Al mare con i marocchini. La prima volta con mio padre
di
Qulottone
genere
incesti
SPIAGGIA DI CAPALBIO 1978
La luce di agosto del 1978 non perdonava nulla: picchiava sulle lamiere delle 127 parcheggiate e faceva bollire l'asfalto del lungomare. Pierpaolo se ne stava immobile sulla sdraio, la pelle lattea e sottile lucida di salsedine e di quel sudore freddo di chi si sente costantemente guardato. Dalla radiolina del vicino di ombrellone gracchiava la voce dei Matia Bazar, un falsetto che sembrava farsi beffe della sua fragilità.
L’ombra di Aziz piombò su di lui come una condanna. Il marocchino stava lì, piantato a gambe larghe, con i pantaloni di poliestere marrone che tiravano oscenamente sul cavallo, esibendo un rigonfiamento brutale, un’offesa carnale sbattuta in faccia al ragazzo. L'odore che emanava era un pugno: muschio, sigarette Nazionali e quel sentore di maschio selvatico che non conosce profumi, solo fatica.
Il padre di Pierpaolo, seduto poco distante con la camicia di lino aperta sul petto villoso, osservava la scena con le mascelle contratte fino a farsi male. Vedeva lo sguardo del figlio — quegli occhi persi, febbricitanti, che fissavano il pacco dello straniero con una fame che non riusciva a nascondere.
“Il finocchio”
La parola gli rimbalzava nel cranio come un insulto urlato in piazza. Rivide d’un colpo la polvere della falegnameria del paese, l’odore di segatura e quella visione che gli aveva avvelenato il sangue: Pierpaolo in ginocchio tra i trucioli, la bocca spalancata per accogliere la carne tesa di un vecchio falegname, mentre il cane di quello schifoso girava intorno scodinzolando, come fosse una festa e non il disonore di una stirpe. Erano scappati di notte, come ladri, per non farsi sputare in faccia dalla gente.
«Prendi questi e vedi di sparire, forza!» ringhiò l'uomo, estraendo dal portafoglio due diecimila lire. Le lanciò quasi addosso ad Aziz, con lo schifo che si prova per un cane rognoso o per una marchetta di quart’ordine.
Voleva scacciare quel venditore, ma voleva soprattutto scacciare il vizio che colava dagli occhi di suo figlio. Aziz afferrò le banconote con un ghigno lento, una sfida silenziosa. Si passò la lingua sulle labbra arse, guardando Pierpaolo con un disprezzo che sapeva di possesso, poi si voltò lasciando nell'aria il puzzo di quel desiderio proibito. Il padre si voltò verso il ragazzo. «Ti ho visto, sai?» sussurrò con una voce che era un sibilo di bile. «Ti ho visto come lo guardavi. Sei una vergogna. Mi hai rovinato il nome, Pierpaolo.» Pierpaolo non rispose. Rimase lì, con il cuore che gli martellava nel petto come un uccello in gabbia, mentre la salsedine gli bruciava la pelle e il ricordo della segatura e del sudore tornava a galla, dolce e atroce, sotto il sole spietato.
L’aria del mattino era ancora densa, un vapore salmastro che impastava i capelli. Pierpaolo camminava sul bagnasciuga con le scarpe in mano, il cuore che batteva contro lo sterno come un tamburo di latta. Suo padre dormiva ancora nella villetta affittata, smaltendo la rabbia e il vino della sera prima, ma l’ombra di Aziz era rimasta piantata nei suoi occhi per tutta la notte.
Lo trovò vicino a un capanno di legno, intento a sistemare un mucchio di tappeti arrotolati. Aziz lo vide arrivare e non sorrise; si limitò a sputare a terra, un gesto secco, da uomo che non deve chiedere.
«Tu ancora qui, biondo?» disse Aziz, con un italiano che grattava come carta vetrata. «Tuo padre dato soldi, tu dovevi sparire.»
Pierpaolo balbettò qualcosa, una scusa sull'aria fresca, ma i suoi occhi caddero inevitabilmente lì, sulla tensione dei pantaloni di Aziz che il sole del mattino rendeva ancora più cruda. L’uomo fece un passo avanti, torreggiando su di lui. L’odore di sudore antico tornò a investire il ragazzo. «Io non come te, capito?» ringhiò Aziz, con un’improvvisa durezza nella voce. «Io uomo. Quelli come te... finocchi... a mio paese noi schifo. Sangue male.» Si colpì il petto con un pugno chiuso. «Ma io solo da mesi. Donna lontana. Io avere bisogno di svuotare palle... capito? Sburrare»
Si indicò il cazzo con un cenno brutale della testa. «Tu serve a questo. Come buco in terra. Tu vuoi, no? Ti piace guardare questo ieri.» e fece uscire la cappella carnosa. Pierpaolo annuì quasi involontariamente, sentendo un calore umido salirgli alle guance. «Non... non sono così, io...» provò a dire, cercando una scusa. «Zitto,» lo troncò Aziz, afferrandolo per un braccio. La stretta era d’acciaio, le dita callose affondavano nella carne tenera del bicipite. «Andiamo là. In alberi. Muoviti.»
Lo spinse verso la pineta dietro le dune. Man mano che l’ombra dei pini marittimi li inghiottiva, il rumore del mare diventava un ronzio lontano. Aziz divenne più aggressivo; non camminava più accanto a lui, lo trascinava, dandogli piccoli strattoni secchi che facevano inciampare il ragazzo sugli aghi di pino secchi.
«Cammina, piccola puttanella,» sussurrava Aziz sul collo di Pierpaolo, il fiato caldo che puzzava di aglio. «Oggi tu fa quello che dico io. Ti piace che ti tratto male, eh? Ti piace sentire uomo vero?» Pierpaolo sentiva le ginocchia cedere. Era terrorizzato, la violenza di Aziz lo impauriva, ma quella brutalità era l'alibi perfetto, come sempre, come col falegname e i foggiani. Poteva dirsi che era obbligato, che non era colpa sua, che era la forza bruta a sottometterlo. Mi sta costringendo, pensava febbrilmente, mentre le mani di Aziz lo sbattevano contro il tronco rugoso di un pino, io non vorrei, è lui che è un animale.
Ma mentre Aziz sbottonava i pantaloni con un gesto furioso, esibendo la sua urgenza scura e pulsante tra le ombre verdi della pineta, Pierpaolo chiuse gli occhi, pronto a sprofondare di nuovo in quell'odore di maschio che era l'unica cosa che lo facesse sentire vivo.
Aziz spinse Pierpaolo contro la corteccia rugosa di un pino secolare, un urto che gli mozzò il respiro. L'odore della resina si mescolava a quello di Aziz, un afrore di ascelle, piedi e cazzo che saturava l'aria ferma.
«Ginocchia. Giù», ordinò Aziz. La voce non era più un sussurro, ma un comando gutturale.
Pierpaolo obbedì, sentendo gli aghi di pino secchi pungere la pelle nuda delle gambe. Aziz sbottonò i pantaloni di poliestere con un gesto rabbioso: il membro scattò fuori, scuro e venoso, una verga di carne tesa che pareva vibrare di un’energia autonoma. Era enorme, sproporzionato rispetto alla figura esile del ragazzo.
Pierpaolo avvicinò il viso con una devozione inaspettata. Aprì la bocca, cercando di accogliere quella massa pulsante, ma il primo impatto fu un urto contro la gola che lo fece sussultare. Tossì, indietreggiando col busto, mentre la bava gli colava sull'angolo della bocca. «Cazzo fai? Tu neanche questo sa fare?» Aziz gli afferrò i capelli biondi, tirandoli all'indietro con una violenza che gli fece salire le lacrime agli occhi. «Tu guarda me. Io uomo, tu deve essere troia. Tu solo buco. Se tu non prende tutto, io spacca tua faccia di signorino.» E lo spinse di nuovo avanti. Pierpaolo sentì il glande, largo e turgido, premere contro la sua gola chiusa. Il riflesso del vomito lo scosse, ma la mano di Aziz era una morsa d'acciaio che lo inchiodava lì, forzando l'intrusione.
«Prendi! Tutto!» ruggì Aziz, i muscoli delle cosce tesi come corde.
Pierpaolo spalancò la mascella fino a sentire il dolore alle articolazioni. Con uno sforzo disperato, rilassò i muscoli della gola, lasciando che quella carne calda e prepotente scivolasse dentro, centimetro dopo centimetro. Sentì la consistenza gommosa e ferrosa delle vene in rilievo contro la lingua, il calore animale che gli invadeva l'esofago. La punta di Aziz toccò il fondo della gola, un'invasione totale che gli tolse l'ossigeno.
Aziz emise un grugnito di soddisfazione ferina. Cominciò a muovere il bacino con colpi secchi, ritmici, un pistone di carne che entrava e usciva dalla bocca del ragazzo con una forza che gli faceva sbattere la testa contro il bacino dell'uomo. Ogni affondo era un sussulto di umiliazione e piacere proibito; Pierpaolo sentiva il sapore del pre-eiaculato, salato e dolciastro, mentre Aziz lo insultava a denti stretti, chiamandolo "finocchio" e "troia", quasi a voler esorcizzare il fatto che proprio quel corpo fragile gli stesse dando il piacere di cui aveva bisogno.
In quella morsa di muscoli e violenza, Pierpaolo si sentiva finalmente al suo posto: nudo, sottomesso e protetto dall'alibi della forza bruta, mentre il bosco intorno restava muto testimone del suo disonore. L’orgasmo di Aziz esplose con una ferocia che parve scuotere le fondamenta stesse della pineta. Fu un mitragliamento di fiotti caldi, densi e amari che colmarono la gola di Pierpaolo, costringendolo a sgranare gli occhi in un riflesso di soffocamento che era, allo stesso tempo, l’apice di un’estasi proibita.
Mentre subiva quell'invasione totale, la mente di Pierpaolo fuggì di nuovo tra i trucioli della falegnameria. Il sapore ferroso di Aziz era lo stesso del vecchio artigiano; la morsa delle dita tra i capelli era la stessa catena che lo teneva avvinto a un destino che suo padre chiamava disonore. In quel momento, sotto il peso di quell'uomo straniero e brutale, Pierpaolo provava una vergogna che gli bruciava le viscere, eppure quel sentirsi ridotto a cosa, a puro strumento di sfogo, era l’unico modo che conosceva per darsi il permesso di godere. È lui che lo vuole, è lui che mi costringe, si ripeteva come un mantra, mentre il seme gli colava lungo l'esofago, suggellando la sua condanna e il suo piacere.
