Naja diario vintage ii puntata (una giornata come tutte) segue da boomer2000 (naja diario vintage)

di
genere
gay

12 Luglio 1984. Ore 02:20.
Caro diario,


L’aria nella camerata del terzo battaglione è un muro di gomma. Quaranta brande di ferro stipate in uno stanzone che sa di polvere, cuoio degli anfibi e varechina. Le finestre sono spalancate sul cortile della caserma, ma non entra un alito di vento; si sente solo il frinire ossessivo delle cicale e il rumore dei passi della guardia sulla ghiaia, lontano. La luce giallastra del lampione esterno taglia il buio, illuminando il fumo delle sigarette e il sudore che ci lucida la pelle come cera.


Sono in ginocchio sul linoleum che scotta, la faccia schiacciata tra le gambe di Pasquale. Lui è buttato all'indietro sulla mia branda, i pantaloni della mimetica calati alle caviglie, con la sfacciataggine di chi in questa naja ha capito di essere il più forte. Sto pulendo i resti del suo orgasmo col fiato corto, cercando di non soffocare. La verità, quella che mi scava dentro e che mi terrorizza possa leggermi negli occhi, è che ogni sua spinta mi accende un fuoco che non dovrei sentire. Voglio che mi tratti male, voglio che mi usi, ma se lo capisse morirei di vergogna.
«Guagliò, ma che ne sapete voi?»


La voce di Pasquale è un sussurro catatramoso, carico di vanto, rivolto a Ciro che sta seduto sulla branda di fronte, a torso nudo, con una MS tra le labbra.
«Chisto è 'na seta. Avite presente 'e femmene 'e città? Meggio. Se steva zitto zitto, pareva ca mureva ogni vota ca ce trasivo. Tre vvote, Ciro! Tre vvote m’ha fatto venì... e mo’ guarda comm'è devoto. Pulisce tutto senza manco 'na smorfia. 'O saccio ca m'aspetta, 'o saccio ca m'o desidera pure s'o nega.»
Sento il sangue pulsarmi nelle tempie. Ciro aspira una boccata, la brace della sigaretta illumina il suo ghigno cattivo nel buio della camerata.
«Ma overo, Pasquà? Famme capì bbuono...» dice Ciro con una voce bassa che mi fa vibrare le ossa. «Ma fa tutto? 'O sente 'o maschio dentro? Chisto nun è 'nu soldato, Pasquà. Inutile ca ci giriamo intorno: chisto è 'a puttana nostra. È 'a puttana fatta apposta pe' ce fa sfogà quanno 'a naja ce fa ascì pazzi.»
Le parole di Ciro mi colpiscono come uno schiaffo, ma sotto la pelle sento una scossa elettrica. Essere chiamato puttana, davanti a tutti, mi fa mancare il respiro. Mi fermo un istante, staccando le labbra dalla pelle calda e umida di Pasquale, col cuore che martella contro le costole. Ma Pasquale non mi lascia respirare. Mi afferra i capelli con una violenza che mi strappa un gemito e mi inchioda di nuovo il viso contro il suo inguine, premendo con forza bruta.
«E allora? Chi t'ha ditto 'e smettere, puttana?» sibila, la voce carica di un'aggressività che mi toglie ogni difesa. «Pulisci bbuono ogni goccia se nun vuò ca t'o faccio scennere 'nganna n'ata vota fino a farti affogà. Tu sî 'a roba mia stasera. Muoviti!» Riprendo il mio compito, umiliato eppure segretamente perso in quella brutalità. Sento lo sguardo di Ciro che mi scava la schiena e so che, in questa maledetta caserma, la notte è appena iniziata.



Le finestre sono spalancate, ma non entra un alito di vento. Si sente di nuovo il rumore dei passi della guardia sulla ghiaia. Continuo il mio compito, la lingua che scivola sulla carne di Pasquale, mentre i miei sensi sono attratti dall’ombra di Ciro. Lo vedo sporgersi, il cazzo già fuori e duro una minaccia fisica lucida di sudore. I suoi muscoli vibrano e io, invece di scappare, sento il sangue pulsarmi nelle vene per il desiderio che quella violenza si abbatta su di me.


