Suo fratello è un toro 18
di
Forbidden Thoughts
genere
tradimenti
Quella sera scopammo per un paio d’ore.
Si confermò un vero toro da monta.
Insaziabile.
Poi tornò dai suoi, per non dare troppo adito a sospetti.
Dopo che se ne andò, la casa sembrò improvvisamente silenziosa.
Troppo.
Rimasi ferma per qualche secondo.
Poi mi mossi.
Sistemai.
Pulii.
Rimisi ogni cosa al suo posto.
Con una cura quasi ossessiva.
Non doveva rimanere nulla.
Né fuori.
Né dentro.
~~~
Il mattino dopo, verso le 10:00, come tutti i venerdì venne il mio fidanzato a trovarmi.
Sentii le chiavi.
Il rumore della porta.
I suoi passi.
«Amore?» disse entrando.
«Sono qui.»
Il tono normale.
Perfetto.
Entrò in soggiorno.
Mi guardò.
Si fermò un secondo.
Solo un secondo.
Ma bastò.
«Tutto bene?» chiese.
«Sì.»
Troppo veloce.
Ancora.
Appoggiò le chiavi.
La giacca.
Si avvicinò.
Mi diede un bacio.
Più lungo del solito.
Come se stesse cercando qualcosa.
Io risposi.
Come sempre.
«Allora ieri sera com’è andato l’allenamento?» chiese.
Mi voltai verso il tavolo della cucina.
«Bene.»
«Intenso?»
Mi fermai un attimo.
«Eh… Abbastanza.»
Silenzio.
Breve.
Ma diverso.
«Quando ti ho chiamata ieri sera…» disse.
Il cuore fece un piccolo scatto.
«Cosa?»
«Eri… strana.»
Mi voltai.
«In che senso?»
Mi guardò.
Non accusava.
Osservava.
«Non lo so.»
Fece una pausa.
«Sembravi distratta.»
Sorrisi appena.
«Ero stanca.»
«A un certo punto ho sentito…»
Si fermò.
Io rimasi immobile.
«Cosa?» chiesi.
Il tono giusto.
Calmo.
«Niente.»
Scrollò le spalle.
Silenzio.
Ripresi a muovermi.
Aprii un cassetto.
Lo richiusi.
«Sai com’è, magari era un po’ di musica…» dissi. «Quando sono tornata l’ho messa in sottofondo.»
Lui annuì.
«Sì.»
Ma non era convinto.
Facemmo il nostro solito brunch.
Parlammo.
Tutto normale.
O quasi.
Lui era più presente.
Più attento.
Mi guardava di più.
Ascoltava di più.
Come se stesse cercando un dettaglio fuori posto.
A un certo punto mi prese la mano.
«Sai che puoi dirmi tutto, vero?»
La frase arrivò così.
Semplice.
Diretta.
Lo guardai.
Sorrisi.
«Lo so.»
E lo dissi bene.
Troppo bene.
Lui rimase in silenzio.
Qualche secondo.
Poi: «È che ho la sensazione che tu…»
Si fermò.
«Che io cosa?» chiesi.
«Che tu stia tenendo qualcosa per te.»
Il cuore accelerò.
Ma il volto no.
«Tipo?» dissi.
Leggera.
Quasi divertita.
Scosse la testa.
«Non lo so.»
Fece una pausa.
«È solo una sensazione.»
Silenzio.
Mi avvicinai.
Piano.
«Ti stai facendo dei film» dissi.
Gli sfiorai il viso.
«È solo un periodo pieno. Per entrambi.»
Mi guardò.
A lungo.
Troppo a lungo.
Poi annuì.
«Forse.»
Ma non era finita.
Si vedeva.
Più tardi, sul divano, mi attirò a sé.
Un gesto più deciso del solito.
Come se volesse ristabilire qualcosa.
Un equilibrio.
Una certezza.
«Mi sei mancata» disse.
«Anche tu.»
Risposi subito.
Perfetta.
Restammo così.
Vicini.
Ma mentre lo abbracciavo sentivo qualcosa.
Non fuori.
Dentro.
La tensione.
La doppia linea.
La distanza invisibile.
E lui la sentiva.
Lo capivo.
Perché a un certo punto si fermò.
Si staccò appena.
Mi guardò.
E disse: «Non sei più quella di prima.»
La frase arrivò piano.
Ma colpì forte.
Lo guardai.
Sorrisi.
Scossi la testa.
«Dai…»
Leggera.
Quasi ironica.
Ma dentro sapevo.
Sapevo che aveva ragione.
E sapevo anche un’altra cosa.
Con una chiarezza fredda.
Non era che non fossi più quella di prima.
Era che non volevo più esserlo.
Lui mi guardò ancora qualche secondo.
Come se stesse cercando qualcosa.
Un segnale.
Una crepa.
Una verità.
Poi mi abbracciò.
Come sempre.
E io ricambiai.
Come sempre.
Ma mentre lo facevo sentii il telefono vibrare sul tavolo.
Non mi voltai.
Non subito.
Lui non se ne accorse.
Passò qualche secondo.
Poi mi staccai lentamente.
«Prendo un attimo l’acqua» dissi.
Il tono perfetto.
Normale.
Feci due passi.
Presi il bicchiere.
Poi, con un gesto naturale, guardai lo schermo.
Un messaggio. Suo.
*Non riesco a smettere di pensare a quanto abbiamo goduto ieri sera.*
Rimasi a fissarlo.
Per un secondo.
Due.
Poi sollevai lo sguardo.
Verso il soggiorno.
Lui era ancora lì.
Sul divano.
Mi guardava.
E in quel momento capii una cosa con una lucidità definitiva.
