Suo fratello è un toro 17

di
genere
tradimenti

Passarono tre giorni.

Tre giorni in cui la mia vita sembrava tornata normale.

Vita di coppia con il mio fidanzato.

Lavoro.

Routine.

Ma poi c’era il telefono.

Sempre.

Non passò un’ora senza che comparisse.

Una frase.

Una battuta.

Un riferimento.

A volte niente di esplicito.

A volte anche una foto, spinta.

Ma bastava.

Perché ormai non serviva più dire.

Ci capivamo.

Sempre.

L’idea della palestra arrivò quasi da sola.

«Sai che forse hai ragione?» dissi una sera al mio fidanzato.

«Su cosa?»

«Dovrei iniziare ad allenarmi seriamente.»

Lui sorrise.

«Ma sì, saggia decisione. E poi con mio fratello ti sei trovata bene. Ho capito che ti piace allenarti.»

«Mi sono trovata benissimo con lui, lo ammetto.»

~~~

Il giorno dopo entrai in palestra.

L’odore.

Il rumore dei pesi.

La musica bassa.

Gente che si muove.

Tutto normale.

O quasi.

Lui era lì.

In piedi vicino agli attrezzi.

Maglietta scura.

Postura rilassata.

Lo sguardo attento.

Quando entrai mi vide subito.

Come sempre.

Non si mosse.

Non venne verso di me.

Aspettò.

Guardandomi con un sorriso malizioso.

Feci qualche passo.

Come se fosse davvero la prima volta.

Come se non ci fosse nulla sotto.

«Allora» disse quando fui abbastanza vicina. «Hai deciso.»

«A quanto pare.»

«Coraggiosa.»

Si avvicinò.

Con naturalezza.

Troppo naturale.

«Partiamo piano» disse.

Il tono era quello giusto.

Professionale.

Credibile.

Ma i suoi occhi no.

Mi indicò un esercizio.

«Qui.»

Mi posizionai.

Un po’ rigida.

Un po’ impacciata.

«Così non va.» mi disse.

Fece un passo avanti.

Si mise dietro di me.

Le sue mani arrivarono sui miei fianchi.

Leggere.

Precise.

Presenti.

«Rilassa.»

La voce bassa.

Vicino all’orecchio.

Sentii un brivido salire.

«Mmmm… Fai il bravo.»

Le sue dita si mossero appena.

Corressero la posizione.

Ma si fermarono un attimo di troppo.

«Così.»

Respirai più lentamente.

O almeno ci provai.

«Adesso scendi.»

Seguii il movimento.

«Più piano.»

La sua mano scivolò leggermente lungo il mio fianco.

Guidandomi.

Ma senza mai sembrare fuori posto.

A chiunque altro.

«Guarda avanti.»

Lo disse piano.

Come un ordine.

Obbedii.

Ma per un attimo alzai gli occhi verso lo specchio.

E lo vidi.

Dietro di me.

Lo sguardo fisso.

Mi bloccai un secondo.

«Continua» disse.

La voce più bassa.

Più diretta.

Ripresi.

Ma il respiro era cambiato.

Il ritmo anche.

Passammo a un altro esercizio.

Poi un altro.

Ogni volta lo stesso schema: spiegazione normale, contatto minimo ma prolungato.

A un certo punto mi fermai per bere.

Lui mi seguì.

Mi guardava.

«Allora?» disse.

«Allora cosa?»

«Ti piace?»

Sorrisi.

«Dipende.»

«Da cosa?»

Lo guardai.

Diretta.

«Da come alleni.»

Il suo sorriso cambiò.

«Sei migliorata» disse.

«In tre giorni?»

«No.»

Fece una pausa.

«In generale.»

Silenzio.

Breve.

Carico.

Qualcuno passò dietro di noi.

Voci.

Rumore.

La realtà.

Lui fece un passo indietro.

«Basta per oggi.»

«Di già?»

«Per ora. Potremmo farne uno di un tipo diverso da te.»

«Se abbiamo finito vado a farmi la doccia.» risposi senza cadere in tentazione.

Lui mi sorrise maliziosamente.

Mi avviai verso l’uscita.

Sentivo ancora il suo sguardo addosso.

Anche senza voltarmi.

Il telefono vibrò.

Subito.

Lo tirai fuori.

Un messaggio.

*Ci vediamo all’uscita.*

Rimasi a fissarlo.

Per qualche secondo.

Poi mi voltai.

Lui era ancora lì.

Fermo.

Appoggiato vicino agli attrezzi.

Non si muoveva.

Ma stava guardando.

Verso di me.

~~~

Feci la doccia, mi cambiai, pronta per andare a casa.

Mentre uscivo dalla struttura mi sentii chiamare.

«Ehi.»

La sua voce arrivò da dietro.

Mi fermai.

Non mi voltai subito.

Poi lo feci.

Era già più vicino.

Molto più vicino.

«Vai a casa?» chiese.

«Sì.»

«A piedi?»

«Pensavo di sì.»

Fece un mezzo sorriso.

«Non mi sembra una grande idea.»

Lo guardai.

Fece un passo avanti.