«Pasquà, m’hai fatto saglì 'o sangue 'capo...» ringhia Ciro con voce animale. «Tengo 'na famme 'e femmena ca me sta facenno ascì pazzo. So’ mise ca nun vedo niente. Me la puoi prestare, no? Tanto chista è 'a puttana tua. Famme svuotà i palle pure a me, Pasquà, ca a chista 'a voglio spezzà in due pe' me levà 'o sfizio 'e 'na femmena.» Pasquale ride, un suono rauco. «E comm’o vuò, Ciro? 'O vuò sgarrupà proprio?» «'O voglio comme dico io,» risponde Ciro balzando in piedi. Sento la gola secca, un deserto di sale.


«Pasquà... ho sete... famme bere un goccio d'acqua...» sussurro, osando alzare lo sguardo. La risposta è uno schiaffo secco che mi ribalta la testa. Il sapore metallico del sangue mi riempie la bocca. «Chi t'ha dato il permesso di parlare, puttana?» sibila Pasquale. «Ciro, dalle da bere tu.» Ciro ridacchia, si tira giù le mutande e mi afferra la mascella, costringendomi ad aprire la bocca. Invece dell'acqua, un fiotto denso di urina mi colpisce il palato. «Beve, bbeve... chisto è l'unico refrigerio ca tieni stanotte,» ride Ciro, mentre io deglutisco quel sapore amaro, acceso da un piacere proibito. «E mo’ comincia dall’inizio. Pulisci 'e piedi a chi fatica overo,» mi ordina Pasquale spingendo la mia testa verso il basso. «Lecca ogni dito, ca Ciro tiene 'a famme arretrata.» Affondo il viso contro i piedi di Ciro. L’odore mi investe come una frustata: è un vapore pesante di formaggio acido, gomma bruciata e marciume organico accumulato in ore di marcia dentro gli anfibi. Sento il sapore della polvere e del sale rancido sulla lingua mentre passo tra le dita umide e callose. È un'umiliazione che mi sporca dentro, eppure tremo.


«Accussì, ricchiò... lecca bbuono,» sibila Ciro, schiacciandomi l'alluce contro le labbra. «Visto ca 'e femmene nun ce stanno, assaggia 'o maschio overo.»
«Sali piano,» comanda Pasquale, guidandomi per i capelli lungo l'interno delle sue cosce bollenti. Man mano che risalgo, l'odore cambia, diventando più muschiato, un sentore di urina stantia e sesso selvatico che trasuda dai pori. Arrivo tra le sue gambe, dove i suoi testicoli si palesano nel buio, emanando un calore animale e un odore virile che mi mozza il fiato. «Fermati là,» ordina Pasquale con un ghigno quando arrivo alla cappella. «Passaci 'a lengua attorno... Ma sta' attento: se sento un dente, t'o spacco 'o muso. Muoviti!» Obbedisco, annientato, mentre divento l'unico sfogo possibile per la loro fame, sperando che questa notte non finisca mai.


Pasquale scoppia in una risata rauca, una sghignazzata che sa di cattiveria pura, e molla una pacca violenta sulla coscia di Ciro che risuona nel silenzio teso della camerata. «Uè, Ciro! Ma che t’hanno dato a mangià a 'sta guardia? Guarda lloco... chista è 'na mazza d’ordinanza!» Ciro si mette comodo, appoggiando la nuca al muro scrostato. Si gode la mia espressione di puro terrore, quel tremito che mi scuote le spalle e che lui scambia per paura, senza sapere che è la vibrazione di una sottomissione totale. Il suo sguardo mi trapassa, carico dell'odio di chi ha faticato sotto il sole mentre io stavo al fresco di un ufficio.


