Suo fratello è un toro 15
di
Forbidden Thoughts
genere
tradimenti
La domenica mattina arrivò troppo in fretta.
Mi svegliai con la luce già alta.
Il mare si sentiva più forte del solito, come se fosse entrato dentro casa.
Per un attimo rimasi immobile.
Poi aprii gli occhi.
Il mio fidanzato era già sveglio.
Appoggiato sul gomito, mi guardava.
«Buongiorno» disse.
«Buongiorno»
La sua voce era normale.
Il suo sguardo un po’ meno.
«Hai dormito?» chiese.
Esitai un attimo.
«Sì.»
Troppo veloce.
Lui non disse nulla.
Continuò a guardarmi.
Poi si avvicinò e mi diede un bacio leggero.
«Andiamo a fare colazione?» disse.
Annuii.
La cucina era già piena.
Il padre leggeva il giornale.
La madre stava preparando il caffè.
E lui era appoggiato al bancone.
Come il primo giorno.
Stessa posizione.
Stessa calma.
Quando entrai alzò lo sguardo.
Mi trovò subito.
Come sempre.
Non sorrise.
Ma rimase fermo un secondo di troppo.
«Buongiorno» disse.
«Buongiorno»
Il mio fidanzato si sedette accanto a me.
«Dormito bene?» chiese la madre.
«Sì» risposi.
«Si sentiva il mare stanotte» disse il padre.
«Già» aggiunse il fratello. «Non è facile dormire.»
Lo disse guardando il caffè.
Non me.
Ma bastò.
Il mio fidanzato si voltò verso di lui.
«Tu quando non dormi è perché hai altro per la testa.»
«Può essere.»
Un mezzo sorriso.
Appena accennato.
La colazione scorse lenta.
Normale.
Tazze.
Biscotti.
Conversazioni leggere.
Io partecipavo.
Rispondevo.
Annuivo.
Ma con un secondo di ritardo.
Sempre.
Il mio fidanzato lo notò.
Lo sentii.
Non disse nulla subito.
Ma continuava a guardarmi.
«Oggi cosa facciamo?» chiese la madre.
«Io direi mare» rispose il padre.
«Finché c’è questo sole.»
«Sì» disse il mio fidanzato. «Poi nel pomeriggio partiamo.»
Partiamo.
La parola rimase sospesa.
Il ritorno.
La fine del weekend.
Mi passai una mano tra i capelli.
Mentre mi stavo alzando, anche il fratello si alzò dalla sua sedia.
«Io esco un attimo.»
«Dove vai?» chiese il padre.
«Faccio due passi.»
«Non sparire.»
«No.»
Passò dietro di me.
Troppo vicino.
Sentii la sua presenza.
E questa volta il mio fidanzato lo vide.
Non il gesto.
Il modo.
Una frazione di secondo.
Ma sufficiente.
Quando uscì, il silenzio cambiò.
Il mio fidanzato finì il caffè.
Poi appoggiò la tazza.
«Vieni un attimo?» disse.
Lo guardai.
«Dove?»
«Fuori.»
Il cuore fece un piccolo salto.
«Ok.»
Uscimmo sul portico.
La luce era forte.
Il mare davanti a noi.
Il vento leggero.
Per qualche secondo non disse nulla.
Poi: «Sei strana.»
Diretto.
Senza giri.
Rimasi immobile.
«In che senso?» risposi.
Mi guardò.
Non stava accusando.
Stava cercando di capire.
«Non lo so.»
Fece una pausa.
«Sei qui ma non sei davvero qui.»
Il cuore accelerò.
«È solo stanchezza.»
«Non credo.»
Silenzio.
Il mare continuava a muoversi.
«È successo qualcosa?» chiese.
La domanda arrivò piano.
Ma era pesante.
Troppo.
Lo guardai.
Per un attimo.
Pensai a tutto.
Al mattino precedente.
Al giardino.
Al modo in cui non ero riuscita a fermarmi.
Poi scossi la testa.
«No.»
La parola uscì netta.
Pulita.
Una bugia perfetta.
Lui mi osservò ancora qualche secondo.
Poi annuì.
«Ok.»
Ma non era convinto.
Si vedeva.
Rientrammo in casa.
Il fratello era tornato.
Mi guardò.
Solo un attimo.
Poi tornò a guardare altrove.
Il mio fidanzato si avvicinò a me.
Mi passò un braccio intorno alle spalle.
Mi attirò a sé.
Un gesto semplice.
Normale.
