilio, grandi come badili e incrostate di terra secca, gli artigliavano i fianchi, sollevandolo quasi da terra per permettere a quel membro nero e pulsante di affondare ancora più a fondo, fino a fargli sentire il peso dei testicoli pesanti che lo colpivano con regolarità brutale.
«Ancora... ancora, Pì! Nun me basta mai!» ansimava il Matto, la bava che gli colava sulla nuca del ragazzo, mentre la sua dote smisurata lo ricolmava per la seconda volta. Era stata una piena di piacere bollente, un getto denso e infinito che sembrava volerlo annegare dall'interno, marchiandolo con il seme di un uomo che non aveva mai conosciuto il limite.
Al funerale, un colpo di tosse secca lo risveglia. È un vecchio del borgo, poco distante, che sta masticando un pezzo di radice scura, spezzandola con i pochi denti rimasti. Il rumore dello schianto di quella fibra legnosa è identico allo scricchiolio del tavolo sotto il peso di Rutilio.
Pierpaolo sente un calore viscerale salirgli al volto. La vergogna lo brucia, ma è quel senso di sottomissione totale a farlo tremare ancora. Guarda la fossa quasi colma e sente che, insieme a quel corpo animale, sta seppellendo la parte più segreta e sporca di se stesso. Ma mentre si volta per andarsene, avverte sulla schiena lo sguardo degli altri villani: occhi vitrei, antichi, che sembrano pesare esattamente come le mani del Matto. Sapevano. Hanno sempre saputo.
Quando finalmente il Matto si scostò, barcollando verso una sedia come se avesse corso per chilometri, Pierpaolo si voltò lentamente. Nonostante la ruvidezza del trattamento, i suoi occhi non mostravano risentimento, ma una strana forma di gratitudine per quella verità carnale che gli era stata scaraventata addosso.
Si rialzò con calma, ignorando i segni rossi sulle braccia e sui fianchi. Si avvicinò all'uomo, che ora sedeva con la testa tra le mani, sopraffatto da quello che aveva fatto. Pierpaolo si inginocchiò di nuovo tra le sue gambe aperte. Il membro del Matto, ancora sporco e segnato dallo sforzo, pendeva stanco.
Con un gesto di estrema dolcezza che contrastava con la brutalità di poco prima, Pierpaolo lo prese tra le mani. Usò le labbra e la lingua per ripulirlo meticolosamente, risalendo lungo la pelle rugosa con baci lenti e carezze umide, eliminando ogni traccia di quell'unione frenetica. Era il suo modo per ringraziarlo di avergli mostrato quel lato oscuro e genuino della sua natura.
Il Matto alzò lo sguardo, visibilmente commosso e ancora un po' incredulo, vedendo il ragazzo di città prendersi cura della sua parte più selvaggia con tale dedizione.
«Pì...» mormorò appena, questa volta senza alcuna minaccia nella voce. «Nisciuno m'ha mai trattato così. Pare quasi che m'hai benedetto.»
L’Ape 50 scendeva lungo i tornanti sterrati, sobbalzando su ogni buca. Il rumore del motore era un lamento metallico che riempiva il vuoto della valle, mentre l'aria della sera iniziava finalmente a rinfrescare il sudore rappreso sulle loro pelli. Il Matto guidava con le mani strette sul manubrio, lo sguardo fisso sulla strada, quasi avesse paura di voltarsi.
Fu Pierpaolo a rompere il silenzio, seduto scomodo sul sedile stretto, sentendo ancora il bruciore dell'attrito sui fianchi. «Ti è piaciuto?» chiese, la voce ferma nonostante gli scossoni. Il Matto non rispose subito. Sputò fuori dal finestrino, una macchia scura che sparì nella polvere. «T’ho fatto male, Pì. Lo so che t’ho trattato come ‘na bestia de macello», gracchiò senza guardarlo. «A la città vostra certe cose n’se fa, vero? Me guardi come se fossi un mostro, adesso?»
Pierpaolo accennò un sorriso stanco, osservando il profilo rugoso dell’uomo illuminato dagli ultimi riflessi arancioni del sole. «Non sei un mostro. Sei solo un uomo che aveva voglia. E io sono un ragazzo a cui piace aiutare, te l'ho detto. Siamo pari» Il Matto rallentò davanti a un incrocio deserto, facendo girare il mezzo con una manovra brusca. «Voja...» ripeté, masticando la parola come se fosse amara. «Io c’ho ‘na voja che n’finisce mai, Pì. Cinquant’anni de nebbia c’ho dentro la capoccia. Tu m’hai dato ‘na cosa che n’capisco. Me pare de avé rubato in chiesa.»