«E allora, ricchiò?» gracchia Ciro. Mi afferra il mento con dita che sanno di cazzo e nicotina, costringendomi a guardare quell’orrore pulsante che mi oscura la vista. Resto paralizzato dalle sue misure: una carne tesa, scura e violenta che emana un calore quasi insopportabile. «Che ne dice 'a città? Ti piace 'a sorpresa? Chisto è ferro fuso, mica 'e cosette mosce che tieni tu.»
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Sento la mano pesante di Pasquale sulla mia nuca che mi spinge avanti, finché il mio naso non affonda in quel groviglio di peli ispidi e sudore primordiale. L’odore mi investe come una valanga: è un mix asfissiante di urina stantia, grasso per armi e quel sentore muschiato e acre tipico di un maschio che non si lava da ore di servizio.
«Guarda comm'è rimasto incantato... tiene 'a vocca aperta comm’a 'na statua,» infierisce Pasquale, gonfiando il petto per l'orgoglio di avermi "addestrato" così bene per il suo amico. «'O vide, Ciro? È 'na troia. È nata pe' chisto. Stasera nun è 'nu suldato, è 'a femmena d'a camerata nostra.»
«È overo, Pasquà,» rincara Ciro, e il suo tono si fa ancora più basso. «È 'na troia di lusso, ma mo' capisce chi è 'o patrone e chi è 'a serva.»
Vedo i muscoli dell'addome di Ciro contrarsi, lucidi di un sudore che sa di aceto e fatica. Sento il loro orgoglio virile crescere mentre mi guardano dall'alto: si sentono giganti, padroni assoluti della mia dignità.
«E allora, muoviti! Passaci 'a lengua sopra...» sibila Ciro, spingendo il bacino verso il mio viso. «Pulisci tutto, partendo d'a base. Voglio sentì 'a lengua tua ogni millimetro, hai capito, 'merd?»
Sono schiacciato tra i loro corpi nudi, tra le risate di chi mi ha trasformato nella propria valvola di sfogo. L'erezione di Ciro, enorme e spaventosa, mi preme contro le labbra reclamando potere, e io, inebriato da quegli odori ferini e dalla mia stessa vergogna, sento di essere diventato finalmente ciò che loro volevano: la loro femmina.




