Naja diario vintage iv puntata (alcuni nonni si congedano)
di
Qulottone
genere
dominazione
Il rimbombo dei cori dei "nonni" scuote le pareti del bagno come un terremoto. È la notte del congedo, quella in cui ogni regola salta e la gerarchia della naja si trasforma in un'anarchia brutale e ubriaca.
Sono lì, nel mezzo dei cessi, completamente nudo se non fosse per quelle autoreggenti nere che mi segnano le cosce e un perizoma di pizzo minuscolo che sparisce tra i glutei. Mi sono truccato con cura, le labbra di un rosso scarlatto e gli occhi cerchiati di nero, spruzzandomi addosso un profumo da donna dolce e stucchevole che stride ferocemente con l’ambiente.
La porta sbatte contro il muro e l’aria cambia all'istante. Entrano in sei, massicci nelle loro tute mimetiche pesanti e negli stivali d'ordinanza lucidi. L’odore maschio invade il bagno in un attacco frontale: un mix soffocante di cuoio vecchio, sudore acido di chi ha vestito la stessa divisa per ore, tabacco forte e l'aroma dolciastro dell'erba che stanno fumando. È un odore selvaggio, di corpi giovani e rudi che non conoscono delicatezza.
«Uè! Ma guardate 'a troia comm'è profumata stasera!» urla Gennaro, il mio padrone, passandomi una mano pesante sul petto nudo. «Pasquà, ma chisto s'è messo proprio 'o trucco d' 'e troie! Siente che odore... pare 'na femmena overo!»
Mi circondano, chiudendomi in un cerchio di stoffa mimetica ruvida. Le loro mani iniziano a muoversi su di me con una volgarità elettrica, tastandomi i glutei, tirando l'elastico del perizoma fino a farlo schioccare contro la pelle. Ridono sguaiatamente, bevendo birra direttamente dalle bottiglie e sputandomi addosso il fumo delle canne, godendosi il mio tremito di paura che non riesco a nascondere.
«E allora, ricchioncello? Visto ca ce ne andiamo, 'o regalo 'e congedo ce 'o devi fa', o no?» sghignazza uno di loro. Sento il cuoio duro dell’anfibio risalire lungo la seta della calza, un contatto freddo e sporco che stride contro la pelle. La punta dello scarpone non si ferma, spinge con cattiveria nel mio interno coscia finché non trova quello che cerca. Un colpo secco e mi schiaccia i testicoli contro il pavimento. Il dolore è una fiammata acida che mi sale fino alla gola, ma resto immobile. «Stasera non ti salva nessuno, fricchiò. Stasera i padroni siamo noi. Vuoi sentire come scopa un nonno prima di posare la mimetica?»
L’aria nei cessi è una cappa irrespirabile di fumo di MS, hashish e l'odore nauseante del Cordiale mischiato alla birra tiepida. Sento la loro brama trasudare come un contagio, una violenza elettrica alimentata da mesi di marce e astinenza. All'improvviso, una mano mi artiglia i capelli con una forza che mi strappa le lacrime; vengo trascinato giù, costretto a inginocchiarmi nel fango di cenere e sputi, con la faccia schiacciata contro il gonfiore delle loro mimetiche verde marcio.
«Accussì... brava 'a vaiassa... mo’ facci vedere quanto sei ubbidiente» ringhia Gennaro. Sento il rumore metallico delle fibbie dei cinturoni che sbattono a terra e le cerniere che cedono sotto la pressione della loro foga bestiale.
Guarda come mi riducono... Il cuore mi martella nelle orecchie, un ritmo forsennato che mi toglie l'ossigeno. Il dolore lì sotto è atroce, un morso che mi fa mancare il fiato, ma è proprio questo schifo... questa sensazione di essere una cosa sotto i loro piedi che mi sta mandando il sangue al cervello. È l'ebbrezza maledetta di essere l'unico sfogo per questo branco di animali. Sentire che tutto il loro odio, tutta la loro rabbia da caserma, converge sulla mia carne mi fa sentire spaventosamente potente nel mio annientamento. Sono la vostra troia, il buco nero dove scolerete tutto il vostro veleno. Usatemi, distruggetemi... voglio essere il trofeo schiacciato della vostra ultima notte.