Poi, l’uragano si placò. Aziz emise un ultimo grugnito rauco e si staccò, restando un attimo immobile, con il fiato corto e le spalle curve. La tensione muscolare che lo rendeva una fiera si sciolse d’un colpo. Con una calma quasi solenne, si tirò su i pantaloni di poliestere, sistemando la cintura con gesti lenti, metodici. Il volto, prima contratto in una smorfia di odio e brama, si fece liscio, quasi assente.
Guardò Pierpaolo, ancora inginocchiato tra gli aghi di pino con lo sguardo perso e il mento sporco del suo sperma. Non c’era più schifo nei suoi occhi, solo la stanchezza di chi ha placato una fame vecchia di mesi.
Aziz infilò la mano nella tasca della camicia e ne tirò fuori un pacchetto di Nazionali sgualcito. Ne sfilò una, la accese con un fiammifero che grattò con decisione, poi, dopo la prima boccata, ne tese un’altra al ragazzo.
«Tieni, biondo,» disse con voce bassa, quasi gentile nella sua ruvidità. «Fuma. Fa bene a nervi.»
Pierpaolo accettò la sigaretta con dita tremanti. Aziz fece scattare di nuovo il fiammifero e gli offrì il fuoco, riparandolo con la mano callosa. Restarono lì, nel silenzio della pineta rotto solo dal fruscio del vento tra i rami, a fumare fianco a fianco. Due ombre diverse, unite da un atto che il mondo fuori, non avrebbe mai potuto capire. Il fumo azzurrognolo saliva verso le chiome dei pini, mescolandosi all'odore della resina e del sesso. Per un breve istante, tra un tiro e l'altro, il peso del disonore parve farsi più leggero, svanendo insieme alla cenere che cadeva silenziosa sulla terra arsa.
Si sedettero contro il tronco rugoso di un pino, le spalle vicine ma i corpi che evitavano di toccarsi, come se il contatto ora non avesse più la giustificazione della spinta animale. Aziz aspirò a fondo dalla Nazionale, il fumo denso gli usciva dalle narici come da un toro stanco. Pierpaolo teneva la sigaretta tra le dita sottili, guardando la brace consumarsi.
«Tu...» Aziz ruppe il silenzio, la voce roca ma più ferma. «Tu sempre fa così con uomini?» Pierpaolo sentì il rossore salirgli al collo. «Non sempre. Solo... quando capita. Con chi mi piace…» Aziz fece un grugnito che somigliava a una risata amara. «Tu prendi bene. Come uno che ha fame. Io sentito che tremavi tutta la schiena quando entravo. Ti tremava gola, no?»
Cercava una conferma, Aziz. Sotto la scorza di disprezzo per il "finocchio", c’era il bisogno prepotente di sentirsi il padrone, l’uomo che sottomette. «Io ho cazzo grosso, vero? Io troppo grosso per te?» continuò, con una punta di orgoglio malcelato nella voce stentata. «Mio paese, donne dicono che io sono toro. Tu sentito... quanta sburrata? Tu mai visto uno così, eh?»
Pierpaolo abbassò lo sguardo sugli aghi di pino, sentendo ancora il sapore delo sperma in bocca. «Sei stato... violento. Non riuscivo a respirare.»
Aziz si raddrizzò, gonfiando appena il torace sotto la camicia sudata. Il complimento indiretto alla sua virilità brutale lo rassicurava sulla propria identità. «Perché io uomo vero. Io non gioco. Io quando svuoto, svuoto tutto.» Poi, con un guizzo di crudeltà che gli tornò negli occhi, diede una pacca secca sulla spalla del ragazzo. «Però tu... tu sei proprio una gran troia, Pierpaolo. Lo sai, no? Tuo padre ha ragione. Tu cerchi il cazzo come cane cerca osso. Ti piaceva farti strozzare, ammettilo.»
Pierpaolo non si ritrasse. Anzi, quell'insulto sputato con tanta naturalezza lo eccitava e lo confortava allo stesso tempo. Era il marchio che cercava. «Mi hai fatto male,» sussurrò, quasi come un ringraziamento.
Aziz buttò la cicca a terra e la schiacciò con la punta dello stivale, ma non accennò ad alzarsi. Il silenzio della pineta, invece di sciogliersi, si ricaricò improvvisamente di una tensione elettrica, più scura di quella di prima. L'uomo si voltò verso Pierpaolo, fissandolo con occhi piccoli, resi torbidi da un desiderio che il primo sfogo non aveva spento, ma solo eccitato.
«Basta fumo», disse Aziz, e la sua voce era tornata ringhiosa. «Bocca è per antipasto. Adesso io vuole tutto. Io vuole vedere se tu sei cagna vera anche nel culo.»
Pierpaolo sentì un brivido gelido risalirgli la schiena. Si scostò di qualche centimetro, le mani che raspavano nervose sugli aghi di pino. «No, Aziz... adesso no. È troppo. Mio padre mi aspetta, e poi... è presto, ci siamo appena...»
«Zitto!» lo troncò l'uomo, afferrandolo per la nuca con una forza che gli fece sbattere i denti. «Tu non dice quando è ora. Io dice. Tu prima ha mangiato come uno che non vede carne da anni. Ora io vuole sentire quanto stretto sei.»
Aziz si mise in ginocchio sopra di lui, sovrastandolo con tutta la massa del suo torace. Il puzzo di sudore si fece soffocante. Con una mano callosa e sbrigativa, iniziò a armeggiare con i bermuda di Pierpaolo, tirando il tessuto con una foga che rischiava di strapparlo.
«Ti prego, Aziz, qui no... fa male...» mormorò Pierpaolo, cercando debolmente di fermargli i polsi, ma quel tentativo di resistenza non faceva che infuriare l'altro, alimentando la sua necessità di prevaricare.
«Tu sta fermo, cagna bionda!» ruggì Aziz, colpendolo con un manrovescio secco sulla guancia che lasciò il ragazzo stordito. «Tu piace fare la difficile? Io so che tu vuole. Tu vuole sentire cazzo nel culo dai. Tuo padre non sa che figlio ha... una troia che aspetta solo di essere montata in mezzo a alberi.»
Con un gesto brutale, Aziz lo voltò, premendogli la faccia contro la terra e la resina. Pierpaolo sentì il peso massiccio dell'uomo schiacciargli i polmoni e il fresco improvviso dell'aria sulle natiche scoperte. Il terrore era totale, ma sotto la pelle, il battito del suo cuore accelerava in una sinfonia di vergogna e sottomissione. Mentre Aziz sbottonava di nuovo i pantaloni, preparandosi a un'invasione ben più profonda e violenta della prima, Pierpaolo affondò le dita nel terreno, preparandosi a ricevere quel dolore.
Aziz afferrò Pierpaolo per i fianchi, tirandolo verso di sé con uno strappo secco che fece strusciare le ginocchia del ragazzo sulla terra arsa. Non c’era traccia di delicatezza: Aziz si sputò nel palmo della mano, una densa scia di saliva che spalmò grossolanamente sulla propria carne scura e tesa, prima di premere la punta contro l'apertura di Pierpaolo.
Con una spinta brutale, senza attendere che i muscoli del ragazzo si abituassero, Aziz affondò. Pierpaolo sgranò gli occhi, soffocando un grido contro la corteccia del pino, preparandosi a uno strazio che invece arrivò meno violento del previsto. Nonostante la grandezza del cazzo, il corpo di Pierpaolo parve cedere quasi subito, accogliendolo con una facilità che spiazzò Aziz. Aziz si bloccò per un istante, sorpreso. Un ghigno malevolo gli deformò il viso sudato. «Ma guarda...» sibilò Aziz all'orecchio di Pierpaolo, riprendendo a spingere con colpi ritmici e pesanti che facevano sussultare l'intero busto del ragazzo. «Io pensava di dover spaccare legna fresca, e invece... tu sei già un fosso aperto, biondo. Entra come nel burro.»
Ogni affondo era accompagnato da uno schiaffo umido di carne contro carne. Aziz aumentò la velocità, godendo della propria potenza, ma non smise di insultarlo. «Quanti cazzi sono passati qui dentro, eh? Dieci? Cento? Tuo padre lo sa che sei una troia per tutti i camionisti della costa? Sei una troia sfondata, Pierpaolo. Neanche mi senti, tanto sei larga.»
Pierpaolo sentiva il cuore battere ovunque: nelle tempie, nella gola, nelle viscere violate. Le parole di Aziz erano pietre che lo colpivano dritto nell'orgoglio, facendolo sentire piccolo, sporco, una nullità davanti a quel maschio primordiale. Provava una fitta di dispiacere, quasi di vergogna per quella facilità che lo smascherava davanti allo straniero, ma allo stesso tempo quel sentirsi dare della "cagna sfondata" gli procurava un piacere vertiginoso. Era la conferma della sua natura, il marchio finale che Aziz gli imprimeva con ogni colpo.
«Sì... sono così...» avrebbe voluto gridare, ma riusciva solo a emettere gemiti strozzati mentre la polvere della pineta gli entrava nei polmoni. Aziz lo scuoteva come una bambola di pezza, le mani che affondavano nelle natiche chiare lasciando lividi scuri. «Tu sei fatta per questo, cagna. Per stare sotto e farti riempire da uomini veri che ti schifano.»
Pierpaolo si abbandonò totalmente alla spinta di Aziz, accettando che il suo corpo fosse solo un campo di battaglia per la lussuria e il disprezzo di quell’uomo.
Mentre Aziz lo squassava con colpi sordi e ferini, il dolore acuto della penetrazione si mescolava a una memoria viscida, un riflesso condizionato che risaliva a pochi mesi prima. Sbattuto contro la terra della pineta, Pierpaolo rivide il grigio cemento di una caserma, l’odore di rancio che infestava le camerate durante la naja.