Si voltò un istante, e per la prima volta i suoi occhi non erano feroci, ma smarriti, quasi lucidi. «Ma se lo racconti... se vai a ridi co’ li compagni tua de quello che m’hai fatto co’ la bocca e lu culo... io me butto sotto a ‘n fosso. Giuralo, Pì. Giuralo su la luce de ‘stu sole che more.»
«Te l'ho già giurato,» rispose Pierpaolo, posandogli una mano sporca di polvere sull'avambraccio muscoloso. «Quello che è successo lassù rimane tra quelle pietre. Per il resto del mondo, siamo solo due che sono andati a fare un giro in montagna.»
Il Matto annuì lentamente, lasciando che la tensione gli abbandonasse le spalle. Accelerò di nuovo, puntando verso le luci lontane del paese abitato, mentre l'oscurità inghiottiva definitivamente il borgo fantasma alle loro spalle.
L’Ape ad un tratto sterzò bruscamente, uscendo dalla carreggiata principale per infilarsi in una radura nascosta da una cortina di rovi e querce nane. Il motore si spense con un singulto metallico, lasciando spazio solo al ticchettio del metallo caldo e al respiro pesante dell’uomo. Il buio stava calando rapido, ma il calore residuo della giornata ristagnava ancora nell'abitacolo.
Il Matto si voltò verso Pierpaolo, gli occhi piccoli e lucidi come quelli di un animale selvatico che ha assaggiato il sangue e non riesce a smettere. Le sue mani grandi artigliarono il manubrio. «Pì... n'ho finita la foia...» gracchiò in un dialetto che pareva un lamento. «Me pare che m'hai stregato. Ce n'ho ancora, ce n'ho troppa... me scoppia er sangue ne le vene.»
Pierpaolo sentì una fitta acuta, un bruciore sordo e pulsante che gli risaliva lungo la schiena partendo dal basso, segno inequivocabile della brutalità subita tra le mura della stamberga. Ogni movimento gli costava uno sforzo, ma guardò l'uomo di cinquant'anni che gli stava di fronte: un ammasso di muscoli, solitudine e bisogni repressi che non sapeva come gestire se non con la forza.
«Va bene,» sussurrò Pierpaolo, la voce lagnucolosa da martire nonostante il dolore fisico. «Ti ho detto che non devi aver paura di me. Te lo dimostro ancora.»
Si voltò faticosamente sul sedile stretto, offrendosi di nuovo a quell'uomo che lo guardava con un misto di devozione e ferocia. Voleva che il Matto capisse che il suo corpo non era un’arma contro di lui, ma un porto sicuro dove sfogare quel "foco" che lo tormentava da una vita.
Il Matto non se lo fece ripetere. Con un verso strozzato, si avventò di nuovo su di lui, le mani ruvide che cercavano la carne con una foga cieca. Pierpaolo strinse i denti, chiudendo gli occhi mentre sentiva la penetrazione brutale riaprire le ferite recenti, ma non emise un lamento. Lasciò che l'uomo lo usasse ancora, con quella foga animale che non conosceva carezze, ma solo possesso.
In quel silenzio rotto solo dai sospiri del bosco, Pierpaolo accettò ogni colpo come un suggello al loro segreto, offrendo la propria sofferenza fisica come prova definitiva di una lealtà che il Matto non aveva mai ricevuto da nessun essere umano.
L’Ape 50 rientrò tra le prime case del paese quando ormai le lampadine gialle dei lampioni proiettavano ombre lunghe sul selciato. Il rumore del motore sembrava un sacrilegio in quel silenzio di provincia, dove le finestre erano già chiuse e l'odore della cena si mescolava a quello della polvere estiva.
Il Matto frenò bruscamente in un vicolo cieco, a pochi metri dalla piazza principale. Non spense il motore, che continuò a sussultare impaziente. Il suo volto, ora colpito dalla luce artificiale, era tornato a essere una maschera di rughe dure e sospetto. L'estasi della radura era svanita, lasciando il posto a una vergogna rabbiosa che gli cuoceva il sangue.