Il primo dei nonni si stacca da me con un grugnito animale, un rantolo di catrame e birra, lasciandomi col fiato spezzato e il rossetto ridotto a una macchia di sangue finto che mi imbratta il mento. L'aria nel bagno della caserma è una cappa di fumo di MS e hashish, satura del sudore acido che trasuda dalle loro mimetiche sporche di un anno di congedo.
«Pasquà, ma l'hai visto? Chisto gode troppo... è 'na provocazione!» urla Gennaro, afferrandomi per il cinturone che mi stringe il collo come un collare da bestia. «Va punito pe' tutta 'sta troiaggine, se no 'o fricchione crede ca stasera è sulo 'na festa pe' isso!»
Accetto la sentenza con un brivido di felicità pura: merito di essere castigato per quanto sto desiderando la loro violenza. Mi trascinano con brutalità verso la panca di legno marcio nell'angolo delle docce; le mie autoreggenti nere stridono sul cemento bagnato, lordo di sputi e acqua stantia. Mi sbattono a pancia in giù, col bacino sollevato, legandomi i polsi ai sostegni metallici con i lacci lerci dei loro anfibi.
«Conta, bu**ino! Se sbagli 'nu numero, ricominciamo d'accapo!» sibila Ciro, sfilandosi la cinghia di cuoio della mimetica con uno schiocco secco.
Il primo colpo fende l'aria e si abbatte sulle mie natiche nude. La carne brucia all'istante, una fiammata di acido che mi mozza il respiro contro le piastrelle fredde.
«Uno...» sussurro con la faccia schiacciata contro il legno che puzza di muffa e Cordiale.
«Più forte, 'merd! Fatti sentì dai compagni tuoi!» urla Pasquale, mentre la cinghia morde ancora, lasciando un solco scarlatto sulla pelle chiara.
«Due...» grido, mentre le lacrime di piacere e vergogna mi annebbiano la vista.
Le sferzate arrivano ritmiche, dettate dalla loro rabbia ubriaca di chi sta per tornare civile. Ogni colpo è un marchio, un dolore necessario che mi fa sentire finalmente sottomesso alla loro gerarchia di maschi. Sento i loro sguardi bruciarmi addosso mentre ridono e fumano, godendosi lo spettacolo della mia carne che sussulta. Arrivato a dieci, la pelle scotta e pulsa, ma il mio corpo traditore risponde con un'erezione furiosa contro la panca, offerta al loro disprezzo.
«Guarda lloco! Più 'o battiamo e più s'arrapa 'sta zoc**la!» sghignazza Gennaro, rovesciandomi un rimasuglio di birra calda sulle ferite fresche per farle bruciare di più. «Sei proprio 'na troia senza rimedio. Mo' vediamo se resisti fino a venti o se ti sciogli prima.»
Il dolore non è più una punizione, è una consacrazione. Mentre il cuoio continua a lacerarmi, sento una gratitudine profonda, quasi mistica. È il loro diritto di padroni, di soldati che hanno servito, prendersi tutto di me prima di varcare quel cancello.
Arrivato al ventesimo colpo, con la pelle che urla sotto il velo di birra e sudore, alzo la testa verso di loro. Le mie labbra tremano, ma lo sguardo è lucido di una devozione assoluta.
«Grazie...» sussurro, la voce rotta dal fiatone. «È un onore essere la vostra sposa stasera. Usatemi fino a quando non avrete più raggia dinto.»
Un attimo di silenzio sbigottito cala nel bagno, rotto solo dal ronzio del neon difettoso. Poi, l'esplosione: una risata sguaiata, carica di un disprezzo che mi eccita fino a farmi mancare il fiato.
«Uè, Pasquà! Ma hai sentito 'a p**tana?» urla Gennaro, sputandomi in faccia il fumo denso dell'erba. «Dice ca è un onore! Chisto è proprio malato d' 'o vizio! E allora, visto ca si' accussì onorata, facci vede' quanto tiene 'o core largo!»
Senza sciogliermi i lacci che mi tengono legato, Gennaro si piazza dietro di me. Sento il ruvido della mimetica contro le mie natiche segnate, il freddo del tessuto contro il fuoco della mia pelle. Entra con una violenza che mi spacca in due, un urto brutale che mi spegne ogni pensiero razionale.
«Accussì... pigliatelo tutto 'o ricordo mio!» ringhia, mentre fuori gli altri fanno già la fila, fumando e bevendo, pronti a subentrare. «Uno alla volta, guagliù! Facciamo 'o carosello d'addio su 'sta carne di lusso!»