Si rivide lì, recluta tremante nel buio, trasformato nello "schiavetto" personale di un gruppo di delinquenti foggiani. Erano ragazzi massicci, dalle mani callose e dai modi sbrigativi, che ogni sera lo trascinavano nei magazzini o dietro le docce. Ricordò i loro corpi che si davano il cambio su di lui, il dialetto stretto che gli soffiavano sul collo mentre lo usavano a turno, trasformando il suo corpo in un bene comune, in uno sfogo necessario. Era stata quella pratica brutale a forgiarlo, a rendere la sua carne cedevole e elastica, abituata ad aprirsi senza resistenza davanti alla forza.
Un colpo più profondo di Aziz lo riportò al presente.
«Ma guarda questa cagna...» sogghignò Aziz, sentendo come il ragazzo accoglieva ogni centimetro della sua mole senza quasi contrarsi. «Tu sei una strada già asfaltata, biondo. Chi ti ha ridotto così? Chi ti ha sfondato prima di me?»
Pierpaolo non rispose, ma il ricordo di quei soldati foggiani gli rimandò un calore torbido nelle vene. Il dispiacere di essere scoperto così "facile" veniva soffocato dal piacere di essere nuovamente proprietà di qualcuno, un oggetto da usare e insultare.
«Sì...» ansimò Pierpaolo, affondando le dita negli aghi di pino fino a farsi uscire il sangue dalle unghie. «Sono una troia... facci quello che vuoi...»
Aziz emise un verso di trionfo, un grugnito che sapeva di possesso assoluto. Sentendo la propria virilità scivolare in quel vuoto così accogliente e pronto, l'uomo accelerò il ritmo, i muscoli della schiena imperlati di sudore che brillava tra le ombre della pineta. Era quasi alla fine, un predatore che stava per marcare definitivamente la sua preda preferita.
L'orgasmo di Aziz arrivò come un terremoto, un'esplosione di violenza trattenuta che gli scosse l'intera colonna vertebrale. Con un urlo gutturale che si confuse con il fruscio della pineta, l'uomo sferrò gli ultimi colpi, rapidi e pesanti, affondando fino alla radice in quel corpo che lo accoglieva con una docilità oscena. Pierpaolo sentì il calore denso e pulsante inondarlo internamente, una scarica elettrica che gli fece inarcare la schiena e spalancare la bocca in un gemito muto. Era un piacere che sapeva di sconfitta, di polvere e di quell’anno di naja passato a farsi usare, ma in quel giorno di segreti, era l'unica cosa che lo faceva sentire reale.
Aziz rimase immobile per qualche secondo, ansimando pesantemente contro la nuca del ragazzo, il sudore che gocciolava dalle sue tempie sulla pelle lattea di Pierpaolo. Poi, con un grugnito di sazietà, sfilò il cazzo lentamente.
Pierpaolo, ancora scosso dai tremiti dell'eccitazione e con le membra pesanti, non aspettò che l'altro dicesse nulla. Con un movimento istintivo, da animale addestrato, si voltò carponi tra gli aghi di pino. I suoi occhi incontrarono la virilità di Aziz, ancora turgida e lucida, sporca del mix di saliva, sperma e resti del suo ano. Senza esitazione, il ragazzo si sporse in avanti e circondò con le labbra quella carne scura, iniziando a pulirla con una dedizione meticolosa, quasi religiosa. Aziz scoppiò in una risata sguaiata, una risata di pancia che risuonò volgare tra i tronchi dei pini.
«Ma guarda questa cagna!» esclamò, dandogli un buffetto umiliante sulla guancia mentre Pierpaolo continuava il suo compito. «Non c'è bisogno nemmeno di chiedere, eh? Tu sai già come si pulisce il padrone. Sei proprio un vizioso schifoso, Pierpaolo. Tuo padre ti ammazzerebbe se ti vedesse adesso, inginocchiato a lucidare il cazzo a uno straniero come se fosse un gelato.»
Pierpaolo non si fermò. Il disprezzo nelle parole di Aziz, quella risata che lo riduceva a uno straccio, era il combustibile del suo piacere. Godeva nel sentirsi chiamare così, godeva nel sentire il sapore forte di quell'uomo che lo aveva appena posseduto con la grazia di un animale.
Aziz continuava a ridere, scuotendo la testa. «Sei incredibile. Una troia così non l'ho vista neanche nei bordelli a casa mia. Puliscilo bene, biondo, che domani deve essere pronto per un altro giro.»
In quel pomeriggio di sole malato, tra l'odore di resina e quello di un atto consumato nell'ombra, Pierpaolo accettò il suo ruolo con una pace torbida, mentre il fumo di una nuova sigaretta iniziava già a danzare nell'aria ferma della pineta.
Pierpaolo si rialzò a fatica, le ginocchia sporche di terra e aghi di pino che pungevano come spilli. Si rivestì con una lentezza cerimoniale, sentendo il bruciore della pelle e la pesantezza del seme di Aziz dentro di sé, un segreto caldo che lo faceva camminare con cautela.
Aziz, seduto contro il tronco, aveva già acceso un'altra Nazionale. Lo guardava sistemarsi i bermuda con uno sguardo che oscillava tra la soddisfazione fisica e un disprezzo quasi rituale, necessario per ripulirsi la coscienza.
«Ascolta bene, biondo,» disse Aziz, la voce impastata dal fumo e dall'italiano faticoso. «Io fatto questo solo perché palle piene. Troppo tempo senza donna, capito? Tu per me... tu schifo. Io non piace uomini, io piace carne di femmina. Tu servito solo per svuotare.»
Espulse una nuvola di fumo grigio, socchiudendo gli occhi neri. «Tu non dice niente a nessuno. Se tu parla, io spacca tua faccia di signorino. Anche io stare zitto, sarò come tomba... ma a un patto.»
Fece una pausa, godendosi il potere che aveva su quel ragazzo colto e fragile. «Ogni mattina, finché tu non parte con tuo padre, tu viene qui. Stessa ora. Tu viene e tu soddisfa me come hai fatto oggi. Tu fa la cagna, io svuota, e tutto finisce bene. Capito?»
Pierpaolo lo fissava, e in quel momento, nonostante gli insulti, nonostante il "nonno foggiano" che Aziz evocava con la sua forza, sentì una morsa al cuore che non era solo paura. Era un’attrazione torbida, un sentimento che somigliava pericolosamente a un innamoramento malato. Avrebbe voluto dirgli che lo avrebbe fatto anche senza minacce, che quel corpo scuro e quell'odore di sudore erano diventati la sua unica droga. Se Aziz glielo avesse chiesto con dolcezza, lo avrebbe seguito ovunque, ma sapeva che in quel tempo la dolcezza non era prevista per quelli come lui.
«Va bene,» rispose Pierpaolo, sforzandosi di dare alla voce un tono rassegnato, quasi infastidito, per non tradire l'eccitazione che lo divorava. «Verrò. Ma solo perché non voglio che tu parli con mio padre. Mi tocca farlo per stare tranquillo.»
Aziz ridacchiò, una risata secca che sapeva di chi ha capito tutto ma non vuole ammetterlo. «Sì, sì... ti tocca. Povero biondo.»
Pierpaolo si voltò e si incamminò verso la luce violenta della spiaggia, sentendo lo sguardo di Aziz piantato sulle sue chiappe morbide. Sapeva che l'indomani sarebbe tornato con la stessa fame, pronto a farsi insultare e possedere ancora, prigioniero di un desiderio che puzzava di resina e vergogna.
Il mattino seguente, la pineta era un forno di luce filtrata e silenzio interrotto solo dal frinire ossessivo delle cicale. Pierpaolo era tornato puntuale, il cuore che gli martellava contro le costole, spinto da una brama che ormai non riusciva più a mascherare nemmeno a se stesso. Ma all'appuntamento Aziz non era solo.
Accanto a lui c’era un altro uomo, più basso e tarchiato, con le braccia segnate da vecchie cicatrici e lo sguardo di chi ha visto troppo asfalto. Senza dire una parola, avevano steso un tappeto a trama fitta, dai colori spenti dalla polvere, proprio al centro di una radura nascosta dai rovi.
«Lui mio amico, Omar,» disse Aziz con un ghigno che non prometteva nulla di buono. «Lui anche ha palle piene. Tu detto che fa per me... ora fa per due. Una troia italiana serve a tutti, no?»
Prima che Pierpaolo potesse articolare una protesta che non sentiva davvero, Omar lo afferrò per le spalle, scaraventandolo faccia a terra sul tappeto ruvido. L’odore di polvere gli riempì le narici mentre Aziz si piazzava dietro di lui e l’altro gli bloccava la testa, mettendogli il cazzo in bocca.
Cominciò un assedio brutale, coordinato, una danza di carne scura e insulti urlati in un misto di arabo e italiano stentato. «Guarda questa cagna bionda!» gridava Omar, colpendogli le natiche con schiaffi sonori che rimbombavano nel bosco. «Ti piace, eh? Ti piace sentire due uomini veri che ti usano come un buco nel deserto?»
Aziz rideva, una risata gutturale e volgare, mentre lo possedeva con colpi ferini, alternandosi con l'amico in un carosello di sottomissione che riduceva Pierpaolo a un oggetto inerme. Lo chiamavano "troia", "sfondato", "vergogna dei cristiani", e ogni insulto era una sferzata che alimentava l'estasi torbida del ragazzo, convinto che quel segreto sarebbe rimasto sepolto sotto gli aghi di pino.
Ma all’improvviso, il suono di un ramo spezzato squarciò il ritmo degli affondi.
Dalla macchia fitta di rovi, spuntò una figura che pareva un’apparizione spettrale. Il padre di Pierpaolo era lì, immobile, il volto terreo e le vene del collo gonfie come corde. Aveva seguito le tracce, o forse il suo istinto di genitore tradito lo aveva guidato dritto al centro del suo incubo peggiore.
I due uomini si bloccarono, Aziz ancora con le mani piantate sui fianchi di Pierpaolo, Omar con la bocca aperta a metà di un’oscenità. Il silenzio che seguì fu più violento delle grida di prima.
Il padre non urlò. Rimase a fissare il corpo nudo e sporco di suo figlio, disteso su quel tappeto straniero, con la pelle lucida di sudore e i segni inequivocabili del disonore ancora freschi. I suoi occhi, piccoli e iniettati di sangue, passarono dai due marocchini a Pierpaolo, che cercava disperatamente di coprirsi, tremando come una foglia.
«Così...» sussurrò l'uomo con una voce che sembrava venire dall'oltretomba. «Così onori il mio nome? In ginocchio davanti a questi... in mezzo alla sporcizia come una bestia?»