l silenzio della notte è squarciato solo dai nostri respiri spezzati e dal cigolio sinistro delle molle.
Pasquale, con un movimento felino e sporco, mi piomba alle spalle. Sento le sue mani come morse d’acciaio che mi bloccano la nuca; le dita, ruvide di calli e nicotina, affondano selvaggiamente nei miei capelli per impedirmi ogni scarto. L’odore che emana è un attacco ai sensi: sa di stoffa della mimetica mai lavata e di quel grasso per armi che ti entra sotto le unghie e non se ne va più.
«Tienilo fermo, Pasquà, ca chisto mo’ adda capì che significa faticà per un uomo vero!» ringhia Ciro dal buio.
Sento il cigolio violento della branda mentre Ciro punta i piedi e scaglia il bacino in avanti. La sua erezione mostruosa mi invade, un ferro rovente che forza ogni difesa e mi arriva in fondo alla gola, premendo contro la glottide. L’odore della sua carne è un’esplosione di mascolinità primitiva: un sentore acre di urina stantia mescolato al sale bruciante del suo sudore. Inizio a tossire, il corpo scosso da conati violenti, mentre le lacrime mi appannano la vista.
«Uè, e che è? Già te stai affogando, 'merd?» urla Pasquale, dandomi uno strattone ai capelli che mi fa scricchiolare le vertebre. «Nun fa' 'a sceneggiata! 'A troia adda sapé accogliere. Ingoia tutto se non vuoi che ti facciamo ingoiare pure i denti!»
Ciro impreca, colpendo il materasso di crine con un pugno sordo. «Chisto imboscato nun serve a niente! Sta' zitto e fatte scassà 'a gola, ca io tengo 'na fame 'e femmena ca me sta facenno ascì pazzo! Ti apro come un sacco, hai capito?»
Mi costringono a riprendere, il ritmo dettato dalla furia di Ciro. Ogni mio rantolo è accompagnato dalle loro risate oscene: «Guarda comm'o guarda... pare ca s'o vò mangià tutto, 'o goloso», ridacchia Pasquale. Ciro rincara con un sibilo: «Chisto è 'o vero ufficio tuo, guagliò, stasera firmi 'o congedo d'a dignità tua col sangue mio».
All’improvviso, il corpo di Ciro diventa marmo. Sotto la luce bluastra della luna, vedo le vene del suo collo gonfiarsi come corde. L'odore di sesso selvatico e cuoio bagnato si fa insopportabile, eccitante.
«Pasquà, tiene forte... tiene forte ca sto arrivando!» urla con un rantolo animale.
Senza pietà, Ciro spinge un’ultima volta, bloccandomi il viso contro il suo inguine. Sento il calore amaro, denso e violento del suo sfogo riempirmi la bocca, scivolare fuori dai lati delle labbra come un marchio d'infamia. Pasquale ride trionfante, stringendomi ancora di più la testa per assicurarsi che io beva fino all'ultima goccia di quel veleno che mi fa sentire finalmente posseduto.
Ora, l’umiliazione cola lungo il mio mento, mischiandosi al sudore freddo. Pasquale mi indica come una bestia da fiera: «Uè, Ciro, guarda lloco! Pare 'na fontana d'a città... guarda comm'è sporco 'o signurino, pare ca s’è truccato pe’ ghì a ffa’ 'o carnavale!»
Ciro, col respiro corto e la pelle lucida di grasso e fatica, mi fissa con un compiacimento brutale che mi annienta. «È proprio 'na troia, Pasquà. Ne tene ancora in bocca e manco sputa. È abituato a ingoiare tutto. Fa 'o bravo perché sa che se parla 'o spezziamo.»