Iniziano uno dopo l'altro, con la fretta cattiva di chi non deve chiedere il permesso. Sento l'odore di ognuno — tabacco forte, grasso di officina, fango — alternarsi sopra di me in una staffetta di pura prevaricazione. Le mie piante dei piedi nudi grattano disperatamente il legno della panca a ogni colpo, mentre le autoreggenti ridotte a brandelli penzolano dalle mie cosce come trofei di una battaglia vinta.
Gennaro e Pasquale si sono fatti da parte, i volti lucidi di un sudore che sa di tabacco e di quella soddisfazione feroce che hanno i predatori dopo la caccia. Gennaro aspira l’ultimo tiro di una MS senza filtro e soffia il fumo grigio e denso sulle mie natiche, dove i segni della cinghia pulsano di un rosso vivo.
«Guagliù, 'a tavola è apparecchiata. Avanti il prossimo, ca 'o carosello deve girare veloce!» grida, dandomi una manata sonora sulla carne che scotta come un tizzone.
Sulla panca di legno, con i polsi segati dai lacci lerci degli anfibi, sento la fila compattarsi. Sei ragazzi, sei "nonni" pronti a spurgare dentro di me tutta la rabbia di un anno buttato al vento tra guardie notturne e ordini assurdi. La loro mancanza di pietà è una necessità biologica che io giustifico con un fervore mistico: io sono il loro ultimo atto di naja, il contenitore sacro del loro disprezzo.
Il primo è un sardo, piccolo e tarchiato. Mi afferra i fianchi con dita che sembrano tenaglie. Sento la consistenza ruvida della sua pelle contro la mia, mentre il suo membro, teso e venoso, inizia a strofinarsi con violenza contro le mie pareti interne. È uno sfregamento anatomico crudo, un attrito di carne che sento fin nelle ossa, dove ogni venatura e ogni battito del suo sangue sembrano voler lacerare la mia resistenza. Quando arriva all’acme, emette un verso strozzato e sento il suo getto bollente invadermi: per me non è sporcizia, è un'onorificenza. È la prima medaglia al valore che sto guadagnando sul campo.
Non ho il tempo di respirare che subentra un pugliese. È una massa di muscoli grezzi che mi schiaccia col suo peso sudato. Lo strofinio del suo glande contro la mia mucosa è un tormento delizioso, una pressione costante che marca il territorio. Quando si svuota dentro di me, percepisco quel fluido denso come un premio prezioso, il sigillo di un padrone che mi riconosce come sua proprietà.
Poi è il turno di un siciliano dagli occhi torvi. Mi usa con un disprezzo gelido, calcolato. Lo strofinio ritmico del suo corpo contro il mio è una danza di guerra; sento la tensione dei suoi muscoli e la rigidità assoluta del suo membro che mi scava dentro, cercando di svuotare mesi di licenze negate. Il suo seme è acido, brucia, ma lo accolgo come se fosse oro colato, una consacrazione della mia sottomissione.
E così via, uno dopo l'altro. Un calabrese, un napoletano dei quartieri che mi insulta a ogni spinta, e infine un abruzzese silenzioso. Ognuno di loro mi riempie, stratificando dentro di me il peso del loro congedo. Sento il calore interno crescere, un accumulo di "medaglie" liquide che mi fanno sentire, per la prima volta, veramente utile. Sono la loro sposa di caserma, il trofeo di carne colmo della loro rabbia.
«Uè, Pasquà, guarda 'a solita zocla... pure stasera sta 'a debito d'ossigeno!» sghignazza Gennaro, mentre lo sfregamento del suo membro, duro e venoso, mi scortica le pareti interne con la confidenza di chi conosce ogni millimetro di quella carne. Non c’è eccitazione della prima volta, solo la routine feroce di dodici mesi di abusi. «Ti piace 'o c*o d' 'o nonno, eh? È da un anno ca t' 'o magnat, ma stasera è l'urdema vota... sentilo quanto pesa 'a raggia 'e chi se ne va!»
Il dolore è un vecchio amico, una lama che mi spacca in due, ma ogni spinta è un’onorificenza che accolgo con un gemito strozzato contro il legno marcio. Quando si svuota, quel getto bollente mi invade come piombo fuso: non è sporcizia, è la mia medaglia al valore finale. È il sigillo di chi mi ha posseduto ogni maledetto giorno di questa naja.