Il silenzio della pineta fu squarciato dal respiro affannoso del padre. L’uomo fece un passo avanti, le mani strette a pugno fino a far sbiancare le nocche. La vista di quel tappeto, di quegli stranieri e della carne umiliata di suo figlio gli accese un fuoco nel sangue.
«Vi faccio marcire in galera!» urlò, la voce rotta dalla bile. «Carabinieri... vi denuncio tutti! Animali, avete approfittato di un ragazzino... vi sbatto dentro e butto la chiave!»
Aziz non si scompose. Si scostò da Pierpaolo con una lentezza studiata, tirandosi su i pantaloni con un gesto d’una calma insultante. Si scambiò un’occhiata rapida con Omar, poi accennò un sorriso sbilenco, un ghigno che sprizzava veleno.
«Denuncia? E che dice a carabinieri, signore?» esordì Aziz in un italiano più fluido, quasi tagliente. «Dice che tuo figlio ci ha inseguito per due giorni? Che ci ha pregato?»
Omar scoppiò in una risata roca, sputando a terra. «Lui ci ha dato soldi, signore. Diecimila lire ieri, cinquemila oggi. Dice che gli piace così, che vuole uomini veri perché a casa sua sono tutti mezzi maschi. Lui ci ha convinto, noi solo fatto favore a troia bionda.»
Pierpaolo, rannicchiato sul tappeto, sentì quelle parole come lame gelide. Guardò Aziz con occhi sgranati, implorando un briciolo di quella verità che avevano condiviso nel fumo delle sigarette. Ma Aziz non lo guardava nemmeno; lo usava come scudo, calunniandolo con una freddezza che faceva più male della penetrazione di prima. La delusione gli mozzò il fiato: Aziz, l’uomo per cui avrebbe fatto tutto, lo stava vendendo per salvarsi la pelle, trasformando il suo desiderio in una transazione sporca e mercenaria.
Il padre si voltò verso Pierpaolo. Il volto era diventato una maschera di cuoio bruciato. «È vero? Li hai pagati? Hai usato i miei soldi per farti schifare da questi randagi?»
«No, papà... non è vero... loro mentono...» balbettò Pierpaolo, ma la sua voce era un sussurro senza forza, la voce di chi è già stato condannato.
L'uomo non attese altra risposta. Con un ruggito di vergogna repressa da anni, si scagliò sul figlio. Lo afferrò per i capelli, sollevandolo di peso dal tappeto sporco, e gli sferrò un manrovescio così violento da farlo ruzzolare tra gli aghi di pino.
«Vergogna della mia razza!» gridò, colpendolo di nuovo con un calcio al fianco mentre Pierpaolo cercava di coprirsi il volto. «Il falegname non ti è bastato? Dovevi venire qui a farti sputare addosso da questi? Mi hai ucciso, Pierpaolo! Mi hai trascinato nel fango davanti a tutti!»
Aziz e Omar, approfittando della furia dell'uomo, arrotolarono il tappeto in fretta e furia e sparirono tra i tronchi, lasciando dietro di sé solo l'odore acre del loro passaggio e le risate che svanivano in lontananza.
Il padre continuò a infierire, non tanto sul corpo del figlio, quanto sul fantasma del proprio onore perduto in quel 1978 spietato. «Alzati!» sibilò, afferrandolo per un braccio e trascinandolo verso la macchina. «Alzati e pulisciti. Torniamo a casa. E prega Dio che non mi venga la voglia di ammazzarti prima di arrivare, perché un figlio così è meglio averlo sotto terra che vederlo strisciare dietro a un tappeto.»
Pierpaolo camminava inciampando, il sapore del sangue in bocca e quello del seme ancora dentro, sentendo per la prima volta che il vuoto lasciato dal tradimento di Aziz era molto più profondo di quello che il padre stava cercando di colmare a suon di botte.
Il padre lo afferrò per la nuca, le dita che affondavano nei capelli sporchi di terra, e lo trascinò via dalla radura. Non andarono verso la macchina. L’uomo lo spinse verso il sentiero più buio, quello che si addentrava nel cuore della pineta, dove le fronde erano così fitte da soffocare la luce del crepuscolo.
«Ti piaceva, vero?» sibilò l’uomo, la voce ridotta a un rantolo di fango e bile. «Ti piaceva farti usare da quelli?»
Pierpaolo inciampò su una radice, cadendo sulle ginocchia. Il padre non aspettò che si rialzasse; lo sovrastò, un’ombra massiccia che oscurava il cielo. Con un gesto secco si sfilò la cinghia dei pantaloni, ma non per colpire. La sua furia stava mutando in qualcosa di più viscido e oscuro.
«Se vuoi essere una bestia, io ti tratterò da bestia. Ma sarai la mia di bestia. Non di quegli schifosi.»
Lo voltò con un calcio alla spalla, costringendolo a faccia in giù sul letto di aghi di pino pungenti. Pierpaolo sentì il peso del padre schiacciargli i polmoni, le mani callose del falegname che gli laceravano quel poco di dignità rimasta. Non c’era più il fumo dolce delle sigarette di Aziz, non c’era la curiosità sporca ma vitale di prima. C’era solo l'odore di tabacco economico e sudore rancido di suo padre.
L’uomo si avventò su di lui con un vigore d’odio, un possesso che voleva essere una purificazione violenta. Ogni spinta era un insulto, un tentativo di "cancellare" con il proprio seme quello degli stranieri, di reclamare quel corpo come una proprietà privata violata.
Pierpaolo soffocava i gemiti contro la terra, sentendo il sapore resinoso dei pinoli e della polvere. In quell'orrore, capì che il padre non lo stava punendo per il peccato, ma stava cercando di riprendersi con la forza il territorio che credeva suo. Il silenzio della pineta, interrotto solo dal respiro bestiale dell'uomo, divenne la tomba della sua giovinezza.
Il silenzio della pineta tornò a farsi denso, rotto solo dal suono ritmico e brutale della carne che batteva contro la carne. Il padre non parlava più; ogni suo affondo era una sentenza, un modo per marcare il territorio e cancellare l'odore degli altri. Poi, con un grugnito che pareva il ruggito di una bestia ferita, l'uomo raggiunse l'apice: un orgasmo violento, una scarica elettrica che lo scosse interamente mentre si svuotava dentro il figlio con una forza che pareva volerlo spezzare.
In quel preciso istante, contro ogni logica, contro ogni morale, il corpo di Pierpaolo tradì la sua mente.
Una scossa lancinante gli attraversò la spina dorsale, un piacere esplosivo e oscuro che non aveva nulla a che fare con la dolcezza sognata con Aziz. Era un godimento sporco, primordiale, scaturito dal dolore e dalla sottomissione totale a colui che lo aveva generato. Pierpaolo inarcò la schiena, soffocando un grido contro gli aghi di pino, mentre il seme caldo di suo padre diventava il sigillo di una condanna eterna.
Non appena l'uomo si scostò, ansimando pesantemente e rivestendosi in fretta con gesti carichi di disgusto per se stesso, il piacere svanì, lasciando il posto a una colpa devastante. Non era la colpa per gli stranieri, né quella per il peccato agli occhi di Dio; era un veleno nuovo, che gli bruciava nelle vene. Si sentiva complice di quell'orrore. Il fatto di aver provato piacere sotto le mani di suo padre lo faceva sentire più sporco di qualunque tappeto polveroso in mezzo ai rovi.
Si rannicchiò su un fianco, nudo e tremante, sentendo il liquido viscido colargli lungo le cosce. Ogni centimetro della sua pelle gli sembrava ora infetto.
«Alzati,» sibilò il padre senza guardarlo, la voce tornata gelida. «Pulisciti con le foglie e cammina. Se una parola di quello che è successo oggi esce da quella bocca, ti ammazzo con le mie mani e ti seppellisco qui sotto.»
Pierpaolo si alzò, le gambe che cedevano, cercando di ignorare la sensazione di quel piacere proibito che ancora gli pulsava dentro come una ferita aperta.
Pierpaolo si sollevò a fatica, ripulendosi alla meglio con le mani tremanti. Il dolore fisico era nulla in confronto alla vertigine che sentiva dentro: quel piacere improvviso, esploso nel momento più buio, lo faceva sentire un mostro, un complice della propria rovina. Ma proprio quel senso di sporcizia gli diede una forza disperata, una lucidità tagliente.
Si voltò verso l'uomo che si stava riallacciando la cintura, l’ombra di colui che lo aveva cresciuto tra pialle e bugie.
«Tanto lo so,» sputò Pierpaolo, la voce incrinata ma ferma. «Lo so che non sono tuo. Mia madre me l’ha detto in un sussurro, una notte che avevi bevuto troppo. Non hai il mio sangue nelle vene, per questo mi guardi come se fossi un errore da piallare via.»
L’uomo si bloccò. Il suo volto, già scuro, si contrasse in una smorfia di odio puro. Non negò. Non ci fu spazio per il rimorso, solo per una crudeltà che trovava finalmente la sua giustificazione definitiva.
«Ah, lo sai?» sibilò l’uomo, avvicinandosi a Pierpaolo fino a fargli sentire l’odore del suo fiato pesante. «Meglio così. Allora smettiamo di giocare a fare il padre e il figlio. Se non sei del mio sangue, allora sei solo carne. Carne che non serve a niente in bottega, visto che hai le mani da signorina.»
Gli afferrò il mento, stringendo fino a fargli male alle ossa.
«Visto che ti piace tanto stare in ginocchio tra i rovi, ti accontento io. Nella pianura, giù alla baraccopoli, i ragazzi che raccolgono i pomodori hanno fame. Vivono nelle baracche, dormono sulla terra e non vedono una pelle bianca come la tua da mesi. Ti userò per tenerli calmi, per fargli sputare la fatica. Sarai la loro prostituta, Pierpaolo. Ti scambierò per il loro lavoro, per la loro obbedienza. Almeno così servirai a qualcosa, pezzo di fango.»