Il problema non era più scegliere.
Era che avevo già scelto.
Si confermò un vero toro da monta.
Insaziabile.
Poi tornò dai suoi, per non dare troppo adito a sospetti.
Dopo che se ne andò, la casa sembrò improvvisamente silenziosa.
Troppo.
Rimasi ferma per qualche secondo.
Poi mi mossi.
Sistemai.
Pulii.
Rimisi ogni cosa al suo posto.
Con una cura quasi ossessiva.
Non doveva rimanere nulla.
Né fuori.
Né dentro.
~~~
Il mattino dopo, verso le 10:00, come tutti i venerdì venne il mio fidanzato a trovarmi.
Sentii le chiavi.
Il rumore della porta.
I suoi passi.
«Amore?» disse entrando.
«Sono qui.»
Il tono normale.
Perfetto.
Entrò in soggiorno.
Mi guardò.
Si fermò un secondo.
Solo un secondo.
Ma bastò.
«Tutto bene?» chiese.
«Sì.»
Troppo veloce.
Ancora.
Appoggiò le chiavi.
La giacca.
Si avvicinò.
Mi diede un bacio.
Più lungo del solito.
Come se stesse cercando qualcosa.
Io risposi.
Come sempre.
«Allora ieri sera com’è andato l’allenamento?» chiese.
Mi voltai verso il tavolo della cucina.
«Bene.»
«Intenso?»
Mi fermai un attimo.
«Eh… Abbastanza.»
Silenzio.
Breve.
Ma diverso.
«Quando ti ho chiamata ieri sera…» disse.
Il cuore fece un piccolo scatto.
«Cosa?»
«Eri… strana.»
Mi voltai.
«In che senso?»
Mi guardò.
Non accusava.
Osservava.
«Non lo so.»
Fece una pausa.
«Sembravi distratta.»
Sorrisi appena.
«Ero stanca.»
«A un certo punto ho sentito…»
Si fermò.
Io rimasi immobile.
«Cosa?» chiesi.
Il tono giusto.
Calmo.
«Niente.»
Scrollò le spalle.
Silenzio.
Ripresi a muovermi.
Aprii un cassetto.
Lo richiusi.
«Sai com’è, magari era un po’ di musica…» dissi. «Quando sono tornata l’ho messa in sottofondo.»
Lui annuì.
«Sì.»
Ma non era convinto.
Facemmo il nostro solito brunch.
Parlammo.
Tutto normale.
O quasi.
Lui era più presente.
Più attento.
Mi guardava di più.
Ascoltava di più.
Come se stesse cercando un dettaglio fuori posto.
A un certo punto mi prese la mano.
«Sai che puoi dirmi tutto, vero?»
La frase arrivò così.
Semplice.
Diretta.
Lo guardai.
Sorrisi.
«Lo so.»
E lo dissi bene.
Troppo bene.
Lui rimase in silenzio.
Qualche secondo.
Poi: «È che ho la sensazione che tu…»
Si fermò.
«Che io cosa?» chiesi.
«Che tu stia tenendo qualcosa per te.»
Il cuore accelerò.
Ma il volto no.
«Tipo?» dissi.
Leggera.
Quasi divertita.
Scosse la testa.
«Non lo so.»
Fece una pausa.
«È solo una sensazione.»
Silenzio.
Mi avvicinai.
Piano.
«Ti stai facendo dei film» dissi.
Gli sfiorai il viso.
«È solo un periodo pieno. Per entrambi.»
Mi guardò.
A lungo.
Troppo a lungo.
Poi annuì.
«Forse.»
Ma non era finita.
Si vedeva.
Più tardi, sul divano, mi attirò a sé.
Un gesto più deciso del solito.
Come se volesse ristabilire qualcosa.
Un equilibrio.
Una certezza.
«Mi sei mancata» disse.
«Anche tu.»
Risposi subito.
Perfetta.
Restammo così.
Vicini.
Ma mentre lo abbracciavo sentivo qualcosa.
Non fuori.
Dentro.
La tensione.
La doppia linea.
La distanza invisibile.
E lui la sentiva.
Lo capivo.
Perché a un certo punto si fermò.
Si staccò appena.
Mi guardò.
E disse: «Non sei più quella di prima.»
La frase arrivò piano.
Ma colpì forte.
Lo guardai.
Sorrisi.
Scossi la testa.
«Dai…»
Leggera.
Quasi ironica.
Ma dentro sapevo.
Sapevo che aveva ragione.
E sapevo anche un’altra cosa.
Con una chiarezza fredda.
Non era che non fossi più quella di prima.
Era che non volevo più esserlo.
Lui mi guardò ancora qualche secondo.
Come se stesse cercando qualcosa.
Un segnale.
Una crepa.
Una verità.
Poi mi abbracciò.
Come sempre.
E io ricambiai.
Come sempre.
Ma mentre lo facevo sentii il telefono vibrare sul tavolo.
Non mi voltai.
Non subito.
Lui non se ne accorse.
Passò qualche secondo.
Poi mi staccai lentamente.
«Prendo un attimo l’acqua» dissi.
Il tono perfetto.
Normale.
Feci due passi.
Presi il bicchiere.
Poi, con un gesto naturale, guardai lo schermo.
Un messaggio. Suo.
*Non riesco a smettere di pensare a quanto abbiamo goduto ieri sera.*
Rimasi a fissarlo.
Per un secondo.
Due.
Poi sollevai lo sguardo.
Verso il soggiorno.
Lui era ancora lì.
Sul divano.
Mi guardava.
E in quel momento capii una cosa con una lucidità definitiva.
Il problema non era più scegliere.
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