«Largo a mme, ca sta troia tiene 'o vizio antico!» ringhia Pasquale, spingendomi la faccia contro le piastrelle lercie mentre Gennaro si stacca con un grugnito di disprezzo. Lo strofinio del suo glande è un raschiare crudo, un’aggressione anatomica che mi vibra nelle ossa. «Tienilo stretto, vaassa! Pigliatela tutta 'a sburrata 'e congedo, ca domani torniamo civili e tu rimani sulo 'nu ricordo 'e m*a dinto a 'stu cesso!»
Mi arrivano schiaffi correttivi sulla nuca, colpi secchi che mi rintronano mentre cerco di restare immobile, legato come un animale al macello coi lacci degli anfibi. «Statti fermo, ricchiò! Nun t'ammovre, ca t'aggià spaccà comm'a sempe!» mi urla il siciliano della fila, entrando con una fretta bestiale che mi mozza il respiro. Sento il calore di ognuno di loro stratificarsi dentro di me, un accumulo di fluidi acidi e pesanti che mi riempiono fino alla gola. È un onore schifoso, una consacrazione che mi fa sentire spaventosamente vivo nel mio annientamento.
«Guarda lloco, mo' pare 'na bottiglia china fino all'orlo!» ride Gennaro, pulendosi il c*o sporco sulla mia schiena segnata dalle cinghie. «Sei stata 'na bona discarica pe' dodici mesi, signurì. 'Nu purtuso dove abbiamo buttato fango, noia e bestemmie. Contento, eh? Mo’ te lascio 'o ricordo finale dinto 'a panza.»
Accetto ogni insulto, ogni sputo, ogni goccia di quel seme amaro come se fosse l'unica ragione della mia vita. Sono la loro sposa di naja, il buco nero che ha inghiottito la loro frustrazione quotidiana, e mentre sento quella pienezza atroce premerli nelle viscere, prego che la fila non finisca mai, che continuino a usarmi fino a ridurmi in polvere.
Gennaro si pianta davanti a me, i piedi larghi negli anfibi sporchi, godendosi lo spettacolo della mia degradazione. Mi afferra per i capelli, tirando la testa all'indietro con una forza che mi scricchiola le vertebre, mentre gli altri si stringono in cerchio, fumando e sghignazzando nel vapore acre del bagno.
«Vediamo se 'sta sposa ha fatto bene 'o servizio o se ha sprecato 'o congedo nostro,» ringhia con un sorriso cattivo.
Mi schiaccia il ventre con una manata violenta, una pressione brutale che mi mozza il fiato e mi preme le viscere contro la panca. Sotto quel colpo secco, sento il "premio" liquido che mi hanno versato dentro traboccare: una scia densa, calda e biancastra cola dalle mie natiche martoriate, scivolando lungo le cosce e imbrattando le autoreggenti ridotte a brandelli.
«Uè, Pasquà! Ma guarda lloco! Chisto è proprio 'nu colabrodo!» urla Gennaro, indicando il fluido che macchia il pavimento di cemento. «È accussì pieno ca ne butta fora pure 'o superfluo! 'A vedi 'a raggia nostra comm'è bona, fricchiò?»
Le risate sguaiate dei sei ragazzi esplodono ritmiche, un coro di disprezzo che mi eccita fino alla nausea. Uno di loro mi tira un calcio leggero sullo stinco, ridendo: «E pulisci, nennè! Non lasciare 'o ricordo nostro per terra, mangiatelo tutto!»
Accolgo l'umiliazione con un brivido di pura devozione. Mi chino in avanti, i polsi ancora legati che mi tirano le spalle, e inizio a pulire con la lingua i loro membri, uno dopo l'altro, con una cura meticolosa e disperata. Assaporo il tabacco, il sudore acido della mimetica e l'amaro del loro disprezzo. È il mio ringraziamento finale.
«Grazie...» sussurro con la voce rotta, alzando lo sguardo lucido verso di loro mentre l'ultimo si riveste. «Grazie, signurì. È stato un onore essere la vostra discarica per questi sei mesi. Portatemi dinto 'o core come l'ultima schifezza d' 'a naja vostra... vi prego.»
Gennaro mi molla un ultimo schiaffo correttivo sulla guancia, un colpo che mi fa rintronare la testa e mi lascia il sapore del sangue in bocca. «Sei proprio 'nu malato d' 'o vizio, ricchiò. Addio.»
