Suo fratello è un toro 2
di
Forbidden Thoughts
genere
tradimenti
La festa per i venticinque anni di suo cugino si teneva in una villa poco fuori città.
Una di quelle case grandi, con il giardino illuminato da fili di luci appesi tra gli alberi, musica che arrivava dalla veranda e tavoli pieni di bottiglie e bicchieri ovunque.
Quando arrivammo il sole stava ancora calando.
Il cielo era di quel blu che dura solo mezz’ora, quando la sera non è ancora davvero iniziata.
Avevo passato più tempo del necessario davanti allo specchio prima di uscire.
Non perché volessi davvero impressionare qualcuno — o almeno è quello che continuavo a dirmi — ma perché sapevo che quella sarebbe stata una di quelle serate piene di gente, sguardi e fotografie improvvisate.
Indossavo un vestito nero leggero, semplice ma tagliato nel modo giusto. Mi arrivava appena sopra il ginocchio e seguiva la linea del corpo senza essere troppo stretto. Le spalline sottili lasciavano le spalle scoperte.
I capelli biondi e ricci erano sciolti, leggermente spettinati nel modo studiato che richiede più tempo di quanto si voglia ammettere.
Gli occhiali — quelli che il fratello una volta aveva definito “da segretaria severa” — mi scivolavano ogni tanto sul naso.
E ai piedi avevo dei sandali con un piccolo tacco che mi facevano sembrare qualche centimetro più alta e, soprattutto, mi obbligavano a camminare più lentamente.
Il mio fidanzato salutò subito tre persone diverse che conosceva dall’università e sparì quasi immediatamente in una conversazione su qualcosa che aveva a che fare con un professore, una pubblicazione e non so più cos’altro.
Io annuii, sorrisi, ascoltai per un po’.
Poi presi un bicchiere e mi allontanai verso il giardino.
L’aria era tiepida, piena di voci e risate.
Ed è allora che lo vidi.
Era dall’altra parte del prato.
Camicia chiara con le maniche arrotolate, una birra in mano, circondato da due ragazze che ridevano a qualsiasi cosa dicesse.
Tipico.
Non stava facendo nulla di speciale, eppure sembrava il centro naturale di quella piccola scena.
Quando alzò lo sguardo mi trovò subito.
Come se sapesse esattamente dove cercare.
Rimase fermo un secondo.
Poi fece quel mezzo sorriso che ormai conoscevo bene.
Quello che non era mai davvero innocente.
Io alzai il bicchiere verso di lui, in un gesto quasi ironico.
Lui rispose allo stesso modo.
Poi tornò a parlare con le ragazze.
Ma ogni tanto i suoi occhi tornavano verso di me.
E io lo sapevo.
~~~
Più tardi la festa si spostò tutta nel giardino.
La musica era più alta, la gente parlava più forte, qualcuno aveva acceso delle torce vicino alla piscina.
Io ero seduta sul bordo di una panchina con due persone che avevo appena conosciuto quando sentii una voce dietro di me.
«Lo sai che non è carino.»
Mi voltai.
Era lui. I due si allontanarono.
«Cosa?» chiesi.
Indicò con il mento verso la veranda dove il mio fidanzato stava ancora parlando animatamente con un gruppo di persone.
«Lasciarlo lì a discutere di filosofia mentre tu vieni qui a distrarti.»
Sorrisi.
«Non sembra molto in difficoltà.»
Lui si sedette accanto a me.
Non troppo vicino.
Ma abbastanza.
Sentii il suo sguardo scorrere rapidamente su di me, come se stesse registrando qualcosa.
«Comunque» disse dopo un momento «stasera sei particolarmente pericolosa.»
Lo guardai.
«Perché?»
Fece un piccolo gesto verso di me.
«Così.»
Il modo in cui lo disse mi fece ridere.
«Così come?»
«Come se sapessi esattamente quello che stai facendo.»
Io inclinai la testa.
«E cosa starei facendo?»
Lui bevve un sorso da una bottiglia.
Poi mi guardò.
Direttamente.
«Stai guardando nella mia direzione da quando siamo arrivati.»
Il mio sorriso rimase fermo.
«Ti sbagli.»
«No. Ti guardo anch’io.»
Lo disse con una tranquillità irritante.
Sentii qualcosa muoversi nello stomaco.
Non paura.
Qualcosa di più sottile.
«E allora?» dissi.
Lui si appoggiò con i gomiti sulle ginocchia.
Per un attimo sembrò davvero pensieroso.
Poi disse piano: «Allora niente.»
Fece una pausa.
«Solo che è interessante.»
«Cosa?»
Girò la testa verso di me.
«Che lo fai anche quando lui è a cinque metri.»
Seguì il suo sguardo.
Il mio fidanzato era davvero a pochi metri da noi, ancora immerso nella conversazione.
«Stai esagerando» dissi.
Lui scosse appena la testa.
«No.»
Poi si alzò.
«Sto solo iniziando a capire come funziona.»
Fece due passi verso il prato.
Poi si fermò e si voltò di nuovo verso di me.
Il sorriso che aveva adesso era diverso.
Più sicuro.
«Il problema» disse «è che giochi in modo molto evidente.»
Si infilò una mano in tasca.
«E prima o poi qualcuno potrebbe accorgersene.»
Il mio cuore fece un colpo.
«Chi?»
Lui indicò vagamente la casa.
«Lui.»
Poi fece una pausa.
«O io.»
Rimase un secondo a guardarmi.
Poi tornò verso il gruppo vicino alla piscina, lasciandomi lì sulla panchina.
Io restai ferma.
Con la musica che riempiva il giardino e le voci intorno che continuavano a parlare e ridere.
E con quella frase che mi rimbalzava ancora nella testa.