Pierpaolo, con il corpo che gli doleva a ogni minimo spostamento e i vestiti che gli aderivano addosso sporchi di sudore e umori, si voltò verso di lui. Sentiva un legame strano, una sorta di gratitudine per quella verità brutale che si erano scambiati. In un impeto di tenerezza cittadina, cercò di accorciare le distanze: allungò il viso verso quello dell'uomo, socchiudendo gli occhi per sfiorargli le labbra con un bacio.
Il Matto reagì come se fosse stato morso da una vipera.
Lo colpì con una spallata violenta, ricacciandolo contro la portiera di lamiera con un tonfo sordo. «Ma che ffa’?!» sbraitò, la voce strozzata che pareva un latrato. «Te sei ‘mpazzito, Pì? Te n’approfitti?!»
I suoi occhi erano diventati due fessure d'odio. Si pulì la bocca con il dorso della mano callosa, sputando a terra con disprezzo.
«Io n'so' come a te, hai capito?» ringhiò nel dialetto più cupo, puntandogli un dito nodoso contro il petto. «Io so' 'n omo! Tu m'hai servito per svuotà er sacco, come se fa co' le bestie o co' le troie de strada. M'hai fatto comodo e t'ho usato, ma n'te crede de esse' gnente per me!»
Pierpaolo rimase immobile, il respiro mozzo per il colpo e per la crudeltà di quelle parole. Il bruciore fisico non era nulla in confronto al gelo che emanava l'uomo in quel momento.
«Scenni!» ordinò il Matto, dando una manata al manubrio. «Scenni subbito e n’fatte più vede stasera. Tu sei bono solo a quello, a fàmme sfogà er foco. Per il resto, per me n’esisti. Vatte a lavà, che puzzi de me e me fai schifo.»
Pierpaolo scese dall'Ape con movimenti lenti, quasi intorpiditi. Appena i suoi piedi toccarono terra, il Matto ingranò la marcia con uno stridore di ingranaggi e ripartì a tutta velocità, lasciando dietro di sé solo una nuvola di fumo azzurrognolo e il silenzio tagliente della notte marchigiana.
Il mattino seguente, il sole bucava le imposte cadenti della casupola con la violenza di una lama incandescente. L’aria era già ferma, satura dell’odore di polvere smossa e di selvatico. Nonostante le parole d'odio della sera prima, il richiamo di quella carne giovane e compiacente aveva riportato il Matto lassù, nel silenzio complice del borgo fantasma.
L'uomo era di nuovo sopra Pierpaolo, una massa di muscoli grigi e sudore acido che lo schiacciava contro il pagliericcio infestato dagli acari. Non c'era traccia di tenerezza, solo una furia cieca, alimentata da una vergogna che si trasformava in rabbia fisica. Il Matto spingeva con colpi sordi e pesanti, le mani serrate intorno alle spalle del ragazzo come se volesse spezzargli le ossa. «Maledetto... maledetto si' tu e chi t'ha mandato!» imprecò nel dialetto più sporco, la voce ridotta a un grugnito di sofferenza. «Me consumi l'anima, Pì... me fai schifo e me fai morì!» Pierpaolo stringeva i denti, affondando il viso nel fieno secco per non gridare sotto quel peso brutale che gli straziava il corpo già dolente. Sentiva l'odio dell'uomo trasmettersi in ogni spinta, una punizione carnale che però accettava in silenzio, come un martirio necessario.
Poi, l'esplosione. Il Matto inarcò la schiena rugosa, le vene del collo gonfie come corde, e lanciò un urlo animalesco che rimbombò contro le pietre secche. Fu un orgasmo gigante, una liberazione violenta che parve svuotargli le viscere. Il seme caldo e denso spruzzò con forza, annaffiando le natiche e risalendo lungo la schiena di Pierpaolo in un getto disordinato e copioso.
L'uomo rimase sospeso per un istante, ansimando come una bestia ferita, mentre il liquido viscido colava lentamente sulla pelle arrossata del ragazzo, brillando sotto la luce cruda del mattino. Poi, con un ultimo insulto biascicato tra i denti, il Matto si staccò bruscamente, lasciando Pierpaolo immobile nel fieno, segnato dal possesso e dal disprezzo di un uomo che non sapeva come altro amare.
Il silenzio tornò a regnare nella casupola, interrotto solo dal frastuono lontano delle cicale che celebravano l'ennesima giornata di fuoco.
commenti graditi specialmente da chi ha vissuto quegli anni
qulottone@gmail.com
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