Sento il rumore dei loro anfibi che batte sul cemento, allontanandosi verso l'uscita, verso la libertà. Rimango lì, in ginocchio nel silenzio del bagno che puzza di fumo e di me, colmo della loro essenza e finalmente, beatamente, annientato.
qulottone@gmail.com
Sono lì, nel mezzo dei cessi, completamente nudo se non fosse per quelle autoreggenti nere che mi segnano le cosce e un perizoma di pizzo minuscolo che sparisce tra i glutei. Mi sono truccato con cura, le labbra di un rosso scarlatto e gli occhi cerchiati di nero, spruzzandomi addosso un profumo da donna dolce e stucchevole che stride ferocemente con l’ambiente.
La porta sbatte contro il muro e l’aria cambia all'istante. Entrano in sei, massicci nelle loro tute mimetiche pesanti e negli stivali d'ordinanza lucidi. L’odore maschio invade il bagno in un attacco frontale: un mix soffocante di cuoio vecchio, sudore acido di chi ha vestito la stessa divisa per ore, tabacco forte e l'aroma dolciastro dell'erba che stanno fumando. È un odore selvaggio, di corpi giovani e rudi che non conoscono delicatezza.
«Uè! Ma guardate 'a troia comm'è profumata stasera!» urla Gennaro, il mio padrone, passandomi una mano pesante sul petto nudo. «Pasquà, ma chisto s'è messo proprio 'o trucco d' 'e troie! Siente che odore... pare 'na femmena overo!»
Mi circondano, chiudendomi in un cerchio di stoffa mimetica ruvida. Le loro mani iniziano a muoversi su di me con una volgarità elettrica, tastandomi i glutei, tirando l'elastico del perizoma fino a farlo schioccare contro la pelle. Ridono sguaiatamente, bevendo birra direttamente dalle bottiglie e sputandomi addosso il fumo delle canne, godendosi il mio tremito di paura che non riesco a nascondere.
«E allora, ricchioncello? Visto ca ce ne andiamo, 'o regalo 'e congedo ce 'o devi fa', o no?» sghignazza uno di loro. Sento il cuoio duro dell’anfibio risalire lungo la seta della calza, un contatto freddo e sporco che stride contro la pelle. La punta dello scarpone non si ferma, spinge con cattiveria nel mio interno coscia finché non trova quello che cerca. Un colpo secco e mi schiaccia i testicoli contro il pavimento. Il dolore è una fiammata acida che mi sale fino alla gola, ma resto immobile. «Stasera non ti salva nessuno, fricchiò. Stasera i padroni siamo noi. Vuoi sentire come scopa un nonno prima di posare la mimetica?»
L’aria nei cessi è una cappa irrespirabile di fumo di MS, hashish e l'odore nauseante del Cordiale mischiato alla birra tiepida. Sento la loro brama trasudare come un contagio, una violenza elettrica alimentata da mesi di marce e astinenza. All'improvviso, una mano mi artiglia i capelli con una forza che mi strappa le lacrime; vengo trascinato giù, costretto a inginocchiarmi nel fango di cenere e sputi, con la faccia schiacciata contro il gonfiore delle loro mimetiche verde marcio.
«Accussì... brava 'a vaiassa... mo’ facci vedere quanto sei ubbidiente» ringhia Gennaro. Sento il rumore metallico delle fibbie dei cinturoni che sbattono a terra e le cerniere che cedono sotto la pressione della loro foga bestiale.
Guarda come mi riducono... Il cuore mi martella nelle orecchie, un ritmo forsennato che mi toglie l'ossigeno. Il dolore lì sotto è atroce, un morso che mi fa mancare il fiato, ma è proprio questo schifo... questa sensazione di essere una cosa sotto i loro piedi che mi sta mandando il sangue al cervello. È l'ebbrezza maledetta di essere l'unico sfogo per questo branco di animali. Sentire che tutto il loro odio, tutta la loro rabbia da caserma, converge sulla mia carne mi fa sentire spaventosamente potente nel mio annientamento. Sono la vostra troia, il buco nero dove scolerete tutto il vostro veleno. Usatemi, distruggetemi... voglio essere il trofeo schiacciato della vostra ultima notte.
Il primo dei nonni si stacca da me con un grugnito animale, un rantolo di catrame e birra, lasciandomi col fiato spezzato e il rossetto ridotto a una macchia di sangue finto che mi imbratta il mento. L'aria nel bagno della caserma è una cappa di fumo di MS e hashish, satura del sudore acido che trasuda dalle loro mimetiche sporche di un anno di congedo.