Perché improvvisamente avevo la sensazione che quella sera il gioco stesse cambiando.
E che lui avesse appena deciso di alzare la posta.
Una di quelle case grandi, con il giardino illuminato da fili di luci appesi tra gli alberi, musica che arrivava dalla veranda e tavoli pieni di bottiglie e bicchieri ovunque.
Quando arrivammo il sole stava ancora calando.
Il cielo era di quel blu che dura solo mezz’ora, quando la sera non è ancora davvero iniziata.
Avevo passato più tempo del necessario davanti allo specchio prima di uscire.
Non perché volessi davvero impressionare qualcuno — o almeno è quello che continuavo a dirmi — ma perché sapevo che quella sarebbe stata una di quelle serate piene di gente, sguardi e fotografie improvvisate.
Indossavo un vestito nero leggero, semplice ma tagliato nel modo giusto. Mi arrivava appena sopra il ginocchio e seguiva la linea del corpo senza essere troppo stretto. Le spalline sottili lasciavano le spalle scoperte.
I capelli biondi e ricci erano sciolti, leggermente spettinati nel modo studiato che richiede più tempo di quanto si voglia ammettere.
Gli occhiali — quelli che il fratello una volta aveva definito “da segretaria severa” — mi scivolavano ogni tanto sul naso.
E ai piedi avevo dei sandali con un piccolo tacco che mi facevano sembrare qualche centimetro più alta e, soprattutto, mi obbligavano a camminare più lentamente.
Il mio fidanzato salutò subito tre persone diverse che conosceva dall’università e sparì quasi immediatamente in una conversazione su qualcosa che aveva a che fare con un professore, una pubblicazione e non so più cos’altro.
Io annuii, sorrisi, ascoltai per un po’.
Poi presi un bicchiere e mi allontanai verso il giardino.
L’aria era tiepida, piena di voci e risate.
Ed è allora che lo vidi.
Era dall’altra parte del prato.
Camicia chiara con le maniche arrotolate, una birra in mano, circondato da due ragazze che ridevano a qualsiasi cosa dicesse.
Tipico.
Non stava facendo nulla di speciale, eppure sembrava il centro naturale di quella piccola scena.
Quando alzò lo sguardo mi trovò subito.
Come se sapesse esattamente dove cercare.
Rimase fermo un secondo.
Poi fece quel mezzo sorriso che ormai conoscevo bene.
Quello che non era mai davvero innocente.
Io alzai il bicchiere verso di lui, in un gesto quasi ironico.
Lui rispose allo stesso modo.
Poi tornò a parlare con le ragazze.
Ma ogni tanto i suoi occhi tornavano verso di me.
E io lo sapevo.
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Più tardi la festa si spostò tutta nel giardino.
La musica era più alta, la gente parlava più forte, qualcuno aveva acceso delle torce vicino alla piscina.
Io ero seduta sul bordo di una panchina con due persone che avevo appena conosciuto quando sentii una voce dietro di me.
«Lo sai che non è carino.»
Mi voltai.
Era lui. I due si allontanarono.
«Cosa?» chiesi.
Indicò con il mento verso la veranda dove il mio fidanzato stava ancora parlando animatamente con un gruppo di persone.
«Lasciarlo lì a discutere di filosofia mentre tu vieni qui a distrarti.»
Sorrisi.
«Non sembra molto in difficoltà.»
Lui si sedette accanto a me.
Non troppo vicino.
Ma abbastanza.
Sentii il suo sguardo scorrere rapidamente su di me, come se stesse registrando qualcosa.
«Comunque» disse dopo un momento «stasera sei particolarmente pericolosa.»
Lo guardai.
«Perché?»
Fece un piccolo gesto verso di me.
«Così.»
Il modo in cui lo disse mi fece ridere.
«Così come?»
«Come se sapessi esattamente quello che stai facendo.»
Io inclinai la testa.
«E cosa starei facendo?»
Lui bevve un sorso da una bottiglia.
Poi mi guardò.
Direttamente.
«Stai guardando nella mia direzione da quando siamo arrivati.»
Il mio sorriso rimase fermo.
«Ti sbagli.»
«No. Ti guardo anch’io.»
Lo disse con una tranquillità irritante.
Sentii qualcosa muoversi nello stomaco.
Non paura.
Qualcosa di più sottile.
«E allora?» dissi.
Lui si appoggiò con i gomiti sulle ginocchia.
Per un attimo sembrò davvero pensieroso.
Poi disse piano: «Allora niente.»
Fece una pausa.
«Solo che è interessante.»
«Cosa?»
Girò la testa verso di me.
«Che lo fai anche quando lui è a cinque metri.»
Seguì il suo sguardo.
Il mio fidanzato era davvero a pochi metri da noi, ancora immerso nella conversazione.
«Stai esagerando» dissi.
Lui scosse appena la testa.
«No.»
Poi si alzò.
«Sto solo iniziando a capire come funziona.»
Fece due passi verso il prato.
Poi si fermò e si voltò di nuovo verso di me.
Il sorriso che aveva adesso era diverso.
Più sicuro.
«Il problema» disse «è che giochi in modo molto evidente.»
Si infilò una mano in tasca.
«E prima o poi qualcuno potrebbe accorgersene.»
Il mio cuore fece un colpo.
«Chi?»
Lui indicò vagamente la casa.
«Lui.»
Poi fece una pausa.
«O io.»
Rimase un secondo a guardarmi.
Poi tornò verso il gruppo vicino alla piscina, lasciandomi lì sulla panchina.
Io restai ferma.
Con la musica che riempiva il giardino e le voci intorno che continuavano a parlare e ridere.
E con quella frase che mi rimbalzava ancora nella testa.
Perché improvvisamente avevo la sensazione che quella sera il gioco stesse cambiando.
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