Mi diede un bacio sulla testa.
Io rimasi lì.
Ferma.
Poi, per un istante alzai gli occhi.
E incrociai quelli dell’altro.
Fermi.
Lucidi.
Consapevoli.
E in quel momento capii una cosa con una chiarezza fredda.
Il problema non era più quello che stavamo facendo.
Era che lui stava iniziando a vedere.
~~~
La giornata trascorse tranquilla.
Senza più momenti di provocazione del previsto.
Poche occasioni di contatto.
Arrivò il momento della partenza, nel tardo pomeriggio.
Tra saluti, ultime cose da sistemare e le solite raccomandazioni dei suoi genitori, il tempo sembrava essersi dilatato.
Io cercavo di restare dentro quella normalità.
Di aggrapparmici.
Come se bastasse.
«Avete tutto?» chiese la madre.
«Sì» rispose il mio fidanzato.
«Sicuri?»
«Sì, mamma.»
Il padre chiuse il portone.
«Allora buon rientro.»
Ci abbracciammo.
Sorrisi.
Tutto perfetto.
Tutto credibile.
Poi, mentre stavamo per salire in macchina, arrivò lui.
«Aspettate.»
Ci voltammo.
Aveva uno zaino in spalla.
L’aria tranquilla.
Come sempre.
«Che succede?» chiese il padre.
«Devo tornare anch’io.»
«Adesso?»
«Sì.»
Fece spallucce.
«Domani mattina ho un impegno e prima voglio essere in pale per l’allenamento.»
Il mio fidanzato lo guardò un attimo.
Poi annuì.
«Ok, sali.»
Il cuore mi fece un piccolo salto.
Non dissi nulla.
La disposizione fu inevitabile.
Lui alla guida.
Io davanti.
Il fratello dietro.
Esattamente come al ritorno da quella festa.
Partimmo.
Il rumore delle ruote sull’asfalto.
La radio accesa a volume basso.
Una canzone qualsiasi.
Il mare che si allontanava lentamente nello specchietto.
Nessuno parlò per i primi minuti.
Un silenzio pieno.
Pesante.
Il mio fidanzato teneva lo sguardo fisso davanti.
Concentrato.
O forse no.
Io guardavo fuori.
Gli alberi.
Le case.
La luce.
Ma sentivo.
Sentivo lo sguardo dietro.
Anche senza voltarmi.
«Tutto bene?» chiese il mio fidanzato all’improvviso.
Mi voltai leggermente.
«Sì.»
«Sei ancora stanca?»
«Un po’.»
Annui.
«Ci sta.»
Il fratello intervenne: «Ti avevo avvisata, devi mantenere l’intensità di allenamento per abituarti a certi ritmi.»
Il tono era leggero.
Quasi scherzoso.
Il mio fidanzato fece un mezzo sorriso.
«Devo iniziare a preoccuparmi di questo allenatore.»
«Dovresti» rispose lui.
Breve pausa.
«È molto esigente e lei lo sa.»
Mi passai una mano sulle gambe.
Come per sciogliere una tensione che non potevo spiegare.
Il telefono vibrò.
Una volta sola.
Lo sentii subito.
Come una scossa.
Non lo presi.
Non subito.
Il mio fidanzato lo notò.
«Non rispondi?»
«Dopo.»
Troppo veloce.
Troppo secco.
Lo sapevo.
Lui lo sapeva.
Il silenzio tornò.
Più teso.
Dopo qualche minuto presi il telefono.
Lo guardai di lato.
Un messaggio.
*Ti manco già?*
Il respiro si fermò per un attimo.
Bloccai lo schermo subito.
Troppo in fretta.
Il mio fidanzato se ne accorse.
Non disse nulla.
Ma lo vide.
«Comunque» disse dopo un po’. «Vorrei capire qualcosa in più di questo allenamento.»
La frase arrivò neutra.
Ma non lo era.
Mi voltai.
«In che senso?»
«Magari potrei iniziare a farlo anch’io..»
Fece una pausa.
«Ma mi sembra che sia stato… intenso.»
Il fratello rise piano.
«Direi di sì.»
«Cos’avete fatto esattamente?» chiese il mio fidanzato.
Il tono era leggero.
Ma c’era qualcosa sotto.
Il fratello si appoggiò allo schienale.
«Movimenti base.»
«Tipo?»
«Equilibrio.»
Breve pausa.
«Controllo.»
Un’altra pausa.
«Resistenza.»
Sentii il cuore accelerare.
Il mio fidanzato annuì lentamente.