«Pasquà, ma l'hai visto? Chisto gode troppo... è 'na provocazione!» urla Gennaro, afferrandomi per il cinturone che mi stringe il collo come un collare da bestia. «Va punito pe' tutta 'sta troiaggine, se no 'o fricchione crede ca stasera è sulo 'na festa pe' isso!»
Accetto la sentenza con un brivido di felicità pura: merito di essere castigato per quanto sto desiderando la loro violenza. Mi trascinano con brutalità verso la panca di legno marcio nell'angolo delle docce; le mie autoreggenti nere stridono sul cemento bagnato, lordo di sputi e acqua stantia. Mi sbattono a pancia in giù, col bacino sollevato, legandomi i polsi ai sostegni metallici con i lacci lerci dei loro anfibi.
«Conta, bu**ino! Se sbagli 'nu numero, ricominciamo d'accapo!» sibila Ciro, sfilandosi la cinghia di cuoio della mimetica con uno schiocco secco.
Il primo colpo fende l'aria e si abbatte sulle mie natiche nude. La carne brucia all'istante, una fiammata di acido che mi mozza il respiro contro le piastrelle fredde.
«Uno...» sussurro con la faccia schiacciata contro il legno che puzza di muffa e Cordiale.
«Più forte, 'merd! Fatti sentì dai compagni tuoi!» urla Pasquale, mentre la cinghia morde ancora, lasciando un solco scarlatto sulla pelle chiara.
«Due...» grido, mentre le lacrime di piacere e vergogna mi annebbiano la vista.
Le sferzate arrivano ritmiche, dettate dalla loro rabbia ubriaca di chi sta per tornare civile. Ogni colpo è un marchio, un dolore necessario che mi fa sentire finalmente sottomesso alla loro gerarchia di maschi. Sento i loro sguardi bruciarmi addosso mentre ridono e fumano, godendosi lo spettacolo della mia carne che sussulta. Arrivato a dieci, la pelle scotta e pulsa, ma il mio corpo traditore risponde con un'erezione furiosa contro la panca, offerta al loro disprezzo.
«Guarda lloco! Più 'o battiamo e più s'arrapa 'sta zoc**la!» sghignazza Gennaro, rovesciandomi un rimasuglio di birra calda sulle ferite fresche per farle bruciare di più. «Sei proprio 'na troia senza rimedio. Mo' vediamo se resisti fino a venti o se ti sciogli prima.»
Il dolore non è più una punizione, è una consacrazione. Mentre il cuoio continua a lacerarmi, sento una gratitudine profonda, quasi mistica. È il loro diritto di padroni, di soldati che hanno servito, prendersi tutto di me prima di varcare quel cancello.
Arrivato al ventesimo colpo, con la pelle che urla sotto il velo di birra e sudore, alzo la testa verso di loro. Le mie labbra tremano, ma lo sguardo è lucido di una devozione assoluta.
«Grazie...» sussurro, la voce rotta dal fiatone. «È un onore essere la vostra sposa stasera. Usatemi fino a quando non avrete più raggia dinto.»
Un attimo di silenzio sbigottito cala nel bagno, rotto solo dal ronzio del neon difettoso. Poi, l'esplosione: una risata sguaiata, carica di un disprezzo che mi eccita fino a farmi mancare il fiato.
«Uè, Pasquà! Ma hai sentito 'a p**tana?» urla Gennaro, sputandomi in faccia il fumo denso dell'erba. «Dice ca è un onore! Chisto è proprio malato d' 'o vizio! E allora, visto ca si' accussì onorata, facci vede' quanto tiene 'o core largo!»
Senza sciogliermi i lacci che mi tengono legato, Gennaro si piazza dietro di me. Sento il ruvido della mimetica contro le mie natiche segnate, il freddo del tessuto contro il fuoco della mia pelle. Entra con una violenza che mi spacca in due, un urto brutale che mi spegne ogni pensiero razionale.
«Accussì... pigliatelo tutto 'o ricordo mio!» ringhia, mentre fuori gli altri fanno già la fila, fumando e bevendo, pronti a subentrare. «Uno alla volta, guagliù! Facciamo 'o carosello d'addio su 'sta carne di lusso!»