Il silenzio della pineta sembrò farsi ancora più opprimente. Pierpaolo guardò quegli occhi piccoli e feroci, realizzando che il suo destino era appena passato dalle mani di un padre violento a quelle di un padrone senza scrupoli.
qulottone@gmail.com
La luce di agosto del 1978 non perdonava nulla: picchiava sulle lamiere delle 127 parcheggiate e faceva bollire l'asfalto del lungomare. Pierpaolo se ne stava immobile sulla sdraio, la pelle lattea e sottile lucida di salsedine e di quel sudore freddo di chi si sente costantemente guardato. Dalla radiolina del vicino di ombrellone gracchiava la voce dei Matia Bazar, un falsetto che sembrava farsi beffe della sua fragilità.
L’ombra di Aziz piombò su di lui come una condanna. Il marocchino stava lì, piantato a gambe larghe, con i pantaloni di poliestere marrone che tiravano oscenamente sul cavallo, esibendo un rigonfiamento brutale, un’offesa carnale sbattuta in faccia al ragazzo. L'odore che emanava era un pugno: muschio, sigarette Nazionali e quel sentore di maschio selvatico che non conosce profumi, solo fatica.
Il padre di Pierpaolo, seduto poco distante con la camicia di lino aperta sul petto villoso, osservava la scena con le mascelle contratte fino a farsi male. Vedeva lo sguardo del figlio — quegli occhi persi, febbricitanti, che fissavano il pacco dello straniero con una fame che non riusciva a nascondere.
“Il finocchio”
La parola gli rimbalzava nel cranio come un insulto urlato in piazza. Rivide d’un colpo la polvere della falegnameria del paese, l’odore di segatura e quella visione che gli aveva avvelenato il sangue: Pierpaolo in ginocchio tra i trucioli, la bocca spalancata per accogliere la carne tesa di un vecchio falegname, mentre il cane di quello schifoso girava intorno scodinzolando, come fosse una festa e non il disonore di una stirpe. Erano scappati di notte, come ladri, per non farsi sputare in faccia dalla gente.
«Prendi questi e vedi di sparire, forza!» ringhiò l'uomo, estraendo dal portafoglio due diecimila lire. Le lanciò quasi addosso ad Aziz, con lo schifo che si prova per un cane rognoso o per una marchetta di quart’ordine.
Voleva scacciare quel venditore, ma voleva soprattutto scacciare il vizio che colava dagli occhi di suo figlio. Aziz afferrò le banconote con un ghigno lento, una sfida silenziosa. Si passò la lingua sulle labbra arse, guardando Pierpaolo con un disprezzo che sapeva di possesso, poi si voltò lasciando nell'aria il puzzo di quel desiderio proibito. Il padre si voltò verso il ragazzo. «Ti ho visto, sai?» sussurrò con una voce che era un sibilo di bile. «Ti ho visto come lo guardavi. Sei una vergogna. Mi hai rovinato il nome, Pierpaolo.» Pierpaolo non rispose. Rimase lì, con il cuore che gli martellava nel petto come un uccello in gabbia, mentre la salsedine gli bruciava la pelle e il ricordo della segatura e del sudore tornava a galla, dolce e atroce, sotto il sole spietato.
L’aria del mattino era ancora densa, un vapore salmastro che impastava i capelli. Pierpaolo camminava sul bagnasciuga con le scarpe in mano, il cuore che batteva contro lo sterno come un tamburo di latta. Suo padre dormiva ancora nella villetta affittata, smaltendo la rabbia e il vino della sera prima, ma l’ombra di Aziz era rimasta piantata nei suoi occhi per tutta la notte.
Lo trovò vicino a un capanno di legno, intento a sistemare un mucchio di tappeti arrotolati. Aziz lo vide arrivare e non sorrise; si limitò a sputare a terra, un gesto secco, da uomo che non deve chiedere.
«Tu ancora qui, biondo?» disse Aziz, con un italiano che grattava come carta vetrata. «Tuo padre dato soldi, tu dovevi sparire.»
Pierpaolo balbettò qualcosa, una scusa sull'aria fresca, ma i suoi occhi caddero inevitabilmente lì, sulla tensione dei pantaloni di Aziz che il sole del mattino rendeva ancora più cruda. L’uomo fece un passo avanti, torreggiando su di lui. L’odore di sudore antico tornò a investire il ragazzo. «Io non come te, capito?» ringhiò Aziz, con un’improvvisa durezza nella voce. «Io uomo. Quelli come te... finocchi... a mio paese noi schifo. Sangue male.» Si colpì il petto con un pugno chiuso. «Ma io solo da mesi. Donna lontana. Io avere bisogno di svuotare palle... capito? Sburrare»
Si indicò il cazzo con un cenno brutale della testa. «Tu serve a questo. Come buco in terra. Tu vuoi, no? Ti piace guardare questo ieri.» e fece uscire la cappella carnosa. Pierpaolo annuì quasi involontariamente, sentendo un calore umido salirgli alle guance. «Non... non sono così, io...» provò a dire, cercando una scusa. «Zitto,» lo troncò Aziz, afferrandolo per un braccio. La stretta era d’acciaio, le dita callose affondavano nella carne tenera del bicipite. «Andiamo là. In alberi. Muoviti.»
Lo spinse verso la pineta dietro le dune. Man mano che l’ombra dei pini marittimi li inghiottiva, il rumore del mare diventava un ronzio lontano. Aziz divenne più aggressivo; non camminava più accanto a lui, lo trascinava, dandogli piccoli strattoni secchi che facevano inciampare il ragazzo sugli aghi di pino secchi.
«Cammina, piccola puttanella,» sussurrava Aziz sul collo di Pierpaolo, il fiato caldo che puzzava di aglio. «Oggi tu fa quello che dico io. Ti piace che ti tratto male, eh? Ti piace sentire uomo vero?» Pierpaolo sentiva le ginocchia cedere. Era terrorizzato, la violenza di Aziz lo impauriva, ma quella brutalità era l'alibi perfetto, come sempre, come col falegname e i foggiani. Poteva dirsi che era obbligato, che non era colpa sua, che era la forza bruta a sottometterlo. Mi sta costringendo, pensava febbrilmente, mentre le mani di Aziz lo sbattevano contro il tronco rugoso di un pino, io non vorrei, è lui che è un animale.
Ma mentre Aziz sbottonava i pantaloni con un gesto furioso, esibendo la sua urgenza scura e pulsante tra le ombre verdi della pineta, Pierpaolo chiuse gli occhi, pronto a sprofondare di nuovo in quell'odore di maschio che era l'unica cosa che lo facesse sentire vivo.
Aziz spinse Pierpaolo contro la corteccia rugosa di un pino secolare, un urto che gli mozzò il respiro. L'odore della resina si mescolava a quello di Aziz, un afrore di ascelle, piedi e cazzo che saturava l'aria ferma.
«Ginocchia. Giù», ordinò Aziz. La voce non era più un sussurro, ma un comando gutturale.
Pierpaolo obbedì, sentendo gli aghi di pino secchi pungere la pelle nuda delle gambe. Aziz sbottonò i pantaloni di poliestere con un gesto rabbioso: il membro scattò fuori, scuro e venoso, una verga di carne tesa che pareva vibrare di un’energia autonoma. Era enorme, sproporzionato rispetto alla figura esile del ragazzo.
Pierpaolo avvicinò il viso con una devozione inaspettata. Aprì la bocca, cercando di accogliere quella massa pulsante, ma il primo impatto fu un urto contro la gola che lo fece sussultare. Tossì, indietreggiando col busto, mentre la bava gli colava sull'angolo della bocca. «Cazzo fai? Tu neanche questo sa fare?» Aziz gli afferrò i capelli biondi, tirandoli all'indietro con una violenza che gli fece salire le lacrime agli occhi. «Tu guarda me. Io uomo, tu deve essere troia. Tu solo buco. Se tu non prende tutto, io spacca tua faccia di signorino.» E lo spinse di nuovo avanti. Pierpaolo sentì il glande, largo e turgido, premere contro la sua gola chiusa. Il riflesso del vomito lo scosse, ma la mano di Aziz era una morsa d'acciaio che lo inchiodava lì, forzando l'intrusione.
«Prendi! Tutto!» ruggì Aziz, i muscoli delle cosce tesi come corde.
Pierpaolo spalancò la mascella fino a sentire il dolore alle articolazioni. Con uno sforzo disperato, rilassò i muscoli della gola, lasciando che quella carne calda e prepotente scivolasse dentro, centimetro dopo centimetro. Sentì la consistenza gommosa e ferrosa delle vene in rilievo contro la lingua, il calore animale che gli invadeva l'esofago. La punta di Aziz toccò il fondo della gola, un'invasione totale che gli tolse l'ossigeno.
Aziz emise un grugnito di soddisfazione ferina. Cominciò a muovere il bacino con colpi secchi, ritmici, un pistone di carne che entrava e usciva dalla bocca del ragazzo con una forza che gli faceva sbattere la testa contro il bacino dell'uomo. Ogni affondo era un sussulto di umiliazione e piacere proibito; Pierpaolo sentiva il sapore del pre-eiaculato, salato e dolciastro, mentre Aziz lo insultava a denti stretti, chiamandolo "finocchio" e "troia", quasi a voler esorcizzare il fatto che proprio quel corpo fragile gli stesse dando il piacere di cui aveva bisogno.
In quella morsa di muscoli e violenza, Pierpaolo si sentiva finalmente al suo posto: nudo, sottomesso e protetto dall'alibi della forza bruta, mentre il bosco intorno restava muto testimone del suo disonore. L’orgasmo di Aziz esplose con una ferocia che parve scuotere le fondamenta stesse della pineta. Fu un mitragliamento di fiotti caldi, densi e amari che colmarono la gola di Pierpaolo, costringendolo a sgranare gli occhi in un riflesso di soffocamento che era, allo stesso tempo, l’apice di un’estasi proibita.
Mentre subiva quell'invasione totale, la mente di Pierpaolo fuggì di nuovo tra i trucioli della falegnameria. Il sapore ferroso di Aziz era lo stesso del vecchio artigiano; la morsa delle dita tra i capelli era la stessa catena che lo teneva avvinto a un destino che suo padre chiamava disonore. In quel momento, sotto il peso di quell'uomo straniero e brutale, Pierpaolo provava una vergogna che gli bruciava le viscere, eppure quel sentirsi ridotto a cosa, a puro strumento di sfogo, era l’unico modo che conosceva per darsi il permesso di godere. È lui che lo vuole, è lui che mi costringe, si ripeteva come un mantra, mentre il seme gli colava lungo l'esofago, suggellando la sua condanna e il suo piacere.