Accorciando ancora la distanza.

«Ti accompagno.»

Non era una domanda.

Esitai.

Un attimo.

Solo uno.

Poi salii in auto con lui.

«Eri davvero intenzionata a fare la fidanzata fedele oggi?»

Risi.

«Daiii.»

«Ho troppa voglia di scoparti.» disse guardandomi negli occhi.

Mi passai una mano tra i capelli.

Guardai un attimo oltre lui.

La strada.

Le macchine.

La gente.

La normalità.

Poi tornai a guardarlo.

Era lì.

Aspettava.

Senza pressione.

Ma senza lasciare spazio.

«Faremo questo sacrificio» dissi ridendo.

Ci baciammo con passione.

Le nostre lingue si cercarono affamate.

«Ci possono vedere qui.»

«Hai paura?»

Mise in moto la macchina.

«Andiamo da te.»

«E sei poi passa tuo fratello?»

«È giovedì, lo sai meglio di me che non accadrà mai.»

Arrivammo da me.

Salimmo senza parlare.

Entrammo.

Per qualche secondo nessuno disse nulla.

Poi ci baciammo di nuovo.

In un secondo ero sdraiata sul tavolo da pranzo.

Con solo il reggiseno addosso.

Lui, già mezzo spogliato, mi stava leccando la figa con voracità.

«È stata proprio una grande idea farti venire qui» dissi mentre gemevo per il piacere.

La frase uscì da sola.

Lui si fermò, mi guardò maliziosamente e disse: «Che troia che sei.»

Rimasi un attimo attonita.

Non aveva mai usato quel linguaggio.

Ci pensai un attimo.

Poi una scarica di eccitazione scorse lungo il mio corpo.

«Lecca ancora più forte stronzo.»

Aumentò il ritmo, ogni tanto usava le dita.

Ero in estasi.

Riuscì a farmi venire.

«Non è possibile che tu sia così bravo.»

«Sei sconvolta perché sei abituata male.»

Ridemmo di gusto.

Silenzio.

Poi gli dissi: «Mettiti sul divano. Spogliati.»

«Con piacere.»

Era nudo.

Tutti i suoi muscoli in bella vista.

Il cazzo svettava come un torre.

Mi misi di fianco a lui.

Iniziai a segarlo.

Lentamente.

«Che tocco magico.»

Mi stavo impegnando al massimo.

Ogni tot mi fermavo per baciargli la punta della cappella e dargli delle leccate provocanti.

Ad un tratto squillò il mio telefono.

Era il mio fidanzato.

Non risposi subito.

Poi sorrisi.

«Sappiamo entrambi che sarà eccitante. Rispondi.»

Il suo sguardo si fece malevolo.

Risposi.

«Ciao amore!»

Nel mentre non smisi di segare il cazzo del mio amante.

Il mio fidanzato: «Ciao cucciola!»

«E che cucciola» disse sottovoce il fratello. Provocando una mia reazione divertita che il mio ragazzo non colse.

«Com’è andato il primo allenamento?» mi chiese al telefono.

«Bene, bene. È stato leggermente intenso.» risposi.

«Mio fratello ha fatto il bravo?»

«Certo!» risi.
«È sempre molto bravo con me. Anche se, come dire, è un allenatore molto duro.»

«Capisco, capisco.»

Mentre il mio fidanzato mi stava rispondendo il fratello mi prese la testa e l’avvicinò al suo cazzo. Io provai dirgli no, scuotendola, ma la sua forza e l’eccitazione presero il sopravvento.

Iniziai a succhiargli il cazzo mentre lui guidava i miei movimenti.

Mentre ero al telefono con il mio fidanzato.

Mentre ero al telefono con suo fratello.

Il mio ragazzo mi fece ancora qualche domanda a cui io rispondevo con monosillabi.

Nel mentre suo fratello mi disse: «Continua così! Sei proprio brava a prendere per il culo il cornuto.»

Io mi eccitai ancora di più.

«Ora ti devo lasciare cucciola, riprende la riunione. Ci sentiamo!»

«Per… Perfetto amore! Aaa… A più tardi, ora vado a mettere qualcosa tra i denti. Ccc… Ciao!»

«Tutto ma non tra i denti!» disse ridendo il mio amante mentre chiudevo la telefonata.

Per un attimo ho temuto che il mio fidanzato potesse aver sentito.

La foga del pompino prese il sopravvento.

Continuai finché non venne nella mia bocca.

«Ahhh! Stupendo!» disse lui.

«Non posso che concordare» risposi io.

«Sai qual è il problema?» disse.

«Qual è?»

«Che adesso non è più un caso.»

Silenzio.

«Lo stai scegliendo.»

La frase rimase sospesa.

Pesante.

Perfetta.

Non risposi.

Non serviva.

I nostri sguardi si incrociarono.

Mi guardava.

Con la stessa calma.

La stessa sicurezza.

E in quel momento capii una cosa con una chiarezza definitiva.

Non era più lui a cercarmi.

Non era più lui a spingere.

Ero io che non potevo più farne a meno.
scritto il
2026-04-12
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