Iniziano uno dopo l'altro, con la fretta cattiva di chi non deve chiedere il permesso. Sento l'odore di ognuno — tabacco forte, grasso di officina, fango — alternarsi sopra di me in una staffetta di pura prevaricazione. Le mie piante dei piedi nudi grattano disperatamente il legno della panca a ogni colpo, mentre le autoreggenti ridotte a brandelli penzolano dalle mie cosce come trofei di una battaglia vinta.
Gennaro e Pasquale si sono fatti da parte, i volti lucidi di un sudore che sa di tabacco e di quella soddisfazione feroce che hanno i predatori dopo la caccia. Gennaro aspira l’ultimo tiro di una MS senza filtro e soffia il fumo grigio e denso sulle mie natiche, dove i segni della cinghia pulsano di un rosso vivo.
«Guagliù, 'a tavola è apparecchiata. Avanti il prossimo, ca 'o carosello deve girare veloce!» grida, dandomi una manata sonora sulla carne che scotta come un tizzone.
Sulla panca di legno, con i polsi segati dai lacci lerci degli anfibi, sento la fila compattarsi. Sei ragazzi, sei "nonni" pronti a spurgare dentro di me tutta la rabbia di un anno buttato al vento tra guardie notturne e ordini assurdi. La loro mancanza di pietà è una necessità biologica che io giustifico con un fervore mistico: io sono il loro ultimo atto di naja, il contenitore sacro del loro disprezzo.
Il primo è un sardo, piccolo e tarchiato. Mi afferra i fianchi con dita che sembrano tenaglie. Sento la consistenza ruvida della sua pelle contro la mia, mentre il suo membro, teso e venoso, inizia a strofinarsi con violenza contro le mie pareti interne. È uno sfregamento anatomico crudo, un attrito di carne che sento fin nelle ossa, dove ogni venatura e ogni battito del suo sangue sembrano voler lacerare la mia resistenza. Quando arriva all’acme, emette un verso strozzato e sento il suo getto bollente invadermi: per me non è sporcizia, è un'onorificenza. È la prima medaglia al valore che sto guadagnando sul campo.
Non ho il tempo di respirare che subentra un pugliese. È una massa di muscoli grezzi che mi schiaccia col suo peso sudato. Lo strofinio del suo glande contro la mia mucosa è un tormento delizioso, una pressione costante che marca il territorio. Quando si svuota dentro di me, percepisco quel fluido denso come un premio prezioso, il sigillo di un padrone che mi riconosce come sua proprietà.
Poi è il turno di un siciliano dagli occhi torvi. Mi usa con un disprezzo gelido, calcolato. Lo strofinio ritmico del suo corpo contro il mio è una danza di guerra; sento la tensione dei suoi muscoli e la rigidità assoluta del suo membro che mi scava dentro, cercando di svuotare mesi di licenze negate. Il suo seme è acido, brucia, ma lo accolgo come se fosse oro colato, una consacrazione della mia sottomissione.
E così via, uno dopo l'altro. Un calabrese, un napoletano dei quartieri che mi insulta a ogni spinta, e infine un abruzzese silenzioso. Ognuno di loro mi riempie, stratificando dentro di me il peso del loro congedo. Sento il calore interno crescere, un accumulo di "medaglie" liquide che mi fanno sentire, per la prima volta, veramente utile. Sono la loro sposa di caserma, il trofeo di carne colmo della loro rabbia.
«Uè, Pasquà, guarda 'a solita zocla... pure stasera sta 'a debito d'ossigeno!» sghignazza Gennaro, mentre lo sfregamento del suo membro, duro e venoso, mi scortica le pareti interne con la confidenza di chi conosce ogni millimetro di quella carne. Non c’è eccitazione della prima volta, solo la routine feroce di dodici mesi di abusi. «Ti piace 'o c*o d' 'o nonno, eh? È da un anno ca t' 'o magnat, ma stasera è l'urdema vota... sentilo quanto pesa 'a raggia 'e chi se ne va!»
Il dolore è un vecchio amico, una lama che mi spacca in due, ma ogni spinta è un’onorificenza che accolgo con un gemito strozzato contro il legno marcio. Quando si svuota, quel getto bollente mi invade come piombo fuso: non è sporcizia, è la mia medaglia al valore finale. È il sigillo di chi mi ha posseduto ogni maledetto giorno di questa naja.