«Capisco.»
Ma non era vero.
Non capiva.
Però iniziava a cercare.
Poi si voltò e mi disse:
«Perché non ti iscrivi in palestra?»
Non capivo dove volesse andare a parare.
«È una buona idea, potrebbe farti bene» intervenne il fratello.
«Ci penso.» dissi io per chiudere il discorso.
~~~
La macchina continuava a scorrere sull’asfalto.
Il traffico aumentava.
Le corsie si stringevano.
Il mondo tornava normale.
Troppo normale.
A un certo punto il mio fidanzato allungò una mano.
La posò sulla mia.
Un gesto semplice.
Automatico.
Io la strinsi.
Come sempre.
Ma per un secondo alzai gli occhi.
Verso lo specchietto.
E incrociai il suo sguardo.
Fermo.
Su di me.
Su di noi.
Distolsi lo sguardo subito.
Troppo tardi.
Il mio fidanzato lo notò.
Lo sentii.
Non disse nulla.
Ma la sua mano si irrigidì appena.
Passarono altri minuti in silenzio.
Lunghi.
Troppo lunghi.
Poi, all’improvviso, parlò.
«Siamo quasi arrivati. Tra poco l’alunna dovrà salutare il maestro.»
Il tono era diverso.
Più basso, stranamente provocatorio.
Mi sforzai di ridere.
Suo fratello fece altrettanto.
Poco dopo ci fermammo sotto casa dei suoi.
Suo fratello prese lo zaino e uscì.
«Grazie mille e buona serata. Mi raccomando tieniti allenata.»
Un brivido percorse la mia schiena.
Senza dire nulla il mio fidanzato ripartì verso casa mia.
Dopo qualche minuto la raggiungemmo.
Rimanemmo dentro la macchina.
Fermi.
Per un secondo.
Due.
Tre.
Poi lui si voltò leggermente verso di me.
Non abbastanza da guardarmi davvero.
Ma abbastanza.
«Ho un tarlo in testa. Mi sa che dobbiamo parlare» disse.
La voce calma.
Troppo calma.
In quel momento mi passò per la mente un pensiero, cattivo: non hai un tarlo in testa, ma due corna gigantesche. E spero non te ne sia accorto.
Mi svegliai con la luce già alta.
Il mare si sentiva più forte del solito, come se fosse entrato dentro casa.
Per un attimo rimasi immobile.
Poi aprii gli occhi.
Il mio fidanzato era già sveglio.
Appoggiato sul gomito, mi guardava.
«Buongiorno» disse.
«Buongiorno»
La sua voce era normale.
Il suo sguardo un po’ meno.
«Hai dormito?» chiese.
Esitai un attimo.
«Sì.»
Troppo veloce.
Lui non disse nulla.
Continuò a guardarmi.
Poi si avvicinò e mi diede un bacio leggero.
«Andiamo a fare colazione?» disse.
Annuii.
La cucina era già piena.
Il padre leggeva il giornale.
La madre stava preparando il caffè.
E lui era appoggiato al bancone.
Come il primo giorno.
Stessa posizione.
Stessa calma.
Quando entrai alzò lo sguardo.
Mi trovò subito.
Come sempre.
Non sorrise.
Ma rimase fermo un secondo di troppo.
«Buongiorno» disse.
«Buongiorno»
Il mio fidanzato si sedette accanto a me.
«Dormito bene?» chiese la madre.
«Sì» risposi.
«Si sentiva il mare stanotte» disse il padre.
«Già» aggiunse il fratello. «Non è facile dormire.»
Lo disse guardando il caffè.
Non me.
Ma bastò.
Il mio fidanzato si voltò verso di lui.
«Tu quando non dormi è perché hai altro per la testa.»
«Può essere.»
Un mezzo sorriso.
Appena accennato.
La colazione scorse lenta.
Normale.
Tazze.
Biscotti.
Conversazioni leggere.
Io partecipavo.
Rispondevo.
Annuivo.
Ma con un secondo di ritardo.
Sempre.
Il mio fidanzato lo notò.
Lo sentii.
Non disse nulla subito.
Ma continuava a guardarmi.
«Oggi cosa facciamo?» chiese la madre.
«Io direi mare» rispose il padre.
«Finché c’è questo sole.»
«Sì» disse il mio fidanzato. «Poi nel pomeriggio partiamo.»
Partiamo.
La parola rimase sospesa.
Il ritorno.
La fine del weekend.
Mi passai una mano tra i capelli.