Poi, l’uragano si placò. Aziz emise un ultimo grugnito rauco e si staccò, restando un attimo immobile, con il fiato corto e le spalle curve. La tensione muscolare che lo rendeva una fiera si sciolse d’un colpo. Con una calma quasi solenne, si tirò su i pantaloni di poliestere, sistemando la cintura con gesti lenti, metodici. Il volto, prima contratto in una smorfia di odio e brama, si fece liscio, quasi assente.
Guardò Pierpaolo, ancora inginocchiato tra gli aghi di pino con lo sguardo perso e il mento sporco del suo sperma. Non c’era più schifo nei suoi occhi, solo la stanchezza di chi ha placato una fame vecchia di mesi.
Aziz infilò la mano nella tasca della camicia e ne tirò fuori un pacchetto di Nazionali sgualcito. Ne sfilò una, la accese con un fiammifero che grattò con decisione, poi, dopo la prima boccata, ne tese un’altra al ragazzo.
«Tieni, biondo,» disse con voce bassa, quasi gentile nella sua ruvidità. «Fuma. Fa bene a nervi.»
Pierpaolo accettò la sigaretta con dita tremanti. Aziz fece scattare di nuovo il fiammifero e gli offrì il fuoco, riparandolo con la mano callosa. Restarono lì, nel silenzio della pineta rotto solo dal fruscio del vento tra i rami, a fumare fianco a fianco. Due ombre diverse, unite da un atto che il mondo fuori, non avrebbe mai potuto capire. Il fumo azzurrognolo saliva verso le chiome dei pini, mescolandosi all'odore della resina e del sesso. Per un breve istante, tra un tiro e l'altro, il peso del disonore parve farsi più leggero, svanendo insieme alla cenere che cadeva silenziosa sulla terra arsa.
Si sedettero contro il tronco rugoso di un pino, le spalle vicine ma i corpi che evitavano di toccarsi, come se il contatto ora non avesse più la giustificazione della spinta animale. Aziz aspirò a fondo dalla Nazionale, il fumo denso gli usciva dalle narici come da un toro stanco. Pierpaolo teneva la sigaretta tra le dita sottili, guardando la brace consumarsi.
«Tu...» Aziz ruppe il silenzio, la voce roca ma più ferma. «Tu sempre fa così con uomini?» Pierpaolo sentì il rossore salirgli al collo. «Non sempre. Solo... quando capita. Con chi mi piace…» Aziz fece un grugnito che somigliava a una risata amara. «Tu prendi bene. Come uno che ha fame. Io sentito che tremavi tutta la schiena quando entravo. Ti tremava gola, no?»
Cercava una conferma, Aziz. Sotto la scorza di disprezzo per il "finocchio", c’era il bisogno prepotente di sentirsi il padrone, l’uomo che sottomette. «Io ho cazzo grosso, vero? Io troppo grosso per te?» continuò, con una punta di orgoglio malcelato nella voce stentata. «Mio paese, donne dicono che io sono toro. Tu sentito... quanta sburrata? Tu mai visto uno così, eh?»
Pierpaolo abbassò lo sguardo sugli aghi di pino, sentendo ancora il sapore delo sperma in bocca. «Sei stato... violento. Non riuscivo a respirare.»
Aziz si raddrizzò, gonfiando appena il torace sotto la camicia sudata. Il complimento indiretto alla sua virilità brutale lo rassicurava sulla propria identità. «Perché io uomo vero. Io non gioco. Io quando svuoto, svuoto tutto.» Poi, con un guizzo di crudeltà che gli tornò negli occhi, diede una pacca secca sulla spalla del ragazzo. «Però tu... tu sei proprio una gran troia, Pierpaolo. Lo sai, no? Tuo padre ha ragione. Tu cerchi il cazzo come cane cerca osso. Ti piaceva farti strozzare, ammettilo.»
Pierpaolo non si ritrasse. Anzi, quell'insulto sputato con tanta naturalezza lo eccitava e lo confortava allo stesso tempo. Era il marchio che cercava. «Mi hai fatto male,» sussurrò, quasi come un ringraziamento.
Aziz buttò la cicca a terra e la schiacciò con la punta dello stivale, ma non accennò ad alzarsi. Il silenzio della pineta, invece di sciogliersi, si ricaricò improvvisamente di una tensione elettrica, più scura di quella di prima. L'uomo si voltò verso Pierpaolo, fissandolo con occhi piccoli, resi torbidi da un desiderio che il primo sfogo non aveva spento, ma solo eccitato.
«Basta fumo», disse Aziz, e la sua voce era tornata ringhiosa. «Bocca è per antipasto. Adesso io vuole tutto. Io vuole vedere se tu sei cagna vera anche nel culo.»
Pierpaolo sentì un brivido gelido risalirgli la schiena. Si scostò di qualche centimetro, le mani che raspavano nervose sugli aghi di pino. «No, Aziz... adesso no. È troppo. Mio padre mi aspetta, e poi... è presto, ci siamo appena...»
«Zitto!» lo troncò l'uomo, afferrandolo per la nuca con una forza che gli fece sbattere i denti. «Tu non dice quando è ora. Io dice. Tu prima ha mangiato come uno che non vede carne da anni. Ora io vuole sentire quanto stretto sei.»
Aziz si mise in ginocchio sopra di lui, sovrastandolo con tutta la massa del suo torace. Il puzzo di sudore si fece soffocante. Con una mano callosa e sbrigativa, iniziò a armeggiare con i bermuda di Pierpaolo, tirando il tessuto con una foga che rischiava di strapparlo.
«Ti prego, Aziz, qui no... fa male...» mormorò Pierpaolo, cercando debolmente di fermargli i polsi, ma quel tentativo di resistenza non faceva che infuriare l'altro, alimentando la sua necessità di prevaricare.
«Tu sta fermo, cagna bionda!» ruggì Aziz, colpendolo con un manrovescio secco sulla guancia che lasciò il ragazzo stordito. «Tu piace fare la difficile? Io so che tu vuole. Tu vuole sentire cazzo nel culo dai. Tuo padre non sa che figlio ha... una troia che aspetta solo di essere montata in mezzo a alberi.»
Con un gesto brutale, Aziz lo voltò, premendogli la faccia contro la terra e la resina. Pierpaolo sentì il peso massiccio dell'uomo schiacciargli i polmoni e il fresco improvviso dell'aria sulle natiche scoperte. Il terrore era totale, ma sotto la pelle, il battito del suo cuore accelerava in una sinfonia di vergogna e sottomissione. Mentre Aziz sbottonava di nuovo i pantaloni, preparandosi a un'invasione ben più profonda e violenta della prima, Pierpaolo affondò le dita nel terreno, preparandosi a ricevere quel dolore.
Aziz afferrò Pierpaolo per i fianchi, tirandolo verso di sé con uno strappo secco che fece strusciare le ginocchia del ragazzo sulla terra arsa. Non c’era traccia di delicatezza: Aziz si sputò nel palmo della mano, una densa scia di saliva che spalmò grossolanamente sulla propria carne scura e tesa, prima di premere la punta contro l'apertura di Pierpaolo.
Con una spinta brutale, senza attendere che i muscoli del ragazzo si abituassero, Aziz affondò. Pierpaolo sgranò gli occhi, soffocando un grido contro la corteccia del pino, preparandosi a uno strazio che invece arrivò meno violento del previsto. Nonostante la grandezza del cazzo, il corpo di Pierpaolo parve cedere quasi subito, accogliendolo con una facilità che spiazzò Aziz. Aziz si bloccò per un istante, sorpreso. Un ghigno malevolo gli deformò il viso sudato. «Ma guarda...» sibilò Aziz all'orecchio di Pierpaolo, riprendendo a spingere con colpi ritmici e pesanti che facevano sussultare l'intero busto del ragazzo. «Io pensava di dover spaccare legna fresca, e invece... tu sei già un fosso aperto, biondo. Entra come nel burro.»
Ogni affondo era accompagnato da uno schiaffo umido di carne contro carne. Aziz aumentò la velocità, godendo della propria potenza, ma non smise di insultarlo. «Quanti cazzi sono passati qui dentro, eh? Dieci? Cento? Tuo padre lo sa che sei una troia per tutti i camionisti della costa? Sei una troia sfondata, Pierpaolo. Neanche mi senti, tanto sei larga.»
Pierpaolo sentiva il cuore battere ovunque: nelle tempie, nella gola, nelle viscere violate. Le parole di Aziz erano pietre che lo colpivano dritto nell'orgoglio, facendolo sentire piccolo, sporco, una nullità davanti a quel maschio primordiale. Provava una fitta di dispiacere, quasi di vergogna per quella facilità che lo smascherava davanti allo straniero, ma allo stesso tempo quel sentirsi dare della "cagna sfondata" gli procurava un piacere vertiginoso. Era la conferma della sua natura, il marchio finale che Aziz gli imprimeva con ogni colpo.
«Sì... sono così...» avrebbe voluto gridare, ma riusciva solo a emettere gemiti strozzati mentre la polvere della pineta gli entrava nei polmoni. Aziz lo scuoteva come una bambola di pezza, le mani che affondavano nelle natiche chiare lasciando lividi scuri. «Tu sei fatta per questo, cagna. Per stare sotto e farti riempire da uomini veri che ti schifano.»
Pierpaolo si abbandonò totalmente alla spinta di Aziz, accettando che il suo corpo fosse solo un campo di battaglia per la lussuria e il disprezzo di quell’uomo.
Mentre Aziz lo squassava con colpi sordi e ferini, il dolore acuto della penetrazione si mescolava a una memoria viscida, un riflesso condizionato che risaliva a pochi mesi prima. Sbattuto contro la terra della pineta, Pierpaolo rivide il grigio cemento di una caserma, l’odore di rancio che infestava le camerate durante la naja.
Si rivide lì, recluta tremante nel buio, trasformato nello "schiavetto" personale di un gruppo di delinquenti foggiani. Erano ragazzi massicci, dalle mani callose e dai modi sbrigativi, che ogni sera lo trascinavano nei magazzini o dietro le docce. Ricordò i loro corpi che si davano il cambio su di lui, il dialetto stretto che gli soffiavano sul collo mentre lo usavano a turno, trasformando il suo corpo in un bene comune, in uno sfogo necessario. Era stata quella pratica brutale a forgiarlo, a rendere la sua carne cedevole e elastica, abituata ad aprirsi senza resistenza davanti alla forza.