12 Luglio 1984. Ore 03:25.
Caro diario,
Il caldo è diventato una bestia che ci respira addosso. Mentre Pasquale e Ciro discutono del "secondo round", la loro crudeltà si fa ludica, carica di quell'orgoglio maschio che puzza di caserma e superiorità.
«Mo' 'o mettiamo a ponte,» propone Pasquale con un ghigno. «Io m'o piglio d'a nuca e tu 'o scassi d'arrè, Ciro.»
«No, Pasquà,» ribatte Ciro ridendo, «facciamolo faticà overo. Uno a destra e uno a sinistra... adda capì che significa quando 'o maschio napoletano s'unisce pe' faticà su 'na carne sola.»
In quel momento, spinto da un desiderio che mi brucia più dell'afa, allungo le mani. Vado a cercare i loro membri: quello di Pasquale, pronto e venoso, e quello di Ciro, che sotto il mio tocco servile pulsa di una vita violenta. Inizio ad accarezzarli entrambi, di mia iniziativa, con una lentezza che grida quanto io voglia essere annientato.
Il silenzio cala di colpo. Pasquale sgrana gli occhi, sorpreso, mentre Ciro abbassa lo sguardo sulle mie dita. «Ma guarda 'nu poco chisto...» sibila Pasquale, e la sua voce si fa scura. «Ciro, o vide? Nun aspetta manco l'ordine. È proprio vizioso 'o guaglione.»
Alzo lo sguardo, il sapore di Ciro ancora sulle labbra. «Va bene... facciamolo,» sussurro con una devozione che mi spaventa. «Però... Ciro, mettiti tu dietro. Una cosa così grossa non l'ho mai presa... voglio sentire quanto fa male uno che torna dalla guardia.»
La camerata esplode. «Uè, Pasquà! Ma hai sentito 'o signurino?» urla Ciro, sputando per terra per l'eccitazione. «Vuò 'o fierro pesante d'a naja, eh? Mo' t'o spiego io pecché io fatico e tu stai assiso.» Pasquale mi molla uno schiaffo secco sulla nuca. «Hai capito 'a troia? S'è scelta 'o pezzo forte! Ciro, preparati 'o cannone ca chisto 'o dividiamo in due.»
Mi sbattono carponi sulla branda umida. Pasquale si mette davanti, offrendomi il suo membro all'altezza del viso, mentre Ciro mi artiglia i fianchi da dietro. Sento la sua enorme erezione premere contro la pelle, una minaccia di puro disprezzo. «Statte fermo e spingi all'indietro,» mi sibila Ciro all'orecchio, col fiato che sa di tabacco. «Pasquà, tienilo fermo, ca mo' m'o mangio.»
Poi, la violenza esplode. Ciro forzà la sua enormità dentro di me con una spinta brutale. Un grido soffocato mi muore in gola, bloccato dal membro di Pasquale che mi riempie la bocca. Il dolore è una lama rovente, ma dal fondo dei polmoni mi scappa un mugolio di piacere, un suono gutturale di approvazione che non riesco a trattenere.
Ciro si blocca per un istante, dandomi uno strattone violento ai fianchi. «Uè, ma che è 'stu verso? Ma che si' frocio?» ringhia, schifato dal mio godimento. «Io te sto scassando e tu fai pure 'e vverzi? Statte zitto, 'merd! Io nun songo 'nu ricchione comm'a te, io me sto sulo svuotando dinto a 'nu pertuso!»
«Accussì, Ciro! Dagli tutto!» incita Pasquale, spingendomi di nuovo la sua carne tra le labbra per tapparmi la bocca. «Pulisci, signurì! Nun godere, ca tu si' sulo 'o cesso nostro stasera. Sei proprio 'na troia da caserma, 'o sai?»
Sono schiacciato tra il loro odio virile e la mia resa totale. Ogni colpo di Ciro mi sposta in avanti, ogni spinta di Pasquale mi ricaccia indietro. L'odore di sesso, piedi sudati e linoleum vecchio mi avvolge mentre divento un puro orifizio nelle loro mani, un groviglio di gemiti soffocati che loro cercano di schiacciare per non sentirsi simili a me.





Ciro, sentendo l'apice vicino, mi afferra le cosce con una forza tale da lasciarmi i lividi delle dita sulla pelle chiara, quella pelle che non ha visto il sole perché protetta dalle mura dell'ufficio. Spinge con una frenesia cieca, un ritmo animalesco che mi fa sbattere la testa contro il petto nudo di Pasquale. Ogni colpo è una scarica di dolore, ma è la consapevolezza di essere lì, sottomesso alla loro brama, a farmi vibrare di un piacere proibito. Con un ruggito strozzato, Ciro si irrigidisce, riversando dentro di me tutta la rabbia di chi ha marciato per ore sotto il sole mentre io stavo al fresco.
Senza dire una parola, mi sferra uno schiaffo violento sulla natica che risuona nella notte. «Fatto,» grugne verso Pasquale, pulendosi con un lembo di lenzuolo che sa di polvere. «Uè, Pasquà... ma l'hai visto? Mentre 'o scassavo, chisto tremava tutto comm’a 'na cagna. Guarda 'o signurino... tene pure 'o coraggio d'essere eccitato! Ma d'altronde, uno ca sta tutto 'o giorno assiso a ffa' niente, adda pure sfogà 'o vizio ca tiene dinto!»
Pasquale scoppia in una risata sguaiata. «Ma overo? Ma allora si' proprio 'nu vizioso d'ufficio! Ti piace 'o fierro d'a naja, eh? Mentre noi sputiamo sangue sul piazzale, tu scrivi 'e carte... e mo' senti quanto pesa 'o sudore nostro! Te la sei cercata, signurì, a stare così pulito mmiez'a noi.»
Sento che è mio dovere accogliere tutto quel risentimento. Pasquale mi afferra per le caviglie e mi fa girare di scatto sulla schiena. Si posiziona tra le mie cosce, sovrastandomi con la sua stazza che puzza di fumo e fatica vera.
«Mannaggia 'a miseria... ma quanto si' vizioso?» impreca mentre entra in me con una spinta decisa. «Guarda lloco comme m'accogli... pare ca t'hanno disegnato apposta pe' mme. Ti piace essere trattato comm'a 'na pezza da chi fatica overo, vero?»
Inizia a muoversi con vigore, e ogni affondo è accompagnato da insulti che sanno di fango e rancore sociale. «Si' 'na troia, 'o sai? 'Na troia d'ufficio ca mo' sente 'o sapore d'a caserma overo! Mentre tu facevi il damerino col ventilatore, noi stavamo a schiumà... mo' fatica tu per noi!»
Il suo sudore mi cola sul petto, un sale amaro che sa di rabbia repressa. «Guarda Ciro! Guarda 'o signurino comm'è devoto... accussì si serve 'o Stato, a pecora sotto a chi sputa l'anima ogni giorno!» grida Pasquale. Sento il suo peso schiacciarmi, finché con un'ultima imprecazione non si svuota dentro di me. Resto lì, tremante e colmo della loro essenza, mentre il silenzio torna a farsi pesante e la luna osserva la mia resa totale a chi, stasera, mi ha fatto sentire finalmente "utile".