«Largo a mme, ca sta troia tiene 'o vizio antico!» ringhia Pasquale, spingendomi la faccia contro le piastrelle lercie mentre Gennaro si stacca con un grugnito di disprezzo. Lo strofinio del suo glande è un raschiare crudo, un’aggressione anatomica che mi vibra nelle ossa. «Tienilo stretto, vaassa! Pigliatela tutta 'a sburrata 'e congedo, ca domani torniamo civili e tu rimani sulo 'nu ricordo 'e m*a dinto a 'stu cesso!»
Mi arrivano schiaffi correttivi sulla nuca, colpi secchi che mi rintronano mentre cerco di restare immobile, legato come un animale al macello coi lacci degli anfibi. «Statti fermo, ricchiò! Nun t'ammovre, ca t'aggià spaccà comm'a sempe!» mi urla il siciliano della fila, entrando con una fretta bestiale che mi mozza il respiro. Sento il calore di ognuno di loro stratificarsi dentro di me, un accumulo di fluidi acidi e pesanti che mi riempiono fino alla gola. È un onore schifoso, una consacrazione che mi fa sentire spaventosamente vivo nel mio annientamento.
«Guarda lloco, mo' pare 'na bottiglia china fino all'orlo!» ride Gennaro, pulendosi il c*o sporco sulla mia schiena segnata dalle cinghie. «Sei stata 'na bona discarica pe' dodici mesi, signurì. 'Nu purtuso dove abbiamo buttato fango, noia e bestemmie. Contento, eh? Mo’ te lascio 'o ricordo finale dinto 'a panza.»
Accetto ogni insulto, ogni sputo, ogni goccia di quel seme amaro come se fosse l'unica ragione della mia vita. Sono la loro sposa di naja, il buco nero che ha inghiottito la loro frustrazione quotidiana, e mentre sento quella pienezza atroce premerli nelle viscere, prego che la fila non finisca mai, che continuino a usarmi fino a ridurmi in polvere.
Gennaro si pianta davanti a me, i piedi larghi negli anfibi sporchi, godendosi lo spettacolo della mia degradazione. Mi afferra per i capelli, tirando la testa all'indietro con una forza che mi scricchiola le vertebre, mentre gli altri si stringono in cerchio, fumando e sghignazzando nel vapore acre del bagno.
«Vediamo se 'sta sposa ha fatto bene 'o servizio o se ha sprecato 'o congedo nostro,» ringhia con un sorriso cattivo.
Mi schiaccia il ventre con una manata violenta, una pressione brutale che mi mozza il fiato e mi preme le viscere contro la panca. Sotto quel colpo secco, sento il "premio" liquido che mi hanno versato dentro traboccare: una scia densa, calda e biancastra cola dalle mie natiche martoriate, scivolando lungo le cosce e imbrattando le autoreggenti ridotte a brandelli.
«Uè, Pasquà! Ma guarda lloco! Chisto è proprio 'nu colabrodo!» urla Gennaro, indicando il fluido che macchia il pavimento di cemento. «È accussì pieno ca ne butta fora pure 'o superfluo! 'A vedi 'a raggia nostra comm'è bona, fricchiò?»
Le risate sguaiate dei sei ragazzi esplodono ritmiche, un coro di disprezzo che mi eccita fino alla nausea. Uno di loro mi tira un calcio leggero sullo stinco, ridendo: «E pulisci, nennè! Non lasciare 'o ricordo nostro per terra, mangiatelo tutto!»
Accolgo l'umiliazione con un brivido di pura devozione. Mi chino in avanti, i polsi ancora legati che mi tirano le spalle, e inizio a pulire con la lingua i loro membri, uno dopo l'altro, con una cura meticolosa e disperata. Assaporo il tabacco, il sudore acido della mimetica e l'amaro del loro disprezzo. È il mio ringraziamento finale.
«Grazie...» sussurro con la voce rotta, alzando lo sguardo lucido verso di loro mentre l'ultimo si riveste. «Grazie, signurì. È stato un onore essere la vostra discarica per questi sei mesi. Portatemi dinto 'o core come l'ultima schifezza d' 'a naja vostra... vi prego.»
Gennaro mi molla un ultimo schiaffo correttivo sulla guancia, un colpo che mi fa rintronare la testa e mi lascia il sapore del sangue in bocca. «Sei proprio 'nu malato d' 'o vizio, ricchiò. Addio.»
Sento il rumore dei loro anfibi che batte sul cemento, allontanandosi verso l'uscita, verso la libertà. Rimango lì, in ginocchio nel silenzio del bagno che puzza di fumo e di me, colmo della loro essenza e finalmente, beatamente, annientato.
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