Un colpo più profondo di Aziz lo riportò al presente.
«Ma guarda questa cagna...» sogghignò Aziz, sentendo come il ragazzo accoglieva ogni centimetro della sua mole senza quasi contrarsi. «Tu sei una strada già asfaltata, biondo. Chi ti ha ridotto così? Chi ti ha sfondato prima di me?»
Pierpaolo non rispose, ma il ricordo di quei soldati foggiani gli rimandò un calore torbido nelle vene. Il dispiacere di essere scoperto così "facile" veniva soffocato dal piacere di essere nuovamente proprietà di qualcuno, un oggetto da usare e insultare.
«Sì...» ansimò Pierpaolo, affondando le dita negli aghi di pino fino a farsi uscire il sangue dalle unghie. «Sono una troia... facci quello che vuoi...»
Aziz emise un verso di trionfo, un grugnito che sapeva di possesso assoluto. Sentendo la propria virilità scivolare in quel vuoto così accogliente e pronto, l'uomo accelerò il ritmo, i muscoli della schiena imperlati di sudore che brillava tra le ombre della pineta. Era quasi alla fine, un predatore che stava per marcare definitivamente la sua preda preferita.
L'orgasmo di Aziz arrivò come un terremoto, un'esplosione di violenza trattenuta che gli scosse l'intera colonna vertebrale. Con un urlo gutturale che si confuse con il fruscio della pineta, l'uomo sferrò gli ultimi colpi, rapidi e pesanti, affondando fino alla radice in quel corpo che lo accoglieva con una docilità oscena. Pierpaolo sentì il calore denso e pulsante inondarlo internamente, una scarica elettrica che gli fece inarcare la schiena e spalancare la bocca in un gemito muto. Era un piacere che sapeva di sconfitta, di polvere e di quell’anno di naja passato a farsi usare, ma in quel giorno di segreti, era l'unica cosa che lo faceva sentire reale.
Aziz rimase immobile per qualche secondo, ansimando pesantemente contro la nuca del ragazzo, il sudore che gocciolava dalle sue tempie sulla pelle lattea di Pierpaolo. Poi, con un grugnito di sazietà, sfilò il cazzo lentamente.
Pierpaolo, ancora scosso dai tremiti dell'eccitazione e con le membra pesanti, non aspettò che l'altro dicesse nulla. Con un movimento istintivo, da animale addestrato, si voltò carponi tra gli aghi di pino. I suoi occhi incontrarono la virilità di Aziz, ancora turgida e lucida, sporca del mix di saliva, sperma e resti del suo ano. Senza esitazione, il ragazzo si sporse in avanti e circondò con le labbra quella carne scura, iniziando a pulirla con una dedizione meticolosa, quasi religiosa. Aziz scoppiò in una risata sguaiata, una risata di pancia che risuonò volgare tra i tronchi dei pini.
«Ma guarda questa cagna!» esclamò, dandogli un buffetto umiliante sulla guancia mentre Pierpaolo continuava il suo compito. «Non c'è bisogno nemmeno di chiedere, eh? Tu sai già come si pulisce il padrone. Sei proprio un vizioso schifoso, Pierpaolo. Tuo padre ti ammazzerebbe se ti vedesse adesso, inginocchiato a lucidare il cazzo a uno straniero come se fosse un gelato.»
Pierpaolo non si fermò. Il disprezzo nelle parole di Aziz, quella risata che lo riduceva a uno straccio, era il combustibile del suo piacere. Godeva nel sentirsi chiamare così, godeva nel sentire il sapore forte di quell'uomo che lo aveva appena posseduto con la grazia di un animale.
Aziz continuava a ridere, scuotendo la testa. «Sei incredibile. Una troia così non l'ho vista neanche nei bordelli a casa mia. Puliscilo bene, biondo, che domani deve essere pronto per un altro giro.»
In quel pomeriggio di sole malato, tra l'odore di resina e quello di un atto consumato nell'ombra, Pierpaolo accettò il suo ruolo con una pace torbida, mentre il fumo di una nuova sigaretta iniziava già a danzare nell'aria ferma della pineta.
Pierpaolo si rialzò a fatica, le ginocchia sporche di terra e aghi di pino che pungevano come spilli. Si rivestì con una lentezza cerimoniale, sentendo il bruciore della pelle e la pesantezza del seme di Aziz dentro di sé, un segreto caldo che lo faceva camminare con cautela.
Aziz, seduto contro il tronco, aveva già acceso un'altra Nazionale. Lo guardava sistemarsi i bermuda con uno sguardo che oscillava tra la soddisfazione fisica e un disprezzo quasi rituale, necessario per ripulirsi la coscienza.
«Ascolta bene, biondo,» disse Aziz, la voce impastata dal fumo e dall'italiano faticoso. «Io fatto questo solo perché palle piene. Troppo tempo senza donna, capito? Tu per me... tu schifo. Io non piace uomini, io piace carne di femmina. Tu servito solo per svuotare.»
Espulse una nuvola di fumo grigio, socchiudendo gli occhi neri. «Tu non dice niente a nessuno. Se tu parla, io spacca tua faccia di signorino. Anche io stare zitto, sarò come tomba... ma a un patto.»
Fece una pausa, godendosi il potere che aveva su quel ragazzo colto e fragile. «Ogni mattina, finché tu non parte con tuo padre, tu viene qui. Stessa ora. Tu viene e tu soddisfa me come hai fatto oggi. Tu fa la cagna, io svuota, e tutto finisce bene. Capito?»
Pierpaolo lo fissava, e in quel momento, nonostante gli insulti, nonostante il "nonno foggiano" che Aziz evocava con la sua forza, sentì una morsa al cuore che non era solo paura. Era un’attrazione torbida, un sentimento che somigliava pericolosamente a un innamoramento malato. Avrebbe voluto dirgli che lo avrebbe fatto anche senza minacce, che quel corpo scuro e quell'odore di sudore erano diventati la sua unica droga. Se Aziz glielo avesse chiesto con dolcezza, lo avrebbe seguito ovunque, ma sapeva che in quel tempo la dolcezza non era prevista per quelli come lui.
«Va bene,» rispose Pierpaolo, sforzandosi di dare alla voce un tono rassegnato, quasi infastidito, per non tradire l'eccitazione che lo divorava. «Verrò. Ma solo perché non voglio che tu parli con mio padre. Mi tocca farlo per stare tranquillo.»
Aziz ridacchiò, una risata secca che sapeva di chi ha capito tutto ma non vuole ammetterlo. «Sì, sì... ti tocca. Povero biondo.»
Pierpaolo si voltò e si incamminò verso la luce violenta della spiaggia, sentendo lo sguardo di Aziz piantato sulle sue chiappe morbide. Sapeva che l'indomani sarebbe tornato con la stessa fame, pronto a farsi insultare e possedere ancora, prigioniero di un desiderio che puzzava di resina e vergogna.
Il mattino seguente, la pineta era un forno di luce filtrata e silenzio interrotto solo dal frinire ossessivo delle cicale. Pierpaolo era tornato puntuale, il cuore che gli martellava contro le costole, spinto da una brama che ormai non riusciva più a mascherare nemmeno a se stesso. Ma all'appuntamento Aziz non era solo.
Accanto a lui c’era un altro uomo, più basso e tarchiato, con le braccia segnate da vecchie cicatrici e lo sguardo di chi ha visto troppo asfalto. Senza dire una parola, avevano steso un tappeto a trama fitta, dai colori spenti dalla polvere, proprio al centro di una radura nascosta dai rovi.
«Lui mio amico, Omar,» disse Aziz con un ghigno che non prometteva nulla di buono. «Lui anche ha palle piene. Tu detto che fa per me... ora fa per due. Una troia italiana serve a tutti, no?»
Prima che Pierpaolo potesse articolare una protesta che non sentiva davvero, Omar lo afferrò per le spalle, scaraventandolo faccia a terra sul tappeto ruvido. L’odore di polvere gli riempì le narici mentre Aziz si piazzava dietro di lui e l’altro gli bloccava la testa, mettendogli il cazzo in bocca.
Cominciò un assedio brutale, coordinato, una danza di carne scura e insulti urlati in un misto di arabo e italiano stentato. «Guarda questa cagna bionda!» gridava Omar, colpendogli le natiche con schiaffi sonori che rimbombavano nel bosco. «Ti piace, eh? Ti piace sentire due uomini veri che ti usano come un buco nel deserto?»
Aziz rideva, una risata gutturale e volgare, mentre lo possedeva con colpi ferini, alternandosi con l'amico in un carosello di sottomissione che riduceva Pierpaolo a un oggetto inerme. Lo chiamavano "troia", "sfondato", "vergogna dei cristiani", e ogni insulto era una sferzata che alimentava l'estasi torbida del ragazzo, convinto che quel segreto sarebbe rimasto sepolto sotto gli aghi di pino.
Ma all’improvviso, il suono di un ramo spezzato squarciò il ritmo degli affondi.
Dalla macchia fitta di rovi, spuntò una figura che pareva un’apparizione spettrale. Il padre di Pierpaolo era lì, immobile, il volto terreo e le vene del collo gonfie come corde. Aveva seguito le tracce, o forse il suo istinto di genitore tradito lo aveva guidato dritto al centro del suo incubo peggiore.
I due uomini si bloccarono, Aziz ancora con le mani piantate sui fianchi di Pierpaolo, Omar con la bocca aperta a metà di un’oscenità. Il silenzio che seguì fu più violento delle grida di prima.
Il padre non urlò. Rimase a fissare il corpo nudo e sporco di suo figlio, disteso su quel tappeto straniero, con la pelle lucida di sudore e i segni inequivocabili del disonore ancora freschi. I suoi occhi, piccoli e iniettati di sangue, passarono dai due marocchini a Pierpaolo, che cercava disperatamente di coprirsi, tremando come una foglia.
«Così...» sussurrò l'uomo con una voce che sembrava venire dall'oltretomba. «Così onori il mio nome? In ginocchio davanti a questi... in mezzo alla sporcizia come una bestia?»