Mentre mi stavo alzando, anche il fratello si alzò dalla sua sedia.
«Io esco un attimo.»
«Dove vai?» chiese il padre.
«Faccio due passi.»
«Non sparire.»
«No.»
Passò dietro di me.
Troppo vicino.
Sentii la sua presenza.
E questa volta il mio fidanzato lo vide.
Non il gesto.
Il modo.
Una frazione di secondo.
Ma sufficiente.
Quando uscì, il silenzio cambiò.
Il mio fidanzato finì il caffè.
Poi appoggiò la tazza.
«Vieni un attimo?» disse.
Lo guardai.
«Dove?»
«Fuori.»
Il cuore fece un piccolo salto.
«Ok.»
Uscimmo sul portico.
La luce era forte.
Il mare davanti a noi.
Il vento leggero.
Per qualche secondo non disse nulla.
Poi: «Sei strana.»
Diretto.
Senza giri.
Rimasi immobile.
«In che senso?» risposi.
Mi guardò.
Non stava accusando.
Stava cercando di capire.
«Non lo so.»
Fece una pausa.
«Sei qui ma non sei davvero qui.»
Il cuore accelerò.
«È solo stanchezza.»
«Non credo.»
Silenzio.
Il mare continuava a muoversi.
«È successo qualcosa?» chiese.
La domanda arrivò piano.
Ma era pesante.
Troppo.
Lo guardai.
Per un attimo.
Pensai a tutto.
Al mattino precedente.
Al giardino.
Al modo in cui non ero riuscita a fermarmi.
Poi scossi la testa.
«No.»
La parola uscì netta.
Pulita.
Una bugia perfetta.
Lui mi osservò ancora qualche secondo.
Poi annuì.
«Ok.»
Ma non era convinto.
Si vedeva.
Rientrammo in casa.
Il fratello era tornato.
Mi guardò.
Solo un attimo.
Poi tornò a guardare altrove.
Il mio fidanzato si avvicinò a me.
Mi passò un braccio intorno alle spalle.
Mi attirò a sé.
Un gesto semplice.
Normale.
Mi diede un bacio sulla testa.
Io rimasi lì.
Ferma.
Poi, per un istante alzai gli occhi.
E incrociai quelli dell’altro.
Fermi.
Lucidi.
Consapevoli.
E in quel momento capii una cosa con una chiarezza fredda.
Il problema non era più quello che stavamo facendo.
Era che lui stava iniziando a vedere.
~~~
La giornata trascorse tranquilla.
Senza più momenti di provocazione del previsto.
Poche occasioni di contatto.
Arrivò il momento della partenza, nel tardo pomeriggio.
Tra saluti, ultime cose da sistemare e le solite raccomandazioni dei suoi genitori, il tempo sembrava essersi dilatato.
Io cercavo di restare dentro quella normalità.
Di aggrapparmici.
Come se bastasse.
«Avete tutto?» chiese la madre.
«Sì» rispose il mio fidanzato.
«Sicuri?»
«Sì, mamma.»
Il padre chiuse il portone.
«Allora buon rientro.»
Ci abbracciammo.
Sorrisi.
Tutto perfetto.
Tutto credibile.
Poi, mentre stavamo per salire in macchina, arrivò lui.
«Aspettate.»
Ci voltammo.
Aveva uno zaino in spalla.
L’aria tranquilla.
Come sempre.
«Che succede?» chiese il padre.
«Devo tornare anch’io.»
«Adesso?»
«Sì.»
Fece spallucce.
«Domani mattina ho un impegno e prima voglio essere in pale per l’allenamento.»
Il mio fidanzato lo guardò un attimo.
Poi annuì.
«Ok, sali.»
Il cuore mi fece un piccolo salto.
Non dissi nulla.
La disposizione fu inevitabile.
Lui alla guida.
Io davanti.
Il fratello dietro.
Esattamente come al ritorno da quella festa.
Partimmo.
Il rumore delle ruote sull’asfalto.
La radio accesa a volume basso.
Una canzone qualsiasi.
Il mare che si allontanava lentamente nello specchietto.
Nessuno parlò per i primi minuti.
Un silenzio pieno.
Pesante.
Il mio fidanzato teneva lo sguardo fisso davanti.
Concentrato.
O forse no.
Io guardavo fuori.
Gli alberi.
Le case.
La luce.
Ma sentivo.
Sentivo lo sguardo dietro.
Anche senza voltarmi.
«Tutto bene?» chiese il mio fidanzato all’improvviso.