Pasquale e Ciro si rivestono lentamente, i movimenti carichi di una stanchezza soddisfatta e di un disprezzo che ora si fa ludico.
«Uè, signurì, facci capì ’na cosa,» gracchia Ciro, allacciandosi i pantaloni della mimetica con un gesto brusco. «Ti è piaciuto ’o trattamento? Chi t’ha fatto godere di più? ’O fierro mio o ’a mazza di Pasquale?»
Pasquale ride, sputando per terra vicino alla mia testa. «Diccelo, troia d’ufficio. Chi è ca t’ha scassato meglio? Chi t’ha fatto sentì ca dinto a ’sta caserma tu sî sulo ’a serva nostra?»
Alzo lo sguardo, i capelli appiccicati alla fronte e la voce che trema, ma cerco di mantenere un tono composto, quasi aggraziato. «Siete stati entrambi... incredibili,» sussurro, cercando di compiacere la loro forza. «Pasquale, la vostra irruenza mi ha lasciata senza fiato... ma Ciro, la vostra misura e la vostra fermezza mi hanno fatta sentire così piccola e posseduta. Siete due veri uomini, vi ringrazio per avermi usata così.»
I due si guardano e scoppiano in una risata sguaiata che rimbalza contro il soffitto alto.
«Ma guarda ’nu poco chisto! Parla comm’a ’na principessa mmiez’o fango!» sghignazza Pasquale, dandomi un calcio leggero ma disprezzante sul fianco. «“Vi ringrazio”... ma t’o vide, Ciro? Chisto è proprio nato pe’ sta’ sotto ’o stivale. S’è bevuto pure l’anima stasera.»
Ciro mi afferra per il mento, costringendomi a guardare la sua figura imponente. «Si’ sulo ’na mappina, ’o sai? Ti piace fare ’a raffinata mentre ti trattiamo comm’a ’nu cesso. Ma mo’ basta chiacchiere.»
Ricordandosi della mia sete, Pasquale prende una bottiglia di plastica vuota dal comodino. «Tenivi sete, no? ’A signurina d’ufficio vuole bere.»
Si scambiano un’occhiata d’intesa e, uno dopo l’altro, urinano dentro la bottiglia davanti ai miei occhi, commentando con volgarità il colore e l’odore forte della loro urina, carica del calore della giornata.
«Ecco qua ’a spremuta d’ordinanza,» sibila Ciro, porgendomi la bottiglia tiepida. «Beve tutto, e nun ne perdere manco ’na goccia. Chisto è ’o vero rancio tuo stanotte. Beve e ringrazia ancora, troia.»
Accosto le labbra alla plastica, sentendo il calore amaro che mi invade, mentre loro mi guardano dall’alto con un orgoglio brutale, godendosi l’ultimo atto della mia totale sottomissione.