Il silenzio della pineta fu squarciato dal respiro affannoso del padre. L’uomo fece un passo avanti, le mani strette a pugno fino a far sbiancare le nocche. La vista di quel tappeto, di quegli stranieri e della carne umiliata di suo figlio gli accese un fuoco nel sangue.
«Vi faccio marcire in galera!» urlò, la voce rotta dalla bile. «Carabinieri... vi denuncio tutti! Animali, avete approfittato di un ragazzino... vi sbatto dentro e butto la chiave!»
Aziz non si scompose. Si scostò da Pierpaolo con una lentezza studiata, tirandosi su i pantaloni con un gesto d’una calma insultante. Si scambiò un’occhiata rapida con Omar, poi accennò un sorriso sbilenco, un ghigno che sprizzava veleno.
«Denuncia? E che dice a carabinieri, signore?» esordì Aziz in un italiano più fluido, quasi tagliente. «Dice che tuo figlio ci ha inseguito per due giorni? Che ci ha pregato?»
Omar scoppiò in una risata roca, sputando a terra. «Lui ci ha dato soldi, signore. Diecimila lire ieri, cinquemila oggi. Dice che gli piace così, che vuole uomini veri perché a casa sua sono tutti mezzi maschi. Lui ci ha convinto, noi solo fatto favore a troia bionda.»
Pierpaolo, rannicchiato sul tappeto, sentì quelle parole come lame gelide. Guardò Aziz con occhi sgranati, implorando un briciolo di quella verità che avevano condiviso nel fumo delle sigarette. Ma Aziz non lo guardava nemmeno; lo usava come scudo, calunniandolo con una freddezza che faceva più male della penetrazione di prima. La delusione gli mozzò il fiato: Aziz, l’uomo per cui avrebbe fatto tutto, lo stava vendendo per salvarsi la pelle, trasformando il suo desiderio in una transazione sporca e mercenaria.
Il padre si voltò verso Pierpaolo. Il volto era diventato una maschera di cuoio bruciato. «È vero? Li hai pagati? Hai usato i miei soldi per farti schifare da questi randagi?»
«No, papà... non è vero... loro mentono...» balbettò Pierpaolo, ma la sua voce era un sussurro senza forza, la voce di chi è già stato condannato.
L'uomo non attese altra risposta. Con un ruggito di vergogna repressa da anni, si scagliò sul figlio. Lo afferrò per i capelli, sollevandolo di peso dal tappeto sporco, e gli sferrò un manrovescio così violento da farlo ruzzolare tra gli aghi di pino.
«Vergogna della mia razza!» gridò, colpendolo di nuovo con un calcio al fianco mentre Pierpaolo cercava di coprirsi il volto. «Il falegname non ti è bastato? Dovevi venire qui a farti sputare addosso da questi? Mi hai ucciso, Pierpaolo! Mi hai trascinato nel fango davanti a tutti!»
Aziz e Omar, approfittando della furia dell'uomo, arrotolarono il tappeto in fretta e furia e sparirono tra i tronchi, lasciando dietro di sé solo l'odore acre del loro passaggio e le risate che svanivano in lontananza.
Il padre continuò a infierire, non tanto sul corpo del figlio, quanto sul fantasma del proprio onore perduto in quel 1978 spietato. «Alzati!» sibilò, afferrandolo per un braccio e trascinandolo verso la macchina. «Alzati e pulisciti. Torniamo a casa. E prega Dio che non mi venga la voglia di ammazzarti prima di arrivare, perché un figlio così è meglio averlo sotto terra che vederlo strisciare dietro a un tappeto.»
Pierpaolo camminava inciampando, il sapore del sangue in bocca e quello del seme ancora dentro, sentendo per la prima volta che il vuoto lasciato dal tradimento di Aziz era molto più profondo di quello che il padre stava cercando di colmare a suon di botte.
Il padre lo afferrò per la nuca, le dita che affondavano nei capelli sporchi di terra, e lo trascinò via dalla radura. Non andarono verso la macchina. L’uomo lo spinse verso il sentiero più buio, quello che si addentrava nel cuore della pineta, dove le fronde erano così fitte da soffocare la luce del crepuscolo.
«Ti piaceva, vero?» sibilò l’uomo, la voce ridotta a un rantolo di fango e bile. «Ti piaceva farti usare da quelli?»
Pierpaolo inciampò su una radice, cadendo sulle ginocchia. Il padre non aspettò che si rialzasse; lo sovrastò, un’ombra massiccia che oscurava il cielo. Con un gesto secco si sfilò la cinghia dei pantaloni, ma non per colpire. La sua furia stava mutando in qualcosa di più viscido e oscuro.
«Se vuoi essere una bestia, io ti tratterò da bestia. Ma sarai la mia di bestia. Non di quegli schifosi.»
Lo voltò con un calcio alla spalla, costringendolo a faccia in giù sul letto di aghi di pino pungenti. Pierpaolo sentì il peso del padre schiacciargli i polmoni, le mani callose del falegname che gli laceravano quel poco di dignità rimasta. Non c’era più il fumo dolce delle sigarette di Aziz, non c’era la curiosità sporca ma vitale di prima. C’era solo l'odore di tabacco economico e sudore rancido di suo padre.
L’uomo si avventò su di lui con un vigore d’odio, un possesso che voleva essere una purificazione violenta. Ogni spinta era un insulto, un tentativo di "cancellare" con il proprio seme quello degli stranieri, di reclamare quel corpo come una proprietà privata violata.
Pierpaolo soffocava i gemiti contro la terra, sentendo il sapore resinoso dei pinoli e della polvere. In quell'orrore, capì che il padre non lo stava punendo per il peccato, ma stava cercando di riprendersi con la forza il territorio che credeva suo. Il silenzio della pineta, interrotto solo dal respiro bestiale dell'uomo, divenne la tomba della sua giovinezza.
Il silenzio della pineta tornò a farsi denso, rotto solo dal suono ritmico e brutale della carne che batteva contro la carne. Il padre non parlava più; ogni suo affondo era una sentenza, un modo per marcare il territorio e cancellare l'odore degli altri. Poi, con un grugnito che pareva il ruggito di una bestia ferita, l'uomo raggiunse l'apice: un orgasmo violento, una scarica elettrica che lo scosse interamente mentre si svuotava dentro il figlio con una forza che pareva volerlo spezzare.
In quel preciso istante, contro ogni logica, contro ogni morale, il corpo di Pierpaolo tradì la sua mente.
Una scossa lancinante gli attraversò la spina dorsale, un piacere esplosivo e oscuro che non aveva nulla a che fare con la dolcezza sognata con Aziz. Era un godimento sporco, primordiale, scaturito dal dolore e dalla sottomissione totale a colui che lo aveva generato. Pierpaolo inarcò la schiena, soffocando un grido contro gli aghi di pino, mentre il seme caldo di suo padre diventava il sigillo di una condanna eterna.
Non appena l'uomo si scostò, ansimando pesantemente e rivestendosi in fretta con gesti carichi di disgusto per se stesso, il piacere svanì, lasciando il posto a una colpa devastante. Non era la colpa per gli stranieri, né quella per il peccato agli occhi di Dio; era un veleno nuovo, che gli bruciava nelle vene. Si sentiva complice di quell'orrore. Il fatto di aver provato piacere sotto le mani di suo padre lo faceva sentire più sporco di qualunque tappeto polveroso in mezzo ai rovi.
Si rannicchiò su un fianco, nudo e tremante, sentendo il liquido viscido colargli lungo le cosce. Ogni centimetro della sua pelle gli sembrava ora infetto.
«Alzati,» sibilò il padre senza guardarlo, la voce tornata gelida. «Pulisciti con le foglie e cammina. Se una parola di quello che è successo oggi esce da quella bocca, ti ammazzo con le mie mani e ti seppellisco qui sotto.»
Pierpaolo si alzò, le gambe che cedevano, cercando di ignorare la sensazione di quel piacere proibito che ancora gli pulsava dentro come una ferita aperta.
Pierpaolo si sollevò a fatica, ripulendosi alla meglio con le mani tremanti. Il dolore fisico era nulla in confronto alla vertigine che sentiva dentro: quel piacere improvviso, esploso nel momento più buio, lo faceva sentire un mostro, un complice della propria rovina. Ma proprio quel senso di sporcizia gli diede una forza disperata, una lucidità tagliente.
Si voltò verso l'uomo che si stava riallacciando la cintura, l’ombra di colui che lo aveva cresciuto tra pialle e bugie.
«Tanto lo so,» sputò Pierpaolo, la voce incrinata ma ferma. «Lo so che non sono tuo. Mia madre me l’ha detto in un sussurro, una notte che avevi bevuto troppo. Non hai il mio sangue nelle vene, per questo mi guardi come se fossi un errore da piallare via.»
L’uomo si bloccò. Il suo volto, già scuro, si contrasse in una smorfia di odio puro. Non negò. Non ci fu spazio per il rimorso, solo per una crudeltà che trovava finalmente la sua giustificazione definitiva.
«Ah, lo sai?» sibilò l’uomo, avvicinandosi a Pierpaolo fino a fargli sentire l’odore del suo fiato pesante. «Meglio così. Allora smettiamo di giocare a fare il padre e il figlio. Se non sei del mio sangue, allora sei solo carne. Carne che non serve a niente in bottega, visto che hai le mani da signorina.»
Gli afferrò il mento, stringendo fino a fargli male alle ossa.
«Visto che ti piace tanto stare in ginocchio tra i rovi, ti accontento io. Nella pianura, giù alla baraccopoli, i ragazzi che raccolgono i pomodori hanno fame. Vivono nelle baracche, dormono sulla terra e non vedono una pelle bianca come la tua da mesi. Ti userò per tenerli calmi, per fargli sputare la fatica. Sarai la loro prostituta, Pierpaolo. Ti scambierò per il loro lavoro, per la loro obbedienza. Almeno così servirai a qualcosa, pezzo di fango.»
Il silenzio della pineta sembrò farsi ancora più opprimente. Pierpaolo guardò quegli occhi piccoli e feroci, realizzando che il suo destino era appena passato dalle mani di un padre violento a quelle di un padrone senza scrupoli.
qulottone@gmail.com
0
voti
voti
valutazione
0
0
Continua a leggere racconti dello stesso autore
racconto precedente
Frociaggine vintage. Scopato dai muratori di periferia
Commenti dei lettori al racconto erotico