Mi voltai leggermente.
«Sì.»
«Sei ancora stanca?»
«Un po’.»
Annui.
«Ci sta.»
Il fratello intervenne: «Ti avevo avvisata, devi mantenere l’intensità di allenamento per abituarti a certi ritmi.»
Il tono era leggero.
Quasi scherzoso.
Il mio fidanzato fece un mezzo sorriso.
«Devo iniziare a preoccuparmi di questo allenatore.»
«Dovresti» rispose lui.
Breve pausa.
«È molto esigente e lei lo sa.»
Mi passai una mano sulle gambe.
Come per sciogliere una tensione che non potevo spiegare.
Il telefono vibrò.
Una volta sola.
Lo sentii subito.
Come una scossa.
Non lo presi.
Non subito.
Il mio fidanzato lo notò.
«Non rispondi?»
«Dopo.»
Troppo veloce.
Troppo secco.
Lo sapevo.
Lui lo sapeva.
Il silenzio tornò.
Più teso.
Dopo qualche minuto presi il telefono.
Lo guardai di lato.
Un messaggio.
*Ti manco già?*
Il respiro si fermò per un attimo.
Bloccai lo schermo subito.
Troppo in fretta.
Il mio fidanzato se ne accorse.
Non disse nulla.
Ma lo vide.
«Comunque» disse dopo un po’. «Vorrei capire qualcosa in più di questo allenamento.»
La frase arrivò neutra.
Ma non lo era.
Mi voltai.
«In che senso?»
«Magari potrei iniziare a farlo anch’io..»
Fece una pausa.
«Ma mi sembra che sia stato… intenso.»
Il fratello rise piano.
«Direi di sì.»
«Cos’avete fatto esattamente?» chiese il mio fidanzato.
Il tono era leggero.
Ma c’era qualcosa sotto.
Il fratello si appoggiò allo schienale.
«Movimenti base.»
«Tipo?»
«Equilibrio.»
Breve pausa.
«Controllo.»
Un’altra pausa.
«Resistenza.»
Sentii il cuore accelerare.
Il mio fidanzato annuì lentamente.
«Capisco.»
Ma non era vero.
Non capiva.
Però iniziava a cercare.
Poi si voltò e mi disse:
«Perché non ti iscrivi in palestra?»
Non capivo dove volesse andare a parare.
«È una buona idea, potrebbe farti bene» intervenne il fratello.
«Ci penso.» dissi io per chiudere il discorso.
~~~
La macchina continuava a scorrere sull’asfalto.
Il traffico aumentava.
Le corsie si stringevano.
Il mondo tornava normale.
Troppo normale.
A un certo punto il mio fidanzato allungò una mano.
La posò sulla mia.
Un gesto semplice.
Automatico.
Io la strinsi.
Come sempre.
Ma per un secondo alzai gli occhi.
Verso lo specchietto.
E incrociai il suo sguardo.
Fermo.
Su di me.
Su di noi.
Distolsi lo sguardo subito.
Troppo tardi.
Il mio fidanzato lo notò.
Lo sentii.
Non disse nulla.
Ma la sua mano si irrigidì appena.
Passarono altri minuti in silenzio.
Lunghi.
Troppo lunghi.
Poi, all’improvviso, parlò.
«Siamo quasi arrivati. Tra poco l’alunna dovrà salutare il maestro.»
Il tono era diverso.
Più basso, stranamente provocatorio.
Mi sforzai di ridere.
Suo fratello fece altrettanto.
Poco dopo ci fermammo sotto casa dei suoi.
Suo fratello prese lo zaino e uscì.
«Grazie mille e buona serata. Mi raccomando tieniti allenata.»
Un brivido percorse la mia schiena.
Senza dire nulla il mio fidanzato ripartì verso casa mia.
Dopo qualche minuto la raggiungemmo.
Rimanemmo dentro la macchina.
Fermi.
Per un secondo.
Due.
Tre.
Poi lui si voltò leggermente verso di me.
Non abbastanza da guardarmi davvero.
Ma abbastanza.
«Ho un tarlo in testa. Mi sa che dobbiamo parlare» disse.
La voce calma.
Troppo calma.
In quel momento mi passò per la mente un pensiero, cattivo: non hai un tarlo in testa, ma due corna gigantesche. E spero non te ne sia accorto.
9
voti
voti
valutazione
5.2
5.2
Continua a leggere racconti dello stesso autore
racconto precedente
Suo fratello è un toro 14
Commenti dei lettori al racconto erotico