13 Luglio 1984. Ore 07:25.
Caro diario,
La luce nella mensa della caserma è cruda, una lama che taglia il fumo delle sigarette e l’odore di caffè bruciato. Sono seduto al tavolo di metallo, ma ogni centimetro del mio corpo urla. Appena provo a poggiare il peso sulla panca di legno, una scossa di dolore rovente mi attraversa il bacino, un promemoria brutale della violenza di Ciro e dell’irruenza di Pasquale della notte appena passata. Mi muovo di scatto, cercando di sollevare un fianco, poi l’altro, ma la seduta rigida è una tortura che mi mozza il fiato.
«Uè, Pasquà, guarda lloco!» sghignazza Ciro, dando una gomitata a un altro napoletano dalla faccia segnata e lo sguardo feroce. «’O signurino tene ’e prubblemi d’assestamento stammatina! Che t’è successo, guagliò? È ’a seggiola d’ufficio ca è troppo morbida o è ’o fierro mio ca t’ha rimasto ’o ricordo?»
Un boato di risate sguaiate esplode lungo tutto il tavolo, attirando gli sguardi incuriositi degli altri tavoli. Cinque paia di occhi carichi di un disprezzo virile e pesante si piantano su di me. L’odore del rancio si mescola a quello del loro orgoglio, denso come l’afa di luglio.
«Ma overo, Pasquà?» chiede quello con la cicatrice sullo zigomo, sporgendosi verso di me con un ghigno che mette i brividi. «L’avite scassato così bbuono? Dicci ’a verità, signurì... t’abbrucia ’o pertuso? Fa male a stare seduto come un uomo?»
Sento il sangue infiammarmi il viso, mentre cerco di restare composto, rispondendo con quella voce sottile e garbata che so che li eccita e li schifa allo stesso tempo. «Sì... è vero,» sussurro, mentre le mani mi tremano sul vassoio di plastica e cerco di non sussultare per il dolore. «Pasquale e Ciro sono stati molto... profondi. Mi hanno insegnato finalmente come si sta sotto un vero uomo. Ho ancora il loro segno dentro e... sì, mi fa molto male stare seduto.»
«Siente comm’è devota ’a troia!» urla Pasquale, dandomi uno strattone ai capelli che mi costringe ad alzare il mento davanti a tutti i presenti. «“Sotto un vero uomo”, dice! Chisto tiene ’o vizio dinto ’e vvane. In ufficio fa il damerino, ma stanotte ha pulito tutto, pure ’a bottiglia d’ordinanza s’è bevuta, vero Ciro?»
«Tutto, Pasquà! Pareva ca teneva ’na sete ca nun finiva mai,» rincara Ciro, facendomi l’occhiolino con una cattiveria che mi toglie il respiro. «Guarda comm’arrossisce... ci gode a farsi umiliare davanti a tutti. È ’a puttana nostra, ormai lo sanno pure i muri della caserma.»
Uno dei napoletani si alza, passandomi una mano pesante e sudata sulla spalla. «Allora stasera passa pure da noi, signurì. Visto ca già tieni ’o vizio e sai come si sta sotto, ti facciamo faticà un altro poco. Tanto ormai ’o posto ce l’hai allargato bbuono, no?»
Resto immobile, con le lacrime che mi pungono gli occhi e il dolore che pulsa a ogni respiro, sentendomi addosso lo sguardo di tutta la mensa. Mentre loro si alzano ridendo e lasciandomi solo con la mia vergogna, sento che la mia sottomissione è diventata pubblica, e la cosa più atroce è che quel dolore tra le natiche mi fa desiderare ancora di più la notte.

qulottone@gmail.com



scritto il
2026-03-27
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